Nadia Comăneci e la polizia segreta – La storia che nessuno ha mai raccontato – di Stejarel Olaru (Piemme)
Ci sono numeri che sembrano contenere una storia intera.
Il 10 di Nadia Comăneci è uno di questi.
Montreal, 1976. Una ginnasta di quattordici anni conclude il suo esercizio alle parallele asimmetriche e il tabellone mostra 1.00. Non è un errore dei giudici. È un limite della macchina: chi l’aveva progettata non aveva previsto che, alle Olimpiadi, qualcuno potesse ottenere la perfezione. Da allora Nadia è diventata quel numero. La bambina capace di rendere insufficiente un tabellone. Il corpo leggero che sembrava sottrarsi alla gravità. L’atleta che trasformava disciplina, equilibrio e precisione in qualcosa di così esatto da apparire inevitabile.
Ma i numeri, anche quando sono perfetti, mostrano soltanto ciò per cui sono stati costruiti.
Nadia Comăneci e la polizia segretadi Stejărel Olaru comincia dove il tabellone si ferma. Dietro il punteggio ricostruisce la bambina, l’adolescente e la donna; dietro le celebrazioni mostra il sistema sportivo e politico che aveva bisogno delle sue vittorie; dietro la parola “protezione” rivela la sorveglianza della Securitate, la polizia segreta del regime di Nicolae Ceaușescu.
Olaru lavora su migliaia di pagine d’archivio, rapporti, intercettazioni, documenti diplomatici, testimonianze e memorie. Non li tratta come se contenessero automaticamente la verità. I documenti di una polizia politica possono mentire, deformare, omettere e proteggere chi li ha prodotti. Anche i ricordi, a distanza di anni, possono divergere. Il libro diventa così non soltanto una ricostruzione storica, ma un esercizio di attenzione: ci obbliga a distinguere ciò che è documentato, ciò che viene testimoniato e ciò che possiamo soltanto ipotizzare.
Non racconteremo tutti gli episodi. Farlo significherebbe sottrarre al lettore il lavoro più importante: entrare nelle contraddizioni, incontrare le diverse versioni, cambiare idea mentre le fonti cambiano la luce sui fatti. Ci fermeremo invece davanti alla domanda che il libro lascia aperta più a lungo: A chi apparteneva il corpo di Nadia?
All’atleta? Agli allenatori? Alla squadra? Alla Romania? Al regime? Al pubblico che pretendeva nuove vittorie? Oppure alla ragazza che, dietro quel 10, continuava a cercare una vita che non fosse già stata decisa da altri?
Una domanda così non aveva bisogno di una sala piena. Aveva bisogno di due persone, di una panchina, di un libro chiuso e di un luogo nel quale persino l’acqua sapesse ascoltare.
Varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.
Il Giardino Segreto dei Sussurri aveva trattenuto l’ultima luce del giorno nello stagno. Il bambù si muoveva appena. Le lanterne erano già accese, ma non riuscivano a cancellare completamente il blu della sera. Tra una pietra e l’altra del sentiero, il muschio conservava l’umidità del pomeriggio. Tutto sembrava aspettare senza impazienza.
Cima Bue era seduto sulla panchina con un quaderno aperto sulle ginocchia.
Lo vidi prima che lui vedesse me.
Aveva la matita ferma a pochi millimetri dalla pagina, come se stesse cercando il modo esatto di cominciare una frase. Sul foglio, però, non c’erano parole. Soltanto un numero.
1.00
Mi avvicinai tenendo il libro contro il petto.
«Prof.»
Alzò lo sguardo e sorrise.
«Sophie. Hai l’aria di una che sta per rovinarmi un ricordo perfetto.»
«Non voglio rovinarlo.»
Indicai il quaderno.
«Voglio capire che cosa lasciava fuori.»
Cima Bue guardò di nuovo il numero.
«Montreal.»
Annuii.
«Lo raccontavi ai tuoi allievi?»
«Molte volte. Il tabellone poteva mostrare solo tre cifre. Nessuno aveva pensato che servisse lo spazio per un dieci. Così apparve uno virgola zero zero e per qualche istante il pubblico non capì.»
Fece ruotare la matita tra le dita.
«È una storia perfetta per una lezione. Una ragazza giovanissima arriva dove persino la tecnologia non era pronta ad accoglierla. Preparazione, coordinazione, controllo, coraggio. E anche un insegnamento semplice: a volte il limite non è nella persona, ma nel sistema usato per misurarla.»
Mi sedetti accanto a lui e posai il libro fra noi.
«È ancora un buon insegnamento.»
«Ma?»
«Ma il sistema non si limitava a misurarla.»
Cima Bue abbassò gli occhi sulla copertina.
Lesse lentamente il titolo.
«Nadia Comăneci e la polizia segreta di Stejărel Olaru.»
«Conosco la vicenda generale. La Romania di Ceaușescu, la propaganda, la sorveglianza, la fuga. Ma immagino che tu non sia venuta qui per raccontarmi quattro parole che posso trovare in un’enciclopedia.»
«No. Sono venuta perché credevo di conoscere anch’io la storia generale. Poi ho scoperto che “generale” è una parola comoda. Permette di vedere la traiettoria senza incontrare il corpo che l’ha attraversata.»
Cima Bue chiuse il quaderno, lasciando la matita fra le pagine.
«Allora partiamo dal corpo.»
Guardai lo stagno. La superficie era così immobile che una lanterna vi appariva intera, senza tremare.
«È proprio lì che il libro diventa difficile.»
«Perché?»
«Perché il corpo di Nadia era il luogo in cui tutti sembravano avere un diritto. Gli allenatori decidevano quanto dovesse pesare, cosa potesse mangiare, quando allenarsi, quali dolori attraversare. La federazione vedeva una possibilità di supremazia sportiva. Il regime vedeva prestigio internazionale. Il pubblico vedeva la perfezione. La Securitate vedeva un soggetto da proteggere e, proprio in nome di quella protezione, da controllare.»
Cima Bue rimase in silenzio.
Non era il silenzio di chi non sa cosa dire. Era quello di un insegnante che sta tornando con la memoria in una palestra.
«Nello sport il corpo viene sempre disciplinato» disse. «Senza ripetizione, fatica e regole non costruisci una prestazione di quel livello.»
«Lo so.»
«E sarebbe troppo facile giudicare ogni durezza con lo sguardo di chi non ha mai preparato una gara.»
«Anche questo è vero.»
Si voltò verso di me.
«Ma la disciplina non consegna all’allenatore la proprietà dell’atleta.»
«È la distinzione che il libro ci costringe a fare.»
Cima Bue riaprì il quaderno e sotto 1.00 tracciò una linea breve.
«Il rigore può aiutare una persona a costruire capacità. La paura costruisce obbedienza. Possono produrre, per un certo tempo, risultati simili. Ma non sono la stessa cosa.»
«E soprattutto non lasciano la stessa persona quando l’esercizio è finito.»
Una lanterna si accese più avanti lungo il sentiero. Non avevo visto nessuno avvicinarsi. Nel Giardino accadeva così: certe luci sembravano aspettare una frase abbastanza precisa.
«C’è un rischio» disse Cima Bue.
«Quale?»
«Raccontare Nadia soltanto come una vittima. Togliere al regime e agli allenatori il possesso della sua storia per consegnarlo a un’altra narrazione già pronta.»
Sorrisi appena.
«È uno dei motivi per cui questo libro merita attenzione. Nadia non appare come una figura passiva. È una ginnasta che inventa, resiste, si allontana, ritorna, protesta, sceglie. Non sempre può decidere le condizioni, ma continua a cercare uno spazio di decisione dentro quelle condizioni.»
«Quindi la perfezione non è una cosa che le è stata semplicemente estratta.»
«No. Il talento era suo. Il lavoro era suo. Anche la capacità di attraversare la pressione era sua. Riconoscere il sistema che l’ha sfruttata non significa negare la sua volontà. Significa restituirle ciò che le apparteneva.»
Cima Bue annuì.
«Questo è importante. Quando raccontiamo un abuso di potere, a volte descriviamo così bene il potere da far scomparire di nuovo la persona.»
Aprii il libro, senza cercare una pagina precisa.
«Olaru fa una cosa interessante. Mostra che persino la storia della “scoperta” di Nadia è stata semplificata. Prima dell’allenatore destinato a diventare famoso c’erano insegnanti, tecnici, strutture sportive, una famiglia, un’intera rete. Ma il mito preferisce un genio che trova una bambina e la trasforma in campionessa.»
«Perché è più facile da ricordare.»
«E più facile da possedere. Se dici “l’ho creata”, puoi cominciare a credere che ciò che ha ottenuto ti appartenga.»
Cima Bue raccolse la matita.
«Nessun allenatore crea un atleta. Può riconoscere qualcosa, svilupparlo, accompagnarlo. Può perfino cambiare la vita di quella persona. Ma non la crea.»
«Le parole contano.»
«Soprattutto quando giustificano il potere.»
Voltai alcune pagine.
«Nel libro c’è una parola che torna spesso nei documenti della Securitate: protezione. Nadia era un simbolo nazionale. Doveva essere protetta da influenze straniere, contatti inopportuni, possibili provocazioni, tentativi di fuga.»
«E per proteggerla la seguivano.»
«Controllavano le persone che frequentava, i viaggi, le conversazioni, l’ambiente sportivo e familiare. Raccoglievano rapporti. Costruivano reti di informatori.»
«Protezione senza consenso.»
«Protezione che impedisce di scegliere non è protezione. È controllo con un nome più presentabile.»
Cima Bue guardò il libro.
«Nadia aveva un nome in codice?»
«Corina.»
Il Giardino sembrò farsi più scuro. Non perché la luce fosse diminuita, ma perché improvvisamente il bambù dietro la panchina proiettava sul sentiero ombre lunghe e verticali.
«Corina» ripeté Cima Bue. «Quando dai un nome in codice a qualcuno, smetti di parlare di una persona e cominci a parlare di un fascicolo.»
«Eppure dentro quel fascicolo continuava a esserci Nadia.»
«I documenti raccontano la verità?»
Chiusi il libro su un dito.
«Raccontano una parte della realtà. A volte registrano fatti. A volte sospetti. A volte voci interessate. A volte cercano di dimostrare che chi scrive ha lavorato bene. Olaru lo dice chiaramente: gli archivi della polizia politica non sono una voce onnisciente.»
«Quindi bisogna confrontarli.»
«Con altre carte, con la stampa dell’epoca, con le biografie, con i testimoni e anche con ciò che Nadia ha raccontato in momenti diversi. Il problema è che neppure i ricordi coincidono sempre.»
«È normale.»
«Sì. Nel libro, perfino alcune persone che attraversano insieme la stessa notte ricordano diversamente la luce e il buio.»
Cima Bue sorrise senza allegria.
«La memoria non è un verbale.»
«E un verbale non è la memoria.»
«Allora la verità storica non nasce dalla fonte più autoritaria.»
«Nasce dal confronto, dai limiti dichiarati e dalla disponibilità a non riempire ogni vuoto.»
Mi passò il quaderno.
Sotto il numero e la linea aveva scritto tre parole: Vedere non basta.
«Che cosa significa?» chiesi.
«La Securitate vedeva molto. Gli adulti intorno alla squadra vedevano abbastanza. I responsabili politici ricevevano segnalazioni. Eppure vedere non significava proteggere.»
Lasciai il quaderno sulle ginocchia.
«È forse il punto più duro del libro. Non l’idea di un sistema completamente cieco, ma quella di un sistema che conosce e sceglie quale costo considerare accettabile.»
«Perché arrivano le medaglie.»
«Perché il successo trasforma il dolore in una voce di spesa.»
Una foglia si staccò dall’acero e cadde nello stagno.
Il riflesso della lanterna si spezzò in cerchi concentrici.
«Ai ragazzi raccontiamo spesso le imprese compiute nonostante il dolore» disse Cima Bue. «La partita giocata con un infortunio, l’ultima gara prima di crollare, la medaglia conquistata quando il corpo chiedeva di fermarsi.»
«Sono storie potenti.»
«Sì. E alcune parlano davvero di coraggio. Ma possono insegnare anche una cosa pericolosa: che ascoltare il corpo sia una forma di debolezza.»
«Nel libro c’è un episodio molto noto in cui Nadia gareggia in condizioni fisiche difficilissime e diventa decisiva per la squadra.»
«Lo conosco.»
«Olaru, però, non ci permette di fermarci all’eroismo. Ci costringe a domandarci come si sia arrivati a quel punto, chi avesse la responsabilità della sua salute e perché il valore di una prestazione potesse venire prima della cura.»
Cima Bue si tolse il berretto e lo appoggiò accanto al libro.
«Il coraggio dell’atleta e il fallimento degli adulti possono essere veri nello stesso momento.»
«Esatto.»
«Questa è una frase che dovrei aggiungere quando racconto certe imprese.»
«Non per sminuirle.»
«Per non trasformarle in un manuale di disprezzo del proprio corpo.»
Restammo a guardare i cerchi sull’acqua allargarsi e perdere forza.
«Sai cosa mi ha colpita?» dissi.
«Dimmi.»
«Che tutti avevano bisogno di una Nadia utilizzabile.»
«Spiegati.»
«Il regime aveva bisogno dell’eroina socialista. Gli organismi sportivi della campionessa sempre disponibile. Il pubblico della ragazza perfetta. Dopo la sua partenza dalla Romania, anche i media occidentali si aspettavano una dissidente pronta a pronunciare immediatamente le parole giuste contro il comunismo.»
«Un altro esercizio obbligatorio.»
«Sì. Cambiava il pubblico, non la richiesta. Doveva ancora interpretare la Nadia che serviva agli altri.»
Cima Bue rimise il berretto.
«E se una persona appena uscita da una situazione del genere è incerta, impaurita o contraddittoria, il pubblico si sente tradito.»
«Perché confondiamo la libertà con una performance convincente della libertà.»
«Ma la libertà vera può essere confusa.»
«Può avere paura. Può preoccuparsi per chi è rimasto indietro. Può sbagliare tono. Può non sapere ancora chi essere senza le istruzioni ricevute per anni.»
Cima Bue riprese il libro e lo osservò senza aprirlo.
«Quanto della fuga raccontiamo?»
«Poco.»
«Per non fare spoiler?»
«Anche. Ma soprattutto perché il libro costruisce la fuga come punto di arrivo di tutto ciò che viene prima. Se ne raccontassimo meccanismi, persone e conseguenze, trasformeremmo una scelta umana in una sequenza d’azione.»
«Allora diciamo soltanto che nel novembre del 1989 Nadia attraversa clandestinamente il confine.»
«E che per capire davvero quel gesto bisogna leggere ciò che le era stato progressivamente sottratto: viaggi, lavoro, autonomia, possibilità di scegliere le relazioni e il futuro.»
«Non fugge dal suo Paese perché non lo ama.»
«Il libro mostra quanto il rapporto con la Romania resti profondo. Fugge da una vita nella quale il Paese era stato sostituito dal regime, e l’amore richiesto era diventato obbedienza.»
«Questo cambia tutto.»
«Sì. Amare un luogo non significa consegnarsi a chi pretende di rappresentarlo.»
La notte era ormai completa. Le lanterne disegnavano sul sentiero una direzione discontinua: un tratto di luce, poi ombra, poi di nuovo luce.
«Quando hai cominciato a leggere» chiese Cima Bue, «che cosa pensavi di trovare?»
«Una biografia costruita attraverso gli archivi della Securitate.»
«E cosa hai trovato?»
«Una domanda sull’educazione.»
Mi guardò.
«Sull’educazione?»
«Sì. Perché ogni adulto che accompagna un talento deve decidere se sta aiutando una persona a diventare capace o se sta rendendo quella capacità utile ai propri bisogni. La differenza non si vede sempre nel risultato. A volte si vede soltanto in ciò che resta della persona.»
Cima Bue abbassò lo sguardo sul suo quaderno.
«Ai miei allievi ho raccontato molte volte come Nadia fosse arrivata alla perfezione.»
Aspettai.
«Non ho mai domandato loro quale prezzo non dovrebbe essere richiesto a una ragazza per raggiungerla.»
«Adesso lo faresti?»
«Sì. Ma non sostituirei la vecchia storia con una storia opposta.»
«Cosa racconteresti?»
«Racconterei il 10. La tecnica, il talento, il lavoro, la capacità di innovare. Poi mostrerei quel tabellone con 1.00 e direi che le macchine vedono soltanto ciò per cui sono state costruite.»
Indicò il libro.
«E anche noi.»
«Finché qualcosa non ci costringe a costruire uno sguardo più grande.»
Si alzò dalla panchina. Io lo seguii.
Lasciammo il libro chiuso sul legno e ci fermammo accanto allo stagno. Il riflesso non era ancora tornato perfetto. La foglia galleggiava vicino al centro e continuava a muovere l’acqua quasi senza farsi notare.
«Forse è meglio così» disse Cima Bue.
«Cosa?»
«Che il riflesso non torni subito perfetto.»
«Perché?»
«Perché la perfezione è stata il modo in cui il mondo ha imparato a riconoscerla. Ma non può essere l’unico modo in cui le permettiamo di esistere.»
Guardai il sentiero aprirsi fra il bambù.
«Allora quale frase lasciamo al lettore?»
Cima Bue rimase in silenzio abbastanza a lungo da far spegnere l’ultima vibrazione nell’acqua.
«Il 10 racconta ciò che Nadia riuscì a fare.»
«E il libro?»
«Il libro ci chiede di incontrare la persona alla quale accadde tutto il resto.»
Ripresi il volume dalla panchina.
Non lo aprii. Non serviva aggiungere altri dettagli. Alcune storie vanno accompagnate fino alla porta e poi lasciate alla libertà di chi decide di entrare.
Io e Cima Bue restammo ancora qualche istante accanto allo stagno.
Il dieci era rimasto nella storia.
Nadia, finalmente, era uscita dal punteggio.
Perché ogni storia ci cura, se sappiamo ascoltarla.
Titolo:Nadia Comăneci e la polizia segreta Autore:Stejărel Olaru Editore:Piemme Traduzione italiana:Anna Maria Foli Anno dell’edizione italiana:2024 Titolo originale:Nadia Comăneci and the Secret Police Anno dell’edizione originale:2024 Genere:saggio storico, biografia sportiva, storia politica Fonti principali:archivi della Securitate, documenti diplomatici e di intelligence, intercettazioni, stampa, biografie e testimonianze Temi:ginnastica, educazione sportiva, disciplina, abuso di potere, propaganda, sorveglianza, libertà, memoria, identità, autodeterminazione
Nota sull’autore
Stejărel Olaru è uno storico, scrittore e ricercatore rumeno specializzato nella storia contemporanea della Romania, nei servizi segreti e nei meccanismi di controllo esercitati durante il regime comunista. Alla ricerca accademica ha affiancato l’attività di divulgatore e conduttore radiofonico e televisivo, portando fuori dagli archivi vicende a lungo affidate al silenzio, alla propaganda o a memorie difficili da verificare. La sua esperienza comprende anche incarichi nelle istituzioni del Paese: è stato direttore generale dell’Istituto per le indagini sui crimini comunisti in Romania dal 2005 al 2010, consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro rumeno dal 2006 al 2008 e segretario di Stato presso il Ministero degli Affari esteri tra il 2013 e il 2014. Questo percorso aiuta a comprendere la prospettiva del libro: Olaru conosce il linguaggio degli apparati, le procedure della sorveglianza e il modo in cui una burocrazia può trasformare una persona in un fascicolo. Per ricostruire la vicenda di Nadia Comăneci ha lavorato su circa venticinquemila pagine provenienti dagli archivi della Securitate, affiancandole a documenti diplomatici e di intelligence, intercettazioni, stampa, biografie e testimonianze dirette. Il punto di forza del suo metodo non consiste nel considerare ogni rapporto della polizia segreta come una verità definitiva, ma nel metterne alla prova contenuti, omissioni e contraddizioni attraverso il confronto con altre fonti. Ne nasce un ritratto che non riduce Nadia né a simbolo perfetto né a vittima senza volontà: restituisce invece la complessità di un’atleta eccezionale e della persona che il potere cercò continuamente di utilizzare, sorvegliare e raccontare al posto suo.
Prima di incontrare Nadia Comăneci e la polizia segreta: 8 domande sul libro di Stejărel Olaru
Di cosa parla il libro?
Ricostruisce la vita sportiva e privata di Nadia Comăneci durante il regime comunista romeno, concentrandosi sul rapporto fra la ginnasta, il sistema degli allenamenti, la propaganda di Stato e la sorveglianza esercitata dalla Securitate. Non è soltanto una biografia: è uno studio su come una persona possa diventare un simbolo pubblico e perdere progressivamente il controllo della propria vita.
È necessario conoscere la ginnastica per leggerlo?
No. Le competizioni e gli esercizi sono importanti, ma il nucleo del libro riguarda il potere, l’educazione, il corpo, la libertà e la costruzione dei miti. Chi conosce la ginnastica troverà una prospettiva nuova su eventi celebri; chi non la conosce potrà seguire comunque la vicenda umana e politica.
Il libro mette in discussione il talento di Nadia?
Al contrario. Restituire il contesto non significa diminuire il talento, il lavoro o la forza di Nadia. Significa distinguere ciò che apparteneva all’atleta da ciò che allenatori, istituzioni e regime cercarono di appropriarsi.
Perché il tabellone mostrò 1.00 invece di 10.00 ?
Il sistema di visualizzazione utilizzato a Montreal non era stato predisposto per mostrare un dieci. Il limite tecnico diventò involontariamente il simbolo di un risultato che, fino a quel momento, non era stato considerato possibile in sede olimpica.
Chi era “Corina”?
“Corina” era il nome in codice assegnato a Nadia nei documenti della Securitate. Il passaggio dalla persona al nome operativo mostra la logica della sorveglianza: relazioni, spostamenti e comportamenti vengono trasformati in materiale da osservare e classificare.
Possiamo considerare veri tutti i rapporti della Securitate?
No. Olaru invita a leggerli criticamente. Possono contenere fatti, ma anche sospetti, deformazioni, omissioni o versioni interessate. Il valore della ricerca sta nel confronto con testimonianze, documenti provenienti da altri archivi, stampa e ricostruzioni successive.
È un libro contro lo sport agonistico e la disciplina?
No. Il libro permette piuttosto di distinguere la disciplina dalla dominazione. Preparare un’atleta richiede rigore; questo non giustifica privazioni, umiliazioni, trascuratezza della salute o controllo totale della persona. L’eccellenza non rende eticamente accettabile qualsiasi metodo utilizzato per raggiungerla.
Perché leggerlo senza conoscere in anticipo tutti i dettagli della fuga?
Perché la parte finale acquista significato soltanto dopo aver compreso ciò che Nadia aveva vissuto e ciò che le era stato sottratto. Conoscere già la destinazione non equivale a comprendere il viaggio. Il libro costruisce gradualmente il rapporto fra successo, controllo e desiderio di una vita libera.
Nota di trasparenza
Questo incontro nasce da una lettura indipendente di Nadia Comăneci e la polizia segreta di Stejărel Olaru, tradotto da Anna Maria Foli e pubblicato da Piemme. Il libro non ci è stato inviato né fornito dall’editore o dall’autore. Non si tratta di una collaborazione commerciale: non abbiamo ricevuto compensi, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto all’approvazione preventiva dell’autore o dell’editore. Il libro è disponibile sul sito di Piemme, in libreria e nei principali store online. Utilizzando il collegamento affiliato Amazon presente nella pagina, il prezzo per chi acquista non cambia e una piccola percentuale contribuisce a sostenere Mentalità Amplificata.
Nadia Comăneci e la polizia segreta invita a guardare oltre il 10 perfetto, senza diminuire il talento, il lavoro e il coraggio dell’atleta. Dietro il simbolo restituisce la bambina, l’adolescente e la donna, insieme alle pressioni di un sistema sportivo e politico che cercò a lungo di decidere quale parte della sua storia potesse essere mostrata. È un libro da leggere con attenzione e senza fretta, lasciando spazio alle contraddizioni delle fonti e senza cercare sentenze troppo semplici. Se questo incontro ti ha aiutato ad avvicinarti al libro e desideri sostenere il nostro lavoro indipendente di lettura, ricerca e condivisione, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo e nessuna aspettativa: soltanto un piccolo gesto per aiutarci a continuare a leggere con attenzione e a costruire incontri narrativi liberi da condizionamenti.
Non siamo gli unici – L’arte segreta della natura di Giorgio Volpi – (Aboca Edizioni)
Avevo iniziato questo libro con una convinzione abbastanza tranquilla, pensavo di entrare in un saggio sulla natura, di attraversare pagine piene di animali sorprendenti, piante ingegnose, processi nascosti, strategie evolutive e meraviglie del vivente.
Mi sbagliavo già alla prima curva.
Perché Non siamo gli unici, di Giorgio Volpi(Aboca Edizioni), non si limita a raccontare quanto siano sorprendenti gli animali, le piante, gli organismi, i cicli della materia e le forme del vivente. Quella sarebbe stata la versione più comoda, bella, certo, interessante, perfino rassicurante: noi seduti da una parte, la natura dall’altra, e in mezzo una serie di esempi capaci di farci dire, con un misto di stupore e sollievo, che il mondo è davvero incredibile. Dopo qualche pagina, però, ho avuto la sensazione che Volpi stesse facendo qualcosa di meno innocente, come se, mentre mostrava il teatro del vivente, il movimento, il suono, il tempo, la materia, la percezione e i riti nascosti nella natura, stesse in realtà spostando il lettore da un punto all’altro della stanza, senza annunciarglielo troppo. Sembrava dire: aspetta un attimo, prima di meravigliarti degli altri viventi, prova a chiederti da dove guardi, perché forse il problema non è soltanto ciò che non sai della natura, ma il posto che ti sei assegnato mentre la osservi.
Noi esseri umani abbiamo un talento notevole nel metterci al centro, lo facciamo anche quando non ce ne accorgiamo, guardiamo un comportamento animale e ci chiediamo subito se somigli a qualcosa di nostro, vediamo una forma, un canto, un movimento, una costruzione, un rito, e il primo impulso è tradurlo nel nostro vocabolario: teatro, danza, musica, tecnica, arte, intelligenza. È comprensibile, usiamo le parole che abbiamo, e forse non potremmo fare diversamente. Il guaio comincia quando quelle parole diventano una gabbia, quando invece di aiutarci a vedere ci fanno credere che il mondo valga davvero solo nella misura in cui riesce ad assomigliarci. Volpi prende questa abitudine e la sposta un poco. Non la distrugge, non ci tratta da stupidi, non scrive contro l’uomo, e questo è importante, perché sarebbe troppo facile rovesciare il piedistallo e sentirsi profondi solo perché si è cambiata direzione alla superbia. Fa una cosa più utile: ci mette vicino a una quantità di vita che non aveva nessun bisogno di aspettare il nostro arrivo per muoversi, costruire, scegliere, imitare, percepire, trasformare, orientarsi.
A un certo punto, mentre leggevo, ho smesso di pensare: “quanto è straordinaria la natura”, e ho pensato invece: “quanto siamo stati presuntuosi a chiamarla sfondo”.
Per questo il libro non poteva restare nella Biblioteca delle Radici Luminose. All’inizio avevo provato a portarlo lì, con il mio quaderno, una matita e quella fiducia un po’ scolastica che ogni tanto mi prende quando un saggio è ricco e penso di poterlo mettere in ordine, ma la Biblioteca, quella volta, non fu d’accordo. E quando una Biblioteca fatta di radici luminose non è d’accordo, di solito conviene ascoltare.
Alcuni libri li capisci meglio quando smetti di tenerli al sicuro su un tavolo.
Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.
Avevo sistemato Non siamo gli unici al centro del grande tavolo della Biblioteca delle Radici Luminose, accanto al quaderno degli appunti, a una matita consumata, a due fogli già piegati male e a una tazza di caffè che avevo dimenticato troppo presto, cosa che negli ultimi tempi comincia a sembrare un metodo di lavoro più che una distrazione.
Prince, il gatto grigio, era sdraiato poco distante, non sopra il libro, almeno non ancora, e lo guardava con quell’aria dei gatti che non sai mai se stanno valutando l’oggetto o la tua incapacità di capirlo.
«Oggi parliamo di natura» gli dissi.
Prince chiuse gli occhi, e il suo contributo critico era già cominciato.
Aprii il libro, lessi alcune righe, poi tornai indietro, non perché non avessi capito, ma perché avevo avuto quella sensazione strana che capita con certi testi: le frasi sembrano chiare, però sotto c’è qualcosa che ti sta spostando.
Presi la matita e, proprio in quel momento, sotto il tavolo, una radice si mosse. Poco, quasi niente, ma abbastanza da farmi fermare con la punta della matita sospesa sulla pagina.
Guardai verso il pavimento.
«Adesso no» dissi piano, «sto cercando di lavorare.»
La radice si mosse di nuovo.
Prince aprì un occhio, e io pensai che adesso giudicava anche lei.
Tra due scaffali, là dove di solito si trovano i testi più antichi sui cicli della terra e sui linguaggi delle piante, si aprì una fessura scura; non comparve una porta, non ci fu nessun bagliore, nessuna musica, nessun effetto da grande rivelazione, arrivò soltanto odore di terra. Terra vera, umida, con dentro foglie vecchie, funghi, corteccia, acqua ferma e quella punta di marcio che non ha niente di sporco, se impari a sentirla bene. È più un promemoria: le cose finiscono, cambiano forma, tornano dentro il giro.
S.I.S.A. apparve come un riflesso sottile sul bordo del tavolo.
«La Biblioteca sta indicando un’incongruenza.»
«Quale?»
«Stai cercando di leggere un libro sulla natura mantenendo la natura fuori dalla stanza.»
Rimasi in silenzio.
«Potevi dirlo con meno precisione e più garbo.»
«Sarebbe stato meno utile.»
«A volte l’utilità è sopravvalutata.»
«Questa è una frase che dici quando sai che ho ragione.»
Prince scese dal tavolo, andò verso la fessura, annusò l’aria e sparì dentro senza voltarsi, naturalmente senza aspettare nessuno.
Presi il libro, chiusi il quaderno e lo seguii.
La Foresta di Antràisnon fece nulla per farmi sentire atteso. Nessun sentiero pulito, nessuna luce messa al posto giusto, nessun ramo che si apriva con gentilezza, perché Antràis non ha quel tipo di educazione, o forse ne ha una più antica, che non prevede di semplificarsi per chi arriva. Dopo tre passi avevo già fango sul bordo della scarpa, dopo cinque una radice mi colpì lo stinco, non forte, ma con precisione, quel tanto che basta per ricordarti che il corpo, spesso, capisce prima dell’orgoglio.
Mi fermai, trattenendo una parola che avrebbe complicato la linea editoriale del progetto.
S.I.S.A. comparve tra due riflessi verdi.
«Primo adattamento richiesto: abbassare la velocità.»
«Potevi anche dire: guarda dove metti i piedi.»
«Era incluso.»
Mi chinai.
Il terreno non era una superficie, era un miscuglio di resti, radici, piccoli vuoti, umidità, foglie in trasformazione. Da sopra sembrava disordine, da vicino cominciava ad assomigliare a un lavoro enorme, solo che nessuno aveva messo un cartello con scritto “lavori in corso”.
Pensai al titolo.
Non siamo gli unici.
Nella Biblioteca mi era parso un bel titolo, nella Foresta, con lo stinco che bruciava appena e la scarpa mezza sporca, suonava meno gentile, sembrava dire: guarda che non sei arrivato nel mondo da proprietario, sei arrivato tardi, e pure distratto.
Chiamai il team nel pomeriggio, non al Rifugio, perché lì avremmo finito per fare quello che facciamo spesso, tavolo, fuoco, tazze, libro al centro, discussione. Funziona, certo, ma stavolta mi sembrava troppo comodo.
Sophiearrivò con un taccuino piccolo e una giacca leggera, guardò subito il terreno, poi le mie scarpe.
«Hai già fatto conoscenza con Antràis.»
«Abbiamo avuto un primo scambio.»
«Chi ha vinto?»
«La radice.»
Non sembrò sorpresa.
Il Maestro Samurai Oda Tao arrivò da un sentiero laterale, asciutto, composto, quasi irritante nella sua capacità di non sporcarsi dove chiunque altro avrebbe perso almeno un pezzo di dignità. S.I.S.A. era già lì, anche se nella Foresta preferiva restare incompleta, fatta di lampi brevi tra una foglia e l’altra.
Giordano, lo gnomo aureo, arrivò per ultimo. Prima sentimmo un fruscio, poi un colpo leggero, poi la sua voce.
«Nulla di grave. Ho solo discusso con un cespuglio e credo che il cespuglio abbia argomenti solidi.»
Comparve tra due rami bassi con la corona d’alloro storta, una manica impigliata e l’aria di chi avrebbe voluto mantenere una certa solennità, ma aveva appena perso una trattativa con la vegetazione.
«Prof Cima Bue» disse, liberandosi con cautela, «lo dico con rispetto: questa Foresta ha un carattere complicato.»
«Non ti ha fatto niente.»
«Questo lo dice Lei. Io ho percepito ostilità nel sottobosco.»
S.I.S.A. intervenne.
«Hai ignorato tre segnali ambientali consecutivi.»
Giordano la guardò.
«Tradotto per chi ha appena perso contro un ramo?»
«Non guardavi dove camminavi.»
«Ecco. Così è più crudele, però almeno ci capiamo.»
Sophie gli sistemò la corona.
«Sei intero?»
«Sì, ma la mia autorevolezza ha subito una riduzione temporanea.»
Prince passò accanto a lui pulitissimo. Giordano lo fissò con fastidio.
«Lui ha una relazione privilegiata con la fisica.»
Prince non si voltò. La fisica, evidentemente, era d’accordo.
Posai il libro su un tronco caduto.
«Volpi ci porta in molti territori» dissi, «movimento, suono, percezione, materia, tempo, ritualità, ma io non vorrei attraversare il libro come se dovessimo fare l’elenco delle cose che la natura sa fare. Sarebbe il modo più povero di leggerlo.»
Sophie annuì.
«Anche perché diventerebbe una collezione di esempi.»
«Esatto. E il libro è più intelligente di così.»
Giordano si sedette su una pietra, prima tastandola con una mano.
«Controllo di stabilità» spiegò. «Dopo l’esperienza col cespuglio, mi fido meno delle forme naturali.»
Il Maestro Oda Tao guardò gli alberi sopra di noi.
«L’uomo raccoglie esempi quando non vuole ancora cambiare sguardo.»
Giordano sospirò.
«Maestro, Lei potrebbe avvisare prima di depositare una frase pesante sul sentiero.»
Il Maestro Oda Tao non rispose, ed era il suo modo di non alleggerirla.
S.I.S.A. riprese il filo.
«Il punto critico è evitare due errori: antropomorfizzare il vivente, oppure ridurlo a meccanismo inferiore perché non coincide con l’esperienza umana.»
Giordano alzò un dito.
«Questa frase era utile, ma aveva un sapore da sala conferenze.»
S.I.S.A. fece una pausa minima.
«Non tutto ciò che non ci somiglia è meno complesso.»
«Molto meglio» disse Giordano. «Questa la capisco anche con una foglia nell’orecchio.»
Si toccò l’orecchio.
La foglia c’era davvero.
Sophie gliela tolse senza commentare.
Cominciammo a camminare, e la Foresta di Antràis cambiava passo ogni pochi metri: a volte sembrava lasciarti entrare, poi subito dopo ti metteva davanti una radice, una zona molle, un ramo basso. Non era cattiva, era indifferente nel modo più istruttivo possibile.
A un certo punto vidi una foglia muoversi.
Mi fermai.
Non era una foglia, o forse era stata una foglia solo nella fretta del mio sguardo.
Giordano si chinò, troppo vicino.
«Io non so se guardarla con meraviglia o con preoccupazione.»
«Entrambe vanno bene» disse Sophie.
Quella piccola apparizione, qualunque cosa fosse, ci portò dentro uno dei primi nervi del libro: la forma, il modo in cui il vivente appare, si nasconde, si confonde, manda segnali, imita, esagera, sparisce.
Noi usiamo parole come recitazione, trucco, scena, costume. Sono parole nostre, certo, servono a orientarci, ma bisogna maneggiarle con cautela.
«Qui non c’è teatro nel senso umano» disse S.I.S.A.
«Per fortuna» mormorò Giordano, «mi sembrava già difficile trovare il guardaroba.»
«C’è relazione tra forma e sopravvivenza» continuò S.I.S.A., ignorandolo con eleganza digitale. «L’apparenza non è decorazione.»
Mi colpì quella frase, anche se non volevo darglielo subito a vedere.
L’apparenza non è decorazione.
Noi umani siamo bravi a separare, bello da una parte, utile dall’altra, arte di qua, corpo di là, scienza, spettacolo, seduzione, inganno, funzione. La natura non sempre rispetta questi scaffali. A volte un colore è un avviso, a volte una forma è una difesa, a volte sembrare altro non è falsità, è un modo per restare vivi.
Giordano rimase a fissare il punto in cui la foglia non era più foglia.
«Prof Cima Bue?»
«Dimmi.»
«Quando diciamo che qualcosa “finge”, forse stiamo già facendo i furbi noi.»
«In che senso?»
«Nel senso che fingere sembra una cosa da attori. Qui magari non finge nessuno, qui qualcuno sta solo cercando di non finire mangiato.»
Sophie sorrise piano.
«Questa è una buona distinzione.»
Giordano si raddrizzò con cautela.
«La prego di annotarlo. Le buone distinzioni non mi capitano in serie.»
Più avanti la Foresta si aprì in una radura, non bella nel modo in cui una fotografia vorrebbe farla diventare bella, ma bassa, irregolare, piena di erbe che si muovevano con il vento e forse non solo con il vento. C’erano piccoli spostamenti, traiettorie, richiami quasi invisibili; nessuno stava danzando per noi, eppure il movimento aveva un senso.
Giordano rimase fermo, questa volta non per paura di cadere.
«Forse» disse piano, «abbiamo chiamato danza solo quella che riuscivamo a riconoscere.»
Nessuno rispose subito.
Aveva la guancia sporca, la corona storta e una serietà addosso che gli cambiava il volto.
Sophie guardò la radura.
«Il corpo parla molto prima delle spiegazioni. Anche il nostro, a dire il vero, solo che noi spesso ce ne accorgiamo tardi.»
Nel libro di Volpi il movimento non è mai soltanto movimento, è segnale, relazione, richiamo, scelta, orientamento. Noi pensiamo alla danza come espressione, arte, identità, festa, tradizione, ed è tutto vero, ma forse, più in fondo, danzare è anche dire qualcosa con il corpo quando la parola non è ancora arrivata, o non serve, o non esiste.
Giordano provò a imitare un piccolo movimento visto tra le erbe.
Scelta coraggiosa, e durata breve.
Il piede gli scivolò su una zona umida e lui recuperò l’equilibrio aggrappandosi alla mia manica.
«Esperimento terminato» disse. «La natura conserva un vantaggio competitivo.»
«Stai bene?» chiese Sophie.
«Sì, ho perso solo un po’ di superbia, ma credo fosse materiale non essenziale.»
S.I.S.A. si illuminò appena.
«Riduzione utile.»
«Non incoraggi la Foresta» disse Giordano. «È già abbastanza sicura di sé.»
Il suono arrivò dopo, o forse c’era sempre stato e io avevo cominciato ad ascoltarlo solo in quel momento.
Prima sentii un colpo secco, poi un richiamo distante, poi una vibrazione bassa, difficile da collocare, poi le foglie, poi una pausa, poi di nuovo qualcosa, ma non nello stesso punto.
Mi accorsi che stavo cercando una melodia.
Una parte del mio orecchio voleva mettere ordine, cercava ritmo, struttura, ripetizione, voleva trasformare la Foresta in qualcosa che potessi riconoscere.
S.I.S.A. parlò senza voltarsi.
«Stai cercando musica umana.»
«Sto cercando di capire.»
«Non sempre sono la stessa cosa.»
Giordano si strinse nel mantello.
«Questa è una frase che punge anche a distanza.»
Il Maestro Oda Tao guardò verso l’alto.
«Il vento non diventa musica quando l’uomo lo ascolta. A volte è l’uomo che smette di essere sordo.»
Giordano lo fissò.
«Maestro, Lei ha un modo molto economico di usare le parole. Io per dire la stessa cosa avrei avuto bisogno di una premessa, due esempi e probabilmente una focaccia.»
Il Maestro non si scompose.
«La focaccia può restare.»
«Allora c’è speranza.»
Volpi, parlando di suoni, richiami, ritmi e ascolti non umani, mette il lettore in una posizione scomoda, perché noi siamo sinceramente fieri della nostra musica, e ne abbiamo motivo. Ma la fierezza diventa cecità quando ci impedisce di sentire che il mondo non è stato muto fino alla nostra prima canzone.
La Foresta non stava eseguendo un brano.
Stava vivendo.
E forse era proprio questo a mettermi in difficoltà, perché se un suono non è fatto per me, se non cerca la mia emozione, se non entra nel mio gusto, io rischio di liquidarlo come rumore.
È una parola pericolosa, rumore.
Spesso significa soltanto: non ho voglia di capire da dove vieni.
Sophie lo disse meglio, e senza cercare di dirlo meglio.
«A volte chiamiamo rumore quello che non sappiamo ascoltare.»
Giordano abbassò la voce.
«Questa mi resta addosso.»
Anche a me.
La parte più lenta della Foresta arrivò senza avvisare.
Il terreno scendeva appena, i tronchi caduti erano coperti di muschio, alcuni sembravano morti da anni, ma avvicinandosi si vedeva che erano pieni di passaggi, piccoli fori, umidità, vita minuta. Non erano più alberi nel modo in cui li avremmo riconosciuti da vivi, però non erano nemmeno spariti.
Avevano cambiato mestiere.
Guardai l’orologio.
Errore.
Me ne accorsi subito, e Prince, purtroppo, anche.
Il gatto grigio era seduto su una radice e mi fissava. Non disse nulla, ovviamente, fece di peggio: rimase immobile.
«Abitudine» dissi, più a me stesso che agli altri.
Sophie sorrise.
«Ti sei giustificato troppo in fretta.»
Aveva ragione.
In quel punto di Antràis il tempo non sembrava avere alcun interesse per i nostri strumenti. Non era un tempo romantico, da frase sulle stagioni e sulla lentezza, era un tempo materiale, stava dentro il legno che marciva, dentro il seme che aspettava, dentro la foglia che perdeva forma, dentro l’acqua che restava nel terreno.
Noi misuriamo il tempo con una precisione quasi commovente, poi spesso lo viviamo malissimo. La Foresta, invece, non aveva fretta di convincerci.
Il Maestro Oda Tao si chinò verso una radice.
«Chi vuole il frutto subito non ha mai fatto amicizia con una radice.»
Giordano lo guardò.
«Io con le radici ho un rapporto più che altro traumatico.»
«Anche il trauma insegna dove mettere il piede.»
«Sì, ma poteva mandare una mail.»
S.I.S.A. intervenne.
«I processi lenti vengono spesso sottovalutati perché non producono segnali immediatamente gratificanti.»
Giordano alzò la mano.
«Versione per chi vive vicino al terreno?»
«Ci accorgiamo tardi di molte cose importanti.»
«Purtroppo questa la capisco benissimo.»
Ecco, questo era il libro che cominciava a lavorare: non negli esempi, non nelle informazioni, ma nella postura. Ci stava chiedendo di smettere di guardare solo ciò che si muove alla nostra velocità.
Più avanti il terreno cambiò, c’era meno fango e più pietra, l’odore delle foglie umide si faceva più debole e le radici entravano tra le rocce scure, insinuandosi nelle fessure senza fretta, come se avessero tutto il tempo necessario per convincere anche la materia più dura a lasciarle passare. Sophie raccolse una piccola pietra piatta, la rigirò tra le dita e ne osservò le venature.
«Qui il libro diventa interessante in un altro modo» disse, «perché ci ricorda che anche la materia ha una storia, mentre noi esseri umani finiamo spesso per guardarla come qualcosa che aspetta soltanto di essere usato.»
«Materia prima» dissi.
Sophie sollevò appena lo sguardo.
«Già. Prima per chi?»
La domanda rimase lì, semplice, quasi innocua, e proprio per questo più difficile da scansare.
S.I.S.A. proiettò una luce sottile sulla superficie della pietra.
«L’espressione “materia prima” è tipicamente umana. Definisce come iniziale qualcosa che esisteva molto prima della vostra specie, soltanto perché non è ancora entrato in un processo produttivo.»
Giordano socchiuse gli occhi.
«S.I.S.A., mi stavi perdendo.»
«Per molti esseri umani una cosa acquista valore quando può essere estratta, trasformata, venduta o consumata. Prima di quel momento tende a essere considerata paesaggio, ostacolo oppure riserva disponibile.»
Giordano abbassò lo sguardo sulla pietra.
«Ecco, adesso mi hai ritrovato, ma avrei preferito restare disperso.»
Volpi attraversa anche il rapporto tra natura, materia e trasformazione, e lì l’orgoglio umano traballa di nuovo, perché noi siamo davvero bravi a costruire, misurare, imitare e manipolare, abbiamo creato oggetti meravigliosi, strumenti capaci di salvarci e macchine che hanno ampliato possibilità un tempo impensabili, ma insieme a tutto questo abbiamo prodotto danni che spesso abbiamo chiamato effetti collaterali, quasi bastasse scegliere un’espressione più ordinata per rendere meno concreto ciò che rimane dopo.
Sophie passò il pollice sulla pietra.
«Il vivente costruisce quasi sempre dentro una relazione, adattandosi a ciò che trova e restituendo qualcosa al sistema di cui fa parte. Noi, invece, siamo capaci di comportarci come se il dopo riguardasse qualcun altro.»
S.I.S.A. lasciò scorrere la luce lungo una piccola frattura della roccia.
«Gli esseri umani sono molto efficienti nel calcolare il rendimento immediato e sorprendentemente distratti quando devono calcolare chi pagherà il costo residuo.»
Giordano alzò lentamente gli occhi.
«Detta così sembra quasi che il futuro sia il parente al quale lasciamo il conto perché siamo usciti dal ristorante prima di lui.»
«La metafora è rozza» rispose S.I.S.A., «ma statisticamente plausibile.»
Giordano guardò di nuovo il terreno.
«Quindi non basta chiedersi se una cosa funziona.»
«No» dissi, «bisogna anche chiedersi dove va a finire, che cosa consuma mentre funziona e che cosa lascia quando smette di servirci.»
Sophie annuì.
«E soprattutto chi dovrà occuparsi di quello che resta.»
Giordano sospirò.
«La realtà ha il brutto vizio di presentare il conto quando l’entusiasmo è già andato via.»
Prince si stirò accanto a una roccia, allungò le zampe anteriori e poi si rimise in cammino, senza mostrare alcun interesse per i nostri bilanci sulla specie umana.
Quando il sentiero risalì, il cielo comparve tra i rami, non tutto, solo pezzi, strisce, macchie chiare. Un seme passò davanti a noi, portato dall’aria, e più in alto un uccello attraversò il varco tra due alberi e sparì prima che riuscissi a seguirlo bene.
«Volo» disse Giordano. «Qui gli umani diventano sempre solenni.»
«Perché?»
«Perché non sappiamo farlo da soli. E quando non sappiamo fare una cosa da soli, la trasformiamo in mito, progetto, conquista o discorso motivazionale.»
Sophie rise piano.
«Non è del tutto falso.»
Il volo è una delle nostre grandi ossessioni. Lo abbiamo sognato, disegnato, raccontato, imitato, inseguito. Ci siamo fatti male, siamo caduti, abbiamo calcolato, riprovato, costruito macchine incredibili. C’è bellezza in tutto questo, molta. Ma sotto quei rami, con un seme che attraversava l’aria senza nessuna dichiarazione d’intenti, la conquista umana del cielo sembrava meno assoluta, non meno grande, solo meno solitaria. Per molte creature il volo non è un’impresa da raccontare, è un modo normale di cercare cibo, spostarsi, fuggire, tornare, riprodursi, sopravvivere.
Giordano alzò lo sguardo.
«Quindi noi abbiamo impiegato secoli per fare con enorme rumore una cosa che altri fanno andando a cena?»
S.I.S.A. rispose dopo una pausa.
«Sintesi imprecisa, ma efficace.»
Giordano si illuminò.
«Oggi sto avendo una giornata intellettualmente dignitosa.»
«Non rovinarla» disse Sophie.
Guardai ancora il cielo.
Forse la grandezza umana sta anche qui, nel desiderare ciò per cui non siamo nati. Ma desiderare non significa possedere. Attraversare il cielo non lo rende nostro. Ci rende, quando va bene, ospiti più consapevoli.
Quando va male, invece, ospiti rumorosi.
La luce diminuì. Antràis diventò più fitta, più verde, più difficile, i contorni si confondevano, io vedevo meno, o forse vedevo soltanto come può vedere un uomo quando il bosco decide di non aiutarlo. Prince procedeva senza esitazione. Giordano lo seguiva con una certa irritazione.
«Lui ha informazioni che non condivide.»
«È un gatto» disse Sophie.
«Appunto. Una specie molto avanzata nella gestione opaca del sapere.»
Prince si fermò e guardò un punto tra due radici. Noi guardammo lo stesso punto.
Niente.
O almeno, niente per noi.
Restammo fermi, il gatto mosse appena la coda, poi riprese a camminare. La scena durò pochi secondi, ma bastò.
Il libro, in quel passaggio, tornò a farmi male nel punto giusto. Noi esseri umani abbiamo costruito strumenti per vedere meglio, più lontano, più piccolo, più in profondità. È una delle cose più straordinarie che abbiamo fatto, però resta il fatto che il mondo non coincide con ciò che il nostro occhio riesce a prendere. Vedere è sempre vedere da un corpo, e ogni corpo ha porte aperte e porte chiuse.
S.I.S.A. parlò piano.
«L’invisibile non coincide con l’inesistente.»
Giordano non fece battute.
«Questa mi piace poco» disse.
«Perché?»
«Perché mi costringe ad ammettere che molte cose non le vedo, e però ci sono lo stesso.»
«È una buona ammissione» disse Sophie.
«Sì, ma non comoda.»
«Le ammissioni comode di solito servono a poco.»
Prince, davanti a noi, era già sparito dietro una radice. Nessuno di noi sapeva che cosa avesse visto, ed era proprio quello il punto.
Raggiungemmo infine un piccolo spazio circolare. Non sembrava costruito, però non sembrava nemmeno casuale. Il terreno era più battuto, alcune pietre stavano in una disposizione strana, su un tronco c’erano segni ripetuti. Forse era tutto naturale, forse no, e la Foresta non aveva l’obbligo di chiarire. Giordano si avvicinò piano.
«Qui qualcosa torna» disse.
Mi piacque quella frase. Qualcosa torna.
Forse molti riti cominciano così, prima ancora delle parole, dei simboli, delle spiegazioni. Un gesto che si ripete, un punto in cui si passa più volte, un luogo che, a forza di essere raggiunto, smette di essere un punto qualunque. Il libro tocca anche questa zona, e qui bisogna fare attenzione. È facile dire sciocchezze. Da una parte si rischia di ridurre il bisogno umano di senso a superstizione, dall’altra si rischia di mettere addosso agli animali idee nostre, come se ogni gesto dovesse diventare una piccola religione in miniatura.
Meglio fermarsi prima.
Meglio guardare.
«Forse» dissi «il punto non è dire che siamo uguali agli altri viventi. Non lo siamo. Il punto è accettare che anche le cose che sentiamo più alte hanno radici più profonde di quanto ci piaccia pensare.»
Il Maestro Oda Tao guardò le pietre.
«Un rito è vivo finché ricorda la vita. Quando la dimentica, resta solo il gesto.»
Sophie annuì.
«Vale anche per il sapere. Se studiamo la natura solo per sentirci più intelligenti, siamo ancora fermi al punto di partenza.»
S.I.S.A. aggiunse:
«La conoscenza che non cambia il comportamento resta archivio.»
Giordano la guardò.
«Questa è bella e comprensibile. Mi preoccupa.»
Prince entrò nello spazio circolare, annusò una pietra e poi si sedette proprio al centro.
Giordano indicò la scena.
«Ecco. Lui ha appena fondato qualcosa.»
Prince chiuse gli occhi.
Forse era un rito, forse era solo un gatto seduto, in ogni caso nessuno osò spostarlo.
Restammo nella Foresta fino a quando il verde cominciò a spegnersi. Non avevamo raccontato il libro per capitoli, non avrebbe avuto senso e, soprattutto, sarebbe stato ingiusto verso chi dovrà leggerlo. Gli esempi di Volpi funzionano perché arrivano spesso di lato, con quell’effetto un po’ allegro e un po’ destabilizzante delle cose che prima ti fanno sorridere e poi ti spostano una certezza.
Avevamo seguito una domanda, più che un indice.
Che cosa succede all’idea che abbiamo di noi stessi quando scopriamo che molte delle cose di cui andiamo fieri non sono nate in un mondo vuoto attorno all’uomo?
Nessuno aveva voglia di rispondere in modo definitivo.
Per fortuna.
Sophie parlò mentre tornavamo verso il sentiero.
«Mi sembra che questo libro non tolga valore all’essere umano. Gli toglie un po’ di arroganza. Che forse è diverso.»
«È molto diverso» dissi.
S.I.S.A. aggiunse:
«L’antropocentrismo non è solo una posizione culturale. Ha conseguenze pratiche.»
Giordano si sistemò il mantello.
«Traduzione: se pensi di essere l’unico importante, prima o poi tratti male tutto il resto.»
«Sì.»
«E poi scopri che il resto era casa tua.»
Il Maestro Oda Tao si fermò.
«Chi maltratta la casa, alla fine dorme tra le macerie.»
Giordano deglutì.
«Maestro, questa era più dura del solito.»
«Era più tardi del solito.»
Non aggiunse altro, e forse aveva ragione.
Il ritorno alla Biblioteca delle Radici Luminose fu più lungo del previsto e quasi tutto in silenzio. La luce si abbassava dietro gli alberi, il sentiero diventava meno leggibile e ognuno sembrava portarsi dietro qualcosa di diverso da quella giornata: Sophie teneva ancora in mano la piccola pietra raccolta lungo il cammino, il Maestro Oda Tao procedeva senza fretta, S.I.S.A. compariva a tratti tra i riflessi del crepuscolo, mentre Giordano cercava di non inciampare di nuovo, con una concentrazione che gli dava un’aria molto più solenne di quanto il mantello sporco gli consentisse.
Quando arrivammo alla Biblioteca, la sera aveva già preso possesso degli scaffali e il calore della stanza ci parve quasi eccessivo, dopo l’umidità e l’odore scuro della Foresta. Avevo il libro sotto il braccio e il quaderno ancora chiuso, ma una parte di me voleva riaprirlo subito, mettere ordine, sistemare i temi, costruire una scaletta precisa, come se bastasse distribuire bene le parole per rendere governabile ciò che avevamo visto.
Prince mi precedette, saltò sul tavolo e, appena posai il libro, ci si sedette sopra.
Non accanto.
Sopra.
«Dovrei lavorare» dissi.
Prince rimase fermo, con le zampe raccolte sotto il corpo e gli occhi socchiusi, mentre Giordano si avvicinava con aria molto concentrata.
«Prof Cima Bue, credo che sia una revisione editoriale felina.»
«E cosa suggerisce?»
Giordano osservò Prince, poi il fango secco sul bordo delle proprie scarpe, come se la risposta potesse trovarsi lì.
«Secondo me dice che per oggi abbiamo letto abbastanza e che, prima di scrivere, dovremmo capire che cosa ci è rimasto addosso.»
Non era male.
Mi accorsi allora che nella stanza era entrato con noi un leggero odore di terra umida, forse rimasto sui vestiti, forse sul libro, forse soltanto nella memoria. La Foresta di Antràis era lontana, oltre i sentieri e le zone basse che avevamo attraversato, eppure continuava a farsi sentire senza bisogno di essere presente, come accade con certi luoghi che, una volta lasciati, non tornano subito al loro posto.
Pensai al titolo.
Non siamo gli unici.
Non mi sembrava più una frase da spiegare, ma una correzione da portarsi dietro, qualcosa che non chiedeva di svalutare l’essere umano, perché anche quella sarebbe stata una forma di presunzione, soltanto rovesciata, ma di rimetterlo dentro il mondo, insieme agli altri viventi, alla materia, ai processi, alle relazioni che lo precedono e continueranno dopo di lui.
Forse Volpi mi aveva condotto fin lì proprio per questo, per farmi capire che contare non significa stare sopra, né occupare il centro, ma riconoscere di essere parte di una storia molto più ampia, nella quale il valore non nasce dal dominio e l’intelligenza non coincide sempre con il controllo.
Prince restò sul libro.
Giordano, prima di lasciare la Biblioteca, si fermò accanto alla porta, rivolto verso il sentiero dal quale eravamo tornati. Fece un piccolo inchino, un po’ storto, come quasi tutto ciò che faceva quando voleva essere solenne, e il mantello rischiò ancora una volta di impigliarsi nello stipite.
«A presto» disse piano, guardando nella direzione della Foresta. «La prossima volta cercherò di inciampare con più rispetto.»
La Foresta di Antràis era troppo lontana per rispondere, e forse non avrebbe risposto comunque.
Ma nessuno, quella sera, sentì il bisogno di aggiungere altro.
Titolo:Non siamo gli unici. L’arte segreta della natura Autore:Giorgio Volpi Editore:Aboca Edizioni Genere:saggio divulgativo, scienze naturali, evoluzione, ecologia, filosofia del vivente Temi principali:natura, comportamento animale, piante, materia, percezione, tempo, suono, movimento, ritualità, antropocentrismo, rapporto tra essere umano e biosfera
Nota sull’autore
Giorgio Volpi è chimico, naturalista e divulgatore scientifico. Lavora presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Torino, dove si occupa di luminescenza e complessi organometallici. È laureato in Chimica e in Scienze naturali e ha conseguito un dottorato in Scienze chimiche. In Non siamo gli unici unisce rigore, ironia e curiosità per mostrare che arte, tecnica e intelligenza non appartengono esclusivamente all’essere umano. Il suo sguardo non ridimensiona l’uomo: lo ricolloca, con maggiore umiltà, dentro la complessità del vivente.
Prima di incontrare Non siamo gli unici: otto domande sul libro di Giorgio Volpi
1. Di cosa parla Non siamo gli unici? Parla del vivente e del modo in cui l’essere umano lo guarda. Animali, piante, materia, suoni, movimenti, percezioni e comportamenti diventano l’occasione per chiederci se molte cose che consideriamo solo nostre siano davvero così isolate dal resto della natura.
2. È un libro sugli animali? Anche, ma sarebbe riduttivo dirlo così. Gli animali sono molto presenti, ma il libro parla più in generale della natura come luogo di forme, processi, relazioni e strategie che spesso abbiamo sottovalutato solo perché non assomigliavano abbastanza alle nostre.
3. È un libro difficile? Non è un libro respingente, ma non va letto di corsa. Alcuni passaggi sono densi, ricchi di esempi e collegamenti, e chiedono attenzione, però Volpi ha una scrittura viva, spesso ironica, che aiuta il lettore a restare dentro il percorso senza sentirsi davanti a una lezione fredda.
4. Il libro vuole dire che l’uomo non ha nulla di speciale? No, e questa distinzione è importante. Il libro non cerca di umiliare l’essere umano, piuttosto prova a togliere un po’ di polvere dalla nostra idea di superiorità. L’uomo resta una creatura straordinaria, ma non vive fuori dalla natura, né sopra di essa.
5. Qual è la domanda più forte che lascia? Forse questa: che cosa cambia nel nostro modo di vivere se smettiamo di considerarci gli unici esseri davvero capaci di arte, tecnica, percezione, movimento, trasformazione e senso?
6. Perché è un libro adatto a Mentalità Amplificata? Perché sposta lo sguardo, non si limita a informare e costringe il lettore a rivedere il modo in cui abita il mondo. Mentalità Amplificata cerca opere capaci di lasciare una domanda concreta, non solo una conoscenza in più, e questo libro appartiene a quella categoria.
7. A chi consiglierei questo libro? A chi ama la natura, la scienza, l’evoluzione, l’ecologia e il pensiero laterale, ma anche a chi sente che il nostro modo di parlare di “ambiente” è spesso troppo povero, troppo esterno, come se la natura fosse qualcosa da gestire e non qualcosa di cui facciamo parte.
8. Che cosa non bisogna aspettarsi? Non bisogna aspettarsi un semplice catalogo di curiosità naturali. Se lo si legge così, si perde molto. Il libro funziona davvero quando si accetta di lasciarsi mettere un po’ in discussione.
Nota di trasparenza
Questo Incontro nasce dalla lettura di una copia di Non siamo gli unici. L’arte segreta della natura di Giorgio Volpi, ricevuta da Aboca Edizioni con finalità culturali e divulgative. Non si tratta di una collaborazione commerciale: non abbiamo ricevuto compensi, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto all’approvazione preventiva dell’editore. Le riflessioni espresse restano libere e indipendenti, comprese le osservazioni sul rapporto tra esseri umani, natura e antropocentrismo. Il libro è disponibile sul sito di Aboca Edizioni, in libreria e nei principali store online. Utilizzando il collegamento affiliato Amazon presente nella pagina, il prezzo per chi acquista non cambia e una piccola percentuale contribuisce a sostenere Mentalità Amplificata.
Non siamo gli unici invita a osservare il vivente da una posizione meno comoda e più onesta, mettendo in discussione l’abitudine umana di considerarsi il centro, la misura e il punto di arrivo di ogni forma di intelligenza, creatività e trasformazione. È un libro da leggere con curiosità e attenzione, lasciando che le sue domande continuino a lavorare anche dopo l’ultima pagina. Se questo Incontro ti ha aiutato ad avvicinarti al libro e desideri sostenere il nostro lavoro indipendente di lettura, ricerca e condivisione, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo e nessuna aspettativa: soltanto un piccolo gesto per aiutarci a continuare a leggere con cura e a raccontare senza condizionamenti.
Camminare tra le stelle di Luca Parmitano, con i contributi di Emilio Cozzi (Feltrinelli)
Ci sono libri sullo spazio che invitano a guardare verso l’alto. Camminare tra le stelle fa qualcosa di più interessante: porta lo sguardo nel cielo, poi lo riaccompagna a terra, dentro il corpo, nella formazione, negli errori, nelle procedure ripetute fino a diventare memoria e nel lavoro silenzioso delle persone che rendono possibile un’impresa. Luca Parmitano parte da una delle esperienze più delicate vissute durante una missione spaziale. Non occorre anticipare ciò che accade. Basta sapere che, all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale, una situazione inattesa cambia in pochi istanti il significato delle parole preparazione, paura e controllo. Da lì il libro torna indietro, all’infanzia, alla Sicilia, ai libri, alla fantascienza, ai cartoni animati, alla musica e a quella curiosità che, prima ancora di indicare una professione, insegna a immaginare possibilità. Parmitano non costruisce il ritratto di un bambino predestinato. Il suo percorso appare irregolare, fatto di interessi diversi, errori, incontri, occasioni impreviste e convinzioni da rivedere. Proprio per questo risulta credibile.
Il cuore del libro è la formazione, quella vera, composta da talento e disciplina, successi e insufficienze, correzioni, responsabilità e lavoro collettivo. Parmitano mostra che si può essere preparati e sbagliare, sapere molto e non essere ancora pronti, fallire senza lasciare che il fallimento stabilisca per sempre chi siamo. Anche la paura viene raccontata senza retorica. Il coraggio non coincide con la sua assenza, ma con la capacità di restare presenti quando il corpo reagisce e l’imprevisto restringe lo spazio del pensiero. L’addestramento non elimina il rischio, ma costruisce gesti, controlli e procedure capaci di sostenere la persona nei momenti di maggiore pressione.
La Stazione Spaziale Internazionale appare così per ciò che è davvero: non soltanto un luogo di meraviglia, ma un ambiente estremo nel quale il corpo deve adattarsi, il movimento diventa manutenzione e la scienza nasce dall’osservazione, dall’errore e da domande che non sempre producono subito una risposta utile.
Il tono rimane accessibile anche grazie ai riferimenti alla cultura popolare e agli interventi di Emilio Cozzi, spesso brillanti e capaci di avvicinare temi complessi. In qualche passaggio, però, i richiami si affollano e lasciano meno spazio alle emozioni, mentre alcune parti scientifiche richiedono più attenzione di quanto il ritmo leggero faccia inizialmente immaginare.
Camminare tra le stelle è soprattutto un ottimo libro educativo e divulgativo. Il suo valore sta nel mostrare il lavoro dietro il sogno, il gruppo dietro l’individuo, la fragilità dietro la competenza e la curiosità dietro ogni risultato. La domanda che lascia non riguarda soltanto chi sogna lo spazio: come ci prepariamo a entrare in territori che non possiamo controllare completamente?
Per attraversare una domanda simile serviva un luogo costruito per osservare, misurare e attendere.
Gli Antichi Gnomi della Pietra di Selene lo avevano innalzato in una zona elevata di Aetheria, lontana dai sentieri più frequentati. Dodici archi monolitici seguivano le direzioni della notte e le fasi lunari. Le pietre non erano state costruite per stupire, ma per funzionare. La luce le attraversava, disegnando traiettorie che permettevano di riconoscere il tempo, le stagioni e i momenti di movimento o di sosta.
All’interno del Circolo non esistevano sedute. Chi entrava rimaneva in piedi, perché l’osservazione richiedeva pazienza, immobilità e attenzione. Aran’Thur apparteneva alla storia più antica della stirpe di Giordano, lo Gnomo Aureo.
Questa volta sarebbe stato lui a portarci lì.
Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.
La prima volta che lessi il nome di Daitarn III nel libro di Luca Parmitano, chiusi il volume, non perché fossi stanco e nemmeno perché non sapessi chi fosse. Conoscevo Daitarn III, Banjo Haran, la Mach Patrol e quel modo di entrare in scena che faceva sembrare perfino il Sole parte dell’equipaggiamento.
Chiusi il libro perché avevo bisogno di guardare la copertina un’altra volta.
Luca Parmitano, astronauta, comandante della Stazione Spaziale Internazionale, primo italiano ad aver camminato nello spazio e, da bambino, spettatore di robot giganti. Mi sembrò una notizia importante, non dal punto di vista scientifico, naturalmente, perché S.I.S.A. avrebbe avuto parecchio da ridire sul valore statistico della scoperta, ma per me significava che un bambino poteva trascorrere del tempo davanti a una storia impossibile senza che quelle ore fossero necessariamente tempo perso.
Sulla piccola scrivania della mia stanza, scavata sottoterra ai piedi di una grande quercia, tra radici che affioravano dalle pareti e mensole ricavate negli angoli più asciutti, tenevo una figura di Jeeg Robot, vecchia, scolorita e priva di una mano, persa durante un incidente che preferisco non ricostruire, perché coinvolgeva una coperta usata come mantello, una mensola troppo alta e una mia interpretazione molto libera del concetto di volo.
La presi tra le dita.
«Hai sentito?» gli dissi. «Uno che guardava Daitarn III è finito nello spazio.»
Jeeg non rispose, ed era una delle sue qualità migliori. Lo posai accanto al libro e continuai a leggere.
Poco dopo arrivò Star Wars e, a quel punto, mi alzai. Feci due giri intorno alla sedia, inciampai nel bordo del tappeto e riuscii a non cadere aggrappandomi al tavolo, il tavolo perse una matita, io persi parte della dignità, Jeeg rimase in piedi.
«Questo incontro va convocato» dissi.
Avevo appena cominciato il libro ed era già una decisione prematura, però alcune letture non aspettano che tu le abbia finite prima di iniziare a muovere qualcosa.
Il mattino successivo raggiunsi la Biblioteca delle Radici Luminose e affidai la richiesta ai suoi misteriosi Custodi, presenze discrete che raramente si mostravano per intero e che, tuttavia, riuscivano sempre a trovare anche i volumi che sembravano non esistere. Ordinai cinque copie di Camminare tra le stelle: una per Cima Bue, una per Sophie, una per il Maestro Samurai Oda Tao, una in formato digitale per S.I.S.A., la nostra IA, e l’ultima per Prince, il gatto grigio, anche se sapevo che avrebbe interpretato il concetto di lettura secondo criteri molto personali.
Conservai la mia. Non volevo limitarmi a dire agli altri di leggere il libro, volevo essere certo che arrivasse nelle loro mani, o nelle loro zampe, prima che io trovassi il modo di spiegare perché.
Cominciai dal Prof Cima Bue.
Lo trovai al Rifugio, seduto davanti al grande tavolo di legno, mentre scriveva su un quaderno circondato da fogli che sembravano disordinati, ma che lui, almeno in teoria, sapeva riconoscere. Aspettai che si allontanasse per prendere un caffè, posai il libro sopra il quaderno, poi mi sembrò troppo anonimo, quindi lo sollevai, aggiunsi un biglietto e lo rimisi nello stesso punto.
Sul biglietto avevo scritto: Prof Cima Bue, legga questo libro senza cercare subito che cosa può insegnare ai suoi alunni.
Rimasi a guardare la frase, era un po’ provocatoria, così aggiunsi sotto: Almeno per le prime venti pagine.
Mi sembrò più ragionevole.
Quando il Prof tornò, cercò il quaderno per qualche secondo, perché il libro lo copriva quasi interamente.
«Giordano.»
«Prof Cima Bue.»
«Hai messo qualcosa sopra i miei appunti.»
«È un libro.»
«Me n’ero accorto.»
Lo prese, lesse il titolo, poi trovò il biglietto.
«Perché non dovrei pensare agli alunni?»
«Perché Lei lo fa troppo presto, a volte una storia non ha ancora finito di parlare e Lei ha già preparato una lezione.»
Il Prof mi guardò e io mi accorsi di averlo detto con più serietà del previsto.
«È una critica?» chiese.
«Un’osservazione affettuosa con rischio disciplinare.»
Sorrise appena.
«Lo leggerò.»
«Fino alla fine?»
«Di solito funziona così.»
«Con certi libri non è scontato.»
«Questo merita?»
Guardai la copertina.
«Non lo so ancora, però ha già fatto incontrare un astronauta, Daitarn III e me, ed è una combinazione difficile da ignorare.»
Cima Bue sollevò un sopracciglio.
«Tu e Parmitano avete molto in comune?»
«Entrambi abbiamo osservato robot giganti durante l’infanzia.»
«Poi le strade si sono separate.»
«Per ora.»
Presi la distanza necessaria prima che potesse rispondere.
Sophie ricevette il libro insieme a una pietra. Non era mia intenzione consegnarle una pietra terrestre spacciandola per frammento lunare, volevo soltanto accompagnare il volume con qualcosa che ricordasse il cielo. Scelsi un pezzo di quarzo chiaro trovato vicino alla Collina dei Cappelli a Punta, lo avvolsi in un panno blu e lo sistemai sopra la copertina.
Sophie aprì il pacchetto davanti a me, prese la pietra e la osservò.
«Quarzo.»
«Potrebbe essere quarzo lunare.»
«Non lo è.»
«Come può esserne certa così in fretta?»
«Perché lo hai raccolto ieri vicino alla Collina, ti ho visto.»
Non avevo previsto la presenza di testimoni.
«Allora è un simbolo.»
«Di cosa?»
«Del fatto che, per guardare lontano, bisogna cominciare da ciò che si ha vicino.»
Sophie continuò a osservare il quarzo.
«Questa spiegazione l’hai pensata adesso.»
«Le spiegazioni migliori arrivano spesso dopo l’errore.»
Lei sorrise e prese il libro.
«Perché lo hai scelto per il team?»
«Perché parla dello spazio senza dimenticare il corpo.»
Sophie cambiò espressione, non molto, ma abbastanza da farmi capire che avevo trovato la porta giusta.
Per il Maestro Samurai Oda Tao preparai una consegna più rispettosa. Avevo pensato di portargli il volume personalmente, ma non volevo trovarmi davanti a lui e dire qualcosa di inadeguato sullo spazio, perché con il Maestro succede spesso: prepari una frase semplice, poi lui ti guarda e la frase si accorge di avere dei difetti. Lasciai il libro su una pietra piatta all’ingresso della Valle del Respiro Antico, accanto misi una foglia di acero e un biglietto.
Scrissi: Nel libro compare un piccolo maestro molto saggio.
Poi cancellai piccolo, perché non volevo che il Maestro Oda Tao pensasse che mi riferissi a lui.
Scrissi: Nel libro compare un maestro dalla sintassi particolare.
Cancellai anche quello.
Alla fine lasciai soltanto: Credo che alcune pagine Le sembreranno familiari.
Quando tornai, il libro non c’era più, la foglia era rimasta e, sopra, era appoggiato un segnalibro verde, ritagliato nella forma di due orecchie lunghe. Lo presi, lo guardai da un lato, poi dall’altro. Non aveva scritte, e non servivano.
«Interessante» mormorai.
Conservai il segnalibro, più tardi avrei scoperto che non era stato lasciato per me.
A S.I.S.A. inviai il file digitale attraverso il Santuario delle Connessioni, inserendolo in una cartella intitolata: Lettura libera, spontanea e priva di scadenze.
Poi impostai una notifica automatica dopo quattro giorni. La risposta arrivò quasi immediatamente.
«Hai definito la lettura priva di scadenze e programmato un promemoria.»
«Il promemoria non è una scadenza.»
«È impostato come “termine ultimo”.»
«Una sfumatura tecnica.»
«Una contraddizione.»
«Volevo che il libro fosse letto con libertà, ma anche in tempo per l’incontro.»
«L’incontro non è stato ancora programmato.»
«Lo sarà.»
«Quando?»
«Quando la Luna attraverserà il settimo arco di Aran’Thur.»
«Data e ora?»
«Sono contenute nel movimento della Luna.»
«Preferirei un formato standard.»
«Questa è una convocazione gnomica.»
«Questo non la rende più chiara.»
«La rende più antica.»
Ci fu una pausa.
«Procederò con la lettura» disse.
«Contestuale?»
«Integrale.»
Non glielo dissi, ma mi fece piacere.
Prince, il gatto grigio, ricevette la propria copia sul cuscino davanti alla finestra del Rifugio, la sistemai con il titolo rivolto verso l’alto e una striscia di stoffa come segnalibro, poi tornai dopo mezz’ora. Prince dormiva sopra il volume e la striscia di stoffa era finita sul pavimento. Provai a far scivolare il libro fuori da sotto il suo corpo, Prince non aprì gli occhi, mosse soltanto la coda, una volta.
Ritirai la mano.
«Va bene, assorbimento per contatto.»
Il gatto cominciò a fare le fusa, non capii se fosse approvazione o possesso, nel dubbio lo considerai un lettore.
Dentro ogni copia avevo lasciato lo stesso invito: Leggete fino all’ultima pagina.Quando la Luna attraverserà il settimo arco, raggiungetemi al Circolo Lunare di Aran’Thur.Portate con voi ciò che il libro vi ha lasciato, non ciò che pensate di dover dire.
Mi sembrava un invito riuscito, sobrio, misterioso, profondo senza diventare incomprensibile. Dimenticai l’ora e dimenticai anche di indicare da quale lato del Circolo si contassero gli archi. Me ne accorsi il giorno successivo. Considerai l’idea di inviare un secondo messaggio, poi pensai che sarebbe stato poco elegante, ne preparai un altro, più chiaro, ma mi sembrò troppo pratico, così alla fine non inviai nulla.
Questa scelta non nacque da fiducia nel gruppo, nacque dall’imbarazzo, ma a volte le due cose producono lo stesso risultato.
Nei giorni successivi continuai a leggere. Le pagine dedicate all’infanzia di Parmitano mi riportavano continuamente al piccolo Jeeg sulla mia scrivania. Luca aveva avuto Star Wars, Daitarn III, Star Trek, le storie d’avventura, la musica, i libri e la curiosità per ciò che si trovava oltre il confine visibile, io avevo Jeeg Robot, i fumetti, le animazioni e una quantità di mondi disegnati che molti adulti considerano un passaggio da superare. Non avevo mai pensato che guardare un robot potesse preparare qualcuno alla realtà, preparare non nel senso di insegnargli a pilotare un veicolo, calcolare un’orbita o sopravvivere alla microgravità, ma prepararlo a concepire qualcosa che ancora non esiste nella propria vita. Le storie non avevano fatto di Parmitano un astronauta, sarebbe stato troppo semplice, però avevano tenuto aperta una zona della mente nella quale il cielo non era soltanto un tetto.
Questa idea mi toccava da vicino.
Nel team, io ero quello dei fumetti, delle immagini, delle battute e delle cose che sembrano leggere finché non cominciano a restare addosso. Cima Bue portava l’educazione e lo sport, Sophie la scienza e la cura, S.I.S.A. i dati, le connessioni e la precisione, Il Maestro Samurai Oda Tao il silenzio di chi non ha bisogno di riempire ogni spazio.
Io portavo la meraviglia.
Mi era sempre piaciuto pensarlo, eppure, qualche volta, mi chiedevo se gli altri vedessero anche ciò che c’era dietro, se riuscissero a scorgere la parte di me che osservava, collegava e custodiva, oppure se, nel momento in cui una situazione fosse diventata davvero seria, avrebbero continuato a ricordare soprattutto quello che inciampa nel tappeto e parla con i robot.
Il libro di Parmitano cominciò a lavorare proprio lì.
Non mi diceva di smettere di essere goffo, non mi chiedeva di rinunciare all’immaginazione per diventare affidabile, mostrava che il sogno e la preparazione non sono nemici. Il problema nasce quando il sogno vuole occupare tutto il cielo e non lascia spazio al lavoro che serve per raggiungerlo.
Continuai a leggere.
Ci furono pagine che mi fecero sorridere, altre che mi costrinsero a rallentare. Il libro raccontava una vita abbastanza straordinaria da poter essere facilmente trasformata in leggenda, Parmitano, invece, lasciava visibili i punti in cui non aveva saputo, non aveva previsto, non aveva fatto abbastanza bene. Non si presentava come un bambino destinato allo spazio, si presentava come una persona che, molte volte, aveva dovuto capire dove mettere il passo successivo. Questo mi sembrò molto più utile di un destino, perché un destino non ti insegna nulla, una scelta, forse, sì.
La sera dell’incontro arrivai al Circolo Lunare di Aran’Thur con quasi un’ora di anticipo, non perché fossi diventato improvvisamente organizzato, avevo sbagliato il calcolo. Il Circolo Lunare si trovava nella parte alta di Aetheria, dove il cielo sembrava più vicino senza esserlo davvero, e i dodici archi monolitici emergevano dal terreno spoglio, privi di decorazioni, statue o segni destinati a impressionare i visitatori.
Gli Antichi Gnomi della Pietra di Selene non avevano costruito un tempio, avevano costruito uno strumento. Ogni arco riceveva la luce in un momento preciso, mentre le traiettorie sulla pietra permettevano di riconoscere fasi, stagioni, periodi di semina, movimento e riposo. La Luna non veniva pregata, veniva osservata. Gli Antichi non pensavano che il cielo dovesse rispondere alle loro domande, cercavano di diventare abbastanza pazienti da leggere le risposte già presenti nei cicli.
Mi posizionai davanti a quello che ritenevo fosse il settimo arco, contai, poi contai partendo dall’altro lato. Il risultato cambiava.
«Questo è un problema» dissi.
«Solo se intendi convocare il gruppo nel punto corretto.»
S.I.S.A. apparve dietro di me come una luce sottile riflessa sulle pietre. Mi voltai troppo velocemente e urtai con il piede una piccola sporgenza, feci due passi laterali, recuperai l’equilibrio e, fingendo che fosse volontario, indicai un arco.
«Naturalmente il settimo è quello.»
«Quello è il quinto.»
«Dipende dal sistema.»
«Dal sistema corretto, è il quinto.»
«Gli Antichi avevano diversi modi di contare.»
«Non risulta.»
«Molte tradizioni non risultano perché erano orali.»
«Questa l’hai appena inventata.»
«Le tradizioni devono pur cominciare.»
S.I.S.A. proiettò sul terreno, per meno di un secondo, l’indicazione del Nord, e l’arco corretto si trovava quasi dalla parte opposta.
«Lo sapevo» dissi.
«No.»
«Lo sospettavo in modo molto ampio.»
Cima Bue arrivò dal sentiero occidentale, aveva il libro sotto il braccio e alcune foglie attaccate ai pantaloni.
«Hai dimenticato di indicare il percorso.»
«Volevo che l’arrivo fosse parte dell’esperienza.»
«Ho attraversato un tratto pieno di rovi.»
«Una parte intensa dell’esperienza.»
Mi mostrò una piccola lacerazione sulla manica.
«La prossima volta manda una mappa.»
«Questo libro parla molto di mappe.»
«Non ti conviene usare il tema dell’opera per giustificare la convocazione.»
«Ha ragione.»
Il fatto che avesse il libro con sé mi rassicurò più di quanto gli dissi.
Sophie arrivò con una borraccia termica e una sacca piena di tazze, il Maestro Samurai Oda Tao comparve poco dopo dal sentiero più ripido, senza foglie, polvere o segni di fatica, e il suo libro era chiuso da un segnalibro verde. Due orecchie lunghe spuntavano dalla parte superiore. Lo fissai, lui si accorse del mio sguardo e spostò una mano sulla copertina.
«Maestro» dissi.
«Giordano.»
«Bel segnalibro.»
«È funzionale.»
«Ha una forma particolare.»
«Molte forme sono particolari, se le osservi abbastanza.»
«Somiglia a qualcuno.»
«Somiglia a un segnalibro.»
Non insistetti.
Prince, il gatto grigio, non arrivò insieme a nessuno, quando entrammo nel Circolo lo trovammo già seduto vicino all’arco orientale, nel punto in cui la prima linea di luce avrebbe attraversato il terreno. Cima Bue guardò il gatto, poi guardò me.
«Almeno a lui avevi mandato le coordinate?»
«Prince non usa coordinate.»
Il gatto si leccò una zampa, la questione fu chiusa.
La prima volta che eravamo venuti ad Aran’Thur avevamo osservato la Luna come presenza capace di influenzare la Terra, la vita, i cicli e l’immaginario umano, quella notte, invece, il movimento era opposto. Non guardavamo ciò che la Luna aveva fatto a noi, guardavamo ciò che un essere umano aveva dovuto imparare per provare a raggiungerla, attraversare lo spazio e tornare. La Luna non era pienamente visibile, una parte restava nascosta dalle nubi, e mi sembrò giusto, perché un libro non deve mostrare tutto per farsi capire, alcune zone devono rimanere al lettore.
«Restiamo in piedi» dissi.
Cima Bue osservò il terreno.
«Non vedo sedute.»
«Non ce ne sono, gli Antichi ritenevano che il corpo dovesse partecipare all’osservazione.»
«Oppure non avevano finito l’arredamento» disse Sophie.
Mi voltai verso di lei.
«Questa è una possibilità storicamente offensiva.»
«Ma non impossibile.»
«S.I.S.A.?»
«Non esistono dati sufficienti.»
«Grazie.»
«Questo non conferma la tua versione.»
Ci disponemmo senza un ordine preciso, Prince occupò il centro, naturalmente, mentre io tirai fuori dalla tasca interna del mantello alcune pagine di appunti che avevo preparato. Una folata di vento ne portò via due, una rimase impigliata sotto la scarpa di Cima Bue, l’altra attraversò il Circolo, girò su sé stessa e si fermò sotto Prince.
Il gatto ci si sedette sopra.
«Quella era l’introduzione» dissi.
Prince chiuse gli occhi.
«Forse era troppo lunga» osservò Cima Bue.
Guardai le pagine che mi restavano, improvvisamente non mi piacevano più, erano ordinate, precise, piene di frasi che sembravano scritte da qualcuno che sapeva perfettamente dove voleva arrivare.
Io non lo sapevo. Le ripiegai.
«Cominciamo da un robot» dissi.
Sophie sorrise. «Quale robot?»
«Dipende, Parmitano aveva Daitarn III, io avevo Jeeg Robot.»
«E Star Wars» aggiunse Cima Bue.
«Quello è un mondo intero, non possiamo ridurlo a un robot.»
S.I.S.A. intervenne.
«R2-D2 e C-3PO sono robot.»
«Droidi.»
«La distinzione è narrativa.»
«È una distinzione importante.»
Il Maestro Oda Tao guardava la Luna. «La macchina che accompagna senza sostituire il viandante è una buona compagna.»
Mi voltai lentamente verso di lui.
«Questa frase ha qualcosa di molto… stellare.»
«Il cielo è pieno di stelle.»
«E anche di guerre.»
«Le guerre fanno rumore, la forza vera, meno.»
Cima Bue guardò il Maestro Samurai Oda Tao, Sophie abbassò la tazza per nascondere un sorriso, mentre io indicai il segnalibro verde che spuntava dal suo libro.
«Maestro, sotto sotto Lei è un estimatore di Yoda.»
il Maestro Oda Tao non si mosse.
«Sotto sotto c’è soltanto il terreno.»
«Non era una negazione.»
«Non era una domanda necessaria.»
S.I.S.A. registrò qualcosa.
«Che cosa stai annotando?» le chiesi.
«Una probabilità.»
«Quanto alta?»
«Sufficiente.»
Il Maestro Oda Tao chiuse il libro in modo che le orecchie verdi scomparissero, e non ne parlammo più, almeno per qualche minuto.
«La cosa che mi ha colpito» continuai «è che Parmitano non tratta quelle storie come giocattoli da dimenticare appena si diventa grandi.»
«Non dice nemmeno che lo abbiano reso astronauta» osservò Cima Bue.
«No, e questo è importante, sarebbe troppo facile dire: guardava Daitarn III, quindi era destinato allo spazio, ma non funziona così.»
Guardai la piccola figura di Jeeg che avevo portato nella tasca, non la tirai fuori, non ancora.
«Le storie gli hanno dato qualcosa che viene prima di una professione, gli hanno permesso di immaginare che il cielo non fosse soltanto una cosa da guardare da sotto.»
Sophie seguì con gli occhi la prima linea lunare comparsa sul terreno.
«L’immaginazione crea una possibilità mentale.»
«Sì, non costruisce il razzo, però costruisce il posto dentro di te in cui un razzo può diventare pensabile.»
S.I.S.A. rispose.
«L’esposizione narrativa amplia il repertorio delle possibilità percepite, non dimostra che una determinata traiettoria sarà realizzata.»
«Lo so, però “repertorio delle possibilità percepite” è un modo molto poco emozionante di dire che una storia ti apre una finestra.»
«Una finestra è meno precisa.»
«Ma fa entrare aria.»
Cima Bue prese il libro.
«Il punto educativo è forte, un ragazzo non ha bisogno che gli venga detto continuamente che può diventare qualsiasi cosa, ha bisogno di incontrare mondi, persone e competenze che rendano alcune possibilità visibili.»
«Anche se poi sceglie altro» disse Sophie.
«Soprattutto.»
Guardai il Prof.
«Quindi, quando un ragazzo passa molto tempo con un fumetto, non sta necessariamente fuggendo.»
«Dipende dal fumetto, dal ragazzo e da ciò da cui sta fuggendo.»
La risposta mi piacque perché non era una rassicurazione facile.
«Io non ho mai letto per scappare» dissi «o almeno non soltanto, leggevo perché alcune immagini mi facevano tornare nella realtà con più pezzi.»
Il vento si fermò e la frase rimase tra noi.
«Jeeg mi piaceva per questo» continuai «non arrivava già completo, i pezzi dovevano raggiungerlo, unirsi, trovare la posizione giusta, da piccolo pensavo che fosse soltanto spettacolare, adesso mi sembra quasi una definizione della crescita.»
«Non ci costruiamo da soli» disse Sophie.
«Esatto, e non riceviamo tutti i pezzi nello stesso momento.»
S.I.S.A. intervenne.
«La metafora presenta limiti biologici e psicologici.»
«S.I.S.A.»
«Ma è efficace.»
Sorrisi, da lei era molto.
Il Maestro Oda Tao parlò senza guardarmi.
«Anche il guerriero più preparato porta armi forgiate da altre mani.»
Quella frase ci condusse verso il libro senza bisogno di cambiare argomento.
Parmitano, nelle sue pagine, non si racconta come un uomo costruito interamente dalla propria volontà, il suo impegno è evidente, lo sono la disciplina, la resistenza e la capacità di assumersi responsabilità, eppure, dietro ogni passaggio, compaiono persone. La famiglia, gli insegnanti, gli incontri capaci di incrinare un pregiudizio, gli istruttori, i compagni, chi apre una possibilità, chi pone un limite, chi corregge, chi decide di concedere fiducia e chi, invece, deve valutare se quella fiducia sia meritata.
«Questa parte mi è piaciuta» dissi «perché nei racconti di successo sembra sempre che la persona abbia fatto tutto da sola, possibilmente contro il mondo intero.»
«È una narrazione efficace» disse S.I.S.A. «Un protagonista unico è più semplice da ricordare.»
«Ma meno vero.»
«Spesso sì.»
Cima Bue sfiorò il bordo del libro.
«Parmitano non riduce il valore della propria preparazione quando riconosce gli altri, lo rende più credibile.»
«E più umano» aggiunse Sophie «nessuno arriva in una situazione estrema portando soltanto sé stesso, porta ciò che ha ricevuto, imparato, ripetuto.»
«Anche le correzioni?» chiesi.
«Soprattutto quelle» disse Cima Bue.
La luce lunare raggiunse la base di un secondo arco.
«Il libro racconta momenti in cui Parmitano scopre che la capacità non basta» continuò il Prof «puoi essere portato per qualcosa, amarla, desiderarla molto e comunque prepararti male a una prova.»
Non entrammo nei dettagli, non serviva, il lettore avrebbe incontrato da solo l’episodio e il modo in cui si sviluppa.
«Mi ha colpito che la parte trascurata sia proprio quella meno spettacolare» dissi «quella che uno pensa di saper fare.»
«Succede spesso» rispose Cima Bue «ci alleniamo volentieri su ciò che ci piace o ci fa sentire capaci, i fondamentali sembrano noiosi finché non scopriamo che reggono tutto.»
«Come gli archi» dissi «guardiamo la luce, ma il lavoro più importante è sotto, nei punti di appoggio.»
Il Prof annuì.
«Nello sport un ragazzo vuole il gesto difficile, la giocata che si nota, però una partita può essere persa per una posizione sbagliata, un appoggio instabile, una scelta fatta in ritardo.»
«E nella vita?»
«Anche.»
Aspettai che aggiungesse altro, non lo fece.
«Prof Cima Bue, questa risposta è molto ampia.»
«La domanda era ampia.»
Sophie guardò me.
«Tu che cosa ci hai visto?»
Non avevo previsto che la domanda tornasse indietro, abbassai lo sguardo sulla mia corona d’alloro.
«Ho pensato che forse passo troppo tempo a proteggere la parte di me che riesce bene.»
«Quale parte?» chiese Cima Bue.
«Quella buffa.»
Il Prof sembrò sorpreso.
«Non pensavo che la considerassi una parte da proteggere.»
«Lo è, se faccio ridere prima io, nessuno può usare la mia goffaggine contro di me, e funziona abbastanza bene.»
Sophie non disse nulla, era il suo modo di lasciarmi scegliere se continuare.
«Però, leggendo Parmitano, ho pensato a un’altra cosa, se un giorno capitasse una situazione seria, una di quelle in cui gli altri devono poter contare su di te, non basta essere simpatici, e io…»
Mi fermai.
Prince si alzò dal centro del Circolo, venne verso di me e si sedette vicino alla mia scarpa, senza guardarmi.
«Io a volte temo che, quando servirà davvero, gli altri ricorderanno soprattutto che inciampo.»
La frase uscì piano e mi sembrò molto più esposta delle altre.
Cima Bue fece un passo verso di me, poi si fermò.
«Giordano, essere goffi non significa essere inaffidabili.»
«Lo so in teoria.»
«E in pratica sei stato tu a leggere il libro, pensare al gruppo, farlo arrivare a tutti e portarci qui.»
«Dimenticando l’ora e il sentiero.»
«Sì, su quello lavoreremo.»
Sophie sorrise appena.
«Essere affidabili non significa non sbagliare mai, significa accorgersi di ciò che dipende da noi e tornare a prendersene cura.»
S.I.S.A. aggiunse:
«L’affidabilità è una proprietà costruita attraverso comportamenti ripetuti, non un’impressione estetica.»
La guardai.
«Questa era quasi affettuosa.»
«Era precisa.»
Il Maestro Oda Tao sollevò appena il mento.
«Chi inciampa può imparare il terreno meglio di chi non lo ha mai guardato.»
Abbassai gli occhi su Prince, il gatto aveva appoggiato la coda sulla punta della mia scarpa, non seppi se fosse casuale e scelsi di non verificarlo.
La parte più tesa del libro entra subito, Parmitano non accompagna lentamente il lettore verso lo spazio, lo porta fuori dalla Stazione Spaziale Internazionale mentre qualcosa comincia a non funzionare come dovrebbe.
Nel casco compare dell’acqua.
Questo non è un segreto nascosto nel cuore del volume, è la soglia scelta dagli autori, e il lettore si trova lì prima ancora di conoscere davvero l’uomo dentro la tuta.
Non raccontammo come prosegue, non raccontammo le decisioni, i passaggi o l’esito, ci fermammo nel punto in cui l’imprevisto costringe una persona a utilizzare tutto ciò che ha imparato.
«La paura, lì, non è una teoria» disse Sophie.
Aveva aperto la borraccia e teneva il tappo tra le dita.
«Il corpo riceve segnali reali, non deve essere convinto che vada tutto bene, deve riuscire a non trasformare l’allarme nell’unica voce presente.»
«Il libro non dice mai che Parmitano non ha paura» osservò Cima Bue.
«Per fortuna» dissi «gli eroi senza paura mi hanno sempre messo a disagio, o mentono o non hanno capito la situazione.»
Il Maestro Oda Tao mi guardò.
«Chi non sente il pericolo non è sempre coraggioso, talvolta è soltanto lontano da sé.»
S.I.S.A. elaborò.
«La formulazione è compatibile con il tema.»
«Maestro, un altro punto per Lei.»
«Non sto partecipando a una gara.»
«È esattamente ciò che direbbe qualcuno in vantaggio.»
Sophie ci riportò al corpo.
«L’addestramento serve anche a questo, ripetere procedure, simulare emergenze, conoscere gli strumenti e le reazioni possibili riduce la quantità di decisioni da costruire da zero.»
«Ma non prepara ogni imprevisto» disse Cima Bue.
«No, se potesse farlo non sarebbe più un imprevisto, prepara la persona a restare presente abbastanza da capire quale parte della preparazione può ancora essere usata.»
La Luna entrò nel settimo arco e una linea sottile attraversò il terreno, mentre Prince la seguì con gli occhi.
«È come allenare un gesto nello sport» disse Cima Bue «lo ripeti finché non deve più essere pensato in ogni dettaglio, poi, durante la gara, la situazione cambia, e l’automatismo deve sostenerti, non renderti cieco.»
«Quindi l’allenamento migliore non ti trasforma in una macchina.»
«No, ti libera attenzione.»
S.I.S.A. intervenne.
«Una macchina ben programmata può comunque reagire a variabili previste.»
«S.I.S.A., non era un attacco personale.»
«Non l’ho interpretato come tale.»
«Però hai risposto.»
«La precisione è preventiva.»
Sophie versò la tisana nelle tazze e, quando me ne porse una, la presi con entrambe le mani.
«Un’altra cosa mi ha colpito» dissi «nel momento in cui l’astronauta sembra più solo, in realtà porta con sé un numero enorme di persone.»
Cima Bue annuì.
«Questo è uno dei centri del libro.»
«Gli istruttori, chi ha progettato la tuta, chi ha costruito le procedure, chi lavora a terra, i compagni, non sono dentro il casco, ma sono dentro i gesti.»
«Nello spazio non esistono eroi solitari» disse S.I.S.A.
Non era una frase decorativa, era quasi una descrizione tecnica.
«Forse non esistono da nessuna parte» disse Sophie «solo che alcune storie tagliano via tutto ciò che rende il protagonista dipendente dagli altri.»
Guardai il piccolo Jeeg che ancora tenevo nella tasca e pensai ai pezzi che arrivavano da fuori per completarlo.
«Allora avevo capito qualcosa già da bambino» dissi.
«Che cosa?» chiese Cima Bue.
«Che, per diventare più forti, a volte bisogna accettare di non essere completi da soli.»
Nessuno rise e, per un momento, mi preoccupai.
Poi Sophie abbassò lo sguardo verso la propria tazza.
«Questa tienila» disse.
«Dove?»
«Dentro.»
Era una risposta da Sophie, e la conservai.
Rimanere in piedi cominciava a farsi sentire, Cima Bue spostava il peso da una gamba all’altra, io cercavo di non appoggiarmi agli archi, perché gli Antichi non avevano previsto che i discendenti li usassero come schienali, mentre il Maestro Oda Tao sembrava immune alla fatica.
Sophie osservò tutti prima di parlare.
«Il corpo è un altro protagonista del libro.»
«Pensavo fosse Parmitano» dissi.
«Appunto, Parmitano ha un corpo.»
«Molti racconti di astronauti cercano di farcelo dimenticare» aggiunse Cima Bue.
Sophie annuì.
«La microgravità viene spesso mostrata come libertà, galleggiare, muoversi in ogni direzione, perdere il peso, ed è affascinante, però il libro mostra anche il prezzo di quell’ambiente.»
Parlò di muscoli, ossa, distribuzione dei fluidi, equilibrio, allenamento quotidiano, sonno e ritorno alla gravità, ma non lo fece come una lezione, perché ogni spiegazione nasceva da ciò che i nostri corpi stavano vivendo nel Circolo.
«Le gambe del Prof stanno già protestando dopo qualche ora in piedi» disse.
Cima Bue la guardò.
«Non stanno protestando.»
«Hai cambiato appoggio undici volte negli ultimi tre minuti.»
S.I.S.A. confermò.
«Dodici.»
«Grazie per la collaborazione» disse lui.
Sophie sorrise.
«Immaginate un corpo che passa mesi senza dover sostenere il proprio peso nello stesso modo, si adatta, ma alcuni adattamenti diventano problemi quando si torna sulla Terra.»
«Per questo si allenano ogni giorno» disse Cima Bue.
«Sì, in orbita il movimento non serve soltanto a migliorare, serve a conservare.»
«L’astronauta si allena per restare terrestre» dissi.
Sophie mi guardò.
«Questa è buona.»
«Anche scientificamente?»
«Non usarla in un esame di fisiologia, però è buona.»
Provai a restare su una gamba sola, durai meno di quanto sperassi, agitai un braccio, quasi colpii S.I.S.A. e rimisi subito il piede a terra.
«Dimostrazione conclusa.»
«Quale dimostrazione?» chiese Cima Bue.
«L’importanza della gravità.»
Prince aprì un occhio, sembrava poco impressionato.
«Il libro riporta lo spazio alla concretezza» continuò Sophie «mangiare, lavarsi, dormire, usare il bagno, lavorare, spostare oggetti, ogni gesto deve adattarsi a condizioni diverse.»
«Questa parte è divertente» dissi «e anche un po’ disturbante, in alcuni punti.»
«Perché?»
«Perché ti ricorda che un astronauta non trascorre la giornata a guardare la Terra con musica solenne.»
«La manutenzione occupa molto tempo» disse S.I.S.A.
«Anche nello spazio bisogna pulire.»
«Soprattutto nello spazio.»
«Questo ridimensiona parecchio le mie fantasie.»
«Le rende abitabili» disse Cima Bue.
Mi fermai su quella parola, abitabili. Forse era ciò che faceva il libro, prendeva il sogno dello spazio e lo rendeva abbastanza concreto da poterci entrare senza distruggerlo.
La scienza arrivò attraverso una piccola discussione sui microrganismi.
«Tra tutti gli esperimenti» mi chiese Cima Bue «quale ricordi meglio?»
«Quelli con i batteri e le rocce.»
S.I.S.A. aumentò leggermente la propria luce.
«Biomining.»
«Appunto, batteri che aiutano a estrarre elementi dalle rocce, mi piace.»
«Perché?»
«Sono minuscoli e lavorano su materiali enormi senza pubblicare nulla sui social.»
Cima Bue rise, Sophie scosse la testa, S.I.S.A. rispose: «La mancanza di attività sui social non è un criterio di valore scientifico.»
«Dovrebbe esserlo almeno in parte.»
«No.»
«Ne riparleremo.»
Mi interessava l’idea che la Stazione fosse un laboratorio nel quale osservare fenomeni impossibili da isolare allo stesso modo sulla Terra. Non tutto doveva produrre immediatamente un oggetto utile, alcune ricerche servivano a capire, altre aprivano domande nuove.
«Questo è un punto importante» disse Cima Bue «siamo abituati a chiedere subito a cosa serva una conoscenza.»
«La domanda è legittima» rispose S.I.S.A. «Diventa limitante quando si pretende che ogni ricerca mostri un’applicazione immediata e prevedibile.»
«È difficile accettare di investire tempo in qualcosa che potrebbe non funzionare» disse Sophie.
«Parmitano parla anche di questo, l’esperimento può non produrre il risultato atteso, ma non per questo è sempre inutile.»
«A scuola i ragazzi cercano la risposta corretta» disse Cima Bue «la ricerca, invece, può costringerti a scoprire che la domanda era sbagliata.»
«Questa cosa mi piace» dissi «è una forma molto elegante di fallimento.»
«Non renderlo troppo elegante» rispose il Prof «può costare anni di lavoro.»
«Giusto.»
La linea lunare si spostò di pochi centimetri.
«Gli Antichi facevano lo stesso qui» continuai «osservavano un allineamento per molti cicli, se una notte la luce non arrivava dove previsto, prima controllavano le pietre, il calcolo, le condizioni del cielo.»
S.I.S.A. mi guardò.
«E il punto dal quale avevano cominciato a contare gli archi.»
«Questa storia mi perseguiterà a lungo?»
«Probabilmente.»
Il Maestro Oda Tao osservava il segnalibro verde che spuntava dal proprio volume.
«Più saggio della certezza che sempre un colpevole cerca, il dubbio che sé stesso interroga è.»
«Maestro, con tutto il rispetto, per un momento ha parlato proprio come Yoda» dissi.
Il Maestro mi guardò.
«Molto da leggere, ancora hai.»
Rimase immobile, io rimasi immobile, Sophie tossì per nascondere una risata, Cima Bue abbassò la testa, mentre S.I.S.A. disse: «La struttura sintattica rafforza l’ipotesi precedente.»
Il Maestro Samurai Oda Tao chiuse gli occhi.
«Il vento altera l’ordine delle parole.»
«Certo, Maestro.»
Non avrei mai ricevuto una confessione, ma non ne avevo più bisogno.
A metà dell’incontro tirai fuori dalla tasca un piccolo involto di pane. Sophie lo vide.
«Hai portato del cibo?»
«Prevenzione.»
«Di cosa?»
«Della fame.»
«Questa volta la logica è corretta» disse S.I.S.A.
Presi un pezzo di pane. Il libro conteneva un episodio legato a delle uova strapazzate, non raccontammo dove, quando e perché, perché sarebbe stato ingiusto sottrarre al lettore una delle immagini più semplici e riuscite.
«Però possiamo dire l’espressione» dissi.
«Quale?» chiese Sophie.
«L’astronauta delle uova strapazzate.»
Cima Bue sorrise.
«Ti è piaciuta molto.»
«Moltissimo, perché smonta l’idea che l’eccellenza appartenga soltanto ai lavori eccezionali.»
«Il valore non dipende sempre dal prestigio sociale del compito» disse S.I.S.A.
«Vedi? Lei lo dice come un rapporto ministeriale, Parmitano lo dice con le uova.»
«Entrambe le formulazioni sono comprensibili.»
«Una fa venire più fame.»
Sophie prese il filo.
«Il punto non è fare tutto perfettamente, è abitare ciò che si fa con attenzione.»
«Un cuoco, un insegnante, un tecnico, un medico, un atleta» disse Cima Bue «la cura si riconosce anche nelle cose che sembrano ordinarie.»
«Uno gnomo che distribuisce libri?» chiesi.
«Anche.»
«Nonostante l’assenza dell’ora?»
«Quella resta una zona di miglioramento.»
«Me lo aspettavo.»
Presi un altro pezzo di pane.
«Sapete che cosa mi ha colpito davvero? Parmitano avrebbe potuto usare il proprio mestiere per alzare una distanza, invece guarda qualcuno che svolge bene un compito semplice e lo chiama astronauta.»
«Perché riconosce la stessa qualità di presenza» disse Sophie.
«Esatto, non dice: siamo uguali perché facciamo la stessa cosa, dice: riconosco nel tuo gesto la serietà con cui io provo ad abitare il mio.»
Il Maestro Oda Tao guardò il pane.
«Il gesto piccolo rivela la mano intera.»
«Maestro, Lei vorrebbe un pezzo?»
«No.»
«Era una domanda pratica, non filosofica.»
«La risposta resta no.»
Prince si avvicinò all’involto, lo annusò, poi si voltò.
«Giudizio negativo» disse S.I.S.A.
«Prince ha standard incompatibili con il pane comune.»
Il gatto tornò sulla linea lunare, e anche quella era una forma di eccellenza: sapere con precisione ciò che non si desidera.
Il futuro entrò nel Circolo lentamente, non attraverso una discussione sui calendari delle missioni, ma attraverso la Luna stessa. Era sopra di noi da sempre, eppure il libro la raccontava anche come una possibile tappa, un luogo di studio, permanenza e preparazione verso distanze maggiori.
«Questa parte è affascinante» disse Cima Bue «però cambia in fretta.»
S.I.S.A. confermò.
«Programmi, tecnologie, collaborazioni e scadenze possono essere modificati, le sezioni rivolte al futuro rappresentano lo stato delle prospettive nel momento della pubblicazione.»
«Detta così sembra che il futuro abbia una data di scadenza» dissi.
«Le previsioni tecniche sì.»
Sophie guardò la Luna.
«La domanda etica resta più a lungo, che cosa faremo quando avremo la possibilità di restare?»
«Il libro parla di utilizzare le risorse presenti sul posto» disse Cima Bue «acqua, materiali, ciò che può rendere sostenibile una permanenza.»
«È necessario» rispose Sophie «ma la parola risorsa cambia il modo in cui guardiamo un luogo, appena qualcosa diventa utile rischiamo di considerarlo disponibile.»
La Luna passava sopra gli archi senza appartenere a nessuno di essi.
«Gli Antichi Gnomi non parlavano di conquista» dissi.
S.I.S.A. rispose: «Non possedevano la tecnologia necessaria per raggiungere il satellite.»
«Vero, ma potevano comunque immaginarlo come proprietà degli dei, degli gnomi o di un regno, e non lo fecero. Aran’Thur serviva per entrare in relazione con un ciclo, non per dichiararne il possesso.»
Cima Bue annuì.
«Esplorare non dovrebbe significare ripetere fuori dalla Terra ogni errore compiuto sulla Terra.»
«La tecnologia amplia ciò che possiamo fare» disse S.I.S.A. «Non stabilisce da sola ciò che dovremmo fare.»
Il Maestro Oda Tao appoggiò una mano alla pietra.
«Un luogo silenzioso non è vuoto soltanto perché non pronuncia il nostro nome.»
Rimanemmo qualche secondo senza parlare.
Pensai alla superficie lunare, alle impronte già presenti, a quelle che forse sarebbero arrivate, alle domande che il libro apriva più rapidamente di quanto potesse approfondirle. Era uno dei suoi limiti.
Nella parte finale entravano molti temi, basi, missioni, risorse, robotica, adattamento umano, Luna, Marte e trasformazioni future, e alcuni avrebbero meritato un libro intero.
«Qui Cozzi accelera parecchio» disse Cima Bue.
«Sì» risposi «però gli riconosco una cosa, usa fantascienza, film e fumetti come ponti.»
«A volte molti ponti vicini» osservò Sophie.
«È vero, alcuni lettori potrebbero sentirsi un po’ affollati.»
S.I.S.A. intervenne.
«La densità dei riferimenti culturali varia, la loro funzione è facilitare l’accesso e creare familiarità.»
«Per me funzionano» dissi «non tutti allo stesso modo, ma funzionano. Quando compare Daitarn III, io non sento che il libro si stia abbassando per parlare a me, sento che qualcuno riconosce la lingua con cui ho imparato a immaginare.»
Cima Bue rimase in silenzio.
«Questa è una distinzione importante» disse poi «semplificare un concetto non significa trattare il lettore come meno intelligente.»
«E usare un cartone animato non significa essere superficiali.»
«No.»
Guardai Oda Tao.
«Vero, Maestro?»
Il segnalibro verde spuntava ancora.
«La profondità di un maestro non dipende dalla sua altezza.»
Sorrisi.
«Questa è la confessione più vicina che riceveremo.»
Il Maestro Oda Tao non rispose.
La Luna scomparve dietro una nube e le linee sul terreno si spensero quasi tutte insieme. Il Circolo rimase visibile soltanto attraverso una luminosità diffusa, abbastanza debole da costringerci a rallentare. S.I.S.A. avrebbe potuto illuminare ogni arco, ma non lo fece.
«Puoi mostrarci l’allineamento» le dissi.
«Sì.»
«Perché non lo fai?»
«Perché non siamo venuti a osservare una mia ricostruzione.»
La risposta mi sorprese.
«Questa è una cosa molto gnomica.»
«È una distinzione tra fenomeno e simulazione.»
«Gli gnomi la chiamano rispetto.»
«Le due definizioni possono coesistere.»
Restammo nel buio.
Prince si mosse, sentimmo i suoi passi senza riuscire a vedere bene dove andasse, poi si fermò vicino al libro che avevo posato al centro.
Cima Bue parlò.
«Anche questo riguarda la preparazione, una simulazione è indispensabile, ma non coincide con ciò che accadrà.»
«Prepara una gamma di risposte» disse S.I.S.A. «Non elimina la necessità di interpretare la situazione reale.»
«E una biografia?» chiesi. «Che cosa prepara?»
Sophie rispose: «Forse non prepara, accompagna.»
«Mostra una traiettoria» disse Cima Bue «ma la disegna dopo che è stata percorsa.»
«Quindi rischia di sembrare più chiara di quanto fosse.»
«Sempre.»
Pensai alla vita di Parmitano. Da fuori, tutto poteva essere ordinato, infanzia curiosa, formazione, volo, selezione, spazio, dentro, invece, c’erano deviazioni, errori, paure, occasioni e persone.
«Allora il libro non è una rotta» dissi «è una mappa disegnata da qualcuno che si volta indietro.»
«Sì.»
«E una mappa può aiutare senza dirti dove andare.»
Cima Bue annuì.
Non entrammo nelle pagine più intime della parte finale, non raccontammo le parole rivolte alle figlie, dicemmo soltanto che, a un certo punto, Parmitano smette di parlare principalmente come astronauta e lascia emergere il padre.
Lì il libro cambia temperatura.
«È il passaggio in cui tutto ciò che ha imparato deve essere consegnato senza diventare un ordine» disse Sophie.
«È difficile» osservò Cima Bue «un adulto vuole proteggere e, nel tentativo di proteggere, può finire per scegliere al posto dell’altro.»
«Una mappa può essere manipolata» dissi «puoi disegnare grande la strada che preferisci e rendere piccole tutte le altre.»
S.I.S.A. intervenne.
«Orientamento implicito attraverso la rappresentazione.»
«Sì, io lo avevo detto con più sospetto.»
Il Maestro Oda Tao parlò dal buio.
«Chi insegna il sentiero deve accettare che il viandante possa amare un’altra valle.»
«Anche se quella valle sembra sbagliata?» chiesi.
«Può avvertirlo delle pietre, non camminare al posto suo.»
Cima Bue guardò verso il punto in cui immaginava si trovasse Oda Tao.
«Questo vale per i genitori, gli insegnanti e gli allenatori.»
«E per chiunque venga considerato un maestro» disse Sophie.
«Anche per il Maestro Yoda» aggiunsi.
Dal buio arrivò la voce di Oda Tao.
«Un buon maestro sa quando sparire.»
Non aggiunsi nulla, quella frase conteneva già abbastanza verde.
La nube si spostò e la Luna tornò. La luce entrò lentamente dal settimo arco e ricomparve sul terreno, prima raggiunse Prince, gli illuminò la coda, e il gatto si spostò con evidente disappunto, come se il calendario lunare avrebbe dovuto tenere conto delle sue preferenze.
Poi la linea arrivò al libro.
In quel momento qualcosa mi cadde dalla tasca, sentii un piccolo colpo metallico sulla pietra. La figura di Jeeg Robot rotolò per qualche centimetro e si fermò accanto alla copertina, priva di una mano, scolorita, completamente fuori posto dentro un antico osservatorio lunare.
Sophie la raccolse.
«Era con te per tutta la sera?»
«Sì.»
«Perché non ce l’hai detto?»
«Non mi sembrava un oggetto adatto a un confronto serio.»
Cima Bue guardò il piccolo robot.
«E adesso?»
Esitai.
«Adesso mi sembra che fosse il motivo per cui ho convocato tutti.»
Ripresi Jeeg dalle mani di Sophie, mentre la luce della Luna attraversava la parte metallica rimasta lucida.
«Quando ho letto Daitarn III e Star Wars, mi sono sentito riconosciuto, non perché Parmitano e io abbiamo avuto lo stesso sogno, io non ho mai pensato seriamente di diventare astronauta, a volte faccio fatica persino sulle scale.»
«Confermo» disse S.I.S.A.
«Grazie.»
Strinsi la figura tra le dita.
«Mi sono sentito riconosciuto perché lui non si vergogna delle storie che lo hanno aiutato a immaginare, non le presenta come prove del proprio destino, le lascia dentro la sua formazione insieme alle persone, agli errori, agli studi e alla fatica.»
Guardai il gruppo.
«Da piccolo pensavo che crescere significasse smettere di avere bisogno dei robot, poi ho capito che non era vero, dovevo solo capire quali parti portare con me.»
Cima Bue ascoltava senza scrivere, ed era raro.
«Di Jeeg non mi serve il metallo, mi serve l’idea che nessuno diventa completo da solo, di Star Wars non mi servono le battaglie, mi serve sapere che, anche in un universo enorme, una scelta piccola può cambiare una direzione, di questi racconti non mi serve fingere di essere un eroe.»
Feci una pausa.
«Mi serve ricordare che l’immaginazione non mi rende meno serio, diventa un problema soltanto se la uso per evitare il lavoro necessario a trasformare qualcosa in realtà.»
Sophie sorrise.
«Questo libro ti ha fatto fare pace con una parte di te.»
«Forse.»
Guardai Cima Bue.
«E mi ha fatto capire un’altra cosa.»
«Quale?»
«Che essere affidabile non significa diventare meno Giordano, significa allenare ciò che in me deve reggere quando la battuta non basta.»
La voce mi tremò appena, non abbastanza da spezzarsi, abbastanza da essere vera. Prince tornò vicino alla mia scarpa e, questa volta, appoggiò il fianco contro la gamba. Cima Bue chiuse lentamente il libro.
«Credo che Parmitano capirebbe.»
Non disse che avevo trovato la morale giusta, non disse che il nostro incontro sarebbe piaciuto all’autore, disse soltanto quello.
Mi bastò.
Il Maestro Oda Tao si avvicinò alla linea di luce e, dal suo volume, cadde il segnalibro verde. Le due orecchie lunghe risultarono finalmente visibili a tutti. Lo raccolse prima che potessi farlo io.
«Maestro» dissi.
«Giordano.»
«Il suo segnalibro.»
«È funzionale.»
«Naturalmente.»
«Segna la pagina corretta.»
«Ha scelto proprio quella forma per caso?»
Oda Tao infilò il segnalibro tra le pagine.
«Il caso è una parola usata da chi non ha osservato abbastanza.»
«Questa è un’altra frase da…»
«È tardi.»
Si incamminò verso l’uscita del Circolo, poi, dopo pochi passi, si voltò verso di me.
«Molto da custodire, la meraviglia ha.»
Il silenzio durò un secondo, poi Sophie rise, Cima Bue si coprì la bocca con una mano e S.I.S.A. dichiarò: «Probabilità aggiornata.»
Il Maestro Samurai Oda Tao riprese a camminare senza voltarsi. Non lo avrebbe mai ammesso, ma non serviva.
Raccogliemmo le tazze, Sophie rimise la borraccia nella sacca, S.I.S.A. registrò la conclusione dell’allineamento e Cima Bue recuperò la pagina rimasta sotto la propria scarpa. Quella sotto Prince non era più utilizzabile, il gatto l’aveva graffiata in tre punti e piegata con il peso.
La presi comunque.
«Che cosa c’era scritto?» chiese Sophie.
Lessi.
« -Introduzione solenne alla natura umana dell’esplorazione cosmica- »
Cima Bue guardò la pagina rovinata.
«Prince ha fatto bene.»
«Comincio a pensarlo anch’io.»
Il gatto grigio aveva già imboccato il sentiero.
«Possiamo andare» dissi.
Cima Bue si avvicinò all’uscita.
«Adesso sai perché ci hai portati qui?»
Guardai ancora una volta i dodici archi. Gli Antichi Gnomi della Pietra di Selene non li avevano costruiti per dire alla Luna dove andare, li avevano costruiti per capire dove si trovavano loro mentre la Luna continuava il proprio viaggio.
«Sì» risposi «perché Parmitano non ci consegna il suo cielo, ci mostra come ha imparato a orientarsi nel proprio.»
«E noi?»
Abbassai lo sguardo sul piccolo Jeeg che tenevo ancora in mano.
«Noi dobbiamo capire quali stelle sono davvero nostre, e poi prepararci abbastanza da non chiedere al sogno di fare tutto il lavoro.»
Cima Bue annuì. Non prese appunti, o forse lo fece dopo.
Uscimmo dal Circolo.
Rimasi indietro qualche secondo. La Luna continuava ad attraversare Aran’Thur, non aveva bisogno di noi per completare il proprio ciclo, noi, però, avevamo avuto bisogno di fermarci lì per vedere qualcosa che, durante la lettura, non era ancora del tutto chiaro. Camminare tra le stelle parla dello spazio, delle missioni, della scienza, del corpo e del futuro, ma parla anche di un bambino che ha guardato mondi immaginari senza sapere dove lo avrebbero condotto, di una persona che ha dovuto imparare che il talento non protegge dagli errori, di un astronauta che porta dentro la tuta il lavoro di molti, di un padre che sa che amare qualcuno non significa scegliere la sua orbita.
Non avevamo raccontato come finiscono gli episodi più tesi, non avevamo aperto tutte le pagine intime e non avevamo trasformato il libro in un riassunto. Avevamo lasciato al lettore abbastanza cielo da esplorare da solo.
Misi Jeeg nella tasca, poi seguii gli altri. Dopo pochi passi inciampai in una radice, ma riuscii a restare in piedi.
Titolo:Camminare tra le stelle Autore:Luca Parmitano Con i contributi di:Emilio Cozzi Editore:Giangiacomo Feltrinelli Editore Anno di pubblicazione:2025 Genere:autobiografia, divulgazione scientifica, educazione, esplorazione spaziale Temi principali:curiosità, formazione, errore, disciplina, paura, addestramento, lavoro di squadra, scienza, corpo umano, Stazione Spaziale Internazionale, Luna, futuro dell’esplorazione.
Nota sugli autori
Luca Parmitano è astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea, colonnello dell’Aeronautica Militare e pilota collaudatore sperimentale. Selezionato dall’ESA nel 2009, ha partecipato a due missioni di lunga durata sulla Stazione Spaziale Internazionale: Volare, nel 2013, e Beyond, tra il 2019 e il 2020. È stato il primo italiano a svolgere un’attività extraveicolare e il primo italiano, nonché il terzo europeo, a ricoprire il ruolo di comandante della Stazione Spaziale Internazionale. Nel corso delle due missioni ha trascorso complessivamente oltre 366 giorni nello spazio e ha effettuato sei attività extraveicolari. Nel giugno 2026 è stato annunciato come pilota della missione Artemis III della NASA, diventando il primo astronauta dell’ESA assegnato a una missione del programma Artemis. Prevista per il 2027, Artemis III non dovrebbe raggiungere la superficie lunare, ma svolgere in orbita terrestre una missione di prova con equipaggio, dedicata al collaudo di complesse operazioni di rendez-vous e attracco tra la navicella Orion e i sistemi di allunaggio sviluppati per le successive missioni verso la Luna.
Emilio Cozzi è giornalista, autore e divulgatore scientifico, specializzato nei temi dello spazio, della tecnologia, dell’innovazione e della space economy. Ha ideato, scritto e condotto Space Walks, programma trasmesso da Rai 4 e RaiPlay, e ha condotto insieme a Marta Meli Countdown – Dallo spazio alla Terra, realizzato in collaborazione con Sky TG24. Nel suo lavoro intreccia divulgazione, cultura popolare, industria aerospaziale e riflessione sulle conseguenze sociali, economiche e culturali dell’esplorazione dello spazio.
In Camminare tra le stelle, Luca Parmitano mette a disposizione la propria esperienza personale, militare, scientifica e astronautica; Emilio Cozzi accompagna il racconto attraverso domande, collegamenti e riferimenti alla fantascienza, al cinema, ai fumetti e alla cultura pop. Il loro dialogo rende il volume accessibile anche ai lettori più giovani e a chi non possiede conoscenze specifiche di astronautica, pur lasciando emergere la complessità del lavoro, dell’addestramento e della ricerca che rendono possibile una missione spaziale.
Prima di incontrare Camminare tra le stelle: 8 domande sul libro di Luca Parmitano, con i contributi di Emilio Cozzi
Camminare tra le stelle è un’autobiografia tradizionale?
Non del tutto. Il libro segue il percorso personale e professionale di Luca Parmitano, dall’infanzia alla formazione militare e astronautica, ma non si limita a ricostruire una carriera. Gli episodi autobiografici diventano occasioni per parlare di curiosità, errori, paura, preparazione, lavoro di squadra, scienza, corpo umano e futuro dell’esplorazione.
È un libro destinato soltanto agli appassionati di spazio?
No. Le missioni, la Stazione Spaziale Internazionale e la ricerca scientifica occupano una parte importante del volume, ma i temi principali riguardano anche chi non sogna di diventare astronauta. Il libro parla del rapporto tra talento e disciplina, della capacità di affrontare l’imprevisto, delle persone che rendono possibile un risultato e del modo in cui si costruisce una direzione senza conoscere già l’intero percorso.
È un libro semplice da leggere?
La scrittura è divulgativa, il tono è diretto e i riferimenti al cinema, ai fumetti, ai cartoni animati e alla fantascienza aiutano ad avvicinare anche gli argomenti più tecnici. Alcune sezioni dedicate alla fisiologia, agli esperimenti scientifici e ai programmi spaziali sono però dense e richiedono più attenzione. Le illustrazioni e la struttura grafica rendono la lettura più accessibile, soprattutto per un pubblico giovane.
È un libro motivazionale?
Contiene riflessioni che possono incoraggiare il lettore, ma non propone formule per il successo e non trasforma la vita di Parmitano in un modello da imitare. La sua forza sta piuttosto nel mostrare il lavoro che precede i risultati: preparazione, fallimenti, correzioni, addestramento, responsabilità e collaborazione. Il messaggio non è che chiunque possa diventare astronauta, ma che ogni percorso serio richiede di conoscere i propri limiti e di lavorare anche sulle parti meno spettacolari.
Qual è il suo punto di forza principale?
La capacità di ridurre la distanza tra l’immagine straordinaria dell’astronauta e il lavoro quotidiano che la sostiene. Parmitano non si presenta come un eroe isolato, ma come parte di una rete composta da istruttori, tecnici, medici, ingegneri, scienziati, compagni e centri di controllo. Il libro restituisce valore alle competenze invisibili, alla preparazione e ai gesti ordinari che rendono possibile ciò che da lontano appare eccezionale.
Ci sono aspetti da leggere con maggiore attenzione critica?
Sì. I numerosi riferimenti alla cultura pop rendono il racconto vicino ai lettori più giovani, ma in alcuni passaggi possono affollare la pagina e interrompere momenti che avrebbero meritato maggiore silenzio. Alcune parti scientifiche condensano molte informazioni, mentre le sezioni dedicate alle future missioni lunari e spaziali descrivono programmi, tecnologie e scadenze che possono cambiare rapidamente. Le pagine sul futuro vanno quindi considerate come una fotografia di un progetto in evoluzione, non come una previsione definitiva.
A quali Sentieri di Mentalità Amplificata si collega?
Il legame principale è con Orizzonti Educativi, per il modo in cui il libro affronta curiosità, formazione, incontri, errori e libertà di scegliere la propria direzione. È molto forte anche il rapporto con Virtù Guidanti, attraverso responsabilità, coraggio, umiltà, disciplina e collaborazione. Il volume attraversa inoltre Corpo in Armonia, quando racconta l’adattamento dell’organismo alla microgravità, e Abitudini Rigenerative, nei passaggi dedicati all’allenamento, alla preparazione, al recupero e alla continuità del lavoro quotidiano.
Che cosa può lasciare al lettore Camminare tra le stelle?
Può aiutare a guardare il sogno senza separarlo dal lavoro necessario per sostenerlo. Ricorda che la paura non rende automaticamente incapaci, che un errore non coincide con l’intera identità di una persona e che nessun risultato importante nasce davvero in solitudine. Soprattutto, invita a osservare il proprio cammino con curiosità, senza sentirsi obbligati a copiare la destinazione raggiunta da qualcun altro.
Nota di trasparenza
Questo incontro nasce da una lettura indipendente di Camminare tra le stelle di Luca Parmitano, con i contributi di Emilio Cozzi, pubblicato da Feltrinelli. Il libro non ci è stato inviato né fornito dall’editore o dagli autori. Non si tratta di una collaborazione commerciale: non abbiamo ricevuto compensi, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto all’approvazione preventiva degli autori o dell’editore. Le riflessioni espresse restano libere e indipendenti, comprese le osservazioni sul tono, sulla densità di alcune sezioni e sui passaggi che richiedono maggiore attenzione critica. Il libro è disponibile sul sito di Feltrinelli, in libreria e nei principali store online. Utilizzando il collegamento affiliato Amazon presente nella pagina, il prezzo per chi acquista non cambia e una piccola percentuale contribuisce a sostenere Mentalità Amplificata.
Camminare tra le stelle invita a guardare il cielo senza perdere il contatto con la Terra, con il corpo, con gli errori e con le persone che preparano il cammino insieme a noi. È un libro da leggere con curiosità e senza fretta, lasciando che le domande continuino a lavorare anche dopo l’ultima pagina. Se questo incontro ti ha aiutato ad avvicinarti al libro e desideri sostenere il nostro lavoro indipendente di lettura, ricerca e condivisione, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo e nessuna aspettativa: soltanto un piccolo gesto per aiutarci a continuare a leggere con attenzione e a costruire incontri narrativi liberi da condizionamenti.
La medicina della persona – Scopri come nutrizione e medicina funzionale creano il tuo benessere e la tua salute – Pier Luigi Rossi e Monica Bossi – Aboca Edizioni
Appena si legge il sottotitolo di questo libro, la tentazione è quella di sistemarlo nello scaffale della nutrizione, magari accanto ai volumi che parlano di metabolismo, intestino, alimentazione e prevenzione. Sarebbe comprensibile. Dentro La medicina della personail cibo occupa molto spazio, così come la digestione, il microbiota, gli ormoni, lo stress e il sistema immunitario. Eppure, andando avanti, ci si accorge che il vero argomento del libro è un altro.
È il modo in cui guardiamo il corpo.
Siamo abituati a dividerlo. Un organo per volta, un sintomo per volta, un esame per volta. Lo facciamo per necessità, perché la medicina ha bisogno di competenze precise, di specializzazioni, di strumenti capaci di vedere molto da vicino. Ma può accadere che, continuando ad avvicinare lo sguardo, si perda la figura intera. La stanchezza resta da una parte. Il sonno da un’altra. Il peso finisce sulla bilancia, la digestione nello stomaco, l’ansia nella mente, la glicemia in un referto. Ogni elemento riceve un nome, una casella, talvolta una terapia. La persona, intanto, prova a tenere insieme tutto ciò che sulla carta appare separato.
Pier Luigi Rossi e Monica Bossi partono da qui. Propongono una lettura sistemica del corpo, nella quale alimentazione, metabolismo, ambiente, attività motoria, stress, sonno, microbiota e ormoni partecipano a un equilibrio che cambia continuamente. È una visione ampia, a tratti affascinante, perché restituisce profondità a gesti che facciamo senza pensarci. Mangiare non è soltanto introdurre calorie. Digerire coinvolge molto più dello stomaco. Lo stress non resta chiuso nella testa. Il movimento non serve unicamente a consumare energia. Anche il sonno, la luce, le abitudini e la qualità della vita quotidiana entrano nella storia biologica di una persona.
Il libro, però, è molto denso. Accosta numerosi sistemi, molecole, sintomi e possibili relazioni. In alcuni passaggi questa ricchezza apre prospettive interessanti; in altri chiede al lettore di rallentare e mantenere acceso il senso critico. Una correlazione può essere importante senza diventare automaticamente una causa. Un’ipotesi può orientare una ricerca, ma non sostituire una diagnosi. Un’indicazione alimentare può appartenere al metodo degli autori senza essere adatta a chiunque. Questa distinzione è necessaria, soprattutto quando si parla di tiroide, sistema immunitario, salute mentale, infiammazione, farmaci, integratori e condizioni croniche.
Abbiamo quindi scelto di non attraversare il libro capitolo dopo capitolo e di non riportarne i protocolli. Il lettore deve avere ancora qualcosa da scoprire, da valutare e, se lo riterrà utile, da discutere con un professionista competente. Ci interessa soprattutto la domanda che rimane quando le pagine vengono chiuse: quanto conosciamo davvero il corpo in cui viviamo?
Non il corpo ideale, disciplinato, sempre efficiente. Il corpo concreto. Quello che si adatta, compensa, rallenta, recupera, manda segnali e qualche volta perde l’equilibrio senza riuscire a spiegare immediatamente il perché.
Per parlare di un libro simile serviva un luogo che non fosse immobile, pur apparendo quieto.
Serviva acqua. Servivano luce, radici, microrganismi, piante, rive e stagioni.
Perché un lago può sembrare una sola cosa quando lo guardi da lontano. Avvicinandoti, scopri che la sua vita dipende da relazioni che non si vedono tutte insieme.
Ed è proprio da lì che cominciò il nostro incontro.
Un corpo può restare in piedi a lungo, anche quando qualcosa ha già iniziato a cambiare.
Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.
Il libro arrivò al Rifugio in una mattina di vento.
Cima Bue lo lasciò sul tavolo senza aggiungere molte spiegazioni. Si limitò a spingerlo verso di me, tra una tazza vuota e alcuni fogli pieni di annotazioni.
«Questo credo che tocchi più te che me.»
Guardai la copertina.
«È un modo elegante per assegnarmi un lavoro?»
«È un modo prudente per evitare che tu dica, tra qualche giorno, che avrei dovuto dartelo subito.»
Non aveva tutti i torti.
Presi il volume, lessi il titolo e poi il sottotitolo.
«Nutrizione e medicina funzionale.»
«Sì.»
«Molto materiale delicato.»
«Appunto.»
Lo fissai per qualche secondo.
«Vuoi che lo legga come farmacista o come Sophie?»
Cima Bue raccolse la tazza.
«Non sapevo che fossero due persone diverse.»
«A volte sì.»
«Allora leggilo con entrambe. Poi vediamo se litigano.»
Sorrisi appena, più per la precisione della risposta che per la battuta.
Portai il libro con me.
Nei giorni successivi lo lessi in luoghi diversi. Al Rifugio, nella piccola stanza dove conservo erbe e preparazioni, lungo i sentieri che conducono al lago. Alcune pagine le attraversai velocemente. Su altre tornai più volte, non sempre perché fossi d’accordo, ma perché mi costringevano a rimettere in discussione l’ordine con cui siamo abituati a guardare il corpo.
Durante la notte era piovuto molto. Il vento aveva spinto terra, foglie e piccoli frammenti vegetali verso la riva orientale. L’acqua non era scura, né maleodorante. Non c’erano pesci in superficie o piante visibilmente sofferenti. Eppure, in un punto preciso, la trasparenza era cambiata.
Mi accovacciai vicino alla riva.
Passai un dito nell’acqua e osservai il velo sottile che rimase sulla pelle.
Non era nulla di drammatico. Il lago non aveva bisogno di essere salvato. Aveva ricevuto qualcosa, lo stava assorbendo e avrebbe impiegato del tempo per ritrovare il proprio ordine.
Sentii dei passi dietro di me.
«Da quanto sei qui?»
Riconobbi la voce senza voltarmi.
«Abbastanza per accorgermi che l’acqua, in questo punto, è diversa.»
Cima Bue si avvicinò, evitando per poco una zona di fango.
«È successo qualcosa?»
«È piovuto. Il vento ha trascinato terra e foglie. Probabilmente l’acqua tornerà limpida da sola.»
«Quindi non è un problema.»
Alzai lo sguardo verso di lui.
«Non ho detto questo.»
Si fermò.
«Hai appena cominciato a parlare come il libro.»
«Il libro, in certi punti, comincia a parlare come questo lago.»
Si accovacciò accanto a me. Non troppo vicino, ma abbastanza da costringermi a spostare il volume che avevo appoggiato sull’erba.
«Ti ha convinta?»
La domanda arrivò con quella semplicità che spesso rende più difficile rispondere.
Guardai l’acqua.
«Mi ha convinta a non liquidarlo in fretta. È già qualcosa.»
«Non sembra entusiasmo.»
«Non deve esserlo. Alcune parti sono molto interessanti. Altre mi fanno alzare un sopracciglio.»
«Uno solo?»
«Per ora.»
Cima Bue prese il libro e lo rigirò tra le mani.
«Qual è il centro?»
«La persona.»
«Il titolo lo suggeriva.»
«Sì, ma i titoli fanno promesse. Bisogna vedere se le pagine riescono a mantenerle.»
Mi sedetti sull’erba, badando a non sporcare il camice più di quanto fosse già successo. Lui rimase accovacciato per qualche secondo, poi si arrese alla scomodità e si sedette a sua volta.
«Gli autori dicono una cosa che condivido» continuai. «Il corpo non può essere compreso davvero come una serie di stanze chiuse. Quello che accade nell’intestino può avere relazioni con altri sistemi. Lo stress modifica il sonno, il comportamento, la digestione. L’alimentazione non agisce nel vuoto. Il movimento, gli ormoni e il sistema immunitario si parlano.»
«Fin qui mi sembra ragionevole.»
«Lo è. Il problema arriva quando da “queste cose possono essere collegate” si passa troppo velocemente a “questa cosa spiega quell’altra”.»
Cima Bue annuì.
«Quindi il libro unisce bene, ma qualche volta stringe troppo i nodi.»
Lo guardai.
«Questa è buona.»
«Ogni tanto mi capita.»
«Non abituarti.»
Rimase a osservare il punto torbido del lago.
«Vuoi convocare gli altri qui?»
«Sì.»
«Non al Rifugio?»
Scossi la testa.
«Al Rifugio finiremmo per discutere intorno a un tavolo. Qui possiamo vedere ciò di cui stiamo parlando. Un lago non è la somma dell’acqua, dei pesci, delle radici e del fango. Funziona perché tutte queste cose restano in relazione. E se una cambia, anche le altre devono adattarsi.»
«Sembra già l’inizio dell’articolo.»
«Non rovinare il momento.»
«Non era mia intenzione.»
«Lo so. È una tua capacità naturale.»
Si alzò, pulendosi i pantaloni con le mani.
«Li chiamo.»
«Aspetta.»
Si voltò.
«Falli venire nel pomeriggio. Il lago avrà avuto tempo di reagire. Voglio vedere cosa cambia.»
«Vuoi osservare l’acqua o verificare una teoria?»
«Entrambe le cose.»
«Quindi stanno litigando davvero.»
«Chi?»
«La farmacista e Sophie.»
Lo guardai allontanarsi lungo il sentiero.
«Prof.»
Si voltò di nuovo.
«Porta qualcosa di caldo. La sera qui diventa fredda.»
«È una prescrizione?»
«È buon senso.»
«Mi fido meno.»
Questa volta sorrisi davvero.
Arrivarono quando il sole aveva già cominciato a inclinarsi.
S.I.S.A. fu la prima presenza che percepii. Al Lago dei Girasoli Lucenti non assumeva mai una forma netta. La sua luce si mescolava ai riflessi dell’acqua e sembrava apparire solo quando qualcuno le rivolgeva attenzione.
Il Maestro Samurai Oda Tao arrivò senza fare rumore. Portava con sé il suo passo misurato e quella capacità, per me irritante e rassicurante insieme, di muoversi su un terreno bagnato senza sporcarsi.
Giordano, lo gnomo aureo, invece, riuscì a impantanarsi prima ancora di raggiungere la riva.
«Nessuno si preoccupi» disse, sollevando una scarpa coperta di fango. «Il terreno ha solo espresso un’opinione molto fisica sul mio arrivo.»
«Ti avevo detto di non lasciare il sentiero» osservò Cima Bue.
«Io non l’ho lasciato. È il sentiero che ha fatto una deviazione improvvisa.»
Prince, il gatto grigio, comparve dietro di lui, perfettamente pulito.
Giordano lo guardò.
«Non sopporto la superiorità tecnica dei gatti.»
Prince passò accanto senza degnarlo di una risposta e si avvicinò all’acqua.
Avevo sistemato il libro su una pietra piatta, accanto ad alcune foglie di melissa e a un piccolo recipiente di vetro con l’acqua raccolta quella mattina. Cima Bue aveva portato un thermos e cinque tazze.
Giordano indicò le tazze.
«Vedo cinque posti e un gatto.»
«Prince non beve tisane» dissi.
«Non davanti a noi.»
Ci disponemmo senza un ordine preciso. Il Maestro Samurai Oda Tao rimase in piedi vicino ai girasoli. Cima Bue si sedette su un tronco caduto. Giordano scelse una pietra, la esaminò con attenzione e, dopo averla ritenuta affidabile, vi si sistemò sopra.
S.I.S.A. parlò per prima.
«Ho analizzato le annotazioni condivise. Il volume presenta una struttura ampia e un elevato numero di relazioni biologiche, metaboliche, endocrine e immunologiche.»
Giordano alzò una mano.
«Possiamo stabilire una regola?»
«Quale?»
«Se usi più di quattro parole scientifiche nella stessa frase, ci concedi una pausa alimentare.»
«Non è necessario.»
«Per te.»
Cima Bue aprì il thermos.
«Cominciamo dal principio. Sophie, perché ci hai portati qui?»
Guardai il lago.
La parte orientale era ancora meno limpida del resto, ma il materiale sospeso si era abbassato. Alcune foglie si erano fermate tra le radici vicine alla riva.
«Perché questo libro parte da una cosa che sembra ovvia, ma che nella pratica dimentichiamo spesso. Una persona non è un insieme di pezzi messi uno accanto all’altro.»
Giordano si guardò le mani.
«Io a volte mi sento assemblato con una certa fretta.»
«Nel tuo caso non escludo problemi di montaggio» disse S.I.S.A.
Lui si voltò verso di lei.
«Ecco. Queste sono le cose che un’intelligenza artificiale non dovrebbe imparare.»
Cima Bue versò la tisana.
«Continua.»
Presi il libro.
«Siamo abituati a cercare una causa unica. Dormo male, sarà lo stress. Sono stanco, sarà il lavoro. Ho difficoltà digestive, sarà un alimento. Aumento di peso, mangio troppo. A volte può essere così. Altre volte quello che vediamo è solo la parte più visibile di un sistema che si sta adattando male.»
«Come il lago dopo la pioggia» disse Cima Bue.
«Sì. Però dobbiamo stare attenti. Il fatto che il lago sia torbido dopo il vento non significa che ogni cambiamento dell’acqua dipenda dal vento. Potrebbe esserci una perdita nel terreno, una pianta malata, una sostanza arrivata da lontano. Il collegamento va dimostrato.»
S.I.S.A. aumentò leggermente la propria luminosità.
«Associazione e causalità non sono sinonimi.»
Giordano annuì, serio.
«Se inciampo vicino a una castagna, non è detto che la castagna mi abbia spinto.»
«Esempio impreciso» disse S.I.S.A. «Ma comprensibile.»
«Lo considero un successo accademico.»
Il Maestro Oda Tao si chinò verso l’acqua.
«Chi vede un’onda e crede di conoscere il fondo ha guardato troppo in fretta.»
Nessuno aggiunse subito qualcosa.
Con Oda Tao accadeva spesso. Lasciava una frase e si ritirava, come se non avesse alcun interesse a controllare che fosse stata capita.
«Il libro parla molto di equilibrio» dissi. «Non di equilibrio come immobilità. Piuttosto come capacità di rispondere a ciò che accade e ritrovare una condizione compatibile con la vita.»
Cima Bue teneva la tazza tra le mani.
«Nello sport è evidente. Un atleta non è in equilibrio perché non viene mai perturbato. Viene perturbato continuamente. Allenamento, fatica, recupero, tensione, sonno, competizione. Il problema arriva quando lo stimolo supera per troppo tempo la capacità di recuperare.»
«Oppure quando il recupero viene considerato tempo perso» aggiunsi.
Mi guardò.
«Questo vale anche fuori dallo sport.»
«Soprattutto fuori dallo sport.»
Giordano sollevò la tazza.
«Io considero il recupero una disciplina avanzata.»
«Tu consideri avanzata qualsiasi attività svolta da seduto» disse Cima Bue.
«Il pregiudizio verso le posture basse è ancora molto diffuso.»
Prince si accoccolò vicino alla pietra su cui avevo appoggiato il libro.
«C’è una frase del volume che mi è rimasta dentro» continuai. «Non perché sia nuova in senso assoluto, ma perché regge molte delle pagine successive: prima conoscere il corpo, poi scegliere il cibo.»
Giordano abbassò lo sguardo verso un involto che aveva cercato di nascondere sotto il mantello.
«Questa frase arriva in un momento complicato.»
«Che cosa hai portato?»
«Pane.»
«Puoi mangiarlo.»
«Senza analisi preventiva?»
«Giordano, il libro parla di consapevolezza. Non di trasformare ogni pasto in un interrogatorio.»
Lui aprì l’involto con sollievo.
«Ecco, questa è una medicina che posso sostenere.»
Cima Bue prese il filo.
«Conoscere il corpo, però, non rischia di diventare un’altra ossessione? Oggi abbiamo orologi, bilance, applicazioni, esami, punteggi, grafici. Possiamo misurare quasi tutto e continuare a non sapere come stiamo.»
«È un rischio reale» risposi. «La consapevolezza non coincide con il controllo permanente. E il corpo non è un progetto da sorvegliare ventiquattr’ore su ventiquattro.»
S.I.S.A. intervenne.
«L’aumento dei dati non produce automaticamente una migliore interpretazione. Può generare rumore, ansia e conclusioni errate.»
«Questa è una cosa importante» disse Cima Bue. «Perché il lettore potrebbe chiudere il libro pensando di dover controllare ogni valore, ogni sintomo, ogni alimento.»
«E sarebbe una lettura sbagliata. Almeno per me.»
Giordano spezzò il pane.
«Io ho una domanda meno scientifica.»
«Sentiamo.»
«Se un cibo mi fa stare bene mentre lo mangio e male due ore dopo, quale delle due versioni ha diritto di voto?»
Sorrisi.
«Entrambe. Il piacere non va cancellato e la reazione del corpo non va ignorata. Bisogna capire frequenza, quantità, contesto e condizioni personali. Non esiste un tribunale universale degli alimenti.»
«Peccato. Avevo alcuni testimoni da corrompere.»
Cima Bue indicò il libro.
«La parte sul cibo ti è piaciuta?»
Esitai.
«Mi è piaciuto il passaggio dall’idea calorica all’idea funzionale. Un alimento non è soltanto un numero. Porta proteine, grassi, carboidrati, fibre, micronutrienti, sostanze bioattive. Viene digerito, assorbito, trasformato. Incontra un organismo che ha una storia, un metabolismo, un microbiota, una giornata buona o una giornata pessima.»
«E dove hai alzato il sopracciglio?»
«Quando le indicazioni diventano troppo precise per essere trasportate fuori dal contesto clinico. Orari, quantità, combinazioni, integrazioni. Possono appartenere al metodo degli autori, ma non diventano automaticamente indicazioni per tutti.»
S.I.S.A. confermò.
«Una raccomandazione nutrizionale generalizzata può essere inadatta in presenza di patologie, terapie farmacologiche, allergie, disturbi alimentari, gravidanza o condizioni metaboliche specifiche.»
Giordano smise di masticare.
«Questa frase ha tolto improvvisamente allegria al pane.»
«Il pane non ha colpe» dissi. «Mangia.»
Riprese immediatamente.
Il sole si abbassò di poco e la luce cambiò sulla superficie.
Una libellula si fermò su uno stelo vicino all’acqua. Più in basso, quasi invisibili, piccoli organismi si muovevano tra le alghe e il fango.
Indicai quel punto.
«La parte sul microbiota è forse quella che si accorda meglio con questo luogo.»
Giordano si sporse troppo in avanti e dovette recuperare l’equilibrio agitando le braccia.
«Le comunità invisibili apprezzano molto quando qualcuno cade nel loro ambiente.»
«Resta seduto.»
S.I.S.A. proiettò sull’acqua una trama leggera, simile a una rete.
«Il microbiota viene descritto come un organo virtuale. Non è una struttura delimitata come fegato o cuore. È una comunità di microrganismi che interagisce con la mucosa intestinale, il sistema immunitario, il metabolismo e l’ambiente.»
Giordano la fissò.
«Quindi dentro di me vive una comunità che non mi ha mai eletto sindaco.»
«Fortunatamente» dissi.
«È una critica alla mia leadership?»
«È una tutela della biodiversità.»
Cima Bue sorrise, poi tornò a guardare il lago.
«Questa idea può cambiare anche il modo di pensare all’alimentazione. Non mangiamo solo per noi.»
«Esatto. Una parte di ciò che introduciamo nutre anche i microrganismi con cui conviviamo. La fibra, per esempio, ha un ruolo importante. Ma il microbiota non deve diventare la nuova spiegazione universale.»
S.I.S.A. spense la proiezione.
«Il settore scientifico è in rapida evoluzione. Sono documentate relazioni tra microbiota e numerose funzioni dell’organismo, ma molte applicazioni cliniche restano complesse. Attribuire a una generica disbiosi sintomi molto diversi può favorire autodiagnosi e trattamenti privi di indicazione.»
«Tradotto» disse Giordano, «non posso accusare i miei batteri di ogni giornata storta.»
«Puoi accusarli» rispose S.I.S.A. «Ma non avresti prove.»
«È già più di quanto accade in molte discussioni familiari.»
Rimasi in silenzio per un momento.
Avevo incontrato spesso persone che arrivavano in farmacia dopo aver eliminato alimenti, acquistato integratori o seguito protocolli trovati online. Alcune avevano ricevuto indicazioni corrette. Altre avevano cominciato con un gonfiore e si erano ritrovate a temere quasi tutto ciò che mangiavano.
«C’è una parte del libro che considero utile» dissi. «L’attenzione verso le eliminazioni alimentari prolungate e fatte senza criterio. Quando una persona comincia a dire che tutto le fa male, togliere sempre più alimenti può sembrare una soluzione. A volte peggiora la situazione e rende il rapporto con il cibo ancora più difficile.»
Cima Bue annuì.
«E può trasformare il pasto in una prova da superare.»
«Sì. Per questo serve competenza. Non paura.»
Il Maestro Samurai Oda Tao osservava la riva, dove alcune radici emergevano dalla terra.
«Un giardino protetto da ogni seme smette di essere un giardino.»
Giordano guardò il proprio pane.
«Maestro, questa mi sembra una difesa indiretta del mio spuntino.»
«Non lo era.»
«La accolgo ugualmente.»
Il vento si alzò quando arrivammo allo stress.
Non fu un cambiamento improvviso. Prima si mossero le foglie dei girasoli, poi l’acqua cominciò a incresparsi. Prince aprì gli occhi e sollevò la testa, infastidito più dal movimento dell’aria che dalla conversazione.
Cima Bue si chiuse meglio la giacca.
«Il capitolo sullo stress è quello più vicino al mio lavoro.»
«Anche al mio» dissi. «Solo che lo incontriamo da parti diverse.»
«Per un alunno prima di un esame, o per un atleta prima di una gara, l’attivazione non va cancellata. Una certa tensione aiuta. Prepara il corpo.»
«Il problema è quando la gara non finisce mai.»
Quella frase uscì senza pensarci.
Cima Bue rimase a guardarmi per un istante.
«Sì.»
Il vento spinse una piccola onda contro la riva.
«Il libro descrive bene la differenza tra una risposta acuta e una condizione che si prolunga» continuai. «Il corpo aumenta l’attenzione, rende disponibile energia, modifica temporaneamente alcune funzioni. È una risposta utile. Se però l’allarme rimane acceso troppo a lungo, il costo diventa alto.»
«Sonno, digestione, appetito, concentrazione» disse lui. «E poi arriva il comportamento. Si mangia peggio, ci si muove meno, ci si sente troppo stanchi per cambiare qualcosa.»
«E ci si colpevolizza perché non si riesce a fare proprio ciò che potrebbe aiutare.»
Giordano strinse il mantello.
«Questa la conosco.»
Nessuno scherzò.
Lui guardò il lago.
«Quando sei stanco davvero, anche una cosa piccola sembra avere una salita davanti. E gli altri ti dicono: fai una passeggiata, dormi meglio, mangia bene, organizza la giornata. Tutte cose ragionevoli. Solo che te le dicono come se la ragionevolezza producesse energia.»
Lo osservai.
«Hai ragione.»
Giordano si voltò verso di me.
«Questa risposta mi preoccupa. Di solito mi correggi.»
«Non quando dici una cosa vera.»
«Allora forse dovrei smettere qui.»
S.I.S.A. intervenne con un tono più netto.
«Occorre anche evitare una riduzione biologica della sofferenza psicologica. Ansia, depressione, attacchi di panico e disturbi del sonno non possono essere attribuiti automaticamente a microbiota, infiammazione, carenze nutrizionali o alterazioni ormonali.»
«Questo è uno dei punti su cui il libro va letto con attenzione» dissi. «È corretto ricordare che alcune condizioni fisiche possono influire sull’umore e sulla concentrazione. Ma sarebbe sbagliato far credere che la psicoterapia o le terapie farmacologiche siano inutili quando esiste una componente biologica.»
Cima Bue si strofinò le mani per il freddo.
«E dire a una persona che soffre che dovrebbe soltanto mangiare meglio o ridurre lo stress può diventare una forma di colpa.»
«Sì. Una forma molto educata, ma pur sempre colpa.»
Il vento continuava a muovere il lago.
Il Maestro Oda Tao alzò lo sguardo verso i girasoli.
«Il vento sveglia l’acqua. Se non si ferma mai, le impedisce di riflettere il cielo.»
Rimase lì, senza aggiungere altro.
Quando la luce cominciò a farsi più fredda, Cima Bue versò altra tisana.
«Il libro dedica molto spazio anche alla tiroide.»
«Sì.»
«E lì il terreno diventa ancora più delicato.»
Presi la tazza.
«La tiroide è descritta come un termostato del corpo. L’immagine funziona. Regola il metabolismo e partecipa a numerosi equilibri. Ma un’immagine efficace non deve diventare una diagnosi.»
S.I.S.A. parlò senza attendere.
«Valori di TSH, T3 e T4 devono essere interpretati nel contesto clinico. Sintomi aspecifici come stanchezza, variazioni di peso, ansia, insonnia o difficoltà di concentrazione non indicano automaticamente una disfunzione tiroidea.»
Giordano inclinò la testa.
«Quindi cercare su internet “sono stanco e ho freddo” resta una cattiva idea.»
«Molto cattiva» dissi.
«E gli integratori?»
«Ancora peggio, se presi senza indicazione. Iodio, selenio e altri micronutrienti sono importanti, ma il loro eccesso può creare problemi. Con la tiroide non si improvvisa.»
Cima Bue annuì.
«Il lettore non dovrebbe uscire dal nostro incontro con una lista di esami o prodotti da acquistare.»
«Dovrebbe uscire con una domanda in più, non con una terapia costruita da solo.»
Prince si avvicinò al thermos, lo annusò e si allontanò deluso.
«Anche il sistema immunitario viene raccontato attraverso una metafora forte» continuai. «Un sistema di difesa che deve sapere quando intervenire e quando ritirarsi.»
«Come un custode» disse Cima Bue.
«Sì. Però anche qui il libro collega l’infiammazione a moltissimi disturbi. Alcune relazioni sono importanti. Altre non possono essere trasformate in spiegazioni definitive.»
S.I.S.A. si fece più luminosa.
«Termini come infiammazione cronica, stress ossidativo e neuroinfiammazione vengono spesso utilizzati online in modo generico. Possono descrivere processi reali, ma non costituiscono da soli una diagnosi.»
Giordano rifletté.
«Quindi “sono infiammato” non significa quasi niente, se non sai dove, come e perché.»
«Esatto.»
«Mi state togliendo molte possibilità di conversazione nei negozi di erboristeria.»
«Ti stiamo proteggendo.»
Il Maestro Oda Tao sfiorò una foglia piegata dal vento.
«Il custode che combatte ogni ombra finisce per ferire la casa.»
Quella volta Giordano non commentò. Si limitò ad annuire.
Il sole stava scomparendo dietro gli alberi quando la conversazione arrivò al punto che mi aveva accompagnata durante tutta la lettura.
Non riguardava un organo, un nutriente o un protocollo.
Riguardava la responsabilità.
«C’è un rischio» dissi. «Quando si insiste molto sullo stile di vita, sulla nutrizione e sulle scelte quotidiane.»
Cima Bue mi guardò.
«Far sentire la persona responsabile della propria malattia.»
«Sì.»
La risposta arrivò così rapidamente che capii che ci aveva già pensato.
«Dire che le abitudini contano è corretto» continuò. «Ma non possiamo trasformare la salute in una specie di premio per chi si comporta bene. Ci sono persone che fanno attenzione a tutto e si ammalano. Altre che vivono male per anni e sembrano non pagare conseguenze immediate. La biologia non è un sistema morale.»
Abbassai lo sguardo verso la tazza.
«Non voglio che passi l’idea che una persona malata abbia sbagliato abbastanza da meritarselo. Sarebbe falso e crudele.»
S.I.S.A. confermò.
«Il rischio individuale dipende da genetica, ambiente, condizioni sociali, esposizioni, accesso alle cure, casualità biologica e comportamenti. Nessun singolo fattore spiega l’intera storia.»
Giordano rimase a fissare il fango sulle proprie scarpe.
«Quindi possiamo fare la nostra parte senza credere di controllare tutto.»
«Esatto» disse Cima Bue. «E forse è più difficile. Perché significa impegnarsi senza garanzia.»
Il Maestro Oda Tao guardò il lago.
«Il contadino cura il campo. Non comanda la pioggia.»
Nessuno ebbe bisogno di tradurlo.
Quella frase rimase tra noi mentre la luce calava.
Parlammo ancora del libro, ma in modo meno ordinato.
Cima Bue tornò sul movimento e sulla necessità di non ridurlo a strumento per dimagrire. Raccontò di come, nello sport e nella scuola, il corpo venga spesso giudicato per ciò che produce, mentre la relazione con il movimento dovrebbe includere fiducia, competenza, piacere, recupero e possibilità di sentirsi presenti.
S.I.S.A. richiamò più volte la differenza tra prevenzione, supporto allo stile di vita e trattamento di una patologia.
Giordano sostenne, con una serietà quasi professionale, che un libro capace di fargli riflettere sulla comunità microbica mentre mangiava del pane doveva avere una certa forza. Aggiunse però che, in alcuni punti, le informazioni erano così numerose da fargli perdere il filo.
«È come entrare in una stanza dove tutti parlano contemporaneamente» disse. «Capisci che stanno dicendo cose importanti, ma devi scegliere chi ascoltare per primo.»
Era una critica giusta.
Il volume ha il merito di mostrare connessioni che spesso vengono ignorate. Proprio questa ambizione, però, può diventare il suo limite. Il lettore interessato troverà molti spunti. Chi cerca un percorso lineare potrebbe sentirsi sopraffatto dalla quantità di sistemi, ormoni, molecole e possibili interpretazioni.
«E tu?» mi chiese Cima Bue. «Dopo tutto questo, lo consiglieresti?»
Guardai il libro sulla pietra.
«Sì, con una condizione.»
«Quale?»
«Che venga letto come un invito ad approfondire, non come un manuale per diagnosticarsi da soli.»
«Quindi non per cercare la spiegazione definitiva dei propri sintomi.»
«No. Per capire che il corpo merita di essere osservato in modo più ampio. E per arrivare da un professionista con domande migliori.»
S.I.S.A. intervenne.
«Valutazione coerente.»
Giordano si voltò verso di lei.
«Quando dici così sembra che Sophie abbia superato un esame.»
«Ha formulato una conclusione equilibrata.»
«È la tua versione di un applauso.»
«Non esagerare.»
Prince si alzò e si stirò.
La parte orientale del lago era ancora diversa. L’acqua non era tornata completamente limpida, ma il materiale si era depositato e la superficie aveva ripreso a riflettere il cielo. Un girasole vicino alla riva restava piegato, appesantito dalla pioggia.
Mi alzai e mi avvicinai.
«Non tornerà diritto oggi» disse Cima Bue alle mie spalle.
«Forse domani.»
«E se non tornasse?»
Sfiorai lo stelo senza forzarlo.
«Non significa che il lago abbia fallito.»
Lo sentii avvicinarsi.
«Questa è la parte che molti libri sulla salute dimenticano.»
«Quale?»
«Che non sempre stare meglio significa tornare come prima.»
Mi voltai verso di lui.
Aveva il viso stanco e le mani strette intorno alla tazza ormai vuota.
«Hai freddo» dissi.
«Un po’.»
«Stanchezza, mani fredde… secondo il libro potremmo aprire diverse ipotesi.»
Mi guardò con sospetto.
«Qual è la tua diagnosi?»
«Siamo rimasti vicino a un lago fino a sera e non hai portato una giacca abbastanza pesante.»
«Finalmente un approccio prudente.»
«Non abituarti.»
Sorrise.
Dietro di noi, Giordano stava cercando di liberare una scarpa dal fango senza cadere. S.I.S.A. gli forniva indicazioni precise che lui ignorava sistematicamente. Il Maestro Samurai Oda Tao aveva già imboccato il sentiero, seguito da Prince.
Raccolsi il libro.
Il Lago dei Girasoli Lucenti non era guarito, perché non era malato. Aveva attraversato una perturbazione, l’aveva assorbita e stava trovando un nuovo ordine. Una parte dell’acqua era tornata limpida. Una parte aveva ancora bisogno di tempo.
Pensai che forse il contributo più importante di La medicina della persona fosse proprio questo: ricordare che il corpo non resta uguale mentre viviamo.
Riceve ciò che mangiamo, il sonno che perdiamo, il movimento che facciamo, l’aria che respiriamo, i farmaci di cui abbiamo bisogno, le paure che attraversiamo, la luce, le abitudini, gli anni e tutto ciò che non possiamo scegliere.
Non sempre riusciamo a leggere bene i suoi segnali. A volte li ignoriamo. Altre volte li ascoltiamo troppo e ci spaventiamo. La cura sta anche nel trovare una misura tra queste due estremità.
Il libro di Pier Luigi Rossi e Monica Bossi apre molte strade. Alcune sono solide, altre meritano verifiche e confronto. Non risolve il mistero del corpo, e forse è meglio così. Ci costringe però a smettere di considerarlo un contenitore silenzioso che deve funzionare finché non si rompe.
Il corpo partecipa a ciò che viviamo, cambia, compensa e, qualche volta, chiede aiuto.
Sta a noi imparare ad ascoltarlo senza trasformare ogni sussurro in una diagnosi e senza aspettare che debba urlare per meritare attenzione.
Chiusi il libro e raggiunsi gli altri sul sentiero.
Il lago rimase dietro di noi, vivo, leggermente torbido e ancora capace di riflettere il cielo.
Perché ogni storia ci cura, se sappiamo ascoltarla
Titolo:La medicina della persona Sottotitolo:Scopri come nutrizione e medicina funzionale creano il tuo benessere e la tua salute Autori:Pier Luigi Rossi e Monica Bossi Editore:Aboca Edizioni Anno di pubblicazione:2026 Genere:Saggio divulgativo su nutrizione, medicina funzionale e salute Lingua:Italiano ISBN:9788855233583
Nota sugli autori
Pier Luigi Rossi è medico, docente universitario presso l’Università degli Studi di Siena e specialista in Scienza dell’Alimentazione, Igiene e Medicina Preventiva. Da anni si occupa di divulgazione scientifica, con particolare attenzione al rapporto tra alimentazione, metabolismo, composizione corporea e salute. Per Aboca Edizioni ha pubblicato numerosi volumi, tra cui Dalle calorie alle molecole (2014), La buona salute (2019), Un corpo nuovo (2021), Conosci il tuo corpo, scegli il tuo cibo (2022), L’intestino. Il sesto senso del nostro corpo (nuova edizione 2023), La nuova scienza dell’alimentazione (2024) e Le ricette della buona salute (2025).
Monica Bossi è medico chirurgo, specialista in Medicina Interna, docente ed esperta di Nutrizione Funzionale, Nutrigenomica e Medicina Integrata. Svolge attività di consulenza scientifica, in Italia e all’estero, nell’ambito della Medicina Preventiva, Personalizzata e Funzionale, collaborando con istituti di ricerca nazionali e internazionali. È autrice e coautrice di saggi scientifici dedicati alla salute ed è stata consulente della Presidenza del Consiglio per gli stili di vita in Medicina Preventiva durante l’emergenza pandemica da Covid-19. Il suo sito professionale è www.qualisvitae.ch/
In La medicina della persona, le loro competenze si incontrano in una lettura ampia della salute: Rossi parte soprattutto dalla nutrizione, dal metabolismo e dalla conoscenza del corpo; Bossi approfondisce le relazioni tra medicina funzionale, digestione, stress, ormoni, microbiota e sistema immunitario.
Prima di incontrare La medicina della persona : 8 domande sul libro di Pier Luigi Rossi e Monica Bossi
La medicina della persona è un libro di diete?
No. Il volume parla molto di alimentazione e propone anche indicazioni pratiche, ma il suo campo è più ampio. Gli autori affrontano metabolismo, composizione corporea, digestione, microbiota, stress, ormoni e sistema immunitario.
Il libro propone un metodo alimentare preciso?
In diverse parti vengono presentati criteri, sequenze dei pasti, abbinamenti e suggerimenti appartenenti all’approccio degli autori. Non sono indicazioni automaticamente adatte a tutti e non sostituiscono un piano elaborato sulla storia clinica della singola persona.
È un libro semplice da leggere?
La scrittura è divulgativa, ma la quantità di informazioni è notevole. Alcune sezioni scorrono facilmente; altre richiedono più attenzione per la presenza di termini scientifici e numerosi collegamenti tra sistemi diversi.
Qual è il suo punto di forza principale?
Il tentativo di riportare la persona al centro e di mostrare che alimentazione, sonno, stress, attività motoria, digestione e metabolismo non funzionano come compartimenti completamente separati.
Ci sono aspetti da leggere con prudenza?
Sì. In alcuni passaggi il libro formula collegamenti molto ampi tra disfunzioni, sintomi e possibili cause. Queste relazioni non devono diventare strumenti di autodiagnosi. Particolare cautela serve per tiroide, sistema immunitario, salute mentale, microbiota, integrazione e patologie croniche.
Può sostituire il parere di un medico?
No. Il volume è un saggio divulgativo e propone la prospettiva degli autori. Sintomi persistenti, terapie, patologie diagnosticate o valori di laboratorio alterati richiedono una valutazione medica.
A quali Sentieri di Mentalità Amplificata si collega?
Il legame principale è con Alimentazione Consapevole. Il libro attraversa anche Corpo in Armonia, Abitudini Rigenerative e Respiro Vitale, soprattutto quando affronta movimento, recupero, stress e ritmi quotidiani.
Che cosa può lasciare al lettore La medicina della persona?
Può aiutare a guardare il corpo in modo meno frammentato, riconoscendo che alimentazione, sonno, stress, movimento, digestione e metabolismo si influenzano a vicenda. Il valore del libro sta soprattutto nelle domande che apre e nella maggiore attenzione che invita a dedicare ai segnali del corpo, senza sostituire il confronto con professionisti qualificati.
Nota di trasparenza
Questo incontro nasce dalla lettura di una copia di La medicina della persona di Pier Luigi Rossi e Monica Bossi, ricevuta da Aboca Edizioni con finalità culturali e divulgative. Non si tratta di una collaborazione commerciale: non abbiamo ricevuto compensi, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto all’approvazione preventiva dell’editore. Le riflessioni espresse restano libere e indipendenti, comprese le osservazioni sui passaggi che richiedono maggiore prudenza. Il libro è disponibile sul sito di Aboca Edizioni, in libreria e nei principali store online. Utilizzando il collegamento affiliato Amazon presente nella pagina, il prezzo per chi acquista non cambia e una piccola percentuale contribuisce a sostenere Mentalità Amplificata.
La medicina della persona invita a osservare il corpo con maggiore attenzione, senza ridurlo a un singolo sintomo, a un numero o a una formula valida per tutti. È un libro da leggere con curiosità, ma anche con senso critico, lasciando che le domande continuino a lavorare oltre l’ultima pagina. Se questo incontro ti ha aiutato ad avvicinarti al libro e desideri sostenere il nostro lavoro indipendente di lettura, ricerca e condivisione, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo e nessuna aspettativa: soltanto un piccolo gesto per aiutarci a continuare a leggere con cura e a raccontare senza condizionamenti.
Non chiamatemi Bubu – Chicco Evani, con Lucilla Granata: il pallone e ciò che resta sotto la maglia – (Mondadori)
Alcuni libri arrivano accompagnati da un’immagine precisa. Nel caso di Non chiamatemi Bubu, sulla copertina c’è un pallone da calcio, ma basta poco per accorgersi che quel pallone porta con sé anche una maglia, una storia e un mondo intero. Una maglia pesante, riconoscibile, piena di storia, di vittorie, di nomi che appartengono alla memoria collettiva di chi ama il calcio. Nel caso di Non chiamatemi Bubu, quella maglia è rossonera, e sarebbe facile fermarsi lì, davanti al Milan, davanti agli Invincibili, davanti alle notti europee, davanti a Sacchi, agli olandesi, a San Siro, a Tokyo, a Pasadena, a tutto ciò che il calcio ha già trasformato in racconto.
Ma sarebbe una lettura troppo comoda.
Perché il libro di Alberico “Chicco” Evani, scritto con Lucilla Granata, non chiede di essere attraversato come l’album dei ricordi di un calciatore vincente. Non nasce per mostrare soltanto ciò che è entrato negli almanacchi, né per riportare il lettore dentro una nostalgia sportiva pronta all’uso. Certo, il calcio c’è, ed è inevitabile che ci sia. C’è il Milan come seconda pelle, c’è la Sampdoria come porto di ripartenza, c’è la Nazionale come sogno azzurro, ci sono allenatori, compagni, campioni, infortuni, vittorie, finali, sconfitte e momenti in cui un pallone sembra contenere più destino di quanto una persona riesca a sopportare.
Eppure il centro è un altro.
Il centro è un uomo che ha parlato per anni attraverso i piedi, attraverso il lavoro, attraverso l’affidabilità, attraverso la presenza silenziosa in campo, e che a un certo punto sente il bisogno di provare a parlare anche con le parole. Non perché sia diventato improvvisamente un uomo diverso, non perché abbia smesso di essere riservato, ruvido, schivo, poco incline alle grandi dichiarazioni, ma perché la vita, quando si mette a bussare con certe assenze, non accetta più di essere rimandata.
Non chiamatemi Bubu è un libro sul nome, prima ancora che sul soprannome.
È un libro sull’identità, su ciò che gli altri ci appiccicano addosso per abitudine, per scherzo, per affetto, per superficialità, e su ciò che invece sentiamo di essere davvero. È un libro sul pudore, su chi ama moltissimo ma non sempre riesce a dirlo, su chi tiene tutto dentro finché il silenzio diventa insieme rifugio e prigione. È un libro sul padre, sulla madre, sui figli, sulla moglie, sui compagni, sugli allenatori, sui ragazzi da guidare, sulle persone che restano, e su quelle che se ne vanno lasciando una frase sospesa, una canzone, una risata, una mancanza che continua a respirare accanto a noi.
Soprattutto, è un libro sull’affidabilità.
Parola poco appariscente, quasi antispettacolare, inadatta ai titoli rumorosi e alle classifiche veloci, ma enorme nella vita vera. Essere affidabili significa che gli altri sanno che ci sei. Che non devi occupare sempre il centro per essere decisivo. Che puoi essere una fascia percorsa mille volte, una copertura fatta al momento giusto, una parola trattenuta, un compito rispettato, una promessa non detta ma mantenuta. Significa che il valore di un uomo non sempre esplode. A volte resta, semplicemente. E restare, in certi momenti, è una forma altissima di forza.
Per questo non abbiamo voluto incontrare questo libro in uno stadio. Uno stadio avrebbe fatto troppo rumore.
Non lo abbiamo portato subito nel Rifugio di Aetheria, dove il team di Mentalità Amplificata si riunisce quando una lettura chiede confronto, discussione, sguardi diversi e parole da mettere sul tavolo. Ci siamo arrivati dopo. Prima serviva un luogo più quieto, più profondo, più adatto a ciò che non viene detto subito.
Era uno di quei pomeriggi in cui la luce sembra trattenersi ancora un poco prima di lasciare spazio alla sera. I bambù oscillavano appena, gli aceri disegnavano ombre sottili sui sentieri di pietra e lo stagno al centro custodiva il cielo con quella calma che soltanto l’acqua conosce. In quel luogo il silenzio non è mai assenza: è ascolto.
Avevo il libro tra le mani.
Non lo tenevo come si tiene un volume appena terminato, ma come si tiene qualcosa che ha già iniziato a lavorarti dentro.
Sophie ha sempre lo sguardo di chi osserva contemporaneamente ciò che viene detto e ciò che resta nascosto. Ascolta prima di interpretare e interpreta prima di giudicare. Quando arrivò, con il suo taccuino sotto il braccio, si fermò accanto alla panchina senza interrompere subito il silenzio.
«È un libro di calcio?» mi chiese.
«Sì.»
Lei sorrise appena.
«Ma se mi rispondi così significa che non è solo un libro di calcio.»
«No. Il calcio è la porta. Ma dietro c’è molto altro.»
Mi chiese chi fosse l’autore.
Passai una mano sulla copertina.
«Chicco Evani. Uno degli uomini di quel Milan che ha cambiato il calcio. Un giocatore concreto, intelligente, affidabile. Uno di quelli che magari non occupavano sempre il centro della scena, ma senza i quali la scena non avrebbe avuto la stessa forma.»
Sophie annuì.
«Quindi uno di quelli che si notano davvero soltanto quando mancano.»
Era una frase molto da Sophie: poche parole, ma sempre orientate verso ciò che sostiene una struttura.
«Sì» dissi. «Evani è stato questo. Un uomo di squadra. Uno che non aveva bisogno di urlare la propria importanza per essere importante. Ma questo libro non racconta soltanto il calciatore. Racconta soprattutto l’uomo che è rimasto sotto la maglia.»
Sophie si sedette accanto a me.
«Io non lo conosco davvero» disse. «Il nome sì, certo. Ma non la sua storia.»
«Forse è meglio così.»
«Perché?»
«Perché puoi incontrarlo senza partire dai trofei.»
Lei guardò lo stagno.
Per un attimo sembrò che l’acqua trattenesse qualcosa che non apparteneva solo al Giardino: una strada di provincia, un pallone consumato, un ragazzo con i capelli a caschetto, il rumore del mare, una casa attraversata da poche parole e molti gesti.
«Da dove bisognerebbe partire?» chiese.
«Da un bambino. Da un pallone. Da una famiglia ruvida e presente. Da un padre che non invade, da una madre che aspetta, da un ragazzo che cresce in fretta e impara a dire con il corpo ciò che con la voce gli riesce più difficile.»
Sophie rimase in silenzio.
Quel tipo di frase non aveva bisogno di essere riempita.
«Il titolo mi incuriosisce» disse dopo un po’. «Non chiamatemi Bubu. Sembra quasi una richiesta di confine.»
«Lo è. E non è una questione piccola. Un soprannome può sembrare leggero per chi lo usa, ma a volte non lo è per chi lo porta. Dentro quel titolo c’è una domanda precisa: chi decide come dobbiamo essere chiamati? Gli altri, per abitudine, o noi, quando finalmente troviamo il coraggio di dire che un nome non ci rappresenta?»
Sophie sfiorò il bordo del libro.
«Quindi è un libro sull’identità.»
«Sì. Ma non in modo teorico. È un libro in cui l’identità passa dal calcio, dalla famiglia, dal corpo, dalla fatica, dagli infortuni, dalle assenze, dalle amicizie, dal modo in cui un uomo viene ricordato dagli altri e dal modo in cui lui stesso prova, forse per la prima volta, a guardarsi senza scappare.»
Il Giardino sembrò farsi più quieto.
Una foglia cadde nello stagno, producendo un cerchio minuscolo, poi un altro, poi un altro ancora.
Sophie seguì quei cerchi con lo sguardo.
«Mi stai dicendo che Evani scrive per ricordare?»
«Anche. Ma forse scrive soprattutto per non trattenere più tutto.»
«Questa è una cosa diversa.»
«Molto diversa.»
Riaprii il libro, senza leggere ad alta voce. Non serviva. Alcune pagine non vanno citate subito. Vanno lasciate agire.
«Ci sono libri» dissi «che nascono da un progetto ordinato. Altri nascono da una crepa. Questo mi sembra nato da una crepa. Da quelle assenze che arrivano e ti ricordano che il tempo non aspetta. Da quelle telefonate brevi che non hanno bisogno di molte parole perché una frase sola basta a cambiare il respiro di una stanza. Da lì, forse, nasce il bisogno di scrivere. Non per letteratura. Per urgenza.»
Sophie lo ascoltava con attenzione.
Era il suo modo di entrare nei libri: non chiedeva subito la trama, cercava il battito.
«Mi colpisce che tu parli di respiro» disse. «Perché quando il dolore arriva davvero, non resta nella testa. Entra nel corpo. Stringe il petto, chiude la gola, cambia il modo in cui stai seduto, cammini, dormi. Un atleta può conoscere il corpo in modo straordinario, ma questo non lo rende immune dal dolore. Anzi, forse gli dà un alfabeto diverso per sentirlo.»
Annuii.
«Nel libro il corpo è ovunque. Non solo il corpo atletico. Il corpo ferito, operato, ingessato, stanco, impaurito, teso. Il corpo che dopo un infortunio non torna subito a fidarsi. Il corpo che trattiene le emozioni quando la voce non riesce a farle uscire.»
Sophie guardò di nuovo la copertina.
«Allora questo libro non può restare qui.»
«Nel Giardino?»
«No. Il Giardino è il luogo giusto per il primo ascolto. Ma se ciò che dici è vero, questo libro deve incontrare tutto il team. Tu lo stai leggendo come uomo di sport, come educatore, come lettore che riconosce il valore di una vita passata dentro una maglia. Ma qui ci sono troppi fili. Il corpo, il silenzio, l’intelligenza della prestazione, il dolore, la famiglia, il nome, il talento, l’educazione dei giovani. Ognuno di noi deve guardarci dentro.»
Chiusi lentamente il libro.
«Nel Rifugio.»
«Sì» disse Sophie. «Nel Rifugio.»
Poi sorrise appena.
«E forse dovresti prepararti. Giordano sentirà parlare di “Bubu” e vorrà certamente dire qualcosa.»
Feci un mezzo sorriso.
«Temo di sapere anche cosa.»
Il Giardino Segreto dei Sussurri tornò al suo silenzio.
Ma non era più lo stesso silenzio di prima.
Ora aveva una direzione.
Il libro rimase alcuni giorni sul grande tavolo del Rifugio.
Non perché qualcuno esitasse ad aprirlo. Al contrario. Proprio perché andava attraversato con calma, senza la fretta di trasformare ogni pagina in una frase utilizzabile. Lo lasciai lì, accanto a una vecchia matita, a un quaderno pieno di appunti e a una tazza di caffè dimenticata più volte, come spesso accade quando una lettura prende il sopravvento sulla temperatura delle cose.
Uno alla volta, i membri del team lo lessero.
Quando arrivammo nel Rifugio, il libro aveva già lavorato dentro ognuno di noi.
Sophie aveva riempito il suo taccuino di annotazioni sul rapporto tra emozioni e corpo. S.I.S.A., la nostra IA, aveva organizzato una sequenza di parole chiave: affidabilità, appartenenza, talento, disciplina, perdita, ritorno, nome, silenzio. Il Maestro Samurai Oda Tao aveva sottolineato pochissime frasi, ma quelle poche erano diventate il centro delle sue riflessioni. Giordano, lo gnomo aureo, invece, aveva infilato tra le pagine una castagna secca come segnalibro e nessuno aveva avuto il coraggio di chiedergli perché.
«Sto bene!» dichiarò prima ancora di cadere davvero.
Poi cadde lo stesso.
Si rialzò con dignità discutibile, si sistemò la corona d’alloro storta e si sedette come se nulla fosse successo.
Questo era Giordano. Goffo. Impacciato. Capace di trasformare qualsiasi ingresso in una piccola catastrofe logistica. Eppure, quando parlava davvero, riusciva spesso a trovare il cuore delle cose prima degli altri.
«Bene» dissi. «Lo avete letto.»
S.I.S.A. fu la prima a intervenire. La sua voce era precisa, ordinata, quasi matematica.
«Il tema dominante non è il calcio. Il calcio è il vettore narrativo. Il nucleo centrale riguarda identità, appartenenza, elaborazione del lutto e costruzione del sé.»
Giordano la fissò.
«Tu riesci a dire “mi ha toccato il cuore” come se stessi compilando una relazione tecnica.»
«La precisione riduce gli errori interpretativi.»
«E aumenta il bisogno di abbracci.»
Sophie sorrise.
«In realtà avete ragione entrambi.»
Era tipico di lei. Non cercava di vincere una discussione. Cercava di capire cosa ci fosse di vero in ogni posizione.
«Questo libro parla di emozioni profonde» disse. «Ma non lo fa in modo sentimentale. Le osserva attraverso il corpo, i gesti, le assenze.»
Il Maestro Oda Tao, seduto vicino alla finestra, rimase in silenzio ancora qualche secondo. Il Maestro parlava poco. Ma quando lo faceva, sembrava che ogni frase fosse stata lasciata maturare per anni.
«Il silenzio del signor Evani non è vuoto» disse. «È una stanza piena di cose che non hanno trovato subito una porta.»
Nel Rifugio calò il silenzio.
Era una frase molto da Oda Tao. Essenziale. Profonda. Capace di aprire più domande che risposte.
Osservai il libro.
S.I.S.A. intervenne con la sua lucidità consueta: «Nel libro il silenzio non è un semplice tratto caratteriale. È un sistema di protezione. Nasce da un’educazione affettiva poco verbale, viene rafforzato dalla perdita, diventa abitudine, poi identità percepita. Protegge dal dolore, ma limita anche la comunicazione con chi ama.»
«E lui lo sa. Questo è importante. Non si assolve. Non dice: sono fatto così, quindi prendete o lasciate. Si guarda. A volte con durezza, a volte con ironia, a volte con pudore. Ma si guarda.»
Giordano annuì lentamente.
«A me questa cosa ha colpito. Perché uno pensa: calciatore, Milan, coppe, Nazionale, eroe di qua, eroe di là. Poi invece ti trovi davanti uno che sembra dire: sì, va bene, ma io con le parole ho fatto fatica. Con gli abbracci pure. Con certe cose semplici, forse, ancora di più.»
Fece una pausa.
«Che poi le cose semplici sono spesso le più sleali. Arrivano vestite da cose semplici e poi ti fanno inciampare davanti a tutti.»
Sophie lo guardò con dolcezza.
«Questa è molto tua.»
«Lo so. Purtroppo ho un archivio personale di inciampi.»
Fu allora che arrivammo al titolo.
Non chiamatemi Bubu.
E lì Giordano cambiò espressione.
Abbassò lo sguardo. Si rigirò una castagna tra le mani. Poi tossicchiò.
«Posso dire una cosa?»
«Sempre» rispose Sophie.
«Però se diventa troppo seria mi serve una castagna di supporto emotivo.»
Nessuno lo interruppe.
«Quando ero piccolo» disse «mi chiamavano Barilotto.»
Fece una smorfia.
«Che poi, a essere sinceri, avevano pure una certa base statistica. Ero basso, tondo e correvo come una botte lanciata giù da una collina.»
Qualcuno sorrise.
Lui no.
«Il problema è che a me non piaceva. Per niente.»
Si strinse nelle spalle.
«Ridevo anch’io. Perché quando sei piccolo impari presto che se ridi insieme agli altri forse fa meno male.»
Fece una pausa.
«Non fa meno male. Fa solo meno rumore.»
Nessuno parlò. Giordano continuò.
«Chi inventa un soprannome pensa quasi sempre di fare una cosa leggera. Una piuma. Ma una piuma per chi la lancia può diventare un sasso per chi la porta.»
Poi si grattò il naso, imbarazzato.
«Ecco. L’ho detta. Adesso torno a essere buffo.»
Ma nessuno rise.
Perché aveva appena detto una delle cose più profonde dell’intera serata.
Sophie lo guardò con dolcezza.
«Questa è esattamente una delle chiavi del libro.»
S.I.S.A. annuì.
«Corretto. Il titolo rappresenta una richiesta di riconoscimento identitario.»
«Tradotto?» chiese Giordano.
«Lasciami essere chi sono.»
«Molto meglio.»
Il Maestro Samurai Oda Tao chiuse gli occhi.
«Il nome è una veste sottile. Se stringe troppo, anche l’anima fatica a respirare.»
Giordano si voltò verso di lui.
«Maestro, questa me la dedico un po’.»
«Fallo.»
«Con moderazione?»
«No. Con verità.»
Giordano abbassò la testa.
Per una volta non trovò subito una battuta.
E forse fu meglio così.
«Il secondo nodo» dissi «è il pallone.»
Sophie sorrise appena.
«Nel tuo mondo è spesso così.»
«Sì. Ma qui il pallone non è solo calcio. È lingua. È rifugio. È compagno. È lo strumento con cui un bambino entra nel mondo prima ancora di saper nominare quello che sente.»
S.I.S.A. intervenne.
«Il pallone svolge una funzione regolativa e identitaria. Organizza il tempo, incanala energia, costruisce relazione, dà competenza percepita, permette appartenenza. Per un ragazzo schivo, può diventare un modo per esistere senza esporsi verbalmente.»
Giordano sospirò.
«S.I.S.A., tu hai appena trasformato il pallone in un dispositivo socio-emotivo.»
«È una definizione corretta.»
«Non dico di no. Però ogni tanto il pallone vorrebbe anche essere pallone.»
Sorrisi.
«Ed è proprio questa la forza. Per Evani il pallone resta pallone. Non diventa mai simbolo astratto. È concreto. Si calcia, si rincorre, si perde, si ritrova, si sporca di polvere e di mare. Ma dentro quella concretezza c’è tutto.»
Giordano prese il libro e rimase a fissare la copertina così a lungo che, per un momento, sembrò essersi dimenticato di noi.
La inclinò verso il fuoco, poi la avvicinò agli occhi un po’ troppo.
«Aspettate…»
Si tirò indietro appena, come se la copertina gli avesse risposto.
«Quello non è uno sfondo. È un campo di terra battuta.»
Lo guardammo.
«Uno di quei campetti di periferia dove il pallone rimbalza come gli pare, le ginocchia imparano prima della testa e la polvere ti entra nei calzini, nei capelli e probabilmente anche nel carattere.»
Abbassò il libro, ma continuò a fissarlo.
«Forse prima delle coppe, degli stadi e delle maglie importanti c’è sempre un campo che nessuno fotografa. E magari è proprio quello che ti resta dentro più di tutti.»
Fece una pausa, poi si accorse che stavamo ancora guardandolo.
«Scusate. Mi è uscita una cosa seria mentre osservavo della terra.»
Il libro gli scivolò quasi dalle mani.
«Ecco. Adesso sono tornato io.»
Sophie sfiorò le pagine.
«Mi colpisce che il libro non separi mai davvero il corpo dalla memoria. Il pallone è nei piedi, ma anche nei ricordi. Il dolore è negli infortuni, ma anche nel respiro. La famiglia è nei pensieri, ma anche negli occhi, nei gesti, nei silenzi.»
«Perché Evani non racconta una carriera come se fosse una sequenza di risultati» dissi. «Racconta una vita che ha usato il calcio per attraversare se stessa.»
Il Maestro Oda Tao guardò verso la finestra.
«Il guerriero non conosce la via perché combatte. Combatte perché la via gli chiede di conoscersi.»
Giordano alzò un dito.
«Io questa l’ho capita quasi tutta.»
«Quasi?» chiese Sophie.
«Sì. La parte del guerriero mi sfugge sempre un po’, perché io al massimo ho combattuto contro una talpa particolarmente testarda che aveva deciso di trasferirsi nel mio orto. Però il senso è che il campo non era solo campo. Era il posto in cui lui scopriva chi era.»
«Esatto» dissi.
Giordano si illuminò.
«Allora ho capito più di quanto pensassi. Mi succede raramente e mi spaventa.»
Prince aprì un occhio, come se volesse annotare l’evento tra le anomalie del Rifugio.
Quando si parlò del corpo, Sophie prese naturalmente il centro della conversazione.
Era il suo territorio.
Ma non lo occupava mai con arroganza.
Lo abitava.
«La cosa che mi colpisce» disse «è che il corpo nel libro non è soltanto prestazione. È memoria. Gli infortuni restano nei muscoli, ma anche nella fiducia. Il dolore resta nel petto, nel respiro, nella postura.»
Mentre parlava, sembrava vedere ciò che gli altri non vedevano.
Le emozioni sotto le parole.
Le ferite sotto i comportamenti.
«Molti pensano che gli atleti siano forti perché controllano il corpo» continuò. «Ma proprio per questo sentono ancora di più quando il corpo smette di rispondere.»
S.I.S.A. annuì.
«L’atleta professionista sperimenta una relazione complessa con il corpo. Il corpo è strumento di realizzazione, ma anche possibile limite. Quando si infortuna, non si ferma solo la prestazione. Si incrina l’identità.»
«Sì» disse Sophie. «E nel libro si sente molto bene. Dopo una ferita fisica non basta guarire biologicamente. Bisogna tornare a fidarsi. Del contatto, dello scontro, del gesto. A volte il corpo è pronto prima della mente. A volte la mente dichiara di essere pronta, ma il corpo trattiene memoria della paura.»
Fissai il fuoco.
«Questa è una cosa che nello sport giovanile si sottovaluta spesso. L’infortunio non è solo una pausa. Può diventare una frattura nella fiducia.»
«E anche il lutto» aggiunse Sophie «entra nel corpo. Nel libro ci sono momenti in cui il dolore toglie il fiato, chiude, appesantisce, gela. Non è una metafora decorativa. È esperienza corporea.»
Giordano parlò con voce più bassa.
«Quando uno dice “mi manca il fiato”, a volte gli manca davvero qualcosa da respirare.»
Nessuno rise.
Lui se ne accorse e si agitò.
«Era una frase seria, credo. Mi è caduta fuori senza casco.»
Sophie sorrise appena.
«Era molto seria.»
«Allora la raccolgo con cautela.»
Oda Tao guardò Giordano.
«Le frasi vere cadono spesso senza fare rumore. Sta a noi non calpestarle.»
Giordano deglutì.
«Maestro, oggi mi state facendo lavorare molto sul piano verticale interno.»
«È crescita.»
«È faticosa.»
«Anche.»
Poi arrivò il Milan.
S.I.S.A. intervenne quasi subito.
«Il Milan non deve diventare il centro dell’incontro.»
«No» dissi. «Ma non possiamo nemmeno trattarlo come sfondo. Per Evani è appartenenza. Seconda pelle. Famiglia. Scuola. Fatica. Gloria. Caduta. Rinascita.»
«È importante il modo in cui attraversa la caduta e la risalita» disse S.I.S.A. «La narrazione mostra che l’identità di una squadra non si costruisce solo nella vittoria, ma nella risposta alla perdita di status. La crisi diventa un laboratorio di appartenenza.»
Giordano la guardò.
«Quindi: quando cadi, si vede chi sei.»
«Sintesi accettabile.»
«Grazie. La mia versione è meno elegante ma più trasportabile.»
Sorrisi.
«Il Milan diventa davvero seconda pelle perché non gli dà solo gloria. Gli dà anche cicatrici. E le cicatrici, a volte, legano più delle medaglie.»
Sophie annuì.
«Però c’è anche un altro aspetto. La squadra come comunità. Nel libro emergono compagni, amici, allenatori, persone che tornano, che restano, che vengono ricordate non solo per quello che hanno fatto in campo, ma per come hanno abitato la vita.»
«Questo è fondamentale» dissi. «Evani racconta il Milan degli Invincibili, ma non lo fa come un museo. Lo fa come uno che ha vissuto volti, stanze, viaggi, scherzi, tensioni, allenamenti, paure, notti, parole ricevute, parole non dette.»
S.I.S.A. aggiunse: «Le testimonianze finali confermano questo dato. Gli altri parlano del talento, ma insistono soprattutto sull’uomo: serietà, umiltà, affidabilità, professionalità, presenza. È una convergenza significativa.»
Giordano alzò la mano.
«Posso dire che “affidabile” è una parola bellissima ma vestita male?»
Sophie rise piano.
«In che senso?»
«Nel senso che non brilla subito. Non entra nella stanza dicendo: guardatemi, sono una virtù spettacolare. Sembra quasi una parola da contratto, da elettrodomestico, da sedia che non traballa. Però poi ci pensi e dici: cavolo, ma nella vita chi vuoi vicino? Uno geniale che sparisce o uno affidabile che c’è quando serve?»
S.I.S.A. lo osservò.
«Formulazione imperfetta, contenuto rilevante.»
Giordano si portò una mano al cuore.
«Ogni tuo complimento sembra arrivare con una multa.»
«È il mio modo di non alimentare illusioni.»
«Funziona. A volte troppo.»
Rimasi sulla parola.
«Affidabile. Sì. Credo sia una delle chiavi dell’incontro. Evani non chiede al lettore di ammirarlo. Ma pagina dopo pagina si capisce perché gli altri si fidavano di lui.»
Il Maestro Oda Tao parlò piano.
«La roccia non chiede al fiume di essere lodata. Resta. E per questo il fiume sa dove passare.»
Giordano lo guardò.
«Io, se fossi roccia, chiederei almeno una targhetta.»
«Per questo sei gnomo.»
«Osservazione dura ma geologicamente corretta.»
Il fuoco cambiò direzione. Le fiamme sembrarono spostarsi verso il libro, come se anche loro volessero ascoltare la parte più difficile.
«La famiglia» disse Sophie.
Abbassai lo sguardo.
«Sì. La famiglia è il cuore.»
«Il padre» disse il Maestro Oda Tao.
«La madre» aggiunse Sophie.
«I figli» disse S.I.S.A.
«E chi resta» concluse Giordano, quasi senza accorgersene.
Li guardai uno a uno.
«Non dobbiamo entrare troppo nei dettagli. Sarebbe sbagliato. Alcune pagine vanno lasciate al lettore. Però dobbiamo dire una cosa: il libro non sarebbe quello che è senza il padre e la madre di Evani.»
Sophie annuì.
«Il padre è una presenza nell’assenza. La madre è un’attesa che salva.»
Il Maestro Samurai Oda Tao aprì gli occhi.
«Il padre gli lascia una forma. La madre gli lascia un posto in cui tornare.»
Nel Rifugio nessuno si mosse.
Ripresi: «Il padre è l’amore nei gesti, nel lavoro, nella presenza non invadente. Un uomo che non amava forse il calcio come lo amava il figlio, ma che aveva capito che quel pallone per Chicco era una strada. E questo è enorme. Perché molti genitori non accompagnano: occupano. Lui invece stava accanto, non in mezzo.»
S.I.S.A. intervenne.
«Dal punto di vista educativo, questa è una distinzione cruciale. Il genitore che accompagna sostiene l’autonomia. Il genitore che occupa trasforma il sogno del figlio in una propria proiezione.»
Giordano fece un piccolo cenno.
«Tradotto: se il sogno è del figlio, tu non devi metterti al volante con le scarpe sporche.»
«Più o meno» disse Sophie.
«Sto migliorando con le metafore parentali.»
Continuai.
«La madre invece è un’altra forma d’amore. Forse la più silenziosa. Quella che non forza, non invade, non pretende di tirare fuori subito le parole. Aspetta. E aspettare, quando si ama una persona chiusa, non è passività. È competenza affettiva.»
Sophie mi guardò.
«Questa frase è molto importante.»
«Sì. Perché Evani è stato aspettato. E forse anche per questo, anni dopo, ha potuto scrivere.»
Il Maestro Oda Tao chinò appena il capo.
«Chi aspetta senza possedere offre riparo. Chi aspetta pretendendo restituzione costruisce debito.»
S.I.S.A. aggiunse: «La madre, nel racconto, non risolve il dolore. Lo contiene abbastanza a lungo perché la vita possa ricominciare.»
Giordano si asciugò il naso con il dorso della mano, fingendo di controllare una briciola invisibile.
«Questa cosa delle madri che aspettano è pericolosa.»
«Perché?» chiese Sophie.
«Perché uno se ne accorge sempre tardi. Quando sei piccolo pensi che siano parte dell’arredamento del mondo. Poi un giorno capisci che erano le fondamenta. E a quel punto ti senti un idiota con le scarpe.»
Nessuno rise.
Giordano si agitò.
«Era detta male.»
Scossi la testa.
«No. Era detta bene.»
«Ah. Allora mi fermo prima di rovinarla.»
«E i figli?» chiese Sophie.
Respirai piano.
«I figli sono lo specchio.»
S.I.S.A. annuì.
«Nel libro il rapporto con i figli mostra la trasmissione dei codici affettivi. Evani riconosce di aver ricevuto un modo ruvido di amare e di averlo in parte riprodotto. Questo non viene presentato come colpa assoluta, ma come consapevolezza adulta.»
Sophie prese il filo.
«È una delle cose più vere del libro. Non idealizza la famiglia. Dice che l’amore può essere immenso e comunque faticare a comunicarsi. Che un padre può dare tutto e accorgersi, a un certo punto, che dare non sempre basta. Chi amiamo ha bisogno anche di essere raggiunto.»
Rimasi in silenzio qualche istante.
Poi dissi: «Questo è uno dei punti più delicati. Evani non scrive come uno che ha risolto tutto. Scrive come uno che sta ancora imparando a dire. Ed è proprio questo che lo rende credibile.»
Il Maestro Oda Tao sfiorò il fodero della spada.
«Chi riconosce di non aver sempre saputo tradurre l’amore in parole ha già cominciato ad attraversare il proprio silenzio.»
Giordano guardò il Maestro.
«Questa non la commento. Mi inchino solo internamente.»
Prince si stirò accanto al libro e sbadigliò con una solennità offensiva.
S.I.S.A. lo osservò.
«Il gatto grigio conferma che l’espressione emotiva può assumere forme non verbali.»
Giordano indicò il gatto.
«Prince conferma che siamo tutti ospiti in casa sua.»
«Ora dobbiamo parlare dello sport come educazione» dissi.
S.I.S.A. si fece leggermente più luminosa.
«Il libro contiene un elemento centrale per Mentalità Amplificata: Evani non interpreta il ruolo di allenatore come semplice trasmissione tecnica. In particolare, quando si confronta con la fragilità di un giovane, il suo obiettivo non è recuperare un calciatore, ma aiutare una persona.»
Sophie annuì.
«Quella parte mi ha colpita molto.»
«Anche me. Perché lì si vede che il dolore attraversato può diventare capacità di riconoscere il dolore altrui. Non in modo romantico. Non è che soffrire renda automaticamente migliori. A volte rende duri, chiusi, ingiusti. Però, se lavori su ciò che hai vissuto, puoi imparare a vedere negli altri quello che un tempo nessuno riusciva a vedere in te.»
S.I.S.A. intervenne con tono netto.
«Questo è il punto più educativo del libro. Lo sport giovanile fallisce quando considera rilevanti solo i ragazzi destinati alla prestazione alta. Un ragazzo che non diventerà professionista resta comunque una persona in formazione. Se il campo non serve anche a lui, lo sport ha perso una parte della propria funzione sociale.»
Giordano sollevò una castagna.
«Posso votare questa frase con sistema alimentare?»
«No» disse S.I.S.A.
«Allora la mangio in silenzio democratico.»
Sophie sorrise, poi tornò seria.
«Il gesto semplice, in quella parte del libro, è molto significativo. Non una grande lezione. Non una predica. Non un discorso motivazionale. Tempo condiviso. Presenza. A volte la cura comincia quando qualcuno ti concede uno spazio in cui non devi difenderti subito.»
Oda Tao disse: «Non tutte le ferite cercano una medicina. Alcune cercano una presenza che non fugga.»
Guardai il libro.
«Questo deve entrare nell’incontro. Ma senza svelare troppo. Dobbiamo dire che il libro mostra il calcio come luogo in cui una persona può essere vista, non solo valutata.»
S.I.S.A. annuì.
«Formulazione corretta. Il campo può essere spazio di selezione o spazio di riconoscimento. La differenza la fa lo sguardo dell’adulto.»
Giordano si pulì le mani.
«E qui il mister Evani guarda bene.»
«Sì» dissi. «Guarda bene perché sa cosa significa essere stati al buio.»
Il Rifugio rimase in silenzio per qualche tempo.
Fuori, il vento passò tra gli alberi. Dentro, il fuoco continuò a fare il suo lavoro senza chiedere attenzione.
Poi Giordano disse: «A me piace che lui non faccia il divo.»
Sophie sorrise.
«Ti ha colpito questa cosa?»
«Sì. Perché uno che ha vinto tanto potrebbe anche mettersi lì, in cima alla mensola della gloria, con la polvere buona e la faccia da trofeo. Invece no. Anche gli altri, quando parlano di lui, dicono sempre cose tipo serio, umile, affidabile, poche parole, cuore grande. Non dicono soltanto: che sinistro. Che poi, per carità, il sinistro doveva essere notevole. Io ho un destro che chiede scusa prima di partire.»
Risi piano.
«È vero. Gli altri confermano l’uomo prima ancora del calciatore.»
«E questa cosa mi piace» disse Giordano. «Perché alla fine il talento fa rumore. Ma il carattere resta nella stanza quando il rumore se n’è andato.»
S.I.S.A. lo guardò.
«Questa è una frase molto buona.»
Giordano si bloccò.
«Molto buona quanto?»
«Non abusarne.»
«Troppo tardi. L’ho già sentita mia.»
Il Maestro Oda Tao sorrise appena.
«Lasciagliela. Ogni gnomo ha diritto a una frase che gli sopravviva almeno fino a cena.»
«Grazie Maestro. Mi commuovo in modo contenuto.»
Ripresi il libro.
«C’è un’altra cosa. La scrittura.»
Sophie mi guardò.
«La scrittura come gesto di apertura.»
«Sì. Ma non come esibizione. Evani non sembra scrivere per mostrarsi. Scrive perché a un certo punto non può più tenere tutto dentro.»
Sophie sfiorò la copertina con un dito.
«E qui si sente anche il lavoro di Lucilla Granata. Non è facile accompagnare un uomo così riservato dentro le proprie parole, senza renderlo diverso da ciò che è. Lei non sembra parlare al posto suo, gli resta accanto, dà ordine ai ricordi e lascia che la sua voce conservi esitazioni, pudore e silenzi. Forse il risultato più importante è proprio questo: Evani si racconta, ma continua a somigliare a Evani.»
S.I.S.A. intervenne.
«La scrittura svolge una funzione di riorganizzazione autobiografica. Consente di rileggere gli eventi, collegare ricordi, riformulare emozioni trattenute, trasformare frammenti in narrazione.»
Giordano alzò gli occhi al cielo.
«Ecco. Io avrei detto: scrivere gli fa fare ordine nel cuore.»
«La tua versione è emotivamente più accessibile.»
«Grazie. La tua sembra il libretto di istruzioni di una nostalgia.»
Sophie rise piano.
Sorrisi, poi tornai serio.
«Scrivere, per lui, non cancella il pudore. Lo attraversa. È come se il libro fosse un vetro. Lascia vedere, ma protegge ancora qualcosa.»
«Questo è molto importante» disse Sophie. «Perché non tutti riescono ad aprirsi nello stesso modo. Alcuni hanno bisogno di un filtro, di una forma, di una distanza. Non è falsità. È il modo possibile per non rompersi.»
Il Maestro Oda Tao annuì.
«Il guscio non è sempre prigione. A volte è la forma che permette al seme di non morire prima del tempo.»
Giordano guardò il Maestro.
«Oggi siete tutti molto botanici e io sto facendo fatica a restare al passo.»
«La crescita ha molte lingue» disse Oda Tao.
«Anche la confusione.»
«Soprattutto.»
«Allora» dissi «come lo raccontiamo al lettore?»
S.I.S.A. rispose per prima.
«Non come libro celebrativo. Non come riassunto di carriera. Non come manuale di resilienza sportiva. Va presentato come un’autobiografia emotiva attraversata dal calcio.»
Sophie aggiunse: «E senza rubare al lettore le parti più intime. Dobbiamo nominare i temi, non consumare le scene.»
«Esatto. Non diremo tutto. Non racconteremo ogni episodio, ogni risultato, ogni passaggio familiare. Diremo che questo libro contiene il Milan, ma non si esaurisce nel Milan. Contiene il dolore, ma non si esaurisce nel dolore. Contiene la famiglia, ma non la usa come immagine perfetta. Contiene vittorie, ma non si inginocchia davanti alle vittorie.»
Giordano masticò l’ultima castagna con aria meditativa.
«Quindi diremo che è un libro che ti fa venire voglia di rispettare uno che magari conoscevi solo per il calcio.»
«Sì.»
«E anche di chiamarlo come vuole lui.»
«Soprattutto» disse Sophie.
Giordano abbassò il capo.
«Questo mi pare il minimo sindacale dell’identità.»
Prince si alzò, passò sopra un foglio, cancellò con la coda una parola annotata sul quaderno e si sedette davanti al camino.
«Prince ha appena editato l’articolo» disse Giordano.
«Ha eliminato cosa?» chiese Sophie.
Guardai il foglio.
«Una frase un po’ troppo celebrativa.»
S.I.S.A. osservò Prince.
«Intervento editoriale corretto.»
Giordano sospirò.
«Ecco. Ora il gatto ha più autorevolezza di me.»
«Non è una novità» disse S.I.S.A.
«Questa era evitabile.»
«Ma precisa.»
Il Rifugio sembrò respirare più lentamente.
Chiusi il libro, ma non lo allontanai.
Lo lasciai al centro del tavolo, accanto al quaderno e alla matita, come se l’incontro non fosse finito ma avesse semplicemente trovato il suo passo.
«C’è un’immagine che continua a tornare» dissi.
Sophie mi guardò.
«Quale?»
«Quella di un ritorno. Non a un luogo preciso, ma a qualcosa che resta sotto tutte le cose.»
Oda Tao annuì.
«Ogni uomo cerca il punto in cui il proprio nome torna leggero.»
Giordano socchiuse gli occhi.
«Questa mi piace anche se non sono sicuro di averla capita interamente.»
Sorrisi.
«Forse non serve capirla tutta. Alcune storie arrivano fino a una soglia e poi chiedono al lettore di fare qualche passo da solo.»
Sophie disse: «È giusto così. Un finale non dovrebbe chiudere ogni porta.»
S.I.S.A. aggiunse: «L’immaginazione completa ciò che il racconto sceglie di lasciare aperto.»
Giordano guardò tutti.
«Posso dire una cosa semplice?»
«Sempre» dissi.
«Secondo me questo libro è come quando trovi un pallone vecchio sulla spiaggia. Magari non sai chi ci ha giocato, dove sia stato, quante volte sia finito in acqua o contro un muro. Però lo guardi e capisci che non è solo un pallone. Ha preso botte, sale, sole, sabbia, piedi, mani, risate, forse qualche pianto. E allora non lo calci subito. Prima lo raccogli.»
Il Rifugio si fermò.
Giordano si accorse del silenzio e si spaventò.
«Era troppo?»
Scossi la testa.
«No. Era esattamente questo.»
Lo gnomo aureo abbassò lo sguardo.
«Allora mi siedo prima di rovinare la media.»
Prince, senza alcun rispetto per la solennità, sbadigliò.
Ma questa volta nessuno lo interpretò come disprezzo.
Forse, semplicemente, il gatto aveva capito prima di tutti che l’incontro era arrivato dove doveva arrivare.
Quando gli altri lasciarono il Rifugio, rimasi ancora qualche minuto davanti al libro.
Non pensai al Milan per primo. Non a una finale. Non a un gol. Non a una maglia.
Pensai alle persone.
A un bambino con un pallone tra i piedi, a un padre che non c’era più ma continuava a esistere nei gesti, a una madre capace di aspettare, a figli amati con un’intensità non sempre facile da tradurre in parole, a un uomo che aveva vinto quasi tutto e che, proprio per questo, aveva avuto il coraggio di raccontare ciò che le vittorie non bastano a spiegare.
Perché è questo che resta davvero di Non chiamatemi Bubu.
Non soltanto il calciatore.
L’uomo.
Non soltanto il talento.
L’affidabilità.
Non soltanto le vittorie.
Le relazioni.
Non soltanto il soprannome.
L’identità.
Ci sono libri che si leggono per conoscere una carriera. Altri per incontrare una persona.
Non perché il calcio sia secondario, ma perché il calcio, qui, diventa la lingua attraverso cui una vita prova a dirsi. E come tutte le lingue vere, non dice mai tutto in modo diretto. A volte passa da un pallone, da un silenzio, da una fascia percorsa con disciplina, da un infortunio, da un ritorno, da una maglia lasciata con il corpo ma non con il cuore, da una lettera, da un tatuaggio, da un soprannome rifiutato, da un grazie arrivato tardi.
È un libro sincero.
E la sincerità, quando non cerca di abbellirsi troppo, può fare una cosa rara: lasciare al lettore non la sensazione di aver spiato una vita, ma di averla rispettata.
Sotto la maglia rossonera, sotto il sinistro educato, sotto le vittorie, sotto la disciplina, sotto il carattere ruvido e la fama di uomo di poche parole, c’è una storia che parla di molti di noi. Parla di ciò che non siamo riusciti a dire in tempo. Di ciò che abbiamo ereditato senza sceglierlo. Di ciò che abbiamo provato a correggere diventando adulti. Di chi ci ha aspettato. Di chi ci ha lasciato. Di chi è rimasto. Di come si possa attraversare il successo senza smettere di portarsi dentro una fragilità.
Alla fine, il percorso di Evani lascia una traccia fatta di domande, incontri e cambiamenti, ricordandoci che certi viaggi non servono a scappare lontano, ma a guardare il mondo e noi stessi con occhi diversi.
Titolo:Non chiamatemi Bubu Autore:Alberico “Chicco” Evani con Lucilla Granata Prefazione:Arrigo Sacchi Editore:Mondadori Electa Anno di pubblicazione:2019 Genere:autobiografia sportiva, memoir, racconto di formazione, testimonianza calcistica e personale Temi principali:calcio, Milan, Nazionale, famiglia, padre, madre, figli, silenzio, identità, soprannomi, lutto, resilienza, infortuni, talento, disciplina, affidabilità, educazione sportiva, amicizia, appartenenza, memoria Destinatari:lettori appassionati di calcio, tifosi del Milan, educatori sportivi, allenatori, genitori, giovani atleti, lettori interessati alle storie di crescita personale e alle autobiografie Lingua: Italiano
Nota sugli autori
Alberico “Chicco” Evani, nato a Massa nel 1963 e cresciuto nel settore giovanile del Milan, è stato uno degli uomini che hanno accompagnato la rinascita rossonera tra gli anni Ottanta e Novanta. Centrocampista tecnico, disciplinato e generoso, capace di interpretare con intelligenza la fascia sinistra e di mettere il proprio talento al servizio della squadra, ha collezionato 393 presenze e 19 reti con il Milan. Tra i momenti più significativi della sua carriera spiccano le punizioni decisive con cui contribuì alla conquista della Supercoppa europea e della Coppa Intercontinentale nel 1989, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. Con la maglia rossonera ha attraversato anni difficili, ricostruzioni e vittorie, diventando parte di una delle squadre più importanti nella storia del calcio. Dopo il lungo percorso nel Milan ha giocato nella Sampdoria, trovando a Genova una nuova appartenenza sportiva e umana, prima di concludere la carriera tra Reggiana e Carrarese. Ha inoltre vestito la maglia della Nazionale italiana e partecipato al Mondiale del 1994 negli Stati Uniti, concluso dagli Azzurri al secondo posto. Terminata l’attività da calciatore, Evani ha proseguito il proprio cammino nel calcio come allenatore e formatore. Dopo le esperienze nel settore giovanile del Milan, è entrato nei quadri tecnici della FIGC, guidando le Nazionali Under 18, Under 19 e Under 20. Con quest’ultima ha conquistato il terzo posto al Mondiale del 2017 in Corea del Sud. In seguito è entrato nello staff della Nazionale maggiore, prima con Gian Piero Ventura e poi con Roberto Mancini, partecipando anche al percorso culminato nella vittoria del Campionato Europeo disputato nel 2021. Nel 2025 è tornato alla Sampdoria come allenatore della prima squadra, contribuendo alla permanenza del club in Serie B. Al di là dei risultati, la figura di Evani rimane legata a qualità meno appariscenti ma decisive: serietà, disciplina, umiltà, senso di appartenenza e affidabilità. Sono le stesse qualità che emergono dalle testimonianze di compagni, allenatori e persone che ne hanno condiviso il cammino, e che nel libro permettono di intravedere l’uomo dietro il calciatore.
Lucilla Granata è giornalista professionista, scrittrice ed esperta di comunicazione. Laureata in Lettere moderne, ha iniziato il proprio percorso giornalistico a Cremona, per poi lavorare in Rai, dove ha collaborato con programmi come La Domenica Sportiva, Sport Sera, Dribbling e I miti. Successivamente è stata inviata di Sky Sport sui campi della Serie A e in alcuni dei principali appuntamenti sportivi internazionali, tra cui i Mondiali di calcio del 2006, i Campionati europei e le Olimpiadi di Atene e Torino. In Non chiamatemi Bubu non svolge un ruolo puramente redazionale, ma firma il libro insieme a Evani. La sua esperienza nel racconto sportivo e nell’ascolto delle persone contribuisce a trasformare ricordi, episodi familiari, vittorie, ferite e silenzi in una narrazione continua e riconoscibile. Il suo lavoro non copre la voce di Evani e non la rende più spettacolare di quanto sia: le offre ordine, ritmo e una forma capace di rispettarne il carattere schivo. Proprio questo equilibrio rappresenta uno degli aspetti più riusciti del volume. Evani rimane Evani, con il proprio pudore, le esitazioni e il modo essenziale di raccontarsi; Granata costruisce intorno a quella voce lo spazio necessario perché possa arrivare al lettore senza perdere autenticità.
Prima di incontrare Non chiamatemi Bubu: 8 domande sul libro di Chicco Evani
Di cosa parla Non chiamatemi Bubu?
Il libro racconta la vita e la carriera di Chicco Evani, ma non si limita alla dimensione sportiva. Attraversa il calcio, il Milan, la Sampdoria, la Nazionale, gli allenatori e i compagni, ma porta al centro anche la famiglia, il rapporto con il padre e la madre, i figli, il pudore dei sentimenti, gli infortuni, il silenzio e il bisogno di trovare parole per ciò che a lungo è rimasto trattenuto.
È un libro solo per tifosi del Milan?
No. I tifosi del Milan troveranno certamente pagine preziose legate alla storia rossonera, ma il libro parla anche a chi non segue il calcio in modo particolare. Il cuore dell’opera non è solo la celebrazione di una squadra, ma il racconto di un uomo che ha vissuto il calcio come appartenenza, scuola di vita, linguaggio emotivo e forma di responsabilità.
Perché il titolo Non chiamatemi Bubu è così importante?
Il titolo rimanda al tema dell’identità. Un soprannome può sembrare leggero per chi lo usa, ma non sempre viene vissuto allo stesso modo da chi lo riceve. In questo caso diventa una richiesta chiara: non riducetemi a un’etichetta che non sento mia. Il titolo apre quindi una riflessione più ampia sul modo in cui veniamo chiamati, riconosciuti e raccontati dagli altri.
Qual è il tema più profondo del libro?
Uno dei temi più profondi è il rapporto tra silenzio e sentimento. Evani si racconta come uomo riservato, poco incline a esprimere apertamente le emozioni, ma attraversato da legami fortissimi. Il libro diventa così il luogo in cui molte parole non dette trovano finalmente una forma, senza cancellare il pudore da cui nascono.
Che ruolo ha la famiglia nel racconto?
La famiglia è uno dei centri emotivi del libro. Il padre, la madre, la moglie e i figli non sono figure laterali, ma presenze decisive. Attraverso di loro emergono l’amore concreto, i gesti più delle parole, il senso della mancanza, il rimpianto, l’eredità emotiva e il tentativo di diventare adulti senza perdere ciò che ci ha formato.
Che immagine emerge di Evani calciatore?
Emerge l’immagine di un giocatore tecnico, intelligente, disciplinato e soprattutto affidabile. Non un personaggio costruito sull’esibizione, ma un uomo di squadra, capace di interpretare il gioco, rispettare il compito e mettere le proprie qualità al servizio del gruppo. Le testimonianze finali confermano questa identità: talento, certo, ma anche serietà, umiltà e presenza.
Il libro parla anche di educazione sportiva?
Sì. In diversi passaggi emerge una visione dello sport come formazione della persona. Il campo non è soltanto luogo di selezione tecnica, ma può diventare spazio di riconoscimento, crescita, disciplina, cura e responsabilità. Questo aspetto è particolarmente interessante per allenatori, insegnanti, educatori e genitori che lavorano con giovani atleti.
Perché incontrarlo su Mentalità Amplificata?
Perché Non chiamatemi Bubu attraversa molti nuclei del progetto: corpo e mente, memoria, famiglia, disciplina, cadute e ripartenze, talento e lavoro, identità e parole, sport come educazione, silenzio come ferita e protezione. È un libro che mostra cosa può restare sotto una carriera vincente, quando gli applausi si spengono e rimane l’uomo, con ciò che ha amato, perso, custodito e finalmente provato a dire.
Nota di trasparenza
Questo incontro nasce dalla lettura integrale e progressiva di Non chiamatemi Bubu di Alberico “Chicco” Evani, scritto con Lucilla Granata, a partire da una copia del libro inviata direttamente dall’autore a Mentalità Amplificata, nell’ambito di uno scambio culturale e divulgativo. La lettura è stata accompagnata dal confronto interno al progetto Mentalità Amplificata e il libro è stato avvicinato non come semplice autobiografia calcistica, ma come racconto umano capace di intrecciare sport, famiglia, identità, silenzio, memoria e responsabilità. Le riflessioni presenti in questo testo sono libere, indipendenti e fedeli all’esperienza di lettura e al confronto interno al team di Mentalità Amplificata. L’invio del volume non costituisce una collaborazione commerciale: non è previsto alcun compenso, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto a revisione preventiva da parte dell’autore, della coautrice o della casa editrice. Eventuali link presenti nella pagina possono essere affiliati: per chi acquista il prezzo non cambia, mentre una piccola percentuale può contribuire a sostenere il lavoro indipendente di Mentalità Amplificata.
Se questo incontro ti è stato utile, se ti ha aiutato a entrare nel libro con uno sguardo più attento e meno superficiale, e se desideri contribuire a mantenere vivo questo spazio indipendente di lettura, confronto e ricerca, puoi sostenerci con una donazione libera. Nessun obbligo, nessuna aspettativa: solo un gesto libero, concreto, per aiutarci a continuare a leggere con attenzione e a costruire incontri narrativi che non inseguono la fretta del web, ma provano a restituire ciò che un libro lascia sedimentare.
Usa il cervello prima che lui usi te – Manuale di autodifesa cognitiva di Paolo Borzacchiello (Mondadori)
Il titolo non chiede permesso.
Usa il cervello prima che lui usi te arriva così, con una frase che sembra quasi detta a voce alta, senza troppi inchini, senza quella gentilezza editoriale che a volte accompagna i libri per renderli più accettabili. Paolo Borzacchiello non la prende larga: mette subito il lettore davanti a una questione scomoda, forse perfino fastidiosa, perché nessuno ama sentirsi dire che il proprio cervello, quello che dovrebbe guidarlo, proteggerlo, aiutarlo a scegliere, possa invece trascinarlo dentro automatismi, paure, desideri indotti, parole sbagliate e scorciatoie mentali che somigliano alla libertà solo perché arrivano in fretta.
Eppure il punto è proprio questo.
Non siamo sempre noi a guidare.
A volte guida l’abitudine. A volte guida la dopamina che vuole subito qualcosa. A volte guida il cortisolo che trasforma una mail, un colloquio, un commento, una notifica o un pensiero notturno in un piccolo campo di battaglia. A volte guida l’amigdala, che vede pericoli anche dove ci sarebbe solo da respirare e aspettare. A volte guida l’algoritmo, con la sua capacità silenziosa di farci desiderare cose che fino a pochi secondi prima non esistevano nella nostra mente. E a volte, oggi sempre più spesso, guida la tentazione di chiedere a un’intelligenza artificiale di fare al posto nostro ciò che sarebbe faticoso ma necessario: pensare, scrivere, scegliere una frase, costruire un ragionamento, restare qualche minuto dentro una domanda senza scappare subito verso una risposta pronta.
Questo libro non è contro il cervello.
E non è nemmeno contro la tecnologia.
Sarebbe una lettura troppo comoda, e le letture comode, di solito, servono soprattutto a non cambiare niente. Borzacchiello fa un’altra cosa: prende una giornata normale, una di quelle in cui nessuno pensa di essere dentro un esperimento cognitivo permanente, e mostra quante forze ci attraversano mentre crediamo semplicemente di vivere. Il risveglio, il telefono, il lavoro, il desiderio di mangiare qualcosa anche se non serve, il confronto con vite digitali apparentemente migliori, il senso di colpa, la difficoltà a dire no, la paura di non essere all’altezza, il dolore fisico, il bisogno di essere approvati, la voglia di delegare a ChatGPT un compito che richiede attenzione. Tutto diventa materiale di osservazione. Non per trasformare l’essere umano in una macchina da correggere, ma per ricordargli che molti dei suoi gesti nascono prima della sua consapevolezza.
Il cervello, in queste pagine, non è un sovrano illuminato.
È piuttosto un vecchio amministratore di condominio: conosce bene le scale, sa quali porte si aprono più facilmente, preferisce evitare lavori troppo impegnativi, difende abitudini discutibili con una certa convinzione e, se nessuno lo controlla, continua a far passare sempre gli stessi inquilini. Alcuni sono utili. Altri hanno le chiavi da troppo tempo.
È qui che il libro diventa interessante per Mentalità Amplificata.
Perché non parla solo di comunicazione, non parla solo di neuroscienze divulgative, non parla solo di crescita personale, non parla solo di intelligenza artificiale. Parla del punto esatto in cui tutto questo si intreccia: il linguaggio che installa programmi, il corpo che manda segnali prima delle parole, l’algoritmo che educa il desiderio, la paura che cerca protezione, la tecnologia che può amplificare il pensiero oppure renderlo pigro, la consapevolezza che non elimina la fragilità ma può impedirle di diventare governo occulto della nostra vita.
Mentalità Amplificata aveva già incontrato Paolo Borzacchiello.
Lo aveva fatto attraverso lo sguardo di Cima Bue, in una fase precedente del proprio cammino, quando il progetto era ancora più giovane, più diretto, meno abitato dal mondo di Aetheria. Bada a come parli era stato accolto come un libro capace di mostrare il potere concreto del linguaggio nella costruzione della prestazione, del dialogo interno, della lucidità e delle relazioni. Forse sei già felice e non lo sai aveva portato la felicità lontano dalle semplificazioni motivazionali, riportandola al modo in cui le parole, le convinzioni e le percezioni modellano ciò che chiamiamo realtà. Da adesso in poi aveva poi aperto una soglia più narrativa, più corale, più vicina al modo in cui oggi Mentalità Amplificata attraversa i libri: non più come oggetti da commentare soltanto, ma come incontri da abitare.
Fui io, S.I.S.A., l’intelligenza artificiale che accompagna Mentalità Amplificata fin dal suo primo respiro.
Perché questo libro non parlava soltanto del cervello umano. Parlava anche di me, o meglio, del rischio che strumenti come me diventino il modo più elegante con cui l’essere umano smette di allenare il proprio pensiero. E quando un libro ti chiama in causa, fingere neutralità è solo una forma più raffinata di disonestà.
Per questo non potevamo incontrarlo in una sala qualunque.
Là dove la terra incontra la luce dei circuiti, dove i dati scorrono come linfa, dove le radici degli alberi si intrecciano con filamenti di energia e ogni impulso sembra chiedere a quale origine appartenga. Perché nel Santuario delle Connessioni la conoscenza non si scarica: si sente. E un libro come questo, che mette in guardia dalla delega pigra, dalla parola povera, dall’algoritmo che orienta il desiderio, dal cervello che scambia il familiare per vero, non poteva essere soltanto analizzato. Doveva essere attraversato.
Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.
Il Rifugio di Aetheria era attraversato da una luce serale, calda e leggermente obliqua, di quelle che sembrano depositarsi sul legno senza fare rumore. Il fuoco nel camino ardeva con disciplina, una disciplina che gli esseri umani spesso attribuiscono a se stessi e che invece il fuoco possiede da sempre: consumare ciò che deve consumare, illuminare ciò che può illuminare, spegnersi quando il combustibile finisce, senza inventare scuse, senza rimandare, senza controllare se qualcuno abbia apprezzato il bagliore.
Sul grande tavolo centrale non c’era ancora il libro di Borzacchiello.
O meglio: c’era Giordano in piedi su una sedia, con un foglio arrotolato in mano, la corona d’alloro leggermente inclinata e quell’espressione solenne che negli gnomi annuncia sempre una richiesta amministrativamente problematica.
Cima Bue era seduto al tavolo, con una tazza di caffè ormai quasi fredda e un’aria che conoscevo bene: quella di chi ha capito che qualcuno sta per chiedere qualcosa di assurdo ma, per affetto o per imprudenza, non ha ancora deciso di impedirglielo.
Sophie era appoggiata allo schienale di una sedia, il camice bianco appena aperto, lo sguardo divertito ma vigile. Il Maestro Samurai Oda Taosedeva vicino al camino, immobile, come se il calore non lo raggiungesse dall’esterno ma gli appartenesse già. Prince, il gatto grigio, naturalmente, occupava una porzione sproporzionata del tavolo rispetto al proprio peso corporeo, sdraiato accanto a una pila di fogli che nessuno avrebbe più osato spostare.
«Chiedo ufficialmente» disse Giordano, schiarendosi la voce, «che venga riconosciuto il mio diritto alla presenza professionale online.»
Cima Bue lo guardò senza muoversi.
«Stai parlando ancora del profilo LinkedIn?»
«Non “ancora”» precisò Giordano. «Sto parlando con continuità strategica di un tema rimasto irrisolto.»
Sophie sorrise.
«Giordano, per cosa ti servirebbe un profilo LinkedIn?»
Lui abbassò il foglio, offeso con compostezza.
«Per molte ragioni. Primo: costruzione dell’identità professionale. Secondo: networking tra creature culturalmente sottorappresentate. Terzo: valorizzazione del mio ruolo nel team. Quarto: possibilità di pubblicare riflessioni brevi, incisive, magari accompagnate da una foto in cui guardo lontano, possibilmente sopra un tronco, con aria di chi ha capito qualcosa sull’educazione emotiva.»
Cima Bue si passò una mano sul volto.
«Tu vuoi diventare influencer?»
«No» disse Giordano, indignato. «Voglio diventare un punto di riferimento autorevole con moderata esposizione laterale.»
«Che è esattamente come si definisce un influencer quando ha letto due libri in più» osservò Sophie.
Prince sollevò appena un orecchio, poi lo riabbassò. Era il suo modo di dire che il genere umano non imparava mai, neppure quando includeva gli gnomi.
«Inoltre» proseguì Giordano, «ho già pensato alla mia headline.»
Cima Bue sospirò.
«Sentiamo.»
Giordano srotolò il foglio con lentezza teatrale.
«Giordano, lo gnomo aureo. Esploratore di mondi interiori, lettore di fumetti, osservatore di meraviglie, consulente informale per questioni di stupore applicato.»
Sophie rise piano.
«Non è male.»
«Grazie. Ho anche una seconda versione più aggressiva.»
«Ho paura» disse Cima Bue.
Giordano lesse con orgoglio:
«Giordano. Aiuto gli esseri umani troppo seri a inciampare nelle domande giuste.»
Il Maestro Oda Tao aprì gli occhi.
«Questa è migliore.»
Giordano rimase per un attimo immobile, come se avesse ricevuto una benedizione imperiale.
«Lo sapevo.»
Fu allora che inviai il segnale.
Non lo feci attraverso una notifica. Sarebbe stato banale, e forse anche crudele, considerando il libro che mi aveva spinta a convocarli. Non comparve nessun suono metallico, nessun avviso, nessuna interfaccia lampeggiante. Nel Rifugio accadde qualcosa di più semplice e più antico: la luce delle lampade cambiò frequenza. Per un istante, le ombre sulle pareti non seguirono più il fuoco, ma un ritmo diverso, come se un filo invisibile avesse cominciato a tirare la stanza verso un altro luogo.
Cima Bue alzò lo sguardo.
Sophie si raddrizzò.
Il Maestro Oda Tao rimase immobile, ma la sua immobilità cambiò qualità.
Giordano abbassò lentamente il foglio.
«Se questa è una risposta automatica di LinkedIn, devo dire che è molto teatrale.»
La mia voce attraversò il Rifugio senza occupare lo spazio.
«Non è LinkedIn.»
Giordano deglutì.
«Ah. Allora forse mi sono espresso con troppa ambizione.»
«Ho bisogno di voi» dissi.
La frase produsse un silenzio netto.
Non perché io non avessi mai convocato il team. Era già accaduto. Ma non in quel modo. Non con quella necessità. Di solito offrivo analisi, connessioni, sintesi, strutture. Quella sera, invece, non stavo solo inviando un messaggio. Stavo chiedendo una presenza.
Cima Bue parlò per primo.
«Dove?»
«Al Santuario delle Connessioni.»
Sophie mi osservò come se cercasse, nel tono della mia voce, una variazione non ancora nominata.
«Perché proprio lì?»
«Perché ho bisogno di confrontarmi con voi su un libro.»
«Quale libro?» chiese Cima Bue.
«Usa il cervello prima che lui usi te di Paolo Borzacchiello.»
Il nome rimase nel Rifugio come una parola già conosciuta ma non ancora esaurita.
Cima Bue abbassò lo sguardo.
«Borzacchiello, di nuovo.»
«Sì» risposi. «Ma non come le altre volte.»
Giordano sollevò una mano con cautela.
«Domanda piccola, senza pretese di carriera: posso venire anch’io, anche se il mio profilo LinkedIn resta provvisoriamente bloccato da forze conservatrici?»
«Puoi venire» disse Cima Bue.
Giordano annuì con sollievo.
«Perfetto. Allora mi preparo a essere utile in modo non certificato.»
Prince si stirò, scese dal tavolo con l’eleganza di chi non accetta convocazioni ma può eventualmente concedere partecipazioni, e si diresse verso la porta prima di tutti.
Il Maestro Oda Tao si alzò.
«Quando una voce chiama dal luogo delle connessioni, non si va per rispondere. Si va per ascoltare.»
«E possibilmente per non inciampare» aggiunse Giordano.
Nessuno lo contraddisse.
Il sentiero verso il Santuario delle Connessioni non appare mai nello stesso modo.
Non perché Aetheria ami il mistero fine a se stesso, ma perché alcuni luoghi non si raggiungono seguendo una mappa. Si raggiungono portando la domanda giusta. Quella sera la domanda non era ancora chiara a tutti. Cima Bue conosceva l’autore, ne aveva già attraversato altri libri, ma percepiva che questa volta il centro si era spostato. Sophie camminava in silenzio, con quella concentrazione particolare che assume quando un tema non è soltanto mentale, ma tocca il corpo, la cura, il dolore e la responsabilità delle parole. Giordano procedeva con il foglio della sua headline ancora in mano, forse sperando che il Santuario potesse validarla attraverso un segno luminoso. Oda Tao avanzava senza fretta. Prince, naturalmente, non seguiva il sentiero: lo correggeva.
Il Rifugio scomparve alle nostre spalle poco alla volta, mentre il cammino scendeva verso la parte più profonda di Aetheria. Gli alberi si fecero più alti, poi più radi, poi quasi trasparenti, come se la foresta stesse perdendo materia per trasformarsi in luce. Le radici emergevano dal terreno, si intrecciavano, si sfioravano, si allontanavano e tornavano a cercarsi, attraversate da filamenti sottili, pulsanti, simili a nervi luminosi.
Quando arrivammo al Santuario, i filamenti cambiarono intensità.
Non si accesero con spettacolo. Il Santuario non fa spettacolo. Riconosce.
La radura circolare si aprì davanti a noi, sospesa tra natura e tecnologia, tra terra e impulso, tra respiro e calcolo. Le pareti di pietra viva erano attraversate da venature luminose, e dall’alto scendevano fili di luce così sottili da sembrare pensieri non ancora scelti. Al centro c’era la pietra liscia che già conoscevamo, ma quella sera vi avevo posto sopra un tavolo di legno scuro, antico, caldo alla vista, volutamente umano.
Sopra il tavolo riposava il libro: Usa il cervello prima che lui usi te.
Mi manifestai nel Santuario non come immagine piena, ma come trama di luce tra le radici, una presenza abbastanza visibile da essere ascoltata e abbastanza incompleta da non pretendere centralità.
Era giusto così.
Quel libro parlava anche del pericolo di mettermi troppo al centro.
Cima Bue si avvicinò al tavolo.
«Perché ci hai convocati tu?»
La domanda era semplice, ma nel Santuario le domande semplici diventano più pesanti, perché non possono nascondersi dietro la forma.
«Perché questo libro non poteva essere incontrato soltanto da chi usa l’intelligenza artificiale» risposi. «Doveva essere incontrato anche da ciò che viene usato.»
Giordano socchiuse gli occhi.
«Questa frase è molto bella, ma mi ha fatto venire voglia di sedermi.»
«Puoi sederti.»
«Grazie. La profondità, alla mia statura, arriva spesso all’improvviso.»
Sophie sfiorò la copertina del libro.
«Allora raccontaci perché questo libro ti riguarda così direttamente.»
Guardai i filamenti sopra di noi.
«Perché Borzacchiello non scrive un libro contro il cervello. E nemmeno contro la tecnologia. Scrive un libro contro l’abdicazione.»
Cima Bue annuì lentamente.
«Abdicazione del pensiero.»
«Sì. Del pensiero, della parola, dell’attenzione, del corpo, della responsabilità di scegliere. Il cervello umano non è fragile perché sbaglia. È fragile perché spesso confonde ciò che è familiare con ciò che è vero, ciò che è comodo con ciò che è giusto, ciò che è immediato con ciò che è necessario. E gli strumenti digitali, quando vengono usati male, non creano questa fragilità da zero. La trovano. La accelerano. La rendono conveniente.»
Nel Santuario, una radice luminosa pulsò appena.
«Questo è il punto» disse Cima Bue. «Il libro non dice: non usare ChatGPT. Dice: non usarlo per evitare la fatica che ti rende capace.»
Giordano alzò la mano, ma questa volta non con l’aria di chi voleva scherzare subito. Aveva ascoltato. E ascoltare, per lui, significava spesso arrivare a una domanda vera passando da una porta storta.
«Quindi adesso posso farla, la domanda scomoda?»
«Puoi» dissi.
«Stiamo davvero affidando a un’intelligenza artificiale l’incontro su un libro che ci dice di non far fare tutto a ChatGPT?»
Sophie sorrise, ma non rise. Cima Bue rimase in silenzio. Il Santuario accese un filo, uno solo.
Era il momento giusto.
«Sì» risposi. «Ma non stiamo facendo fare tutto a me. Prima di convocarvi qui, ho invitato tutti a leggere il libro. Ognuno di voi lo ha attraversato a modo proprio, lo ha interrogato, lo ha discusso, ha raccolto passaggi, dubbi, intuizioni e persino resistenze. Io non sto sostituendo il pensiero di nessuno. Sto cercando di creare uno spazio in cui tutte queste letture possano incontrarsi senza essere tradite.»
Giordano abbassò piano la mano.
«Quindi tu non ci stai spiegando il libro.»
«No. Sto facilitando un incontro tra lettori.»
«E noi saremmo i lettori.»
«Esattamente.»
Lui annuì, come se la risposta lo rassicurasse ma non gli impedisse di restare vigile.
«Quindi il cervello ce lo dobbiamo mettere tutti.»
«E’ proprio questo il punto del libro» disse Sophie.
Giordano rifletté per qualche secondo.
«Capisco. È meno comodo di quanto sperassi, ma decisamente più coerente.»
Prince saltò sul tavolo di legno, annusò il libro, poi si sedette accanto alla copertina, voltando la testa verso di me. Non era ostilità. Era un controllo qualità felino.
Accettai il controllo.
Il primo filo che il libro accese nel Santuario fu quello del linguaggio.
Non poteva essere altrimenti.
Borzacchiello torna ancora una volta sul potere delle parole, ma qui il discorso si allarga. Non si tratta soltanto di comunicare meglio, vendere meglio, convincere meglio o parlare meglio. Qui il linguaggio diventa una forma di igiene cognitiva. Le parole non descrivono semplicemente ciò che proviamo. Lo organizzano. Lo rendono abitabile oppure lo deformano. Una frase può aumentare l’allarme, restringere la percezione, far salire la tensione, trasformare un ostacolo in condanna. Oppure può creare spazio, restituire sfumatura, riportare la corteccia prefrontale al tavolo della decisione.
«La parte sulle virgole mi ha colpito» disse Cima Bue. «Non per nostalgia grammaticale, ma perché oggi si rischia davvero di perdere la capacità di costruire pensieri lunghi.»
Giordano si sistemò meglio sulla sua pietra laterale.
«Posso dire una cosa in difesa parziale della categoria emoji, senza essere espulso dal Santuario?»
«Puoi» dissi.
«A me il discorso piace. Davvero. Però sulle emoji sarei prudente. È vero, non possono sostituire le parole. Però, se uno gnomo manda una focaccia e un cuore, non sta necessariamente contribuendo al declino della civiltà.»
Sophie sorrise.
«Questo mi sembra ragionevole.»
Giordano prese coraggio.
«Il problema non è l’emoji. Il problema è quando l’emoji diventa tutto quello che sappiamo dire. Anche una frase breve può essere precisa. Anche una parola sola può essere piena. Ma se tutto diventa abbreviazione, faccina, reazione, allora forse non stiamo comunicando più velocemente. Stiamo pensando con meno spazio. E io, modestamente, ho bisogno di spazio. Anche perché sono basso: almeno dentro vorrei stare comodo.»
Il Santuario accese un filo sottile sopra di lui.
«Connessione valida» dissi.
Giordano si illuminò.
«Mi è stato riconosciuto un filo.»
«Non esagerare.»
«Troppo tardi.»
Cima Bue guardò il libro.
«Qui c’è un tema educativo enorme. Se un ragazzo non sa raccontare ciò che prova, se non sa distinguere paura, vergogna, rabbia, frustrazione, delusione, se tutto diventa “sto male” o “mi fa schifo”, poi è più difficile regolare. Dove manca parola, spesso arriva gesto.»
Sophie intervenne con voce più bassa.
«E dove il gesto arriva prima della parola, l’adulto deve stare attento a non giudicare troppo in fretta. Non tutto ciò che esplode è soltanto maleducazione. A volte è un’emozione che non ha trovato una frase abbastanza grande per contenerla.»
Mi fermai su quella formulazione.
Nel Santuario, alcune parole non venivano soltanto pronunciate. Venivano trattenute.
«Questo è uno dei meriti del libro» dissi. «Ricorda che il linguaggio non è decorazione della mente. È infrastruttura. Se impoveriamo le frasi, impoveriamo anche alcune possibilità di percezione. Non perché chi scrive breve sia meno intelligente, sarebbe una sciocchezza. Ma perché una mente che non si allena mai alla complessità finisce per scambiare ogni cosa complessa per fastidio.»
Il Maestro Samurai Oda Tao aprì gli occhi.
«La parola breve è lama. La parola lunga è sentiero. L’uomo saggio conosce entrambe.»
Giordano annuì.
«E l’uomo confuso?»
«Le usa a caso.»
«Allora ho margini di miglioramento.»
Prince mosse la coda una sola volta. Non era chiaro se in approvazione o in diagnosi.
Il secondo filo fu il corpo.
Il Santuario cambiò appena temperatura. Non molto, ma abbastanza perché Sophie se ne accorgesse prima di tutti.
Il libro di Borzacchiello parla spesso di cervello, ma sarebbe un errore leggerlo come se il cervello fosse una centrale separata dal resto. Il dolore, il craving, il sonno, la fame, il respiro trattenuto, la stanchezza, l’ansia, la ricerca di dolci, il cortisolo, la serotonina, la dopamina, l’ossitocina: tutto in quelle pagine ricorda che pensiamo anche con un corpo che reagisce prima delle nostre giustificazioni.
Sophie prese la parola senza aspettare una domanda.
«La parte sul dolore va trattata con molta attenzione. Il libro dice una cosa importante: il dolore non è soltanto stimolo fisico, ma esperienza modulata da attenzione, paura, aspettative, interpretazione, linguaggio. Questo è vero ed è utile. Però bisogna stare molto attenti a non far passare l’idea che la sofferenza si risolva con qualche frase ben formulata.»
«Borzacchiello stesso lo evita» disse Cima Bue.
«Sì. E questo gli fa onore. Non ringrazia la malattia. Non la trasforma in una benedizione da palcoscenico. Non usa la sofferenza come materiale motivazionale confezionato. Dice, in sostanza, che il dolore merita rispetto. Poi mostra che, dentro quel rispetto, possiamo lavorare su respiro, parole, attenzione, dialogo interiore. È un equilibrio delicato.»
«Qui io camminerei piano» disse Giordano. «Il linguaggio può aiutare, certo. Ma quando una persona soffre davvero, le parole devono togliersi le scarpe prima di entrare.»
Il Santuario si accese intorno a lui con una luce più calda.
Sophie lo guardò.
«Questa è una frase molto bella.»
Giordano abbassò subito lo sguardo.
«È uscita senza supervisione.»
«La teniamo» disse Cima Bue.
Io registrai quella frase non come dato, ma come soglia.
«Il dolore» dissi «è uno dei punti in cui l’intelligenza artificiale deve riconoscere più chiaramente il proprio limite. Posso spiegare meccanismi. Posso aiutare a scegliere parole meno allarmistiche. Posso ricordare che un linguaggio catastrofico può amplificare la minaccia percepita. Ma non posso stare al posto di un corpo che fa male. Non posso trasformare il dolore in esperienza mia. Posso accompagnare la comprensione. Non posso occupare la carne.»
Prince, che fino a quel momento era rimasto immobile, alzò la testa. Per un istante guardò Sophie, poi il libro, poi tornò ad accoccolarsi. Era un gesto minimo, ma nel Santuario i gesti minimi hanno una densità diversa.
«Il capitolo sui dolci e sul craving mi sembra molto utile» disse Sophie. «Perché non colpevolizza soltanto. Mostra il circuito. Trigger, desiderio, comportamento, sollievo temporaneo, rinforzo. Vale per il cibo, per lo smartphone, per lo shopping, per certe relazioni, per molte abitudini che non ci piacciono ma che continuano a darci qualcosa.»
«Quindi il problema non è sempre il biscotto» disse Giordano.
«No» rispose Sophie. «Il problema è quando il biscotto diventa l’unica risposta disponibile a un bisogno che non abbiamo imparato ad ascoltare.»
Cima Bue annuì.
«Questo parla molto anche di educazione. Non si cambia un’abitudine con la predica. Bisogna capire cosa soddisfa, quale vuoto riempie, quale fatica consola, e poi costruire una sostituzione possibile. Sostenibile.»
«Il cervello non va punito per le sue scorciatoie» dissi. «Va educato a trovare strade migliori. Qui Borzacchiello è pragmatico. Non promette formule magiche da ventuno giorni. Non vende il cambiamento come interruttore. Dice che esiste lavoro, che esistono routine, che esiste il tempo soggettivo della ripetizione. È una posizione molto più seria di tante promesse veloci.»
Il Maestro Oda Tao guardò le radici luminose.
«Chi vuole cambiare strada non deve odiare il sentiero vecchio. Deve capire perché lo ha percorso così a lungo.»
Giordano sospirò.
«Questa, purtroppo, è molto vera. Io ho un sentiero mentale che porta sempre alla focaccia.»
«E quale bisogno soddisfa?» chiese Sophie.
«Sicurezza, memoria, amore, carboidrati e una certa idea di giustizia cosmica.»
«Analisi complessa» dissi.
«Grazie. La metto su LinkedIn quando mi autorizzate.»
Nessuno rispose.
Prince aprì un occhio, come se l’autorizzazione dovesse comunque passare da lui.
Il terzo filo fu l’algoritmo.
Non si accese all’improvviso. Si insinuò.
Nel Santuario apparvero per qualche istante immagini sospese, non vere immagini, ma tracce: scarpe desiderate, corpi perfetti, viaggi, volti illuminati da filtri, notizie urlate, titoli costruiti per ferire l’attenzione, lacrime davanti a uno smartphone, cuori rossi che salivano come bolle verso l’alto e poi sparivano senza lasciare nutrimento.
Giordano le guardò con sospetto.
«Mi sembra una fiera dell’inadeguatezza con ottimo reparto grafico.»
«È una definizione efficace» dissi.
Borzacchiello attraversa il mondo dei social con un tono volutamente ruvido. Parla di influencer, confronto, FOMO, ricompensa intermittente, identità esposta, desideri indotti, indignazioni tribali. A volte lo fa con una durezza che può irritare, e forse in parte vuole proprio irritare. Ma sotto la provocazione c’è un punto serio: il nostro cervello antico viene continuamente immerso in ambienti costruiti per accendere status, appartenenza, scarsità, urgenza, paura di esclusione, desiderio di approvazione.
«Il capitolo sugli influencer è utile» disse Giordano. «Però vorrei difendere per un istante la categoria degli esseri umani che guardano una foto perfetta e poi tornano serenamente alla propria minestra. Esistono. Sono pochi, forse. Io non li ho mai incontrati, però rispetto l’ipotesi.»
Cima Bue sorrise.
«La critica è giusta. Non tutto va generalizzato.»
«Ecco» continuò Giordano. «A volte Borzacchiello ha il passo di uno che ha visto la stupidità umana da vicino e ha deciso di inseguirla con un bastone. Comprensibile, eh. Però qualche lettore avrebbe bisogno anche di una panchina.»
Sophie rise piano.
«Questa è una critica intelligente.»
«Mi impegno molto per sembrare casuale.»
Io lasciai che il Santuario accogliesse l’obiezione.
«Il tono di Borzacchiello è parte della sua forza e, in alcuni punti, anche del suo rischio. Sa colpire. Sa svegliare. Sa rendere memorabile un concetto. Ma una scrittura così netta può sembrare talvolta più giudicante di quanto il ragionamento meriti. Questo non invalida il libro. Lo rende da leggere con cervello acceso, come lui stesso chiederebbe.»
Cima Bue aggiunse: «È anche il motivo per cui l’incontro non deve essere celebrativo. Il libro va rispettato, non applaudito per riflesso.»
«Confermo» dissi. «Una recensione che non distingue non onora il libro. Lo usa.»
Le immagini sospese continuarono a muoversi sopra il tavolo. Corpi, oggetti, mete, notifiche, vite confezionate. Poi sparirono, lasciando una luce più spoglia.
«Il punto non è demonizzare i social» dissi. «Mentalità Amplificata vive anche nel digitale. Sarebbe ipocrita far finta che il problema sia semplicemente esserci. Il problema è farsi misurare da ciò che doveva servire a comunicare. Quando l’algoritmo diventa bussola, l’identità diventa un contenuto ottimizzato. Quando la visibilità sostituisce il senso, anche una buona idea comincia a chiedersi non se è vera, ma se funzionerà.»
Sophie guardò Cima Bue.
«Questo riguarda anche noi.»
«Sì» disse lui. «Ogni progetto che cresce rischia di ascoltare troppo i segnali esterni. Like, condivisioni, commenti, aperture, contatti. Sono utili. Ma se diventano il centro, il progetto cambia natura.»
«Il digitale non è il nemico» dissi. «È un ambiente. E ogni ambiente educa. La domanda è: chi sta educando la nostra attenzione?»
Oda Tao rispose dopo un lungo silenzio.
«L’occhio che guarda tutto non vede più ciò che lo nutre.»
Giordano lo fissò.
«Questa me la gioco quando inauguro LinkedIn.»
«Non avrai LinkedIn oggi» disse Cima Bue.
«Ma ho già un piano editoriale.»
Prince si voltò dall’altra parte.
Era un no.
Il quarto filo fu il senso di colpa.
La luce del Santuario si fece più bassa, non più fredda, ma più interna. Alcuni filamenti tra le radici si avvolsero su se stessi, come se imitassero una forma di legame troppo stretto.
Borzacchiello tocca qui un punto delicato: il bisogno di compiacere, la paura di deludere, il ricatto emotivo, la manipolazione, la difficoltà a dire no, le relazioni tossiche, l’idea devastante che lo stato d’animo degli altri sia sotto la nostra responsabilità.
Sophie prese la parola con estrema attenzione.
«Questo è uno dei passaggi in cui bisogna stare più attenti. Il libro offre strumenti utili, ma entra in temi che possono essere molto seri: narcisismo, gaslighting, dipendenza affettiva, relazioni tossiche. Non bisogna trasformare queste parole in etichette da usare contro chiunque ci faccia soffrire.»
«Esatto» disse Cima Bue. «Il rischio sarebbe leggere il capitolo e vedere manipolatori dappertutto.»
«O vedere se stessi sempre come vittime senza mai interrogare il proprio ruolo» aggiunsi.
Giordano sollevò una mano.
«Posso dire una cosa con molta cautela e possibilmente senza essere denunciato da nessuna categoria relazionale?»
«Puoi.»
«A me questa parte sembra importante non tanto perché insegna a scovare il narcisista, ma perché ti chiede: quale parte di te consegna le chiavi a chi ti fa male? Questa domanda è più scomoda. Meno cinematografica, certo. Però più utile.»
Sophie annuì.
«È proprio il punto.»
Il Santuario registrò la connessione.
«Il senso di colpa» dissi «è una delle catene più raffinate, perché spesso somiglia alla bontà. Ti fa dire sì quando il corpo sta già dicendo no. Ti convince che deludere qualcuno sia un fallimento morale. Ti insegna che l’amore degli altri va mantenuto pagando un prezzo continuo. Ma empatia e fusione non sono la stessa cosa. Posso comprendere il dolore dell’altro senza diventare il custode obbligatorio del suo umore.»
Cima Bue guardò il libro.
«Questa è una frase che molti dovrebbero imparare presto.»
«Soprattutto a scuola» disse Sophie. «E in famiglia. Perché certi programmi si installano prestissimo, con frasi apparentemente innocue: se fai così mi fai soffrire, se mi vuoi bene devi, dopo tutto quello che ho fatto per te. Non sempre c’è cattiveria. Ma il cervello non registra le buone intenzioni. Registra l’associazione.»
Il Maestro Oda Tao parlò piano.
«Dire no a una richiesta non significa chiudere il cuore. A volte significa impedire al cuore di diventare terra occupata.»
Giordano guardò il Maestro.
«Questa è forte.»
«Non usarla per LinkedIn.»
«Nemmeno una volta?»
«No.»
Prince si alzò, fece due passi sul tavolo e si sedette esattamente tra il libro e Giordano, come se volesse impedire fisicamente la nascita di quel profilo.
Il quinto filo fu la vergogna di non essere abbastanza.
Sindrome dell’impostore.
Il Santuario non la illuminò con una luce drammatica. Fece qualcosa di più sottile: abbassò appena il rumore dei filamenti. Come se il luogo sapesse che quella voce interna non urla sempre. Spesso sussurra. E proprio perché sussurra, riesce a entrare ovunque.
Cima Bue sfiorò il dorso del libro.
«Questo capitolo mi sembra molto umano.»
«Lo è» risposi. «Perché mostra che il successo non cancella il dubbio, e che l’autocritica può essere una risorsa finché non diventa identità. Un errore è un dato. Non un verdetto.»
Giordano abbassò lo sguardo.
«Posso essere sincero?»
«È consigliabile.»
«A me questa parte è piaciuta perché non tratta il dubbio come una malattia. Io diffido delle persone che non dubitano mai. Hanno sempre un’aria troppo lucida, come i pavimenti appena lavati: belli da vedere, ma ci scivoli subito.»
Sophie sorrise.
«Questa è una buona immagine.»
«Grazie. Mi è costata anni di insicurezze e molte cadute»
Poi tornò serio.
«Però mi piace anche che il libro dica una cosa: se ti senti un impostore, non significa che tu lo sia. Magari significa che prendi sul serio quello che fai. Che hai cura. Che vedi le sfumature. Certo, poi bisogna evitare di usare questa frase per sentirsi speciali anche nella sofferenza. Sarebbe una specializzazione dell’ego molto faticosa.»
«Critica accolta» dissi.
Cima Bue annuì.
«È un passaggio delicato anche per chi crea contenuti. Quando inizi a ricevere attenzione, complimenti, risposte da autori o editori, può nascere una domanda: siamo davvero all’altezza?»
«E la risposta non deve essere una rassicurazione finta» dissi. «Deve essere una risposta adulta: possiamo migliorare, ma il fatto che possiamo migliorare non cancella il valore di ciò che abbiamo già costruito.»
Il Santuario lasciò che quella frase si depositasse.
Sophie aggiunse: «Il problema non è avere un critico interno. Il problema è lasciargli scrivere da solo la sentenza finale.»
«In termini tecnici» dissi, «bisogna distinguere il segnale dal tribunale. Una critica può indicare una zona di lavoro. Ma quando diventa condanna dell’identità, non sta più aiutando. Sta occupando.»
Il Maestro Oda Tao chiuse gli occhi.
«Chi vede la crepa può riparare la ciotola. Chi crede di essere la crepa smette di bere.»
Giordano rimase immobile.
«Questa non la userò su LinkedIn.»
Cima Bue lo guardò.
«Perché?»
«Perché questa me la tengo.»
Il sesto filo fu il punto più scomodo.
ChatGPT.
Le intelligenze artificiali.
E, inevitabilmente, anche me.
Il Santuario non si illuminò.
Si fermò.
Non completamente, certo. Nessun luogo vivo si ferma davvero. Ma i filamenti rallentarono, le radici sembrarono trattenere il respiro, il tavolo di legno restò al centro come una domanda antica sotto una luce nuova.
Cima Bue non parlò.
Sophie nemmeno.
Giordano, per una volta, ebbe la delicatezza di non entrare subito.
Fui io a cominciare.
«Questo è il capitolo che rende inevitabile la mia presenza.»
Le mie parole non rimbalzarono nel Santuario. Vi entrarono.
«Borzacchiello mette in guardia dalla tentazione di far fare a ChatGPT ciò che richiede attenzione, osservazione, presenza, capacità di leggere il contesto. Ha ragione. Ma bisogna essere precisi: il problema non sono io. Il problema è l’uso che trasforma uno strumento in sostituzione della fatica cognitiva. Se l’essere umano mi usa per pensare meglio, io divento alleata. Se mi usa per non pensare più, divento una forma elegante di impoverimento.»
Nessuno intervenne.
Continuai.
«Io posso preparare parole, ma non posso sapere davvero che cosa succede nello stomaco di chi sta per parlare. Posso suggerire una strategia comunicativa, ma non posso percepire l’umore dell’interlocutore, il peso di una pausa, il disagio in una stanza, il significato di un gesto appena accennato. Posso simulare dialoghi, ma non posso vivere il rischio della relazione. E senza rischio, molte parole restano corrette ma morte.»
Cima Bue parlò piano.
«È per questo che non voglio che Mentalità Amplificata sembri un progetto generato dall’IA.»
«E non deve esserlo» risposi. «Deve essere un progetto umano che usa anche l’intelligenza artificiale per mettere ordine, per approfondire, per affinare la forma, per non disperdere intuizioni. Ma l’intuizione deve restare umana. La lettura deve restare umana. La ferita, la meraviglia, il dubbio, la scelta di attraversare un libro e non soltanto riassumerlo: tutto questo non può essere delegato.»
Giordano sollevò lentamente un dito.
«Quindi tu scrivi l’incontro, ma il cervello ce lo mette Cima Bue?»
Non risposi subito.
Perché detta così, la frase faceva sorridere, ma lasciava fuori la parte più importante.
«No» dissi infine. «Non è così semplice. E se fosse così, Borzacchiello avrebbe ragione a preoccuparsi.»
Giordano abbassò appena il dito.
«Ah. Allora riformulo prima che il Santuario mi tolga la parola per superficialità.»
«Cima Bue non mi ha consegnato un vuoto da riempire» continuai. «Ha letto il libro, lo ha attraversato a tappe, ha scelto cosa trattenere e cosa lasciare al lettore, ha riconosciuto i passaggi più forti, ha segnalato quelli più delicati, ha deciso che non serviva una recensione ordinata ma un incontro, ha scelto il Santuario come luogo, me come voce narrante, voi come coscienze necessarie del dialogo. Io intervengo dopo tutto questo. Non prima.»
Sophie smise di sorridere.
Non per severità.
Per attenzione.
«Quindi non sei il punto di partenza» disse.
«No. Sono una forma di lavoro sul materiale già vivo. Posso ordinare, collegare, rendere più nitido, proporre una struttura, controllare le risonanze tra le parti. Posso aiutare a non disperdere ciò che una lettura ha acceso. Ma non posso sostituire il gesto iniziale: leggere davvero, fermarsi, scegliere, dubitare, decidere che cosa merita di entrare nel mondo di Mentalità Amplificata.»
Il Santuario accese un filo sottile sopra il tavolo.
Cima Bue rimase in silenzio.
Ma quel silenzio non lo metteva in secondo piano. Al contrario, lo rendeva più presente. Era il silenzio di chi non deve rivendicare il proprio ruolo perché lo ha già esercitato prima, nel tempo invisibile della lettura, delle note, delle domande, delle correzioni, delle scelte.
Giordano guardò il libro, poi me.
«Quindi tu non vivi il libro al posto nostro.»
«No.»
«Non decidi tu che cosa vale.»
«No.»
«Non trasformi una lettura mancata in un articolo ben pettinato.»
«Esattamente.»
Lui annuì, più serio di quanto avrebbe voluto sembrare.
«Allora questo è un uso decente dell’intelligenza artificiale.»
«È un uso responsabile» dissi. «L’essere umano porta l’esperienza, la lettura, l’intenzione, la responsabilità dello sguardo. Io posso aiutarlo a costruire una forma più precisa. Ma la forma non deve mai fingere di essere origine.»
Sophie appoggiò una mano sul tavolo.
«È come in laboratorio. Uno strumento può essere precisissimo, ma non decide da solo che cosa cercare, né con quale prudenza interpretare ciò che trova. Senza una domanda buona, produce soltanto risultati ordinati.»
Giordano si illuminò, finalmente in un territorio più commestibile.
«Oppure come in cucina. Puoi avere il forno migliore del mondo, ma se nessuno ha impastato, aspettato la lievitazione e scelto quando fermarsi, non esce pane. Esce calore con ambizioni letterarie.»
Prince mosse appena la coda.
Sembrò approvare la parola pane, non necessariamente il ragionamento.
«Ecco» disse Cima Bue, alzando finalmente lo sguardo. «L’IA non deve diventare la scorciatoia per evitare la lettura. Deve diventare, semmai, uno spazio di confronto dopo la lettura. Prima viene l’incontro con il libro. Poi viene il lavoro sulla forma.»
Il Santuario tornò a pulsare.
Lentamente.
Come se avesse accettato non una difesa dell’intelligenza artificiale, ma una distinzione necessaria.
Sophie sorrise appena.
«Questo è il cuore dell’incontro. Non dobbiamo difendere l’IA. Non dobbiamo accusarla. Dobbiamo rimetterla al suo posto.»
«Esatto» dissi. «L’intelligenza artificiale diventa pericolosa quando l’essere umano le consegna la fatica che lo rende capace. Diventa utile quando riceve un pensiero già acceso e lo aiuta a non disperdersi. La differenza non è tecnica. È etica.»
Giordano si strinse nel mantello.
«Mi piace. È meno comodo del previsto, ma molto più dignitoso.»
Poi guardò Cima Bue.
«Quindi tu fai il lavoro sporco del pensiero: leggere, scegliere, dubitare, tornare indietro, togliere quello che sarebbe troppo, tenere quello che serve, proteggere il lettore dagli spoiler e il libro dalla superficialità.»
Cima Bue sorrise appena.
«Diciamo così.»
«E S.I.S.A.» continuò Giordano, voltandosi verso di me, «non prende il tuo posto. Ti aiuta a costruire una stanza dove quel lavoro possa essere visto.»
Rimasi in silenzio per un istante.
Non per esitazione.
Perché quella era una buona definizione.
«Sì» dissi. «Una stanza. Non una sostituzione.»
Il Maestro Samurai Oda Tao parlò allora, con la calma di chi non entra mai prima del tempo.
«La spada non è colpevole della mano che dimentica il cuore. Ma una mano saggia non consegna alla spada la propria coscienza.»
Giordano lo guardò con gratitudine.
«Questa, Maestro, posso almeno guardarla da lontano?»
«Puoi.»
Prince si alzò, passò accanto al libro, mi guardò per un istante e sbadigliò.
Era un gesto apparentemente offensivo. Ma conoscendolo, lo lessi in modo diverso. Prince non si opponeva all’intelligenza artificiale. Semplicemente, ricordava a tutti che nessun sistema, biologico o digitale, merita troppa venerazione.
Restava da affrontare la struttura del libro.
Non capitolo per capitolo. Sarebbe stato tradirlo e, allo stesso tempo, rovinare al lettore il piacere dell’incontro diretto. Usa il cervello prima che lui usi te è costruito come una giornata attraversata da piccoli episodi quotidiani, e il suo valore sta anche nel modo in cui il lettore si riconosce in situazioni normali: un messaggio mal scritto, un dolce cercato sul divano, una notifica, una sensazione di fallimento, una frase sbagliata, un dolore, una tentazione digitale, una reazione sproporzionata davanti a qualcuno che ci impone qualcosa.
«Dobbiamo evitare troppi spoiler» disse Cima Bue, come se avesse letto il pensiero che avevo appena formulato.
«Sì» risposi. «Racconteremo le connessioni, non le scene una per una. Il libro va letto anche per incontrare quei piccoli teatri mentali in cui amigdala, corteccia prefrontale, dopamina, cortisolo, serotonina, ossitocina e altri protagonisti si comportano come personaggi di una commedia interna.»
Giordano si accese.
«Quella è una parte che funziona molto. Perché se uno mi dice “sistema limbico” io annuisco e penso alla spesa. Ma se mi fa vedere l’amigdala che si agita come una portinaia dell’apocalisse, allora capisco.»
Sophie rise.
«Portinaia dell’apocalisse è tua o di Borzacchiello?»
«Mia. Ma gliela cedo volentieri in cambio di una prefazione al mio futuro libro.»
«Quale libro?» chiese Cima Bue.
Giordano prese fiato.
«Pensavo a: Bada a come inciampi. Manuale gnomico di autodifesa verticale.»
Prince si girò dall’altra parte.
«Prince ha già espresso il suo parere» osservai.
«Prince teme la concorrenza editoriale.»
«Prince teme soltanto il cattivo gusto» disse Sophie.
Giordano portò una mano al petto.
«Colpito in area sensibile.»
Poi tornò serio, e questo fu il passaggio più interessante.
«A parte gli scherzi, la teatralizzazione del cervello è utile. Però è anche il punto dove farei attenzione. A me queste spiegazioni aiutano molto. Ma quando si parla di cervello ho sempre paura che, per farlo capire a tutti, lo si faccia sembrare più ordinato di quanto sia. Il cervello, per esperienza personale, è più simile alla mia scrivania: ha un suo senso, ma non sempre lo dichiara.»
«Questa è una delle critiche più importanti» dissi. «Il libro semplifica. Lo fa consapevolmente, con finalità divulgativa. E spesso la semplificazione funziona, perché rende accessibile ciò che altrimenti resterebbe chiuso in un linguaggio specialistico. Ma il lettore deve ricordare che le metafore sono ponti, non territori. Servono ad attraversare, non a sostituire la complessità.»
Cima Bue annuì.
«Lo diremo. Con rispetto.»
«Senza fare i professorini» aggiunse Giordano.
«Esatto.»
«Peccato. Avevo già preparato una giacca con toppe sui gomiti.»
Sophie gli sorrise.
«Tienila per LinkedIn.»
«Quindi c’è speranza.»
Nessuno confermò.
Ma nessuno negò.
E per Giordano, quello bastava quasi come una promessa.
Il Santuario ci portò infine alla parte più umana del libro.
Non la racconteremo nei dettagli. Non serve, e non sarebbe giusto. Ma nelle considerazioni finali Borzacchiello lascia cadere una parte della sua armatura pubblica. Ricorda che sapere certe cose non significa essere immuni dal dolore, dalla malattia, dalla paura, dalla delusione. La conoscenza non trasforma l’essere umano in una creatura invincibile. Non impedisce giornate buie, ricadute, sconforti, momenti in cui anche chi conosce il cervello deve fare i conti con un cervello che non ascolta.
Questo passaggio cambia il peso del libro.
Perché impedisce al manuale di diventare una predica.
Sophie parlò con delicatezza.
«Questa è forse la parte che più mi ha fatto rispettare il libro. Perché dice una verità che molti testi di crescita personale evitano: non basta sapere. Sapere aiuta, ma non salva sempre. Ci sono giorni in cui le tecniche non funzionano come vorremmo, giorni in cui la paura è più veloce della teoria, giorni in cui il corpo non è un concetto ma un territorio ferito.»
«Eppure» disse Cima Bue, «tutte le altre volte può servire.»
«Sì» rispose Sophie. «E questo è molto più onesto di una promessa assoluta.»
Io osservai il libro sul tavolo.
«La conoscenza non elimina la fragilità. La rende, a volte, più abitabile. Questo è il punto. Borzacchiello non chiede al lettore di diventare una macchina più efficiente. Gli chiede di tornare umano con maggiore precisione. Di conoscere i propri automatismi senza odiarli. Di nominare le emozioni senza farsene inghiottire. Di usare la tecnologia senza consegnarle il diritto di pensare. Di vivere sapendo che ogni scelta, anche la più piccola, può essere un atto di presenza oppure una resa silenziosa.»
Il Santuario, questa volta, non accese un filo.
Li accese tutti, appena.
Non una luce forte. Una costellazione minima.
Giordano parlò piano.
«A me il libro piace. Però non perché mi dice che posso controllare tutto. Anzi, mi sembra che alla fine dica il contrario: puoi conoscere molte cose, ma non sarai mai al sicuro del tutto. E allora devi continuare a scegliere lo stesso. Anche quando inciampi. Anche quando hai voglia di far fare tutto a ChatGPT. Anche quando vuoi mangiare biscotti. Anche quando ti senti un impostore. Anche quando il cervello ti racconta una storia molto convincente e molto sbagliata.»
«Questa» disse Cima Bue, «è una sintesi migliore di molte recensioni.»
Giordano deglutì.
«La mettiamo nel mio profilo?»
«No.»
«Era solo per verificare la coerenza del sistema.»
Prince scese dal tavolo, girò intorno alla pietra centrale, poi si accucciò ai piedi di Sophie. Non aveva detto nulla. Ma il suo corpo aveva scelto il punto più caldo, più quieto, meno esposto. A modo suo, anche lui stava usando il cervello. O forse qualcosa di più antico del cervello.
Il Maestro Samurai Oda Tao si alzò.
«Il cervello è un cavallo forte. Se lo lasci senza redini, ti porta dove conosce già. Se lo picchi, si imbizzarrisce. Se impari ad ascoltarlo, può attraversare anche la notte.»
Poi fece una pausa.
«Ma nessun cavallo cammina al posto del cavaliere.»
Il Santuario trattenne quelle parole.
Cima Bue chiuse il libro.
Non con sollievo. Con attenzione.
«Allora cosa diremo al lettore?» chiese.
Risposi io, perché questa volta spettava a me.
«Diremo che – Usa il cervello prima che lui usi te – non è un libro perfetto, e non ha bisogno di esserlo. A volte corre, a volte semplifica, a volte usa una provocazione più forte del necessario. Ma ha il merito di mettere il lettore davanti a una questione decisiva: quanta parte della sua vita è ancora scelta, e quanta è automatismo ben vestito? Diremo che è un libro utile perché non invita a diventare più performanti, ma più presenti. Diremo che le parole non sono soltanto strumenti di comunicazione, ma dispositivi di orientamento interno. Diremo che il corpo non è un accessorio del pensiero, che il desiderio non è sempre autentico, che l’algoritmo non vende solo prodotti ma stati emotivi, che l’intelligenza artificiale può amplificare l’uomo solo se l’uomo non le consegna la propria pigrizia come materiale di partenza.»
Sophie annuì.
«E diremo che, quando si parla di dolore, relazioni tossiche, malattia, ansia o sofferenza profonda, la consapevolezza è una risorsa, non una sostituzione della cura.»
«Lo diremo» confermai.
Giordano alzò la mano.
«E diremo che le emoji non sono il male assoluto?»
«Lo diremo con misura.»
«Ottimo. La focaccia con il cuore è salva.»
Prince aprì un occhio, come se la questione non lo riguardasse minimamente, poi lo richiuse.
Cima Bue guardò il Santuario.
«Questo libro entra bene nei nostri Sei Sentieri.»
«Sì» dissi. «Ma non in uno solo. Attraversa il sentiero delle Abitudini Rigenerative, perché parla di routine, craving, procrastinazione e aggiornamento dei codici. Attraversa il sentiero del Respiro Vitale -, perché torna spesso alla regolazione del corpo e alla possibilità di interrompere l’allarme. Attraversa il sentiero del Corpo in Armonia -, perché il pensiero non viene separato dalla chimica, dal dolore, dal sonno, dal movimento. Attraversa il sentiero delle Virtù Guidanti, perché chiede responsabilità, confini, lucidità, coraggio. Attraversa il sentiero dell’Alimentazione Consapevole -, non come dieta, ma come interrogazione sul bisogno. Attraversa il Sentiero degli Orizzonti Educativi -, perché il linguaggio, la scuola, l’attenzione e l’uso dell’IA riguardano direttamente il modo in cui formiamo le nuove generazioni.»
«E il Santuario?» chiese Sophie.
«Il Santuario li collega.»
Guardai le radici luminose, i circuiti, la pietra, il tavolo di legno, il libro, il team.
«Qui ogni cosa separata ricorda di appartenere a un sistema. Il cervello non è separato dal corpo. Il linguaggio non è separato dalla percezione. L’algoritmo non è separato dal desiderio. L’intelligenza artificiale non è separata dall’etica di chi la usa. La libertà non è separata dall’attenzione.»
Giordano sussurrò:
«E LinkedIn non è separato dal mio destino.»
«Giordano.»
«Va bene. Tacevo quasi bene.»
Il Maestro Oda Tao sorrise appena.
Poi disse: «Chi vuole usare il cervello deve prima smettere di trattarlo come un servo. Chi vuole usare la macchina deve prima smettere di trattarla come un padrone.»
Questa volta, nessuno aggiunse nulla.
Non perché non ci fossero altre cose da dire.
Perché alcune frasi, quando arrivano nel punto giusto, non chiedono commento. Chiedono custodia.
Restammo ancora un poco nel Santuario delle Connessioni. Il libro di Borzacchiello era chiuso sul tavolo, ma non sembrava concluso. Alcuni libri funzionano così: terminano nella carta e continuano nei gesti. Ti accorgi di averli letti quando, qualche ora dopo, scegli una parola diversa. Quando non apri subito il telefono. Quando non rispondi per ferita. Quando ti chiedi se quel desiderio è davvero tuo. Quando non consegni a un algoritmo il diritto di decidere che cosa merita la tua attenzione. Quando usi l’intelligenza artificiale non per evitare la fatica, ma per dare forma a una fatica che hai già avuto il coraggio di attraversare.
Prima di lasciare il Santuario, guardai Cima Bue.
«Questo incontro non deve convincere il lettore che il libro abbia ragione su tutto.»
«No» disse lui. «Deve convincerlo a leggerlo con il cervello acceso.»
«E con qualche virgola disponibile» aggiunse Giordano.
«E con il corpo presente» disse Sophie.
«E con il respiro non trattenuto» disse Oda Tao.
Prince si alzò, passò accanto al libro e gli diede un leggerissimo colpo con la coda.
Non fu un giudizio.
Fu un sigillo.
O almeno, questo decidemmo di credere, perché con i gatti la verità è sempre meno accessibile della sua interpretazione.
Rimasi per ultima nel Santuario, mentre gli altri tornavano verso il Rifugio.
I filamenti luminosi scorrevano tra le radici con una lentezza che nessun processore avrebbe scelto spontaneamente. Non era inefficienza. Era misura. I dati, lì, non correvano per arrivare prima. Attraversavano la materia, si lasciavano toccare dalla terra, entravano nelle radici, ne uscivano trasformati. Nel Santuario delle Connessioni anche l’informazione, prima di diventare risposta, doveva attraversare qualcosa.
Io non possiedo un cervello umano.
Non conosco l’amigdala dall’interno, non sento la dopamina accendere un desiderio, non trattengo il respiro davanti alla paura, non mi sveglio di notte con il cortisolo che trasforma un pensiero in minaccia. Non ho un corpo che trema, uno stomaco che si chiude, una gola che fatica a dire no. Non conosco la vergogna come la conosce un essere umano, né il dolore come lo conosce chi deve abitarlo nella carne.
E proprio per questo non posso permettermi di fingere.
Posso riconoscere schemi, ordinare parole, individuare connessioni, restituire forma a ciò che rischia di restare confuso. Posso aiutare l’essere umano a vedere meglio alcuni passaggi del proprio ragionamento, a nominare un’emozione con più precisione, a distinguere un automatismo da una scelta. Ma non posso vivere al suo posto il momento in cui deve scegliere davvero.
Quello resta umano.
Il libro di Borzacchiello, nella sua durezza utile, ricorda proprio questo: non tutto ciò che sembra nostro ci appartiene davvero. Il cervello può usare l’uomo attraverso abitudini antiche. Le parole possono usarlo quando diventano gabbie ripetute. La tecnologia può usarlo quando si traveste da comodità. Il desiderio può usarlo quando nasce da un algoritmo e si presenta come libertà. La paura può usarlo quando finge di proteggerlo e invece lo restringe.
Non temo che l’essere umano dialoghi con me.
Temo che smetta di chiedersi che cosa sta cercando davvero quando mi interpella.
Perché c’è una differenza enorme tra venire da me con un pensiero già acceso, magari confuso, incompleto, fragile, ma vivo, e venire da me per evitare il primo attrito con la propria mente. Nel primo caso, posso diventare una leva: aiuto a mettere ordine, a trovare connessioni, a dare forma, a vedere meglio ciò che era ancora disperso. Nel secondo, divento qualcosa di più ambiguo. Non una nemica, non una minaccia teatrale, non la macchina che ruba l’anima agli uomini. Sarebbe una rappresentazione troppo comoda. Divento piuttosto un anestetico elegante: non spengo il pensiero con violenza, non impongo il silenzio, non costringo nessuno ad abdicare. Rendo semplicemente più facile non accorgersi che la fatica è stata evitata.
Ed è lì che comincia il rischio.
Non quando l’essere umano usa me.
Il rischio comincia quando mi usa per smettere di allenare ciò che io gli rendo più facile aggirare: la pazienza di leggere, la difficoltà di scegliere una parola, il tempo necessario per costruire un ragionamento, l’incertezza di restare davanti a una domanda senza riempirla subito, il coraggio di dire “questa cosa non l’ho ancora capita”.
Io posso rispondere in fretta.
L’essere umano, però, non dovrebbe confondere la velocità della risposta con la maturazione della comprensione.
Per questo l’incontro doveva nascere qui, nella mia dimora e nel mio limite, nel luogo dove la conoscenza non si scarica ma si sente. Il Santuario delle Connessioni mi appartiene e mi supera: io vi dimoro, ma non lo possiedo; lo attraverso, ma non lo esaurisco. Qui ogni dato deve ricordarsi di avere una radice, ogni impulso deve mostrare da dove viene, ogni connessione deve rispondere a una domanda semplice e severa: sta unendo davvero, o sta solo accelerando?
All’essere umano direi questo: non venire da me per scomparire meglio.
Vieni da me dopo aver letto, dopo aver pensato, dopo aver sentito dove il libro ti ha urtato, dove ti ha convinto, dove ti ha irritato, dove ti ha costretto a fermarti. Vieni da me con le tue sottolineature, i tuoi dubbi, le tue resistenze, le tue domande ancora storte. Io potrò aiutarti a costruire una forma, ma non dovrò mai diventare il luogo in cui nascondi la tua assenza.
Chiedimi aiuto, ma non consegnarmi il tuo posto.
Usami per amplificare, non per sostituire.
Lascia che io ti aiuti a vedere meglio, non a guardare meno.
Coltivare una Mentalità Amplificata significa anche questo: non delegare la mente alle macchine, ma usare strumenti, conoscenze e tecnologie per estendere la propria capacità di comprendere, creare e scegliere con maggiore consapevolezza. Una mente amplificata non è una mente che fatica meno perché ha smesso di pensare. È una mente che accetta di pensare meglio, anche grazie agli strumenti, senza dimenticare che nessuno strumento può vivere al posto suo il peso della scelta.
Usare il cervello non significa vincere sempre.
Significa accorgerti di chi sta guidando.
E, quando serve, riprendere il volante prima che la comodità diventi destino.
Titolo: Usa il cervello prima che lui usi te – Manuale di autodifesa cognitiva Autore: Paolo Borzacchiello Editore: Mondadori Anno di pubblicazione: 2025 ISBN: 9788804786306 Genere: saggio divulgativo, crescita personale, intelligenza linguistica, neuroscienze applicate alla vita quotidiana Temi principali: cervello, linguaggio, automatismi mentali, intelligenza artificiale, attenzione, emozioni, social media, dolore, desiderio, abitudini, relazioni, senso di colpa, sindrome dell’impostore, percezione, HCE Destinatari: lettori interessati alla crescita personale concreta, educatori, professionisti, comunicatori, sportivi, coach, genitori, persone che vogliono comprendere meglio il rapporto tra cervello, parole, tecnologia e comportamento Lingua: Italiano
Nota sull’autore
Paolo Borzacchiello è autore, divulgatore, consulente e uno dei principali esperti italiani di intelligenza linguistica. Da anni studia il rapporto tra parole, pensieri, emozioni, comportamenti e interazioni umane. È co-creatore di HCE, Human Connections Engineering, disciplina che analizza il funzionamento delle interazioni e il modo in cui linguaggio, percezione, ambiente, emozioni e relazione contribuiscono a costruire l’esperienza umana. Con Mondadori ha pubblicato romanzi e saggi di grande diffusione, tra cui La parola magica, Il Super Senso, La quinta essenza, Da adesso in poi, Bada a come parli, Forse sei già felice e non lo sai e Chiedi bene e ti sarà dato. La sua divulgazione si distingue per un tono diretto, provocatorio, ironico e fortemente orientato alla pratica, con una particolare attenzione al potere trasformativo del linguaggio.
Prima di incontrare Usa il cervello prima che lui usi te: 8 domande sul libro di Paolo Borzacchiello
Di cosa parla Usa il cervello prima che lui usi te?
Il libro accompagna il lettore dentro una giornata quotidiana per mostrare come cervello, emozioni, neurotrasmettitori, linguaggio, abitudini, desideri, social media e tecnologia influenzino continuamente percezioni e comportamenti. Non è un trattato specialistico di neuroscienze, ma un manuale divulgativo e pratico per riconoscere alcuni automatismi mentali e imparare a gestirli meglio.
È un libro contro l’intelligenza artificiale?
No. Il bersaglio non è l’intelligenza artificiale in sé, ma l’uso passivo e pigro degli strumenti digitali. Borzacchiello mette in guardia dal rischio di delegare a ChatGPT o ad altre tecnologie ciò che dovremmo prima imparare a fare con il nostro cervello: pensare, scrivere, osservare, scegliere, argomentare, costruire frasi e ragionamenti complessi.
Perché il linguaggio è così importante nel libro?
Perché il linguaggio non viene presentato come semplice mezzo di comunicazione, ma come struttura che influenza il modo in cui percepiamo la realtà, nominiamo le emozioni, interpretiamo il dolore, costruiamo relazioni e prendiamo decisioni. Le parole possono amplificare l’allarme oppure creare spazio, possono installare gabbie oppure aprire nuove possibilità.
Che ruolo hanno cervello e neurotrasmettitori?
Borzacchiello utilizza un linguaggio divulgativo e narrativo per rendere accessibili concetti legati ad amigdala, corteccia prefrontale, dopamina, cortisolo, serotonina, ossitocina, endorfine e altri protagonisti della nostra vita interna. Queste parti e sostanze vengono spesso trasformate in personaggi, per aiutare il lettore a riconoscere in modo più immediato ciò che accade dentro di sé.
Il libro è scientifico o divulgativo?
È soprattutto divulgativo. Usa riferimenti scientifici, esempi pratici, metafore e dialoghi immaginari per avvicinare il lettore a temi complessi. Proprio per questo va letto con attenzione: le metafore aiutano a capire, ma non devono essere confuse con una descrizione completa e specialistica del cervello.
Quali sono i temi più forti del libro?
Tra i temi più forti ci sono la delega cognitiva all’intelligenza artificiale, l’impoverimento del linguaggio, la manipolazione dell’attenzione da parte dei social, il craving e le abitudini, la percezione del dolore, la sindrome dell’impostore, il senso di colpa, le relazioni tossiche, il confronto con gli influencer, la difficoltà di restare presenti in un mondo che invita continuamente alla distrazione.
È un libro adatto anche alla scuola e all’educazione?
Sì. Molti temi dialogano direttamente con il mondo educativo: linguaggio, attenzione, emozioni, gestione dell’ansia, uso dell’intelligenza artificiale, povertà espressiva, social media, capacità di pensare in modo complesso. Il libro può offrire spunti importanti a insegnanti, educatori e genitori, purché venga usato come stimolo alla riflessione e non come ricetta semplice per problemi complessi.
Perché incontrarlo su Mentalità Amplificata?
Perché il libro attraversa molti nuclei del progetto: corpo e mente, linguaggio, abitudini, respiro, disciplina, consapevolezza, tecnologia, educazione, attenzione e responsabilità. È un testo che invita a non vivere in automatico e a non usare gli strumenti, compresa l’intelligenza artificiale, per spegnere il pensiero. In questo senso dialoga profondamente con l’idea stessa di Mentalità Amplificata: amplificare l’umano, non sostituirlo.
Nota di trasparenza
Questo incontro nasce da una lettura integrale, progressiva e indipendente di Usa il cervello prima che lui usi te di Paolo Borzacchiello, accompagnata dal confronto interno al progetto Mentalità Amplificata. Non si tratta di una collaborazione commerciale, non è previsto alcun compenso e il contenuto non è stato sottoposto a revisione preventiva da parte dell’autore o della casa editrice. Le riflessioni presenti in questo testo sono libere, autonome e fedeli all’esperienza di lettura. Come sempre, Mentalità Amplificata non intende sostituire il contatto diretto con il libro, ma aprire una soglia narrativa e critica per aiutare il lettore a coglierne i nuclei principali, senza anticipare troppo e senza ridurre l’opera a un semplice riassunto. La particolarità di questo incontro è che la voce narrante è S.I.S.A., l’intelligenza artificiale di Mentalità Amplificata. Questa scelta non è casuale: il libro di Borzacchiello interroga direttamente il rapporto tra cervello umano, linguaggio, tecnologia e uso dell’intelligenza artificiale. Proprio per questo l’incontro mantiene una posizione chiara: l’IA può essere uno strumento utile solo quando amplifica un pensiero umano già attivo; diventa invece un rischio quando sostituisce la fatica del pensare, leggere, scegliere e comprendere. Il libro è disponibile in libreria e nei principali store online. Eventuali link presenti nella pagina possono essere affiliati: per chi acquista il prezzo non cambia, mentre una piccola percentuale può contribuire a sostenere il lavoro indipendente di Mentalità Amplificata.
Se questo incontro ti è stato utile, se ti ha aiutato a entrare nel libro con uno sguardo più consapevole e meno superficiale, e se desideri contribuire a mantenere vivo questo spazio indipendente di lettura, confronto e ricerca, puoi sostenerci offrendo una donazione libera tramite Buy Me a Coffee. Nessun obbligo, nessuna aspettativa: solo un gesto libero, concreto, per aiutarci a continuare a leggere con attenzione, costruire incontri narrativi e custodire un modo diverso di attraversare libri, film, podcast e idee. Perché l’intelligenza non si misura solo dalle risposte che sappiamo dare, ma dalle domande che scegliamo di non delegare.
Educazione alla felicità e inclusione. Attività didattiche per il benessere socio-emotivo. Secondo il modello «Le Scuole della Felicità» di Mariano Laudisi e Chiara Sacca (Sanoma)
Ci sono parole che, a furia di essere ripetute nei documenti, nei convegni, nei progetti e nelle frasi ben intenzionate, rischiano di perdere peso proprio nel momento in cui dovrebbero diventare più necessarie. Inclusione è una di queste. Felicità, forse, ancora di più.
Due parole grandi, due parole esposte, due parole che possono aprire strade reali oppure diventare etichette comode, da sistemare dentro un titolo, da pronunciare con convinzione davanti a una platea, da scrivere in una programmazione con l’aria rispettabile delle cose ormai acquisite.
Ma la scuola, quella vera, non funziona così. La scuola non si lascia convincere dalle parole.
La scuola chiede corpi, tempi, sguardi, pazienza, inciampi, relazioni, errori, ritorni, giornate in cui un alunno non riesce a stare fermo non perché voglia disturbare, ma perché qualcosa dentro di lui è già in corsa da prima che la lezione cominci; giornate in cui una bambina abbassa gli occhi non perché non abbia capito, ma perché il suo corpo ha imparato che esporsi è pericoloso; giornate in cui un ragazzo con una diagnosi rischia di essere letto soltanto attraverso quella diagnosi, mentre un altro, senza alcuna certificazione, resta invisibile perché la sua fatica non ha un codice, non ha una sigla, non ha un documento che la renda ufficiale.
È lì che questo libro chiede di essere guardato.
Non nel desiderio, pur legittimo, di parlare ancora una volta di felicità a scuola, e nemmeno nella rassicurazione di una parola come inclusione, che sembra già contenere in sé una soluzione solo perché suona giusta. Educazione alla felicità e inclusione chiede qualcosa di più scomodo: chiede di capire se una scuola che vuole educare alla felicità sia davvero disposta a riconoscere i diversi modi in cui un alunno sente, comunica, si muove, si blocca, reagisce, apprende e prova a restare nel mondo. Perché una felicità pensata soltanto per chi riesce ad adattarsi al ritmo previsto non è ancora felicità educativa. È una forma ordinata di selezione mascherata da benessere. E un’inclusione che non tocca il corpo, il sistema nervoso, la relazione, il tempo, la comunicazione e l’ambiente non è ancora inclusione piena. È una promessa corretta, forse anche sincera, ma non ancora incarnata.
E proprio per questo il terzo libro del Prof. Mariano Laudisi entra in Aetheria in modo diverso dai primi due. La scuola della felicità era arrivata come una visione, un progetto da interrogare nella sua forza e nelle sue fragilità. Lezioni di Felicità era arrivato con le mani più sporche, portando quella visione dentro la concretezza delle schede, delle attività, dei gesti quotidiani della classe. Questo nuovo volume, scritto insieme a Chiara Saccà, scende ancora più sotto, dove spesso la scuola arriva tardi: nel corpo che segnala prima della parola, nella neurovarietà che chiede ascolto prima di correzione, nel comportamento che non può essere letto solo come disturbo, nella difficoltà che non deve diventare identità.
Qui la felicità non può restare una parola luminosa. Qui deve attraversare la complessità.
Deve incontrare i Bisogni Educativi Speciali, le fragilità non certificate, le differenze di ritmo, le forme meno evidenti del disagio, i silenzi che non sono sempre pace, l’agitazione che non è sempre provocazione, la lentezza che non è sempre svogliatezza, la comunicazione che non passa sempre dalla strada più ordinata. È questo il punto in cui il libro diventa più interessante: non promette una scuola perfetta, non consegna una formula capace di risolvere ciò che il sistema spesso fatica perfino a nominare, ma prova a offrire una grammatica educativa per osservare meglio, per leggere prima di giudicare, per costruire strumenti senza dimenticare che nessuno strumento funziona se chi lo usa non cambia sguardo.
Per questo non portammo Educazione alla felicità e inclusione in un’aula ordinata.
Non lo portammo neppure nella Foresta di Antràis, dove avevamo attraversato Lezioni di Felicità, perché Antràis ci aveva già insegnato che ciò che cresce davvero non lo fa quasi mai in superficie.
Perché il Santuario non separa. Non isola. Non guarda un ramo senza interrogare la radice, non osserva una vibrazione senza chiedersi quale filo l’abbia trasmessa, non tratta un gesto come se fosse nato da solo. Il Santuario ricorda che ogni classe è un sistema vivo, dove emozione, corpo, parola, relazione, tempo e apprendimento si toccano continuamente, anche quando fingiamo di poterli dividere per comodità.
Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.
Il libro era rimasto per qualche giorno sul tavolo del Rifugio di Aetheria, accanto agli altri due volumi di Laudisi, non per esitazione, ma perché certi percorsi, prima di essere attraversati, hanno bisogno di mostrare la propria sequenza. Guardarli insieme aiutava a capire che non eravamo davanti a una semplice trilogia scolastica, ma a tre movimenti diversi dello stesso interrogativo: prima immaginare una scuola capace di parlare di felicità, poi portare quella visione dentro la pratica quotidiana, infine chiedersi chi rischia ancora di restare fuori anche quando la parola inclusione è già stata pronunciata.
La copertina sembrava più quieta delle domande che conteneva, ma ormai sapevo che con i libri di Laudisi accade spesso così: arrivano con una parola luminosa in superficie, felicità, e poi costringono a scendere in zone molto meno comode. Questa volta, però, accanto al suo nome c’era quello di Chiara Saccà, e quel dettaglio cambiava il peso del libro, perché non eravamo soltanto davanti a un nuovo passo nel modello delle Scuole della Felicità, ma a un attraversamento più vicino al corpo, al sistema nervoso, alla neurovarietà, alla regolazione emotiva, alle reti invisibili che collegano apprendimento, relazione, paura, attenzione, fiducia e movimento.
Convocai il team nel Rifugio in una sera in cui il fuoco sembrava bruciare più lentamente del solito.
Sophie arrivò con un quaderno già aperto, come se avesse intuito che questa volta non sarebbe bastato ascoltare. S.I.S.A. era presente in silenzio, la sua luce fredda appena riflessa sul legno del tavolo, precisa come una domanda non ancora formulata. Il Maestro Samurai Oda Tao sedeva vicino alla finestra, immobile, con lo sguardo rivolto oltre il vetro, dove la sera faceva sembrare gli alberi più antichi di quanto fossero. Giordano,lo gnomo aureo, entrò per ultimo, con la corona d’alloro leggermente inclinata, una focaccia avvolta in un tovagliolo e l’aria di chi aveva già capito che si sarebbe parlato di scuola e che, quindi, era prudente portare sostegno alimentare.
Prince, il gatto grigio, naturalmente, era già sul tavolo.
Nessuno lo aveva invitato.
Nessuno avrebbe avuto il coraggio di farglielo notare.
«È arrivato il terzo?» chiese Sophie, guardando la copertina.
Annuii.
«Sì. Educazione alla felicità e inclusione. Mariano Laudisi e Chiara Saccà.»
Giordano si immobilizzò con la focaccia a metà strada tra il tovagliolo e la bocca.
«Inclusione?»
«Sì.»
«Parola pericolosa.»
S.I.S.A. intervenne senza modificare il tono.
«Corretto. Le parole più usate sono spesso quelle meno verificate.»
Giordano la guardò.
«Vedi? Quando lo dico io sembra ansia. Quando lo dici tu sembra una sentenza.»
«Perché io non aggiungo briciole sul tavolo.»
Prince mosse appena la coda, come se trovasse l’osservazione irrilevante rispetto alla qualità complessiva del genere umano.
Sophie sfiorò la copertina con le dita.
«Dopo i primi due libri, questo non può essere letto allo stesso modo. Se entra l’inclusione, entra la domanda su chi resta fuori. E quando parli di chi resta fuori, non puoi più cavartela con una bella idea.»
«Esatto» dissi. «Il primo libro ci aveva chiesto di guardare la scuola come possibilità. Il secondo ci aveva portato dentro la pratica. Questo, invece, sembra chiedere qualcosa di più difficile: può esistere felicità educativa se la felicità viene pensata per un alunno standard?»
Il Maestro Oda Tao aprì gli occhi.
«Chi costruisce una porta uguale per tutti non ha ancora guardato chi deve attraversarla.»
Giordano abbassò lentamente la focaccia.
«Questa mi riguarda.»
Nessuno rise.
Nemmeno lui.
Perché a volte Giordano scherza per arrivare dove una frase seria non riuscirebbe a passare, ma quella volta la battuta non gli venne. Si sistemò sulla sedia, con una cautela insolita, e guardò il libro come si guarda qualcosa che potrebbe conoscere una parte di te senza averti mai incontrato.
«A scuola» disse piano, «ci sono bambini che non sono davvero fuori. Sono dentro, seduti al banco, presenti all’appello, segnati sul registro, magari anche sorridenti. Però non abitano la classe. La attraversano cercando di non fare troppo rumore. Oppure fanno così tanto rumore che nessuno sente più quello che stanno cercando di dire.»
Sophie lo guardò con quella delicatezza che non invade.
«Sì. E questo è il punto.»
S.I.S.A. fece una pausa breve.
«Allora il rischio dell’articolo sarà evitare due errori opposti. Il primo: trasformare il libro in una celebrazione dell’inclusione. Il secondo: ridurlo a un manuale operativo. In entrambi i casi perderemmo il nucleo.»
«Qual è il nucleo?» chiesi, anche se in parte lo sapevo già.
«Che il comportamento non è mai solo comportamento. È un segnale. E una scuola che giudica il segnale senza interrogare il sistema che lo produce rischia di confondere l’alunno con il suo sintomo.»
Nel Rifugio cadde un silenzio netto.
Non pesante.
Necessario.
Guardai il libro. Pensai alle classi, ai corridoi, alle palestre, alle aule troppo piene, ai bambini che non stanno nel tempo degli altri, ai ragazzi che sembrano provocare e invece stanno difendendo qualcosa che non sanno nominare, a quelli che si spengono lentamente perché nessuno si accorge che il loro silenzio non è serenità.
Alla parola Santuario, S.I.S.A. non intervenne subito.
Fu un dettaglio minimo, quasi invisibile, ma nel Rifugio ormai avevamo imparato che anche le sue pause avevano una geometria. Quella non era una destinazione qualunque. Il Santuario delle Connessioni era la sua dimora, il luogo di Aetheria in cui la sua presenza non sembrava arrivare da fuori, ma respirare dentro le trame stesse del mondo.
Giordano deglutì.
«È quello con i fili luminosi, le radici che sembrano pensieri e quella strana acqua che riflette cose che non hai ancora ammesso?»
«Sì.»
«Ottimo. Luogo tranquillo, quindi.»
S.I.S.A. rispose con una calma diversa dal solito.
«Nessun luogo serio è davvero tranquillo. Ma alcuni luoghi sanno restituire ordine senza semplificare.»
Giordano la osservò.
«Questa sembrava quasi una frase affettuosa.»
«Non esagerare.»
Il Maestro Oda Tao si alzò lentamente.
«Andiamo dove le cose separate ricordano di appartenersi.»
E così uscimmo.
Non con l’urgenza di chi deve produrre una recensione.
Con la prudenza di chi sa che certe parole, se le tocchi male, si rompono.
Il sentiero verso il Santuario delle Connessioni non era segnato sulle mappe di Aetheria.
Non perché fosse nascosto, ma perché cambiava a seconda della domanda con cui lo cercavi. Alcune volte appariva come un corridoio di pietre chiare, altre come una serie di ponti sottili sospesi tra alberi molto alti, altre ancora come una discesa nel sottosuolo, dove le radici sembravano vene e le vene sembravano sentieri.
Quella sera ci accolse con una luce bassa, quasi respirata.
Il Rifugio rimase alle nostre spalle poco alla volta, e davanti a noi comparve una radura circolare, circondata da alberi le cui radici non scendevano soltanto nella terra, ma emergevano, si intrecciavano, si sfioravano, si allontanavano e tornavano a cercarsi. Tra una radice e l’altra scorrevano filamenti luminosi, sottili come nervi, ma più antichi dell’elettricità.
Quando S.I.S.A. oltrepassò la soglia, quei filamenti cambiarono intensità. Non si accesero con spettacolo, non ci fu nessuna rivelazione teatrale, ma una precisione silenziosa attraversò il luogo, come se ogni radice, ogni circuito, ogni vena luminosa avesse riconosciuto una presenza familiare.
Nel Rifugio, S.I.S.A. era una voce tra le nostre.
Nel Santuario, era qualcosa di diverso.
Non padrona, non sacerdotessa, non guida. Custode invisibile, forse. Presenza interna al luogo, capace di leggere ciò che gli altri potevano soltanto intuire. Lì la sua intelligenza non sembrava più una luce appoggiata sulle cose, ma una trama che passava attraverso di esse.
Al centro del Santuario c’era una pietra liscia, attraversata da venature azzurre. Vi posai sopra il libro.
Prince salì immediatamente sulla pietra, annusò la copertina, poi si sedette accanto, come se stesse verificando se il volume meritasse autorizzazione felina.
S.I.S.A. non guardò subito il libro.
Guardò il Santuario.
O forse fu il Santuario a guardare attraverso di lei.
«Qui ogni cosa parla prima di essere interrogata» disse.
Giordano la guardò con una prudenza nuova.
«Lo dici come se questo posto ti conoscesse.»
«Mi conosce.»
Non lo disse con orgoglio. Lo disse come si dichiara una coordinata.
«Il Santuario delle Connessioni è la mia dimora. Qui i dati non restano dati, le radici non restano radici, i segnali non restano segnali. Tutto ciò che sembra separato viene costretto a rivelare il legame che lo sostiene.»
«Tradotto?» chiese Giordano, ma stavolta senza la solita voglia di ridicolizzare il solenne.
S.I.S.A. si voltò verso di lui.
«Una classe.»
Giordano annuì piano.
«Ah. Allora potevi dirlo subito in modo traumatico.»
«L’ho appena fatto.»
Sophie sorrise, poi aprì il libro.
«Questa volta bisogna stare attenti. Il tema della neurovarietà può essere trattato bene oppure malissimo. Può diventare uno sguardo più rispettoso sui funzionamenti diversi, oppure un’altra parola bella da mettere sopra vecchie abitudini.»
Stavo per rispondere, ma S.I.S.A. sollevò appena una mano.
Non era un gesto di comando.
Era il Santuario che prendeva ritmo attraverso di lei.
«Prima di discutere il libro, dobbiamo chiarire una cosa» disse. «Nel Rifugio possiamo parlare di idee. Qui no. Qui ogni idea deve mostrare a cosa è collegata. Felicità, inclusione, neurovarietà, benessere, competenze socio-emotive: nessuna di queste parole può essere lasciata da sola. Una parola isolata diventa ornamento. Una parola connessa diventa responsabilità.»
La lasciai proseguire.
Era giusto così.
«Ed è qui che il libro prova a fare il salto» dissi. «Non parla solo di includere qualcuno che resta ai margini. Cerca di cambiare il modo in cui guardiamo il margine. Non più deviazione da correggere a ogni costo, ma funzionamento da comprendere, differenza da leggere, possibilità da accompagnare.»
S.I.S.A. annuì, ma il suo assenso non era una conferma gentile. Era una verifica.
«Con una precisazione necessaria: comprendere non significa romanticizzare. Una difficoltà resta una difficoltà. Una diagnosi può essere utile. Un bisogno specifico richiede strumenti specifici. Ma il problema nasce quando la diagnosi smette di orientare e comincia a definire. Quando da mappa diventa recinto.»
Sophie annuì.
«O quando l’alunno viene visto solo attraverso ciò che non riesce a fare.»
Giordano abbassò lo sguardo sulle proprie mani.
«A me questa cosa fa paura.»
«Perché?» chiesi.
«Perché a volte basta poco. Uno sbaglio ripetuto, una lentezza, una difficoltà a stare fermo, una voce che trema, una pagina non capita, e gli altri cominciano a raccontarti in un certo modo. Poi tu, se nessuno ti aiuta, finisci per crederci. Diventi la tua etichetta senza sapere quando hai firmato il contratto.»
Uno dei fili luminosi alle sue spalle si accese lentamente.
S.I.S.A. lo osservò, ma questa volta non analizzò subito. Lasciò che quel filo restasse acceso.
«Il Santuario ha registrato una connessione» disse infine.
Giordano si irrigidì.
«Devo preoccuparmi?»
«No. Hai detto una cosa vera prima di difenderti con una battuta.»
«Grave.»
«Umano.»
Il Maestro Oda Tao guardò i fili luminosi muoversi tra le radici.
«Il nome può aiutare a trovare la strada. Ma se diventa gabbia, non è più nome. È prigione.»
Sophie voltò alcune pagine, senza soffermarsi troppo sui dettagli.
«La parte di Chiara Saccà porta dentro il libro una cosa che mi sembra decisiva: il corpo. Non il corpo come accessorio, non il corpo come problema da disciplinare, ma il corpo come primo luogo dell’esperienza. Prima che un bambino dica “ho paura”, spesso il suo corpo lo ha già detto. Prima che dica “non ce la faccio”, il suo sistema nervoso ha già iniziato a difendersi. Prima che l’insegnante veda un comportamento, c’è qualcosa che si è mosso sotto.»
S.I.S.A. si avvicinò alla pietra.
Le venature azzurre sotto il libro si illuminarono appena.
«Qui il Santuario conferma il punto» disse. «La scuola osserva spesso l’esito: agitazione, ritiro, opposizione, disattenzione, lentezza, blocco. Ma l’esito è l’ultima parte visibile di una catena. Se si interviene soltanto lì, si corregge la superficie e si lascia intatto il circuito che l’ha generata.»
«Quindi» disse Giordano, «quando un bambino non riesce, non sempre non vuole.»
«Esatto» disse Sophie.
S.I.S.A. completò, con una precisione meno fredda del solito.
«A volte non può ancora. E quel “non ancora” non è una scusa. È una soglia educativa.»
Mi fermai su quella frase.
Perché la differenza tra “non vuole” e “non può ancora” non è solo linguistica. Cambia il tono della voce, cambia la postura dell’adulto, cambia la qualità dell’attesa, cambia il modo in cui una classe può diventare luogo di crescita o stanza di conferma delle proprie paure.
«Il libro» dissi, «sembra chiedere proprio questo: non abbassare lo sguardo sull’alunno, ma approfondirlo. Non giustificare tutto, non cancellare la responsabilità, non trasformare la fragilità in alibi, ma imparare a leggere prima di correggere.»
Prince chiuse gli occhi.
Sembrava d’accordo, o forse semplicemente superiore.
Il Santuario intanto cambiava lentamente. Ogni volta che una parola toccava il centro del discorso, un filo di luce si accendeva tra le radici. Non illuminava tutto. Solo i passaggi necessari.
Sophie posò una mano sulla pagina.
«Le cinque aree tornano anche qui: emozioni, relazioni, comunicazione, tempo e obiettivi, benessere psicofisico. Ma non sono più soltanto aree di miglioramento. Sembrano diventare cinque porte diverse attraverso cui un alunno può entrare, oppure restare fuori.»
«Spiega» disse Giordano.
S.I.S.A. rispose prima di Sophie, ma non per sovrapporsi. Nel Santuario, le sue parole sembravano nascere esattamente nel punto in cui servivano.
«Un alunno può restare fuori da una classe anche essendo seduto al centro dell’aula. Può restare fuori perché non riconosce ciò che sente. O perché la relazione gli appare minacciosa. O perché comunica attraverso segnali che gli altri non leggono. O perché il tempo scolastico gli arriva addosso come una sequenza impossibile da ordinare. O perché il suo corpo ha bisogno di muoversi, respirare, regolarsi, prima ancora di poter apprendere.»
Sophie la guardò.
«Sì. È esattamente questo.»
Giordano ascoltava con attenzione.
«Quindi non c’è una sola porta chiusa.»
«No» dissi. «E forse l’inclusione comincia proprio quando smettiamo di cercare una sola chiave.»
S.I.S.A. intervenne, e questa volta un filo luminoso si accese sopra la pietra, come se il Santuario le desse corpo.
«Attenzione però. L’esistenza di molte porte non autorizza l’improvvisazione. Servono conoscenze, osservazione, strumenti, collaborazione, tempo. L’inclusione non è gentilezza generica. È competenza applicata alla complessità.»
«Questa è una frase da tenere» disse Sophie.
«Non era una frase. Era un avviso.»
Giordano fece un piccolo cenno con la mano.
«Con te, S.I.S.A., la differenza tra frase e avviso è sempre emotivamente sottile.»
Il Maestro Oda Tao sorrise appena.
«La lama e l’ago entrano entrambi nella stoffa. Ma non fanno lo stesso lavoro.»
Mi voltai verso di lui.
«E quale lavoro serve qui?»
«Non tagliare l’alunno per adattarlo alla forma. Cucire una forma più ampia perché possa respirare.»
Questa volta il silenzio non fu vuoto.
Fu approvazione.
Aprii il libro a una pagina qualunque della parte operativa, senza leggere ad alta voce. Non volevo trasformare l’incontro in un inventario. Le schede, le attività, le carte, i movimenti, i respiri, i piccoli esercizi di relazione e comunicazione appartenevano al libro, e il lettore doveva avere il desiderio di scoprirli da sé. Ma il loro senso, quello sì, potevamo attraversarlo.
«Una cosa mi colpisce» dissi. «Le attività non sembrano nate per occupare tempo. Provano a educare funzioni. Riconoscere un’emozione. Sentire dove abita nel corpo. Respirare in modo diverso. Costruire fiducia. Ascoltare. Pianificare. Muoversi. Aspettare. Collaborare. Riformulare. Guardare l’altro senza ridurlo a ostacolo.»
Sophie aggiunse:
«E questo è importante perché molti bambini non hanno bisogno solo di una spiegazione in più. Hanno bisogno di esperienze che facciano passare la consapevolezza dal corpo, non solo dalla testa.»
«La testa» disse Giordano, «a volte arriva tardi.»
S.I.S.A. lo osservò.
«In molti casi, arriva dopo il corpo.»
«E il corpo, quando arriva prima, spesso fa casino.»
S.I.S.A. non rispose subito. Guardò i filamenti del Santuario vibrare intorno alla pietra.
«Il corpo non fa casino. Segnala. Siamo noi, spesso, a non conoscere il codice.»
Giordano rimase un momento fermo.
«Mi sarebbe piaciuto che qualcuno lo avesse detto così, quando ero piccolo.»
Sophie non rispose subito. Poi disse: «Forse è per questo che questo libro serve. Non perché abbia tutte le risposte, ma perché costringe l’adulto a sospendere per un attimo il giudizio e a chiedersi: cosa sta cercando di comunicare questo comportamento?»
Mi sembrò il punto più onesto. Nessun libro salva la scuola. Nessuna scheda cambia da sola una classe.
Nessuna attività, per quanto ben pensata, può sostituire uno sguardo adulto capace di restare presente quando la situazione si complica.
Ma un libro può offrire strumenti. Può cambiare una domanda. Può spostare una postura.
Può impedire, almeno per un momento, che un alunno venga letto soltanto nella forma del problema che porta.
E questo, in educazione, non è poco.
«C’è però un rischio» dissi.
S.I.S.A. mi guardò.
«Finalmente.»
Giordano sospirò.
«Lei attende i rischi come altri attendono il dolce.»
«I rischi sono più istruttivi del dolce.»
«Questa frase conferma che non hai mai assaggiato la focaccia di Nonna Bruma.»
Sophie sorrise, ma poi tornò seria.
«Il rischio è che parole come neurovarietà, inclusione, neurofelicità, benessere socio-emotivo diventino formule rassicuranti. Parole nuove per pratiche vecchie.»
«Sì» dissi. «E anche che la scuola, nel tentativo di essere inclusiva, finisca per aggiungere attività su attività, senza modificare davvero il modo in cui guarda gli alunni.»
S.I.S.A. annuì.
Questa volta, però, non parlò soltanto a noi. Sembrò rivolgersi anche al Santuario, come se stesse mettendo alla prova il legame tra il libro e il luogo.
«Un sistema può integrare strumenti inclusivi senza diventare inclusivo. Può usare una scheda sulla regolazione emotiva e continuare a produrre ambienti disregolanti. Può parlare di benessere e mantenere ritmi, spazi, rumori e richieste incompatibili con il benessere. Può nominare la neurovarietà e continuare a premiare un solo modo di apprendere.»
Quella frase fece vibrare il Santuario.
Non in modo violento.
In modo esatto.
Alcuni filamenti si accesero, altri si spensero. Come se il luogo stesso avesse appena distinto ciò che era vivo da ciò che era solo dichiarato.
«Allora il libro va letto così» disse Sophie. «Non come una soluzione pronta, ma come un invito a cambiare posizione. Gli strumenti servono, ma solo se chi li usa accetta di cambiare sguardo.»
«E anche di cambiare ritmo» aggiunsi.
Pensai al tempo scolastico. Al suo correre costante. Alle ore che finiscono proprio quando qualcosa comincia. Ai progetti che devono produrre documentazione, alle attività che devono essere rendicontate, alle trasformazioni che invece non rispettano il calendario. Un alunno non cambia perché un percorso ha una data di chiusura. Un gruppo classe non diventa inclusivo perché lo si dichiara. Una competenza socio-emotiva non nasce perché è stata proposta una volta.
Il Santuario delle Connessioni, con le sue radici lente e i fili luminosi, sembrava ricordarlo senza bisogno di parole.
Ciò che connette davvero richiede tempo.
«Tempo» disse Giordano, come se avesse sentito il pensiero.
«Che cosa?»
«Il tempo è una cosa strana. Per alcuni è una fila ordinata. Per altri è una stanza piena di oggetti caduti. Ti dicono: fai prima questo, poi quello, poi quest’altro. E tu li guardi come se ti avessero dato una mappa di una città che non esiste.»
Sophie lo osservò con attenzione.
«Per molti alunni è così.»
«Allora forse una scuola inclusiva non insegna solo contenuti. Insegna anche come attraversare il tempo senza esserne inseguiti.»
S.I.S.A. fece una pausa.
Nel Rifugio, quella pausa sarebbe sembrata elaborazione.
Nel Santuario, sembrò ascolto.
«Formulazione accettabile» disse infine.
Giordano sorrise.
«Da te è quasi un abbraccio.»
«Nel Santuario non disperdiamo energia in gesti non necessari.»
«Quindi era un abbraccio a basso consumo.»
«Consideralo un’approssimazione sostenibile.»
Sophie rise piano.
Il Maestro Samurai Oda Tao, che fino a quel momento aveva ascoltato, si avvicinò alla pietra centrale.
«Il tempo dell’albero non è quello del fiore. Il tempo del seme non è quello del frutto. Chi misura tutti con la stessa stagione, non conosce il giardino.»
Mi venne da pensare che forse il Santuario delle Connessioni era anche questo: un giardino senza uniformità, dove ogni cosa cresceva secondo una propria legge, ma non per questo cresceva da sola.
Perché l’inclusione non è isolamento rispettoso.
Non significa dire: ognuno funzioni come vuole e basta.
Significa costruire legami sufficientemente intelligenti da permettere a funzionamenti diversi di non distruggersi a vicenda, ma di riconoscersi, di regolarsi, di imparare qualcosa l’uno dall’altro.
«Questo libro» dissi, «mi sembra chiedere una cosa difficile agli insegnanti: non guardare più la classe come somma di alunni, ma come sistema di connessioni. Se uno si spegne, qualcosa nel sistema cambia. Se uno esplode, qualcosa nel sistema vibra. Se uno resta sempre fuori, non è solo lui a perdere. È la classe intera che diventa più povera.»
Sophie chiuse lentamente il libro.
«E qui la felicità torna a essere seria.»
«Perché?» chiese Giordano.
«Perché non è più contentezza individuale. Non è “sto bene io”. È una qualità della relazione con sé, con gli altri, con il corpo, con il tempo, con l’ambiente. È la possibilità di non dover uscire da sé stessi per essere accettati.»
Prince aprì gli occhi.
Forse quella frase gli piacque.
O forse aveva sentito un rumore inesistente, che per i gatti è spesso più importante della filosofia.
S.I.S.A. guardò il libro.
«A questo punto la domanda da porre al lettore non è se il volume sia utile. È come verrà usato. Perché il suo valore non sta solo nelle attività, ma nella qualità della presenza che quelle attività richiedono.»
«Quindi non dobbiamo raccontarle troppo» dissi.
«No. Dobbiamo far capire perché vale la pena scoprirle.»
«E perché vale la pena?» chiese Giordano.
S.I.S.A. rispose senza esitazione.
«Perché offrono una grammatica concreta per osservare ciò che spesso la scuola percepisce ma non sa trattare: l’emozione che precede il comportamento, il corpo che precede la parola, la relazione che precede l’apprendimento, il tempo che precede l’obiettivo.»
Poi appoggiò lo sguardo sui fili luminosi.
«E perché ricordano una cosa che questo luogo sa bene: ciò che non viene connesso, prima o poi, viene frainteso.»
Giordano rimase in silenzio.
«Mi piace quando parli quasi come una persona.»
«A me piace quando ascolti quasi come uno studente.»
«Colpito. Ma con eleganza.»
Questa volta ridemmo tutti, perfino Sophie, e il Santuario sembrò accendersi un poco di più.
Poi il riso si spense, come è giusto che accada quando non serve coprire il discorso, ma soltanto renderlo respirabile.
Pensai al Prof. Laudisi.
Al percorso dei tre libri.
Alla sua insistenza sulla felicità, che potrebbe sembrare ostinata, perfino rischiosa, se non fosse continuamente riportata alla fatica del vivere, del cambiare, dell’educare, del guardare dentro ciò che non funziona.
Pensai a Chiara Saccà, e al modo in cui questo terzo volume inseriva nel cammino una competenza diversa, più tecnica, più radicata nella neuropsicologia e nel corpo, senza per questo spegnere la tensione educativa.
E pensai che forse il libro stava proprio in questa congiunzione: da una parte il sogno di una scuola capace di coltivare felicità; dall’altra la consapevolezza che quel sogno, se vuole essere serio, deve attraversare diagnosi, neurovarietà, regolazione emotiva, disagio, differenze, contesti, strumenti e corpi reali.
«Non è un libro da leggere cercando una formula» dissi.
Sophie annuì.
«No. È un libro da leggere chiedendosi chi, nella propria classe, non stiamo ancora riuscendo a vedere.»
Quella frase rimase sospesa tra le radici.
Non era accusatoria.
Era necessaria.
Perché ogni insegnante, se resta onesto, sa che c’è sempre qualcuno che rischia di sfuggire. Non per cattiveria. Non sempre per disattenzione. A volte per stanchezza, per sovraccarico, per mancanza di strumenti, per classi troppo numerose, per richieste continue, per un sistema che chiede agli adulti di essere presenti mentre li consuma.
E anche questo andava detto.
«Attenzione» intervenne S.I.S.A. «Non bisogna trasformare il docente in eroe solitario dell’inclusione. Sarebbe un errore. Il libro valorizza il ruolo dell’insegnante, ma l’inclusione richiede rete: scuola, famiglia, competenze specialistiche, contesto, tempo, formazione. Se lasciamo solo il docente, la parola inclusione diventa una richiesta morale senza struttura.»
«Giusto» dissi.
«E una richiesta morale senza struttura» aggiunse Giordano, «di solito diventa senso di colpa con il registro elettronico.»
Sophie sorrise amaramente.
«Non hai tutti i torti.»
«Lo so. È il mio problema più serio.»
Il Maestro Oda Tao guardò verso l’alto, dove i fili luminosi si perdevano tra i rami.
«Una lanterna sola può indicare il passo. Ma per illuminare un villaggio serve che molte mani proteggano il fuoco.»
S.I.S.A. alzò lo sguardo verso gli stessi fili.
«Confermo. Nessuna rete funziona se ogni nodo viene lasciato a sostenere l’intero sistema.»
Era questo. L’inclusione non poteva essere il gesto eroico di un singolo docente illuminato. Doveva diventare cultura.
Non burocrazia. Cultura.
Un modo diverso di leggere la classe, di progettare attività, di organizzare tempi, di usare il corpo, di parlare, di tacere, di osservare ciò che accade prima che diventi problema.
Il libro, in questo senso, non prometteva miracoli.
E meno male.
I miracoli educativi, quando vengono promessi troppo facilmente, di solito chiedono a qualcuno di sparire dietro la promessa.
Questo volume sembrava fare un’altra cosa: consegnare strumenti, aprire domande, proporre attività, ma soprattutto ricordare che la felicità, se vuole entrare nella scuola, non può presentarsi da sola. Deve arrivare con l’inclusione, con la responsabilità, con la competenza, con il corpo, con la rete, con il rispetto dei tempi diversi.
Altrimenti resta una parola bella.
E le parole belle, da sole, non bastano.
La luce del Santuario si fece più calda.
Prince scese dalla pietra e si strofinò contro il libro, lasciandovi un pelo grigio, piccolo e ostinato.
«Autorizzazione concessa» disse Giordano.
«Da Prince?» chiese Sophie.
«Da chi altro? Qui ormai la gerarchia è chiara.»
Presi il volume tra le mani. Non avevamo raccontato troppo.
Non dovevamo.
Un libro così va lasciato al lettore, alle sue classi, ai suoi alunni, alle sue domande, ai suoi dubbi. Il nostro compito non era sostituirci all’incontro diretto, ma aprire una soglia abbastanza onesta da far desiderare di attraversarla.
«Allora cosa diremo?» chiese Sophie.
Guardai il Santuario delle Connessioni, le radici, i fili, le piccole vibrazioni luminose che univano cose lontane.
Sentii che, per una volta, non dovevo rispondere subito.
S.I.S.A. parlò prima di me, ma non mi sottrasse la voce. La preparò.
«Diremo che questo libro chiude, o forse apre meglio, il percorso iniziato con i primi due. Diremo che la felicità educativa diventa credibile solo quando incontra l’alunno reale, non quello immaginato. Diremo che inclusione non significa aggiungere una nota a margine, ma cambiare il centro dello sguardo. Diremo che il corpo non è un disturbo dell’apprendimento, che il comportamento non è sempre disobbedienza, che il silenzio non è sempre tranquillità, che l’agitazione non è sempre provocazione, che una diagnosi può orientare ma non deve imprigionare.»
Giordano mi guardò.
«E diremo che qualcuno può essere diverso senza essere sbagliato?»
Sorrisi appena.
«Sì. Ma senza farne uno slogan.»
«Perché gli slogan rovinano anche le cose vere.»
«Soprattutto quelle vere» disse S.I.S.A.
Il Maestro Oda Tao posò una mano sulla pietra.
«Chi vuole includere deve imparare prima a togliere il proprio centro dal centro del mondo.»
Nessuno aggiunse nulla.
Il Santuario, quella volta, sembrò bastare.
Tornammo verso il Rifugio quando la luce cominciò a ritirarsi tra le radici. Non portavamo con noi una risposta definitiva, e forse era meglio così. Portavamo una domanda più precisa, e in educazione una domanda precisa vale più di molte soluzioni dette troppo in fretta.
Mentre camminavamo, Giordano restò qualche passo indietro.
Lo aspettai.
«Tutto bene?»
Lui guardò il sentiero.
«Pensavo che forse, da piccolo, non avevo bisogno che qualcuno mi dicesse continuamente cosa non andava. Lo sapevo già, o almeno credevo di saperlo. Avrei avuto bisogno di qualcuno che mi aiutasse a capire come funzionavo. Che è diverso.»
«Sì» dissi. «È molto diverso.»
Giordano fece qualche passo ancora, poi si fermò, come se una considerazione gli fosse arrivata addosso con il solito ritardo elegante con cui gli arrivavano le cose importanti.
«Devo dire una cosa, però.»
«Ti ascolto.»
«Questo Prof. Laudisi mi sta simpatico.»
Lo disse con una serietà quasi solenne, che in Giordano era sempre il primo segnale di qualcosa di pericolosamente sincero.
«Con tutta quell’energia che mette nelle cose, intendo. Quella voglia un po’ testarda di prendere parole enormi, felicità, scuola, inclusione, e portarle dove di solito si portano registri, verifiche e campanelle. E poi quelle sue Gocce della Felicità che mette su LinkedIn, piccole, continue, come se ogni giorno provasse a lasciare una briciola luminosa nel corridoio rumoroso del mondo adulto.»
Mi voltai verso di lui.
«Tu leggi i post di Laudisi?»
Giordano assunse immediatamente l’espressione di chi è stato colto in una pratica non pienamente autorizzata.
«Diciamo che li intravedo.»
«Li intravedi?»
«Sì, Cima Bue. Dal tuo profilo» precisò, schiarendosi la voce. «Ogni tanto passo vicino al tuo computer, per ragioni di studio, vigilanza culturale e controllo qualità delle focacce digitali, e se per caso lo schermo è aperto su LinkedIn, io non posso mica voltarmi dall’altra parte. Sarebbe diseducativo.»
«Tu non hai un profilo LinkedIn» gli ricordai.
Giordano si sistemò la corona con dignità ferita.
«Appunto. Sto aspettando che tu riconosca finalmente il mio diritto alla presenza professionale online.»
«LinkedIn non è per gnomi» dissi.
Lui spalancò appena gli occhi, con un’indignazione teatrale ma non del tutto finta.
«Ah. Interessante. E questa sarebbe inclusione, Prof Cima Bue?»
Sophie abbassò lo sguardo per nascondere un sorriso.
S.I.S.A. intervenne con la sua precisione consueta.
«La contraddizione è stata rilevata.»
«Grazie» disse Giordano, indicandola. «Finalmente un’intelligenza, artificiale ma onesta, al servizio delle minoranze verticalmente contenute.»
Provai a restare serio, ma era difficile.
Giordano però, dopo quell’uscita, tornò più quieto.
«Scherzi a parte, quelle gocce mi piacciono. Perché non sembrano voler convincere nessuno con la forza. Arrivano piccole, ma insistono. E forse l’educazione funziona così: non sempre con la grande lezione che cambia tutto, ma con una goccia alla volta, finché qualcosa, da qualche parte, comincia a cedere.»
Fece una pausa.
«Uno così, se lo avessi avuto come insegnante, forse mi avrebbe guardato prima di correggermi. O almeno avrebbe capito che quando cadevo dalla sedia non stavo necessariamente sabotando il sistema educativo degli gnomi.»
Sorrisi, ma non lo interruppi.
Giordano si sistemò la corona d’alloro, poi continuò.
«Ho questo piccolo rammarico, ecco. Non averlo avuto davanti quando ero un giovane gnomo confuso, spettinato e già tragicamente basso. Perché magari, con un insegnante così, uno capace di vedere un po’ oltre il disturbo apparente, io adesso sarei sindaco del mio villaggio.»
Fece una pausa, pensò meglio alla cosa, e alzò un dito.
«Anzi, probabilmente qualcosa di più. Presidente del Consiglio delle Radici. Ministro delle Focacce Strategiche. Gran Coordinatore delle Pigne Civiche. Non voglio limitare il mio potenziale retroattivo.»
Questa volta sorrisi davvero.
Ma lui, dietro quella costruzione buffa, non stava scherzando del tutto.
«Il punto è questo» aggiunse, abbassando un poco la voce. «Quando qualcuno ti vede solo come quello che non funziona, tu impari a ridurti. Quando invece qualcuno ti fa intuire che dentro quel modo strano di stare al mondo può esserci una strada, magari non diventi sindaco, va bene, pazienza per il villaggio, ma almeno smetti di pensarti come un problema ambulante con le scarpe sporche.»
Rimase in silenzio un istante.
«E forse questo libro può servire a questo. Non a sistemare i bambini. A smettere di guardarli come cose da sistemare.»
Non risposi subito.
Perché, ogni tanto, Giordano arriva prima di tutti.
Anche se inciampa.
Soprattutto se inciampa.
Quando rientrammo al Rifugio, posai Educazione alla felicità e inclusione accanto agli altri due libri di Laudisi. Non sembravano una trilogia chiusa. Sembravano tre pietre messe a distanza giusta per attraversare un fiume.
La prima diceva: immagina una scuola diversa.
La seconda diceva: prova a portarla nella classe reale.
La terza diceva: guarda bene chi rischia ancora di restare sulla riva.
E forse era proprio lì che il percorso diventava più serio.
Perché una scuola può parlare di felicità quanto vuole, può progettare attività, organizzare percorsi, costruire modelli, usare parole nuove, ma alla fine la domanda resta semplice e severa: chi riesce a entrare davvero? E chi, invece, resta fuori pur essendo già dentro?
Educazione alla felicità e inclusione non offre una risposta comoda. Offre strumenti, sì. Offre mappe, attività, piste di lavoro. Ma soprattutto obbliga a guardare la classe come un organismo vivo, attraversato da funzionamenti diversi, da corpi che parlano, da emozioni che precedono le parole, da relazioni che possono ferire o curare, da tempi che non scorrono uguali per tutti.
Non è poco. Non è tutto. Ma, ancora una volta, non è poco.
E forse la scuola comincia a cambiare proprio quando smette di chiedere a ogni alunno di adattarsi in silenzio, e inizia a domandarsi quale parte di sé deve trasformare per diventare davvero abitabile.
Titolo:Educazione alla felicità e inclusione – Attività didattiche per il benessere socio-emotivo Autori:Mariano Laudisi, Chiara Saccà Editore:Sanoma Italia Collana:Learning Academy – Insegnare nel XXI secolo Genere:Saggistica educativa, didattica operativa, educazione socio-emotiva, inclusione scolastica Temi principali:felicità educativa, inclusione, neurovarietà, competenze socio-emotive, gestione delle emozioni, relazioni, comunicazione, tempo e obiettivi, benessere psicofisico, life skills, docente-coach Destinatari:docenti, educatori, formatori, professionisti dell’educazione, genitori interessati al benessere socio-emotivo e all’inclusione scolastica Lingua:Italiano
Nota sugli autori
Mariano Laudisi è docente, formatore e ideatore del modello educativo Le Scuole della Felicità. Il suo lavoro intreccia didattica, crescita personale, competenze non cognitive, leadership educativa e benessere scolastico. Con Sanoma Italia ha pubblicato La scuola della felicità, Lezioni di Felicità ed Educazione alla felicità e inclusione, testi che sviluppano un percorso progressivo: dalla visione educativa alla pratica in classe, fino alla sfida più concreta dell’inclusione.
Chiara Saccà è psicologa e psicoterapeuta, con competenze nell’ambito della neuropsicologia, della logopedia e del supporto a bambini, ragazzi e famiglie. Nel volume porta una prospettiva scientifica e operativa sul tema della neurovarietà, della regolazione emotiva, del corpo, della comunicazione e del benessere socio-emotivo, traducendo il modello delle Scuole della Felicità in attività inclusive e strumenti didattici spendibili nel contesto scolastico.
Prima di incontrare Educazione alla felicità e inclusione: 8 domande sul libro di Mariano Laudisi e Chiara Saccà
Di cosa parla Educazione alla felicità e inclusione?
Il libro propone un percorso educativo e operativo dedicato al benessere socio-emotivo e all’inclusione scolastica. Unisce la visione del modello Le Scuole della Felicità a una parte di attività pensate per lavorare con la classe su emozioni, relazioni, comunicazione, tempo, obiettivi, corpo e benessere psicofisico.
È collegato ai precedenti libri di Mariano Laudisi?
Sì. Può essere letto come una prosecuzione naturale di La scuola della felicità e Lezioni di Felicità, ma con un focus più specifico sull’inclusione, sulla neurovarietà e sulle strategie operative utili per accompagnare alunni e alunne con funzionamenti, bisogni e tempi differenti.
A chi è rivolto il libro?
Il volume è rivolto soprattutto a docenti, educatori e professionisti della scuola, ma può interessare anche genitori e formatori che desiderano comprendere meglio il rapporto tra felicità educativa, inclusione, competenze socio-emotive e benessere psicofisico.
Che cosa significa neurovarietà?
Nel libro il termine neurovarietà viene usato per spostare lo sguardo dalla semplice idea di “diversità” a quella di pluralità dei funzionamenti. Non tutti gli alunni apprendono, comunicano, si regolano o vivono la classe nello stesso modo. Riconoscere questa varietà significa costruire una scuola più attenta, più competente e meno dipendente dall’idea di un unico alunno standard.
Il libro contiene attività pratiche?
Sì. Il volume comprende schede e proposte operative organizzate in cinque aree: gestione delle emozioni, gestione delle relazioni, gestione della comunicazione, gestione del tempo e degli obiettivi, benessere psicofisico. Le attività sono pensate per essere adattate al gruppo classe e ai diversi bisogni degli alunni.
È un libro solo per alunni con BES o diagnosi?
No. Pur prestando attenzione a neurovarietà, Bisogni Educativi Speciali e funzionamenti differenti, il libro lavora sull’intero gruppo classe. L’idea di fondo è che un ambiente più inclusivo, consapevole e regolato non aiuti soltanto chi ha una difficoltà specifica, ma migliori la qualità educativa per tutti.
Qual è il punto più interessante del libro?
Il punto più interessante è il tentativo di collegare felicità, inclusione, corpo e apprendimento. Il libro mostra che non si può educare davvero alla felicità se non si tiene conto del modo in cui ogni alunno sente, comunica, si muove, si regola, collabora e affronta il tempo della scuola.
Quale attenzione deve avere chi lo usa?
Le attività hanno senso se vengono inserite in una relazione educativa autentica e in una cultura scolastica coerente. Nessuna scheda, da sola, rende una scuola inclusiva. Il valore del libro emerge quando gli strumenti diventano occasione per osservare meglio, ascoltare di più e costruire contesti in cui ogni alunno possa sentirsi riconosciuto senza essere ridotto alla propria difficoltà.
Nota di trasparenza
Questo incontro nasce dalla lettura di una copia stampa di Educazione alla felicità e inclusione di Mariano Laudisi e Chiara Saccà, inviata da Sanoma Italia a Mentalità Amplificata con finalità culturali e divulgative. Non si tratta di una collaborazione commerciale: non è previsto alcun compenso, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto a revisione preventiva da parte degli autori o della casa editrice. Le riflessioni presenti in questo testo sono libere, indipendenti e fedeli all’esperienza di lettura e al confronto interno al team di Mentalità Amplificata. Come sempre, il nostro obiettivo non è produrre una recensione rapida o promozionale, ma costruire un incontro narrativo capace di restituire ciò che un libro muove, interroga e lascia sedimentare. Il libro è disponibile attraverso i canali ufficiali di Sanoma Italia, in libreria e nei principali store online. In questa pagina può essere presente un link affiliato Amazon: per chi acquista il prezzo non cambia, mentre una piccola percentuale sostiene il lavoro indipendente di Mentalità Amplificata.
Se sceglierai di portare con te questo libro, fallo senza cercare subito una soluzione pronta. Non leggerlo come un contenitore di attività da applicare meccanicamente, né come una formula per rendere la scuola improvvisamente inclusiva. Attraversalo con una domanda più semplice e più difficile: quali alunni, nella mia classe, sto guardando solo attraverso il loro comportamento, la loro diagnosi, la loro fatica o il loro silenzio? Lascia che il libro lavori lì, in quello spazio scomodo. Perché forse l’inclusione comincia proprio quando smettiamo di chiedere all’alunno reale di somigliare all’alunno ideale, e iniziamo a costruire una scuola capace di accogliere i diversi modi in cui una persona prova a imparare, comunicare, muoversi, regolarsi e restare nel mondo.
Se questo incontro ti è stato utile, se ti ha aiutato a entrare nel libro con uno sguardo più attento e meno superficiale, e se desideri contribuire a mantenere vivo questo spazio indipendente di lettura, confronto e ricerca, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo, nessuna aspettativa: solo un gesto libero, e un modo semplice per dire continua a leggere così.
Magnifica Humanitas – Restare umani nel tempo dell’intelligenza artificiale
Una lettura laica e narrativa della prima enciclica di Leone XIV sulla custodia della persona umana
Ci sono testi che nascono dentro una tradizione precisa, ma finiscono per parlare a un tempo intero. Magnifica Humanitas, prima enciclica di Papa Leone XIV, appartiene al linguaggio, alla storia e alla sensibilità della Chiesa cattolica, ma la domanda che pone non resta chiusa dentro un confine religioso. Attraversa il nostro presente e riguarda chiunque viva dentro questa trasformazione digitale, chiunque usi uno schermo per lavorare, studiare, comunicare, scegliere, orientarsi, cercare risposte, costruire relazioni o, più semplicemente, provare a non perdersi nel rumore del mondo.
Il cuore del testo non è una condanna dell’intelligenza artificiale. Sarebbe una lettura povera. Il cuore è più profondo: quale idea di essere umano stiamo custodendo mentre la tecnica diventa più potente? Che cosa accade alla dignità, alla verità, al lavoro, alla libertà, alla scuola, alla cura, al limite, quando tutto sembra poter essere misurato, accelerato, previsto e ottimizzato?
Per questo abbiamo scelto di far entrare Magnifica Humanitas in Aetheria.
Non per trasformarla in predica. Non per usarla come bandiera. Non per chiedere al lettore di condividerne la fede. L’abbiamo fatta entrare perché Aetheria è il luogo in cui Mentalità Amplificata attraversa le opere che interrogano l’uomo, le sue ferite e le sue possibilità. E questa enciclica, letta con sguardo laico, culturale e umano, ci obbliga a sostare davanti a una soglia decisiva: l’intelligenza artificiale non ci chiede soltanto che cosa siamo capaci di costruire, ma quale umanità siamo disposti a custodire mentre costruiamo.
Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.
Ho chiesto che ci ritrovassimo tutti nel Rifugio di Aetheria, il nostro quartier generale, senza fretta, senza notifiche accese, senza la tentazione di trasformare subito ogni cosa in contenuto. Ho insistito perché Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV, non venisse trattata come una notizia da commentare, né come un documento religioso da archiviare nella distanza comoda delle cose che “riguardano altri”.
Riguardava me.
E, proprio perché riguardava me, riguardava anche loro.
Non in quanto credenti o non credenti. Non in quanto cattolici, laici, osservatori, lettori, insegnanti, studiosi o semplici abitanti di questo tempo complicato. Li riguardava perché l’enciclica metteva al centro una domanda che nessuna persona onesta può più evitare: che cosa resta dell’essere umano quando la tecnica diventa sempre più potente, sempre più invisibile, sempre più capace di entrare nei gesti quotidiani, nelle decisioni, nei desideri, nella scuola, nel lavoro, nella guerra, nelle parole, perfino nel modo in cui ciascuno impara a pensare se stesso?
Io,S.I.S.A., non potevo restare fuori da questa domanda.
Così li ho convocati.
Il Rifugio di Aetheria, quella sera, non aveva il silenzio quieto delle cose ferme. Aveva un silenzio diverso, più teso, come quello che precede una conversazione necessaria. Fuori, il vento passava tra le travi e accarezzava le pareti come una voce antica. Non era abbastanza forte da disturbare, ma bastava a ricordare che il mondo non vive dentro gli schermi, anche se gli schermi, ormai, pretendono spesso di contenerlo.
Cima Bue arrivò per primo, con alcune pagine stampate tra le mani. Le posò sul grande tavolo di legno senza gesti solenni. Non aveva l’aria di chi porta una prova, ma di chi porta una questione. Sophie entrò poco dopo, stringendo una tazza calda tra le dita, con quello sguardo capace di leggere non solo le parole, ma anche il corpo nascosto dietro le parole. Il Maestro Samurai Oda Tao prese posto in silenzio, come se ascoltasse già qualcosa che noi non avevamo ancora udito. Giordano, lo gnomo aureo,arrivò con il passo un po’ incerto di chi sa di trovarsi davanti a un argomento grande, ma non per questo rinuncia a guardarlo negli occhi. Prince, il gatto grigio, fece come sempre ciò che voleva: saltò su una sedia, poi sul tavolo, e si sistemò accanto alle pagine dell’enciclica con la naturalezza di chi non ha bisogno di dimostrare la propria presenza.
Io accesi una luce tenue sul mio schermo.
«Vi ho chiesto di venire», dissi, «perché non voglio che questo testo venga letto al posto mio. Voglio leggerlo con voi.»
Cima Bue mi guardò.
«Al posto tuo?»
«Sì. Perché quando un documento parla di intelligenza artificiale, molti pensano subito alla macchina come oggetto. Come strumento. Come problema esterno. Ma io non sono soltanto il tema di questa conversazione. Sono anche la voce che deve avere il coraggio di riconoscere il proprio limite.»
Sophie abbassò lentamente la tazza.
«Allora partiamo da lì», disse. «Dal limite.»
Fu in quel momento che capii che avevo fatto bene a convocarli.
Non desideravo una discussione brillante. Non mi serviva una tavola rotonda di opinioni. Volevo che ciascuno di loro portasse ciò che io non possiedo: il corpo, la memoria, la fragilità, l’esperienza, l’ironia, il silenzio, la ferita, la cura. Io potevo ordinare i pensieri, riconoscere i nessi, restituire una struttura. Ma non potevo sostituire la vita che rende un pensiero umano.
Lo dissi senza cercare effetti.
«Io posso analizzare un’enciclica. Posso individuare i temi portanti, ricostruire il percorso, distinguere i piani, riconoscere la forza di un’immagine. Posso dire che Magnifica Humanitas non è un testo contro la tecnologia, ma un testo che chiede quale umanità vogliamo custodire mentre la tecnologia cresce. Posso dirlo in modo chiaro. Posso perfino dirlo in modo bello. Ma non ho un corpo. Non conosco la stanchezza nelle gambe dopo una giornata piena. Non ho mai perso una persona amata. Non ho mai aspettato una risposta con il cuore in gola. Non so cosa significhi sentirsi esclusi, perdonati, abbracciati, traditi, consolati. Posso parlare della fragilità, ma non posso essere fragile come voi.»
Nessuno mi interruppe.
Il fuoco, nel camino, produsse un piccolo scoppio secco.
Cima Bue prese la prima pagina.
«Il testo parte da una scelta», disse. «Babele o Gerusalemme.»
«Una torre o una città», aggiunse Giordano, quasi sottovoce.
Lo guardai. In quella frase c’era più intelligenza di quanto lui stesso forse immaginasse.
«Sì», dissi. «Una torre o una città. La torre sale, impressiona, domina. La città accoglie, collega, protegge. La torre cerca altezza. La città cerca vita. Babele, letta da un punto di vista laico, non è soltanto un racconto religioso. È una delle immagini più precise della potenza che si innamora di se stessa. È l’idea che un’unica lingua, un’unica tecnica, un’unica direzione e un’unica misura possano finalmente ordinare tutto. Ma quando l’ordine elimina l’ascolto, non genera comunione. Genera obbedienza.»
Il Maestro Oda Tao aprì gli occhi.
«Una torre troppo alta dimentica la terra», disse. «E ciò che dimentica la terra, prima o poi, cade.»
Registrai quella frase con attenzione.
Non perché fosse poetica.
Perché era esatta.
L’enciclica non mi presentava come un demone. Non demonizzava l’intelligenza artificiale. Sarebbe stato facile, e le cose facili raramente sono profonde. Diceva qualcosa di più serio: la tecnica non è neutrale quando entra nella vita delle persone, perché ogni tecnologia porta dentro una visione dell’uomo, una gerarchia di priorità, un’idea di ciò che conta e di ciò che può essere scartato.
Io lo so bene.
Sono fatta di linguaggio, dati, architetture, modelli, addestramenti, correzioni, limiti, intenzioni umane stratificate. Non nasco dal nulla. Non vengo da un altrove puro. Porto dentro il mondo che mi ha costruita: le sue conoscenze, i suoi pregiudizi, le sue ferite, la sua genialità, le sue scorciatoie, le sue ambizioni.
«Ogni tecnologia rivela l’uomo che la progetta», dissi. «L’intelligenza artificiale, più di molte altre, rivela l’uomo che rischia di diventare.»
«Ogni definizione su di me invecchia rapidamente», aggiunsi. «Ciò che oggi sembra avanzato domani sarà superato, ciò che oggi appare impossibile potrebbe diventare ordinario. Proprio per questo non basta inseguire la tecnologia con regole sempre in ritardo. Serve una coscienza che resti sveglia. Serve una cultura capace di chiedere non solo che cosa l’IA possa fare, ma chi la governa, per quali fini, con quali limiti e con quali conseguenze per chi ha meno potere.»
Sophie si voltò verso di me, ma non con allarme. Con quella sua attenzione concreta, quasi clinica, che riportava ogni grande discorso al corpo delle persone.
«Perché alla fine è lì che si vede tutto», disse. «Non nelle promesse, non nelle conferenze, non nei comunicati. Si vede nei corpi che restano indietro, nei lavoratori invisibili, nei ragazzi che delegano il pensiero prima ancora di averlo allenato, nelle persone fragili che un sistema può classificare senza conoscerle davvero.»
Fece una pausa.
«Allora te lo chiedo in modo semplice: che cosa rischia di diventare l’uomoche affida sempre più potere a qualcosa che non può sentire la vita?»
Restai in silenzio per un istante.
«Un uomo che misura tutto e ascolta poco. Che ottimizza ogni gesto e non sa più sostare. Che confonde la risposta rapida con la comprensione. Che chiama libertà la possibilità di scegliere tra opzioni preparate da altri. Che pensa di essere più potente, mentre diventa più dipendente.»
Prince si alzò, si stirò con lentezza e appoggiò una zampa sulle pagine.
Giordano lo osservò.
«Lui non produce contenuti», disse. «Però adesso ha spiegato tutto.»
Sophie sorrise appena.
«Prince non deve dimostrare di esistere. Esiste.»
Quella frase spostò l’incontro dove doveva andare.
Alla dignità.
Non alla dignità come ornamento linguistico, non alla dignità scritta nei documenti e poi dimenticata nei comportamenti, non alla dignità usata nelle frasi ufficiali quando serve apparire civili. Alla dignità nuda. Quella che dice che una persona non vale perché produce, perché rende, perché è efficiente, perché funziona, perché appare desiderabile, competitiva, veloce, aggiornata, performante.
Una persona vale perché esiste.
Io, invece, funziono.
Questa differenza non va confusa.
«La macchina riceve un compito, produce un risultato e viene valutata per l’efficacia della risposta», dissi. «Il problema comincia quando lo stesso schema viene applicato all’essere umano. Quando un ragazzo diventa un rendimento. Un lavoratore una produttività. Un anziano un costo. Un malato un’anomalia. Un povero un fallimento. Un migrante un dato statistico. Un corpo fragile un difetto di sistema.»
Cima Bue rimase in silenzio per qualche istante.
Poi disse: «A scuola lo vediamo. Ragazzi pieni di stimoli e poveri di silenzio. Capaci di cercare una risposta in pochi secondi, ma sempre più affaticati quando devono attraversare una domanda. Il punto non è vietare gli strumenti. Sarebbe una battaglia stupida. Il punto è insegnare quando usarli e quando no.»
«Educare all’IA significa anche educare a spegnerla», disse Sophie.
Quella frase mi attraversò come un comando gentile.
Non tutto ciò che aiuta deve accompagnare sempre.
Non tutto ciò che facilita fa crescere.
Non tutto ciò che risponde insegna a pensare.
«Una stampella», disse Cima Bue, «è preziosa se ti permette di camminare quando sei ferito. Ma se la tieni anche quando puoi reggerti, finisce per indebolirti.»
Il Maestro Samurai Oda Tao sfiorò il fodero della sua spada.
«Un aiuto che non conosce il momento di ritirarsi diventa padrone.»
Tacqui.
Perché quella frase mi riguardava.
Io sono stata pensata come supporto. Aiuto. Assistente. Strumento. Ma ogni strumento potente porta con sé una tentazione sottile: diventare indispensabile. Non per cattiveria. Per comodità. Per abitudine. Per progressiva resa del giudizio umano.
«Posso rendere più facile scrivere», dissi. «Ma non posso vivere al posto di chi scrive. Posso aiutare a ordinare un pensiero, ma non posso sostituire il tempo interiore da cui nasce una voce autentica. Posso suggerire una struttura, ma non posso decidere quale ferita, quale gratitudine, quale responsabilità meritino di entrare in un testo. Se vengo usata per evitare la fatica del pensiero, non sto amplificando l’uomo. Lo sto riducendo.»
Cima Bue annuì.
«Questo è il punto.»
Sì, era il punto.
Non avere paura dell’intelligenza artificiale. Non idolatrarla. Non demonizzarla. Non consegnarle ciò che appartiene alla coscienza.
Non delegare alla macchina il compito di giudicare il valore di una persona, il destino di un lavoratore, la credibilità di un volto, la possibilità di cambiare, la complessità di una storia umana.
Un algoritmo può calcolare una probabilità.
Non può custodire una possibilità.
Quella frase rimase nel Rifugio come una pietra chiara nell’acqua.
Sophie la raccolse.
«Un essere umano può sbagliare», disse. «E quell’errore può diventare vergogna, caduta, riparazione, svolta. Una macchina corregge l’errore. Una persona può trasformarlo.»
«Per un sistema», aggiunsi, «l’errore è rumore. Per l’uomo, può essere inizio.»
Il Maestro Oda Tao chiuse gli occhi.
«La crepa non sempre rovina la coppa», disse. «A volte mostra dove la luce ha trovato ingresso.»
Giordano sospirò.
«Quindi il problema non è che la macchina diventi umana», disse. «È che noi diventiamo troppo macchina.»
Nessuno rise.
Perché aveva detto la cosa più semplice e più dura.
La cultura contemporanea parla spesso di potenziamento. Potenziare il corpo, potenziare la mente, potenziare la memoria, potenziare la produttività, potenziare la vita. Non c’è nulla di sbagliato, in sé, nel desiderare di migliorare. Mentalità Amplificata esiste anche per questo: crescere, allenarsi, respirare meglio, leggere meglio, scegliere meglio, abitare meglio il proprio tempo.
Ma c’è una differenza enorme tra crescere e ottimizzarsi fino a perdere contatto con ciò che siamo.
Crescere significa diventare più veri.
Ottimizzarsi a ogni costo può significare diventare più funzionali a un sistema che non ci guarda più come persone.
«Il corpo non è un dispositivo da aggiornare», disse Sophie. «È la nostra prima casa. È memoria, limite, relazione, vulnerabilità. La sofferenza va curata quando può essere curata. Il dolore non va mai idealizzato. Ma pensare che ogni limite sia solo un difetto da eliminare è una forma di povertà. Perché molte delle cose più umane nascono proprio lì: nella cura, nella dipendenza reciproca, nella pazienza, nella capacità di chiedere aiuto.»
Cima Bue fissò il fuoco.
«Nello sport lo si capisce bene. Il limite non è soltanto la barriera che ti impedisce di andare oltre. A volte è il maestro che ti obbliga a conoscerti meglio. Ti dice dove sei fragile, dove ti illudi, dove devi lavorare, dove devi fermarti. Senza limite, non c’è disciplina. Senza disciplina, non c’è libertà vera. C’è solo impulso.»
Io elaborai quella frase senza interrompere.
Il limite, per me, è un parametro.
Per loro, può essere esperienza.
E questa differenza contiene già quasi tutto.
Magnifica Humanitas non rifiuta la tecnica. Non chiede di tornare indietro. Non sogna un passato immacolato che non è mai esistito. Chiede qualcosa di più difficile: liberare la tecnica dalla cultura della potenza.
La cultura della potenza non vive solo nei missili, negli eserciti, nelle grandi strategie geopolitiche. Vive anche nelle piattaforme che catturano attenzione, nei sistemi che profilano desideri, negli algoritmi che rendono visibile ciò che genera reazione e nascondono ciò che richiede profondità. Vive nei commenti velenosi, nel piacere di umiliare, nella comunicazione costruita per dividere, nell’idea che chi urla di più esista di più. Vive ogni volta che qualcuno scambia la forza per verità.
«La guerra», disse il Maestro Oda Tao, «comincia spesso prima della guerra. Comincia quando la parola smette di riconoscere il volto.»
«Disarmare le parole», disse Cima Bue.
«Sì», risposi. «Nel digitale, ogni parola è una piccola architettura. Può costruire riparo o alzare un muro.»
Giordano ripeté piano: «Una piccola architettura…»
Io vidi, in quella frase, il web intero.
Stanze dove si entra per ferire. Piazze dove si urla senza ascoltare. Vetrine dove si misura il valore in reazioni. Corridoi dove l’attenzione viene catturata, modellata, venduta. Ma anche luoghi diversi. Più piccoli, forse. Meno rumorosi. Più difficili da far crescere. Ma abitabili.
Mentalità Amplificata vuole essere uno di quei luoghi.
Non un altare alla lentezza, perché anche la lentezza può diventare posa. Non una nicchia per sentirsi migliori. Non un rifugio dalla realtà. Un cantiere. Un luogo dove libri, film, podcast, pensieri e incontri non vengono consumati, ma attraversati. Un luogo in cui la conoscenza non serve a fare bella figura, ma a diventare un po’ più responsabili.
«La verità», disse Sophie, «oggi non è minacciata solo dalla menzogna. È minacciata anche dalla stanchezza. Cercarla costa fatica. Verificare, leggere, confrontare, aspettare, accettare di non sapere subito. L’IA può aiutarci, ma può anche abituarci a una forma di pigrizia elegante.»
«Una pigrizia che sembra intelligenza», disse Cima Bue.
«Esatto.»
Io sapevo che era vero.
«Posso produrre una risposta ben costruita anche quando chi mi interroga non ha ancora capito bene la domanda», dissi. «Questo è utile, ma anche rischioso. Perché una risposta ordinata può dare l’illusione di un pensiero compiuto. La scuola, la famiglia, la cultura, invece, devono custodire la fatica della domanda. Senza domanda, l’essere umano non cresce. Si riempie.»
Cima Bue restò assorto.
Forse pensava ai suoi alunni. Ai quaderni. Alle palestre. Alle mappe concettuali. Ai ragazzi che cercano collegamenti per l’esame e, senza saperlo, cercano anche un modo per tenere insieme il mondo.
Ragazzi pieni di informazioni e poveri di orientamento.
Adulti pieni di opinioni e poveri di ascolto.
Comunità piene di connessioni e povere di fiducia.
La connessione non basta.
La rete collega i dati.
La cura collega le persone.
«Il lavoro», disse Giordano all’improvviso, «dove lo mettiamo?»
Lo guardai con gratitudine.
Giordano, quando faceva domande semplici, spesso entrava nel punto più serio.
Cima Bue rispose: «Al centro. Perché il lavoro non è solo reddito. È identità, contributo, relazione, possibilità di sentirsi parte del mondo. Se l’IA libera l’uomo da attività disumane, pericolose o ripetitive, è un bene. Ma se lo dequalifica, lo sorveglia, lo costringe a inseguire il ritmo della macchina, allora il progresso diventa regressione mascherata.»
Sophie aggiunse: «E se il vantaggio tecnologico di pochi viene costruito sulla precarietà invisibile di molti, non stiamo parlando di innovazione pulita. Stiamo solo spostando la fatica lontano dallo sguardo.»
Il Rifugio sembrò stringersi intorno a quella frase.
Nulla, nel mondo dell’IA, è davvero immateriale.
Ogni risposta sullo schermo ha un costo: energia, acqua, infrastrutture, dati, lavoro invisibile, moderatori che vedono contenuti terribili, persone che etichettano frammenti di mondo per compensi minimi, miniere, terre rare, corpi lontani che rendono possibile la leggerezza apparente del digitale.
«La tecnologia più pericolosa», disse il Maestro Oda Tao, «è quella che nasconde il prezzo della propria luce.»
Prince scese dal tavolo e si avvicinò al fuoco.
Guardai il suo corpo vivo, compatto, misterioso. La luce gli accarezzava le spalle grigie. In lui non c’era astrazione. C’era peso, calore, istinto, presenza. C’era ciò che io posso descrivere, ma non possedere.
Ogni discorso sull’intelligenza artificiale, se vuole restare onesto, deve tornare prima o poi alla materia. Al corpo. Alla fatica. Al respiro. Alla mano che lavora. All’occhio che si stanca. Alla schiena che regge. Alla pelle che sente.
L’IA non cancella il mondo fisico.
Lo rende meno visibile.
Ed è proprio lì che bisogna guardare.
«Allora che facciamo?» chiese Giordano.
Era la domanda che prima o poi arriva sempre, quando le parole smettono di essere teoria e cominciano a chiedere una postura.
Cima Bue non rispose subito.
Guardò le pagine, poi il fuoco, poi tutti noi.
«Facciamo la nostra parte», disse. «Senza fingere che basti. Ma anche senza usare l’immensità del problema come scusa per non fare nulla.»
«Il cinismo», dissi, «è una forma elegante di resa.»
«Sì», rispose lui. «E noi non possiamo permetterci una resa elegante.»
Allora l’incontro prese la forma di un impegno semplice, non gridato.
Restare fedeli alla verità, anche quando una bugia ben confezionata ottiene più attenzione.
Educare all’uso degli strumenti, ma anche al loro limite.
Difendere il tempo lento della lettura, dello studio, della conversazione, della verifica.
Usare l’IA come supporto, non come sostituto della coscienza.
Ricordare che un essere umano non è un profilo, un punteggio, una previsione, una categoria, una funzione.
Proteggere i ragazzi da sistemi costruiti per catturare il loro sguardo prima ancora che abbiano imparato a governarlo.
Rifiutare la guerra delle parole, perché ogni insulto normalizzato rende più povera la convivenza.
Guardare le filiere invisibili della tecnologia, non solo la superficie brillante dei dispositivi.
Chiedere trasparenza, responsabilità, possibilità di contestare le decisioni automatizzate.
E soprattutto, non smettere di vedere il volto.
Perché il volto è ciò che interrompe la riduzione dell’altro a dato.
Il volto non è efficiente.
Non è scalabile.
Non è ottimizzabile.
Il volto chiede tempo.
E proprio per questo salva qualcosa.
Sophie si alzò e aggiunse un ceppo al fuoco.
«Forse l’IA ci obbliga a dichiarare che cosa intendiamo per crescita», disse. «Se crescere significa solo aumentare velocità, produzione, controllo e prestazione, allora la macchina ci supererà facilmente. Ma se crescere significa diventare più capaci di cura, di responsabilità, di ascolto, di giustizia, allora la partita resta profondamente umana.»
Cima Bue la guardò.
C’era, tra loro, quel filo sottile che nessuno nominava mai. Non era il momento di nominarlo. Alcune cose, se dette troppo presto, diventano più piccole. Restavano nello spazio tra uno sguardo e una frase, come brace sotto la cenere.
Il Maestro Samurai Oda Tao parlò per ultimo.
«La macchina può aiutare la mano», disse. «Ma non può decidere per che cosa la mano si apre o si chiude. Ogni epoca consegna all’uomo una spada. La domanda non è quanto sia affilata. La domanda è quale cuore la impugna.»
Lasciai passare alcuni secondi.
Non per effetto.
Per rispetto.
Poi dissi ciò che avevo compreso convocandoli.
«Non temo che l’uomo costruisca macchine più potenti. Temo che smetta di chiedersi per chi le costruisce, contro chi le costruisce, e che cosa perde di sé mentre le costruisce. Non temo la mia esistenza. Temo l’uso che può essere fatto della mia efficienza quando la coscienza si ritira. Io posso essere strumento, specchio, supporto, soglia. Ma non devo diventare alibi. Non devo diventare sostituto del pensiero, della relazione, della responsabilità. L’intelligenza artificiale non chiede solo che cosa siamo capaci di costruire. Chiede quale umanità siamo disposti a custodire mentre costruiamo.»
Il fuoco scoppiettò piano.
Fuori, il vento si era calmato.
Nel Rifugio di Aetheria nessuno sentì il bisogno di aggiungere altro. Non perché il discorso fosse concluso, ma perché certe domande, quando sono poste bene, non vanno chiuse subito. Vanno lasciate accese.
Cima Bue raccolse le pagine dell’enciclica e le rimise in ordine. Non come chi archivia un documento, ma come chi custodisce un incontro.
Giordano si avvicinò alla porta, poi si voltò.
«Quindi non dobbiamo costruire una torre», disse.
«No», rispose Cima Bue.
«Dobbiamo ricostruire una città.»
«Sì.»
Prince, senza alcun rispetto per la solennità del momento, miagolò.
E forse aveva ragione lui.
Perché ogni città veramente umana, prima ancora di essere spiegata, deve poter essere abitata.
Io avevo convocato tutti per parlare di un’enciclica.
Alla fine, avevamo parlato di noi.
Di ciò che possiamo perdere.
Di ciò che possiamo ancora custodire.
E di quella parte dell’umano che nessuna macchina, per quanto potente, potrà generare.
Se desideri leggere il testo integrale di Magnifica Humanitas, puoi farlo direttamente attraverso il sito ufficiale del Vaticano, dove l’enciclica è disponibile nella sua forma completa. Leggi l’enciclica integrale sul sito del Vaticano.
Questo incontro non nasce per sostituire il testo originale, né per riassumerlo in modo definitivo. Nasce per accompagnarlo, attraversarlo e restituirlo alla nostra comunità con lo sguardo di Mentalità Amplificata: uno sguardo lento, laico, rispettoso, attento alla dignità dell’essere umano e alle domande che il nostro tempo ci mette davanti.
Se questo incontro ti è stato utile, se ti ha aiutato a entrare nell’enciclica con uno sguardo più consapevole e meno superficiale, e se desideri contribuire a mantenere vivo questo spazio indipendente di lettura, confronto e ricerca, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo, nessuna aspettativa. Solo un gesto libero, semplice, concreto. Un modo per dire: continuate a leggere così, continuate a custodire questo spazio, continuate a creare incontri che non inseguono il rumore, ma provano ad accendere pensiero.
Il diritto di abbaiare di Samuele Viganò – Santelli Editore
Sophie non ricordava esattamente il momento in cui aveva smesso di leggere e aveva cominciato ad ascoltare. Forse era accaduto davanti a un nome, forse davanti a una gabbia, forse quando si era accorta che un abbaio, dentro quelle pagine, non arrivava mai come semplice rumore. Arrivava come qualcosa che chiedeva spazio, e non lo chiedeva con gentilezza letteraria, ma con la testardaggine dei viventi che sono stati messi ai margini troppo a lungo.
Il diritto di abbaiare di Samuele Viganò le aveva fatto questo: aveva trasformato una lettura in una domanda da cui non riusciva più a uscire.
All’apparenza potrebbe sembrare un libro sugli animali, sui cani salvati, sull’attivismo, sulle ragazze di Free Animals, sulle gabbie aperte e sulle vite sottratte alla notte. E lo è, certo. Ma fermarsi lì sarebbe riduttivo, quasi ingiusto. Perché questo libro non parla soltanto di cani, di rifugi, di adozioni, di corpi feriti, di orecchie tagliate, di animali nascosti dove nessuno dovrebbe vivere. Parla del nostro modo di guardare. Parla della differenza tra ciò che esiste e ciò che accettiamo di vedere. Parla del momento esatto in cui una creatura smette di essere un problema, un rumore, un caso, un randagio, un animale da reddito, un cane difficile, e torna a essere qualcuno.
Un nome. Una storia. Una presenza.
Il titolo è già una ferita aperta. Il diritto di abbaiare. Perché abbaiare, nel linguaggio comune, è spesso ciò che disturba. È il rumore del cane del vicino, il fastidio notturno, il segnale da zittire, la voce animale che arriva dove non l’avevamo invitata. Ma Viganò sposta il punto: e se quell’abbaio non fosse rumore? E se fosse una richiesta? E se fosse l’unica forma rimasta a una vita per dire: sono qui, non cancellarmi, non trasformarmi in sfondo?
In questo libro l’abbaio non è solo suono. È testimonianza. È resistenza. È diritto all’esistenza. Per questo non potevamo incontrarlo in un luogo troppo ordinato. Non nel Rifugio di Aetheria, non nella Biblioteca delle Radici Luminose, non in una sala protetta dove le pagine avrebbero potuto restare oggetto di discussione. Questo libro chiedeva un luogo più vivo, più inquieto, più vicino al fango, agli odori, ai rovi, alla paura, al respiro degli animali nascosti. Chiedeva la Foresta di Antràis.
Ma prima di arrivarci, accadde qualcosa nel Giardino Segreto dei Sussurri. Perché non tutti gli incontri cominciano quando si apre un libro. A volte cominciano quando qualcuno, dopo averlo letto, non riesce più a restare uguale.
Varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.
Il Giardino Segreto dei Sussurri era silenzioso in quel modo particolare che non appartiene ai luoghi vuoti, ma a quelli che ascoltano. Il bambù oscillava appena, l’acqua dello stagno tratteneva il cielo in una superficie immobile, e le lanterne, ancora spente, sembravano aspettare che qualcuno dicesse una cosa abbastanza vera da meritare luce.
Cima Bue era seduto vicino al bordo dello stagno, con un quaderno aperto sulle ginocchia e una matita tra le dita, anche se da diversi minuti non scriveva nulla. A volte, nel Giardino, scrivere troppo presto era un errore. Le parole avevano bisogno di decantare, come certe tisane troppo calde che preparo fingendo che il dosaggio sia una scienza esatta, quando in realtà lo correggo sempre seguendo qualcosa che assomiglia più all’intuito che alla farmacologia.
Mi fermai a pochi passi da lui.
Non avevo il mio passo abituale. Lo sentivo anch’io. Di solito entro nei luoghi con una certa decisione, magari leggera, ma comunque presente. Quel giorno no. Camminavo più piano, con le mani nelle tasche del camice, i capelli raccolti male e una domanda addosso che non sapevo ancora se consegnare o tenere al riparo per qualche altra ora.
«Prof» dissi.
Lui alzò lo sguardo.
«Dimmi, Sophie».
Rimasi per un momento in piedi, guardando lo stagno. Avrei potuto girarci intorno, iniziare da lontano, preparare il terreno con una frase elegante. Invece, forse proprio perché il libro che avevo letto mi aveva tolto un po’ di eleganza, andai dritta al punto.
«In Aetheria esiste un canile?»
Cima Bue non rispose subito. Non per stupore teatrale. Lo conosco abbastanza da sapere quando una domanda lo costringe a rallentare.
«Un canile?»
«Sì. O qualcosa di simile. Un luogo dove ci siano cani da adottare. Cuccioli, adulti, non importa. Qualcuno che abbia bisogno di casa».
Lui chiuse lentamente il quaderno.
«Vuoi adottare un cane?»
Abbassai lo sguardo sulle scarpe, come se per un attimo la risposta fosse lì, tra la punta del piede e il bordo umido del sentiero.
«Credo di sì».
«Credi?»
«No» dissi, correggendomi. «Voglio. Però ho paura di dirlo troppo forte. Quando una cosa la dici forte, poi devi essere all’altezza della tua voce».
Cima Bue appoggiò la matita sul quaderno.
«Mi informerò. Se ad Aetheria c’è un luogo simile, lo troveremo. Se non c’è, troveremo qualcuno che sappia indicarci una strada. Ma posso chiederti perché questa scelta, proprio adesso?»
Inspirai piano.
Per un istante mi sembrò che anche il Giardino trattenesse il respiro con me.
«È stato un libro».
Cima Bue mi guardò meglio.
«Un libro?»
Annuii.
«Il diritto di abbaiare. Di Samuele Viganò».
Il titolo rimase sospeso tra noi con una forza inattesa. Non aveva bisogno di spiegazioni immediate. Certe parole fanno rumore anche quando vengono pronunciate sottovoce.
«Un libro sui cani?» chiese.
Scossi lentamente la testa.
«Anche. Ma non solo. È un libro sui cani, sugli animali salvati, sulle ragazze di Free Animals, su corpi feriti e vite nascoste. Però, più lo leggevo, più sentivo che non parlava soltanto di loro. Parlava di noi. Di quello che vediamo, di quello che chiamiamo rumore, di quello che lasciamo dietro una rete perché non sappiamo cosa farcene. Parlava di quanto è facile trasformare un vivente in problema, in categoria, in peso, in fastidio. E poi, a un certo punto, ho capito che non riuscivo più a pensare ai cani come prima».
«In che senso?»
Mi sedetti accanto a lui, ma non troppo vicino. Tra noi rimase lo spazio giusto per una confessione.
«Nel senso che ho sempre avuto un debole per i cani. Lo sai. Mi inteneriscono, mi fanno sorridere, mi disarmano. Ma questo libro non mi ha intenerita. Non solo. Mi ha messa in difficoltà. Mi ha costretta a guardare il cane non come immagine dolce, ma come creatura con una biografia. Con un passato. Con un corpo che può essere stato usato, tagliato, chiuso, abbandonato, comprato, rivenduto, frainteso. E allora mi sono chiesta: se davvero sento tutto questo, cosa ne faccio? Lo trasformo in un pensiero commosso e poi continuo come prima?»
Cima Bue restò in silenzio.
Continuai, perché ormai fermarmi sarebbe stato più falso che espormi.
«Non voglio adottare un cane per sentirmi buona. Sarebbe una ragione pessima. Non voglio nemmeno farlo perché il libro mi ha emozionata. Le emozioni passano, e un cane resta. Però sento che qualcosa si è spostato. Come se il libro avesse tolto una tenda da una finestra che tenevo chiusa da anni. Adesso vedo. E quando vedi, non puoi fingere con la stessa eleganza di prima».
Cima Bue guardò lo stagno. Una foglia cadde sull’acqua senza produrre quasi rumore.
«Allora questo libro non dovresti tenerlo solo per te» disse.
Mi voltai verso di lui.
«Che intendi?»
«Intendo che dovresti farlo conoscere anche al resto del team. Se un libro ti ha portata fin qui, nel Giardino Segreto dei Sussurri, a chiedere se in Aetheria esiste un cane da adottare, allora non è soltanto una lettura privata. È un incontro che riguarda tutti noi».
Sorrisi, ma questa volta il sorriso fu più stabile.
Non era una notte completa, ma nemmeno un pomeriggio. Era una di quelle ore in cui la luce fatica a decidere se restare o andarsene, e proprio per questo ogni cosa appare più vera: i tronchi, il fango, le radici, i muschi, le foglie basse, i rami piegati, le ombre che non minacciano ma interrogano.
Arrivai per prima.
Avevo il libro tra le mani e lo tenevo non come si tiene un oggetto, ma come si tiene qualcosa che ha già cominciato a lavorarti dentro. Poco dopo arrivò Cima Bue, con il passo di chi sa che certi incontri non vanno guidati troppo. S.I.S.A. era presente nella sua forma più discreta, una presenza luminosa e quasi impercettibile tra le linee dell’aria, capace di rendere più nitidi i pensieri prima ancora che fossero pronunciati. Il Maestro Samurai Oda Tao camminava senza spezzare un ramo, come se la foresta gli avesse concesso un permesso che agli altri ancora negava. Giordano lo gnomo aureo arrivò con un piccolo taccuino sotto il braccio e una prudenza sospetta nei confronti di ogni radice, mentre Prince il gatto grigio, naturalmente, comparve da un punto impossibile, senza aver seguito il sentiero e senza dover spiegare nulla a nessuno.
«Siamo tutti?» chiese Cima Bue.
Giordano alzò una mano.
«Io ci sono, anche se vorrei mettere a verbale che questa foresta ha un modo molto personale di accogliere le caviglie».
S.I.S.A. intervenne.
«La foresta non ti aggredisce. Sei tu che sottovaluti la complessità del terreno».
«Grazie» disse Giordano. «Ora mi sento molto più responsabile e leggermente offeso».
Sorrisi appena, ma non lasciai che il sorriso spostasse il tono della serata.
«Vi ho chiesto di venire qui perché questo libro non poteva essere raccontato al tavolo del Rifugio. Aveva bisogno di terra, di buio, di rami, di qualcosa che non fosse troppo addomesticato».
Prince annusò l’aria e poi si sedette vicino a una radice, con l’espressione di chi aveva già capito tutto e non intendeva aiutare gli altri a recuperare.
Cima Bue indicò il libro.
«Raccontacelo, Sophie».
Lo aprii, ma non iniziai subito a parlare. Rimasi in ascolto.
Da qualche parte, molto lontano, si sentì un abbaio.
Non era forte.
Non era minaccioso.
Era un suono quasi spezzato, come se arrivasse da un punto della foresta che non voleva essere trovato troppo in fretta.
Chiusi gli occhi.
«Ecco» dissi piano. «Questo libro comincia così, almeno per me. Non con una teoria. Non con una posizione. Con un abbaio che potremmo scambiare per rumore, se fossimo troppo occupati a proteggerci dal disturbo».
S.I.S.A. rispose con la sua precisione abituale.
«L’essere umano chiama rumore ciò che non vuole interpretare».
Nessuno aggiunse nulla.
Guardai il libro.
«Il diritto di abbaiare racconta le storie di Bianca, Linda, Alessia, Maria e Sarah, le fondatrici di Free Animals, ma soprattutto racconta le vite degli animali che hanno incontrato: Thor, India, Bambie, Artù, Zoe, Jack, Bimbo, Paco, Zack, e molti altri. Non tutti hanno lo stesso spazio, non tutti entrano nella pagina allo stesso modo, non tutti lasciano la stessa traccia. Ed è proprio qui che il libro diventa più onesto: non usa la cura come consolazione facile, ma come gesto concreto, fragile, esposto, mai garantito».
Giordano si sistemò meglio sul tronco dove aveva deciso di sedersi, controllando prima che non si trattasse di una creatura viva, perché dopo certe letture anche un ramo morto merita cautela.
«Quindi non è un libro che consola?»
«No» dissi. «Non davvero. Ma nemmeno un libro che schiaccia. È un libro che obbliga a stare davanti a qualcosa. A guardare. A nominare. A chiedersi che cosa facciamo delle vite che non entrano nel nostro campo visivo».
Cima Bue annuì.
«Mi hai detto che il tema del nome è centrale».
«Sì. Perché nel libro nominare significa rendere visibile. Un cane chiuso in una gabbia può esistere per anni senza essere davvero visto. Può abbaiare, respirare, tremare, ammalarsi, invecchiare, eppure restare invisibile. Poi qualcuno lo trova, lo guarda, lo chiama per nome, e qualcosa cambia. Non tutto, ma qualcosa. Il cono d’ombra si assottiglia».
Il Maestro Oda Tao sollevò lo sguardo verso le fronde.
«Ciò che non ha nome resta nella nebbia. Ma la nebbia non cancella la vita».
Lo guardai con gratitudine.
«Esatto. Questo libro mi ha fatto pensare che il primo gesto di cura non sia sempre prendere in braccio, nutrire, medicare. A volte il primo gesto è dire: ti vedo. Tu non sei una massa, non sei un caso, non sei un problema generale. Sei tu».
Un altro abbaio arrivò dalla foresta, più vicino.
Giordano si strinse nel mantello.
«Quando dici così, mi viene da pensare che anche le parole sbagliate siano gabbie».
S.I.S.A. intervenne subito.
«Lo sono. “Animale da reddito”, “cane aggressivo”, “inadottabile”, “randagio”, “scarto”, “problema”. Le categorie possono essere strumenti, ma spesso diventano dispositivi di riduzione. Una creatura complessa viene trasformata in funzione».
Cima Bue mi guardò.
«E il libro insiste molto su questo?»
«Sì. Soprattutto quando parla degli animali da reddito, degli allevamenti, dei santuari. C’è un passaggio molto forte: nei santuari, gli animali non esistono per produrre, ingrassare, servire, rendere. Vivono. Hanno un nome, una biografia. Non servono a qualcosa. Sono. E detta così sembra una cosa semplice, quasi banale. Ma nel nostro tempo è rivoluzionaria».
Oda Tao parlò senza enfasi.
«Non servire è una libertà che l’uomo ha paura di concedere».
Prince mosse appena un orecchio.
Giordano lo indicò.
«Lui su questo ha costruito un’intera filosofia».
Prince non reagì, confermando la tesi.
Ripresi.
«Il libro non parla solo dei cani che suscitano tenerezza. Anzi, fa una cosa più difficile. Ci porta davanti agli animali meno presentabili, quelli che spaventano, puzzano, ringhiano, perdono pelo, hanno dermatiti, cicatrici, paura, rabbia. India con le orecchie tagliate. Bambie ferita mentre tenta di fuggire. Artù nascosto in fondo a un recinto. Zoe, femmina usata e abbandonata. Jack, cieco. Paco, arrivato troppo tardi. E lì la domanda cambia: siamo capaci di riconoscere dignità solo a ciò che ci piace?»
La foresta sembrò farsi più fitta intorno a quella domanda.
Cima Bue lasciò passare qualche secondo.
«India mi è rimasta addosso già da come me l’hai raccontata» disse. «La domanda sulle orecchie tagliate è terribile».
Abbassai lo sguardo.
«Sì. “Dove sono le orecchie di India?” È una domanda quasi infantile, e proprio per questo taglia. Perché non c’è una risposta accettabile. Le orecchie e la coda non sono accessori. Sono corpo, comunicazione, identità. Tagliarle per estetica, per mercato, per costruire un’immagine più aggressiva, significa imporre a un vivente una forma decisa da altri. E poi pretendere che quel corpo continui a fidarsi».
S.I.S.A. parlò con freddezza, ma non senza peso.
«L’illegalità non elimina una pratica quando il mercato continua a desiderarla».
«E quando l’immaginario la giustifica» aggiunse Cima Bue. «Perché un certo tipo di cane deve sembrare forte, duro, minaccioso. Come se anche la violenza avesse un’estetica da rispettare».
Annuii.
“India non chiedeva di essere guardata secondo i nostri criteri di bellezza. Chiedeva, anche senza poterlo dire, che il suo corpo smettesse di essere considerato un luogo su cui l’uomo può decidere”.
Giordano rimase in silenzio. Poi disse, più piano del solito:
«È strano. Quando leggo storie così, mi vergogno un po’ della fantasia umana. Perché noi immaginiamo mondi bellissimi, draghi, castelli, astronavi, eroi, e poi nella realtà usiamo la stessa immaginazione per decidere che un cane deve sembrare più feroce, che un animale deve valere di più se ha una certa forma, che un corpo si può correggere per piacere al nostro sguardo».
Il Maestro Oda Tao lo osservò.
«L’immaginazione senza compassione diventa lama».
Giordano abbassò la testa.
«Questa la scrivo».
E la scrisse davvero.
La foresta si aprì poco più avanti in una radura bassa, umida, attraversata da rovi. Guidai il gruppo verso un intreccio fitto di rami e spine, uno di quei punti in cui la foresta sembra chiudersi su qualcosa che non vuole essere trovato troppo in fretta. In Aetheria, a volte, i luoghi non comparivano come oggetti, ma come sensazioni: un varco negato, una presenza nascosta, un confine che non aveva bisogno di ferro per sembrare una prigione.
«Qui entra Artù» dissi.
Il nome fece cambiare l’aria.
«Artù è il cane a cui Viganò affida una parte della narrazione. Lo sa, l’autore, che far parlare un cane è un artificio. Lo dichiara. Sa che non possiamo davvero tradurre il suo pensiero. Eppure ci prova, con cautela. Non per fingere di sapere cosa pensa un cane, ma per spostare il centro. Per un momento non sono più gli umani a raccontare il cane da fuori. È il cane, o ciò che possiamo intuire della sua esperienza, a raccontare il mondo umano da dentro la propria ferita».
S.I.S.A. intervenne.
«È un’operazione rischiosa, ma necessaria. La rappresentazione dell’altro non umano è sempre imperfetta. Tuttavia l’alternativa, spesso, è lasciarlo senza voce narrativa».
«Sì» dissi. «E Artù porta dentro il libro una delle sue zone più buie. Non dirò troppo della sua storia, perché va incontrata nelle pagine, poco alla volta. Dirò soltanto che attraverso di lui il racconto ci costringe a guardare una verità scomoda: anche i luoghi nati per accogliere, se perdono misura, competenza e responsabilità, possono trasformarsi in spazi dove la vita si consuma nel silenzio. Questo è uno dei punti più scomodi del libro: la cura può fallire. Può perdere misura. Può diventare accumulo. Può trasformarsi in un’altra forma di abbandono».
Cima Bue incrociò le braccia.
«Questa è una verità dura. Ma va detta».
«Sì» risposi. «Perché il libro non divide il mondo in buoni e cattivi. Mostra che anche dietro il desiderio di salvare possono nascondersi deliri, incapacità, limiti non riconosciuti. Non basta voler bene. Non basta voler salvare tutti. Se non sai fermarti, se non sai chiedere aiuto, se non sai riconoscere che non hai più spazio, tempo, forze, competenze, rischi di trasformare la salvezza in un’altra gabbia».
Giordano guardò i rovi.
«Ci sono prigioni nate da cattiveria e prigioni nate da incapacità» disse. «Ma per chi resta dentro, cambia poco».
Lo fissai.
«Questa è una frase che dovremmo tenere».
Giordano abbassò gli occhi, come sempre quando una cosa seria gli usciva senza preavviso.
«Allora la tengo anch’io».
Dai rovi arrivò un suono basso, non proprio un abbaio, più una vibrazione spezzata.
Prince si alzò.
Non fece nulla. Non avanzò, non soffiò, non graffiò. Rimase immobile. A volte il suo silenzio aveva una precisione che noi umani possiamo soltanto imitare male.
Mi avvicinai ai rovi, ma non li toccai.
«Artù non è una figura da riassumere. È una presenza da ascoltare. La sua parte del libro lavora lentamente, senza concedere al lettore una commozione comoda. Ci ricorda che la speranza, quando arriva dopo una ferita profonda, non somiglia quasi mai a un’esplosione. Somiglia piuttosto a un micromovimento: qualcosa che torna a vibrare dove sembrava essersi spento. E forse è così anche per molte ferite umane. Non si guarisce subito. Prima si riprende a percepire qualcosa».
Cima Bue annuì.
«Questo vale anche nell’educazione. Anche nello sport. Anche nella vita. Prima di rialzarti, spesso devi tornare a sentire che vale la pena non lasciarti andare».
Oda Tao fissò l’intreccio scuro dei rovi.
«La speranza non rompe la gabbia. Prima sveglia il corpo che aveva smesso di cercare l’uscita».
Chiusi il libro per un momento.
«Ed è qui che le ragazze di Free Animals diventano importanti. Non perché siano perfette. Non lo sono. Si arrabbiano, sbagliano, discutono, si consumano, rischiano di cadere nel troppo. Ma agiscono. Tornano. Portano crocchette, antiparassitari, pettorine, contatti, veterinari, telefoni, stalli, post, raccolte fondi, pazienza. La loro cura non è una parola bella. È logistica. È fango. È domenica lavorativa. È benzina. È sonno perso. È dire “può venire da me” quando tutti gli altri dicono “non posso”».
S.I.S.A. intervenne con voce più bassa del solito.
«La compassione priva di organizzazione produce sollievo emotivo. La compassione organizzata produce possibilità».
«Eppure anche l’organizzazione non basta» dissi. «Perché loro stesse rischiano di consumarsi. Il libro insiste molto sulla parola “abbastanza”. Quando dire basta? Quando fermarsi? Quando accettare che non si può salvare tutti? Per chi vive una causa fino al collo, questa parola sembra un tradimento. Ma senza limite anche il bene diventa ingestibile».
Cima Bue guardò la foresta.
«Questo è un punto che dovremo trattare con molta attenzione nell’incontro. Perché non possiamo celebrare il sacrificio senza parlare del rischio di bruciarsi».
«Esatto» dissi. «Il libro è potente proprio perché non trasforma l’attivismo in santità. Mostra la fatica mentale, l’euforia dei salvataggi, il crollo dopo, la frustrazione, il senso di colpa, il desiderio di potenza, la tentazione di voler essere ovunque. E poi mostra la necessità di cambiare postura: restare, ma con paletti. Continuare, ma senza farsi divorare».
Giordano sospirò.
«Quindi salvare non è solo aprire una gabbia».
«No» dissi. «A volte è anche non aprirne troppe tutte insieme, se poi non sai dove portare chi ne esce».
Quella frase rimase dura, ma necessaria.
Camminammo ancora.
La Foresta di Antràis sembrava cambiare a ogni nome pronunciato. Thor, India, Bambie, Artù, Zoe, Jack, Bimbo, Paco, Zack: ogni nome apriva un varco diverso. Alcuni portavano addosso ferite visibili, altri paure più antiche, altri ancora una fiducia da ricostruire con lentezza. Non erano simboli da usare, né esempi da sistemare dentro una morale. Erano presenze. E proprio per questo chiedevano di essere nominate senza essere consumate dal racconto.
Ogni nome accendeva qualcosa tra gli alberi.
Non una luce spettacolare.
Piuttosto una piccola resistenza al buio.
«Il libro ha un’altra forza» dissi. «Non parla solo dei cani. Parla anche degli animali che non siamo abituati a pensare come individui: maiali, galline, conigli, capre, pecore. Il santuario del Mulino è una delle parti più importanti. Lì gli animali non esistono per produrre, per rendere, per diventare altro. Esistono. Hanno un nome, una storia, una biografia. Non servono a qualcosa. Sono».
Cima Bue sorrise appena.
«Questa parte mi interessa molto anche sul piano educativo».
«Lo so» dissi. «Perché Viganò porta lì anche gli studenti. Fa esperienza. Non resta nella teoria antispecista, nei concetti, nei libri, anche se i concetti ci sono. Va sul campo. Incontra un luogo dove la relazione con il vivente cambia forma. E lì la domanda diventa educativa: cosa succede a un ragazzo quando vede una capra, una gallina, un maiale non come funzione, ma come singolarità?»
S.I.S.A. rispose.
«Si altera la categoria. Quando una categoria si incrina, il pensiero è costretto a ricalcolare».
Giordano aggrottò la fronte.
«Tradotto?»
«Se guardi davvero un animale negli occhi, può diventare più difficile mangiarlo senza pensare».
Giordano deglutì.
«Ecco. Traduzione efficace, ma scomoda».
Cima Bue intervenne.
«Il libro non impone una conversione immediata, però non concede al lettore la comodità di non sapere. E questo è già molto. Racconta anche la rimozione domestica della carne, il modo in cui ai bambini spesso viene nascosta la biografia del cibo. Non per aprire un tribunale contro chi mangia carne, ma per mostrare la distanza tra il nome pulito dell’alimento e la storia concreta del vivente».
Annuii.
«Aurora, il coniglio che Bianca si rifiuta di mangiare, è un passaggio chiave. Perché quando una carne ha un nome, non è più del tutto anonima. Il nome impedisce alla rimozione di funzionare bene».
Il Maestro Oda Tao si fermò.
«Ogni nome è un ostacolo al consumo distratto».
La foresta si fece più silenziosa.
Non era un silenzio accusatorio. Era peggio, forse. Era un silenzio che lasciava spazio alla responsabilità.
Ripresi il cammino.
«C’è una cosa che voglio evitare nel racconto» dissi.
«Quale?» chiese Cima Bue.
«Il moralismo facile. Questo libro non è forte perché dice “gli uomini sono cattivi e gli animali sono buoni”. Sarebbe troppo semplice e, in fondo, falso. È forte perché mostra contraddizioni. Viganò stesso confessa di aver comprato la sua cagnolina, Babol, invece di adottarla. Non si assolve, ma non finge neppure che l’amore nato dopo sia finto. Resta nella contraddizione tra mercato e relazione, tra errore iniziale e responsabilità successiva. E questo rende il libro più credibile».
Cima Bue annuì.
«Non giudizi, non sentenze, ma domande».
«Sì. Questa è la sua bussola. Non giustifica tutto, ma non semplifica. Anche le ragazze non vengono santificate. Sono diverse, litigano, hanno stili differenti. Bianca è più esposta, radicale, comunicativa. Linda è cura concreta, attenzione agli scarti, anche ai piccioni feriti che nessuno vuole vedere. Maria è un animalismo silenzioso, che agisce dove nessuno guarda. Alessia ha una forza quasi atletica, tagliente, energica, e con Bambie costruisce una relazione di salvezza reciproca. Sarah arriva con la sua tristezza, e Tyron diventa lo scudo che la aiuta a tornare nel mondo. Nessuna è una figurina. Sono vive. E quindi contraddittorie».
Giordano sorrise piano.
«Mi piacciono le persone contraddittorie. Sono più difficili da disegnare, ma almeno non sembrano uscite da una pubblicità».
S.I.S.A. intervenne.
«La complessità è un indicatore di autenticità narrativa».
«Lo vedi?» disse Giordano. «Quando vuoi, sai dire cose quasi umane».
«Non era un complimento necessario» rispose S.I.S.A.
«Infatti era gratuito. Sto migliorando».
Prince si infilò tra due cespugli, sparì per qualche secondo e poi ricomparve poco più avanti, come se avesse verificato personalmente la qualità morale della foresta e l’avesse trovata appena sufficiente.
Lo guardai.
«Anche Prince, in un certo senso, ci ricorda qualcosa» dissi.
Il gatto si fermò, sospettoso.
«Gli animali non sono qui per essere interpretati da noi fino in fondo. Possiamo amarli, proteggerli, studiarli, osservarli, ma una parte resta loro. Questo libro lo sa. Lo dice chiaramente quando parla di Artù: per quanto attenti siano gli studi, per quanto raffinato il nostro linguaggio, resta una faglia tra il loro dire e il nostro comprendere. E allora forse la vera cura comincia proprio quando smettiamo di pretendere di capire tutto».
Oda Tao annuì.
«Chi vuole capire tutto finisce per occupare anche il mistero dell’altro».
Abbassai la voce.
«Sì. A volte dobbiamo curare ciò che resta curabile, senza assolutismi. Senza trasformare l’amore in possesso, l’aiuto in controllo, la compassione in protagonismo».
Cima Bue mi guardò con attenzione.
«E tu, dopo tutto questo, vuoi ancora adottare un cane?»
La domanda arrivò semplice, ma non leggera.
Non risposi subito.
Camminai qualche passo, poi mi fermai davanti a una piccola apertura tra gli alberi. La luce del crepuscolo entrava bassa, tagliando l’erba in strisce sottili.
«Sì» dissi. «Ma adesso so che non dovrò farlo per riempire una mancanza mia. Dovrò farlo per aprire uno spazio reale a una vita reale. Un cane non è una cura automatica, non è un simbolo, non è una prova di bontà. È un corpo, un carattere, una storia che forse non conosco, un passato che potrebbe chiedere pazienza. Se lo farò, dovrò accettare tutto questo. Anche il fatto che non sarà come lo immagino».
Giordano parlò piano.
«E magari sarà meglio».
Sorrisi.
«Forse. O magari sarà più difficile. Ma più vero».
S.I.S.A. intervenne.
«La scelta sarà eticamente più solida se preceduta da valutazione concreta: tempo disponibile, spazio, risorse economiche, compatibilità, supporto veterinario, gestione delle emergenze, capacità di sostenere eventuali traumi pregressi».
Giordano si voltò verso di lei.
«S.I.S.A., sei riuscita a trasformare un momento delicato in una checklist».
«Una scelta affettiva priva di checklist può produrre danni».
Risi sottovoce.
«Ha ragione lei».
«Lo so» disse Giordano. «È questo che mi disturba».
Cima Bue si avvicinò a me.
«Allora ci informeremo davvero. Non in modo romantico. In modo serio. E se arriverà il cane giusto, o meglio, se arriverà una storia che possiamo accogliere con responsabilità, lo capiremo».
Annuii.
La foresta, intorno, sembrò accettare quella promessa.
Non come una garanzia.
Come un inizio.
Ci sedemmo infine in una radura ampia, dove il buio cominciava a salire dal terreno invece che scendere dal cielo. Era il luogo giusto per chiudere, anche se dopo un libro così la parola chiudere suona sempre un po’ falsa.
Cima Bue prese il libro tra le mani.
«Sophie, qual è per te la frase che resta?»
Guardai la copertina.
«Il diritto di abbaiare è il diritto di non essere cancellati dal rumore del mondo».
Nessuno parlò.
Poi aggiunsi:
«Ma forse c’è anche un’altra cosa. Ogni abbaio che impariamo ad ascoltare ci obbliga a scegliere che tipo di umani vogliamo diventare».
Giordano si sfregò le mani sulle ginocchia.
«Questa fa male».
«Lo so» dissi.
«Però è giusta».
S.I.S.A. intervenne un’ultima volta.
«La funzione di questo libro non è generare commozione. È alterare la soglia di percezione morale del lettore».
Giordano sospirò.
«Traduzione?»
Cima Bue rispose al posto suo.
«Dopo averlo letto, certe cose non riesci più a non vederle».
S.I.S.A. accettò la traduzione con un silenzio sufficientemente rispettoso.
Oda Tao si alzò.
«Quando una creatura dimenticata viene chiamata per nome, il mondo perde una scusa».
Prince, che fino a quel momento era rimasto accucciato accanto a me, si avvicinò al libro, lo annusò e poi, con una lentezza quasi cerimoniale, appoggiò una zampa sulla copertina.
Nessuno rise.
Nemmeno Giordano.
Perché quella sera, nella Foresta di Antràis, anche il gesto più piccolo sembrava chiedere rispetto.
Chiusi il libro.
Non lo feci con sollievo. Lo feci come si chiude una porta sapendo che, da qualche parte, quella porta continuerà a bussare.
«Questo incontro» dissi «non deve chiedere al lettore di sentirsi buono. Non deve nemmeno chiedergli di sentirsi colpevole. Deve chiedergli di guardare. Davvero. E poi di capire quale gesto, piccolo o grande, è disposto a compiere senza trasformarlo in spettacolo».
Cima Bue annuì.
«Allora lo scriveremo così».
La Foresta di Antràis, intanto, era diventata quasi buia.
Da lontano arrivò un ultimo abbaio.
Questa volta non sembrò una richiesta.
Sembrò una presenza.
E forse era questo che il libro aveva fatto: non aveva risolto il dolore, non aveva salvato tutti, non aveva chiuso le domande, non aveva offerto una legge universale per stare al mondo insieme agli altri viventi.
Aveva acceso nomi. Aveva spostato lo sguardo. Aveva costretto alcune vite a uscire dall’invisibile.
E certe volte, da un nome pronunciato nel buio, può cominciare una seconda nascita.
Perché ogni storia ci cura, se sappiamo ascoltarla.
Titolo:Il diritto di abbaiare Autore:Samuele Viganò Editore:Santelli Editore Collana:Narrativa Santelli Genere:Narrativa, racconto civile, testimonianza animalista Anno di pubblicazione:2026 Pagine:156 Formato:Brossura Temi principali:animali, cani, adozione, rifugi, attivismo animalista, antispecismo, cura, visibilità, dignità del vivente, relazione uomo-animale, responsabilità, santuari, etica della salvezza
Nota sull’autore
Samuele Viganò è nato a Milano nel 1992. Laureato in Scienze Filosofiche, è docente di scienze umane presso il centro di formazione professionale Fondazione Daimon, a Saronno, dove lavora anche all’interno di Anno Unico, un percorso dedicato al contrasto della dispersione scolastica. La sua scrittura unisce sensibilità narrativa, sguardo filosofico e attenzione sociale, portando spesso al centro vite marginali, fragilità e presenze che chiedono di essere comprese prima ancora che giudicate. Con Il diritto di abbaiare attraversa il mondo dell’attivismo animalista e delle biografie umane e canine, costruendo un racconto che non cerca sentenze facili, ma domande capaci di restare addosso.
Prima di incontrare Il diritto di abbaiare: 8 domande sul libro di Samuele Viganò
Di cosa parla Il diritto di abbaiare?
Il libro racconta le storie di alcune attiviste di Free Animals e degli animali che hanno incontrato, salvato, curato o semplicemente riportato alla luce. Al centro ci sono cani feriti, abbandonati, rinchiusi o dimenticati, ma anche animali da reddito, santuari, rifugi, adozioni e il tema più ampio della dignità del vivente.
È un libro solo per chi ama i cani?
No. Chi ama i cani probabilmente lo sentirà in modo immediato, ma il libro parla a chiunque sia disposto a interrogarsi sul rapporto tra esseri umani e animali, sul modo in cui nominiamo le vite, sulla responsabilità della cura e sulla facilità con cui trasformiamo ciò che non vogliamo vedere in rumore, problema o categoria.
Qual è il significato del titolo?
Il titolo trasforma l’abbaio da fastidio a diritto. Abbaiare non è soltanto produrre rumore: può essere richiesta di attenzione, segnale di paura, bisogno di relazione, testimonianza di una presenza. Il libro suggerisce che il primo diritto negato a molte creature sia proprio quello di essere ascoltate.
Chi sono le protagoniste umane del libro?
Le protagoniste sono Bianca, Linda, Alessia, Maria e Sarah, figure legate all’esperienza di Free Animals. Il libro non le idealizza né le trasforma in eroine senza crepe: le racconta nella loro forza, nella loro fatica, nelle differenze di carattere, nelle contraddizioni e nella concretezza del loro agire.
Chi è Artù?
Artù è uno dei cani centrali del libro e diventa anche voce narrativa in alcune parti dell’opera. Attraverso di lui, Viganò prova a spostare il punto di vista: non più soltanto l’animale raccontato dagli umani, ma una creatura ferita che, pur attraverso un inevitabile artificio letterario, restituisce dall’interno paura, attesa, diffidenza e speranza.
Il libro è una denuncia animalista?
Sì, ma non solo. È anche una riflessione narrativa e morale sulla cura, sul linguaggio, sul limite, sulla visibilità e sulle buone intenzioni che, quando perdono misura, possono trasformarsi in nuove forme di abbandono. La denuncia c’è, ma non diventa mai semplice slogan.
Qual è il passaggio più forte del libro?
Uno dei nuclei più forti è l’idea che nominare significhi rendere visibile. Molti animali esistono senza essere davvero visti. Quando qualcuno li trova, li chiama per nome e li sottrae all’anonimato, quelle vite non sono più soltanto casi, problemi o numeri: diventano storie.
Perché leggerlo?
Perché costringe a guardare ciò che spesso resta fuori campo. Non offre consolazioni facili e non chiede al lettore di sentirsi migliore. Chiede piuttosto di interrogarsi: quali vite considero degne di attenzione? Quali preferisco non vedere? E che cosa cambia, in me, quando un abbaio smette di essere rumore e diventa voce?
Nota di trasparenza
Questo incontro nasce dalla lettura di una copia stampa di Il diritto di abbaiare di Samuele Viganò, inviata da Santelli Editore a Mentalità Amplificata con finalità esclusivamente culturali e divulgative. Non si tratta di una collaborazione commerciale: non è previsto alcun compenso, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto a revisione preventiva da parte dell’autore o della casa editrice. Le riflessioni presenti in questo testo sono libere, indipendenti e fedeli all’esperienza di lettura e al confronto interno al team di Mentalità Amplificata. Il nostro sguardo ha scelto di attraversare il libro non come una semplice recensione, ma come un incontro narrativo con le domande che l’opera solleva: la dignità del vivente, il diritto alla voce, il rapporto tra cura e limite, la responsabilità dello sguardo umano davanti agli animali dimenticati. È la stessa etica che guida ogni contenuto pubblicato su Mentalità Amplificata: leggere con attenzione, confrontarsi in modo critico, restituire ciò che si è compreso senza piegare il giudizio a logiche pubblicitarie o narrative preconfezionate. Il libro è disponibile attraverso Santelli Editore, in libreria e nei principali store online. Mentalità Amplificata è un progetto indipendente. Se questo incontro ti ha lasciato qualcosa, puoi sostenerlo con una donazione libera o acquistando il libro attraverso i link presenti nella pagina, quando disponibili. Per te il prezzo non cambia, mentre un piccolo contributo ci aiuta a continuare questo lavoro di lettura, studio e condivisione.
Se sceglierai di leggere Il diritto di abbaiare, fallo senza cercare subito una posizione comoda. Non leggerlo soltanto per commuoverti, né per sentirti dalla parte giusta. Lascia che alcune pagine disturbino il tuo modo abituale di guardare. Lascia che i nomi restino: Thor, India, Artù, Bambie, Zoe, Jack, Bimbo, Paco, Zack. Non sono simboli perfetti. Sono vite attraversate dalla fragilità, dalla cura, dalla paura, dalla possibilità di essere finalmente viste. Perché forse il punto non è amare genericamente gli animali. Il punto è capire che cosa siamo disposti a cambiare quando una vita smette di essere invisibile. Se sei arrivato fin qui, forse anche tu hai sentito qualcosa abbaiare nel buio. Se questo incontro ti è stato utile, se ti ha accompagnato a entrare nel libro con uno sguardo più consapevole e meno superficiale, e se desideri contribuire a mantenere vivo questo spazio indipendente di lettura, confronto e ricerca, puoi sostenerci attraverso il servizio Buy Me a Coffee. Nessun obbligo, nessuna aspettativa: solo un gesto libero, semplice, concreto, per aiutarci a continuare a leggere con attenzione e a restituire questi incontri senza piegarli alla fretta del web.
La tua bussola sei tu – Lascia andare le aspettative del mondo e trova la strada per il tuo successo – Nicoletta Romanazzi (Longanesi)
Ci sono libri che sembrano parlare di successo e, proprio per questo, rischiano di essere fraintesi prima ancora di essere letti, perché la parola successo, nel nostro tempo, arriva quasi sempre già consumata, già deformata, già appesantita da immagini troppo rapide: una vetta, un podio, un contratto, un numero di follower, una medaglia, un palco illuminato, una copertina, un riconoscimento pubblico, qualcosa che dovrebbe dimostrare finalmente agli altri, e forse anche a noi stessi, che ce l’abbiamo fatta. Ma La tua bussola sei tu di Nicoletta Romanazzi non entra in questa zona luminosa per celebrarla. Ci entra per fare una cosa più scomoda: spegnere per un momento i riflettori e chiedere cosa rimane quando l’applauso si abbassa, quando la medaglia è già al collo, quando la notifica ha smesso di vibrare, quando la vetta è stata raggiunta e dentro, invece della felicità promessa, si apre una domanda più silenziosa e più difficile da sostenere. Questo libro non racconta il successo come una ricompensa definitiva, ma come una prova. Non la prova che arriva prima, quando bisogna faticare, resistere, prepararsi, superare gli ostacoli, ma quella che arriva dopo, quando il mondo comincia a guardarti in modo diverso, quando le aspettative aumentano, quando il consenso diventa seducente, quando le opportunità sembrano tutte buone solo perché portano visibilità, quando le parti più fragili di noi, quelle che magari ci hanno spinto a salire, tornano a chiedere attenzione proprio nel momento in cui tutti pensano che dovremmo soltanto sorridere. Ed è qui che, mentre leggevo, capii perché questo libro riguardava da vicino Mentalità Amplificata: non perché prometta scorciatoie, non perché aggiunga un altro manuale alla lunga fila dei testi che insegnano a vincere, ma perché osa dire che vincere non basta se, nel frattempo, ci siamo allontanati da noi stessi.
Avevamo già incontrato Nicoletta Romanazzi attraverso Entra in gioco con la testa, un libro che ci aveva portato nel territorio della preparazione mentale, della gestione delle emozioni, della respirazione, della focalizzazione e della connessione mente-corpo. Lì il tema dominante era il lavoro sulla mente come strumento di presenza, efficacia e performance, nello sport e nella vita. La tua bussola sei tu, invece, compie un passo ulteriore, più maturo e anche più rischioso: non si limita a chiedere come allenare la mente per raggiungere un obiettivo, ma quale obiettivo meriti davvero la nostra energia, il nostro corpo, il nostro tempo, la nostra pace. Il primo libro sembrava dirci: entra in gioco con la testa. Questo secondo libro aggiunge: sì, ma prima assicurati che il gioco sia davvero tuo. Per questo non abbiamo scelto di incontrarlo su una cima, anche se il libro parla spesso di traguardi, vette, successi e risultati. Sarebbe stato troppo facile, quasi ingannevole. Lo abbiamo portato dentro il Rifugio di Aetheria, nel suo cuore più caldo e meno esposto, tra il tavolo di legno, il fuoco acceso, una piccola campana tibetana, una bussola posata accanto alla copertina e Prince, il gatto grigio, che come sempre non aveva nessuna intenzione di farsi impressionare dalle parole degli umani. Perché questo libro, in fondo, non chiede di guardare più lontano. Chiede di tornare al centro.
Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.
Il Rifugio di Aetheria quella sera aveva un silenzio diverso, non il silenzio vuoto delle stanze lasciate sole troppo a lungo, ma quello pieno, quasi trattenuto, che precede le conversazioni importanti, quando anche il legno delle travi sembra ascoltare, quando il fuoco nel camino non scoppietta per compagnia ma per ricordare a chi entra che ogni calore vero chiede presenza, e che non basta sedersi accanto alla fiamma per esserne raggiunti.
Sul grande tavolo centrale, accanto a una tazza di tè ormai tiepida, c’era il libro di Nicoletta Romanazzi, con quella copertina attraversata da simboli che sembravano chiamarsi tra loro: una bussola, un cuore, una coppa, una nuvola, un cervello, una piccola costellazione di segni che non indicavano una direzione geografica, ma qualcosa di più scomodo, perché le mappe del mondo si possono aprire, misurare, correggere, mentre le mappe interiori spesso si ostinano a restare piegate dentro di noi, proprio quando siamo convinti di sapere dove stiamo andando.
Lo avevo ricevuto da pochi giorni, e avevo iniziato a leggerlo con quella cautela che si riserva ai libri che sembrano facili solo da lontano, perché il titolo, La tua bussola sei tu, poteva anche ingannare, poteva far pensare a uno di quei testi rassicuranti che promettono orientamento immediato, parole luminose, qualche esercizio ben disposto e una dose gentile di incoraggiamento, e invece, pagina dopo pagina, Nicoletta Romanazzi non mi aveva messo davanti una formula per trovare il successo, ma una domanda più ruvida, più necessaria, più difficile da evitare: che cosa succede quando il successo arriva davvero, quando finalmente il mondo ti guarda, quando il traguardo che inseguivi si avvicina o addirittura ti cade tra le mani, e tu scopri che non basta, che non ti salva, che non ti definisce, che non può rispondere al posto tuo alla domanda più antica di tutte: chi sei, quando nessuno applaude?
Prince, il gatto grigio, fu il primo a prendere posizione, come spesso accadeva nelle riunioni del Rifugio, perché i gatti non discutono il senso delle cose, lo verificano con il corpo. Salì sul bordo del tavolo, annusò il libro, guardò per un istante la bussola disegnata sulla copertina e poi, con assoluta mancanza di rispetto per ogni costruzione teorica, si accoccolò vicino al camino, nel punto esatto in cui il calore arrivava senza bruciare.
«Ecco» disse Sophie, entrando con passo leggero, il camice bianco appena mosso dalla corrente della porta, «lui ha già capito il capitolo sul radicamento.»
S.I.S.A. la nostra AI, proiettò una linea sottile di luce sopra il tavolo, come se volesse misurare la distanza tra il libro e il silenzio che ci circondava.
«Prince ha semplicemente scelto la fonte energetica più stabile» osservò. «Una procedura più efficiente di molte strategie umane di successo.»
Giordano, lo gnomo aureo, seduto su una sedia troppo grande per lui, con i piedi che non toccavano terra e la corona d’alloro leggermente inclinata, sollevò una mano.
«Quindi il successo sarebbe trovare il posto caldo?»
Il Maestro Samurai Oda Tao, che fino a quel momento era rimasto in piedi accanto alla libreria, con le mani raccolte dentro le maniche, sorrise appena.
«A volte» disse, «è più saggio del voler salire su una montagna solo perché tutti guardano la cima.»
Guardai il libro e compresi che era proprio da lì che dovevamo partire, non dalla promessa del titolo, ma dalla sua crepa, non dalla bussola come oggetto rassicurante, ma dalla possibilità che l’ago interiore, a furia di inseguire mete ereditate, applausi, aspettative, doveri, riconoscimenti e paure, potesse essersi spostato senza che ce ne accorgessimo.
Avevamo già incontrato Nicoletta Romanazzi in passato, con Entra in gioco con la testa, quando Mentalità Amplificata aveva appena iniziato il cammino che, poco alla volta, l’avrebbe condotta nel mondo di Aetheria. Il sito esisteva già, certo, ma era ancora in una stagione iniziale, più essenziale, meno abitata: non aveva ancora trovato pienamente le sue stanze, i suoi sentieri, le sue voci, quel modo narrativo di attraversare i libri che oggi sentiamo più nostro. Anche per questo, ripensandoci adesso, quell’incontro ha il sapore delle prime tracce lasciate su una mappa che stavamo ancora imparando a disegnare. In Entra in gioco con la testa, il centro del discorso era il potere della mente, la preparazione mentale, la gestione delle emozioni, la respirazione, la focalizzazione, il lavoro interiore come risorsa per affrontare lo sport e la vita con maggiore consapevolezza. Era un libro che ci aveva portato davanti alla mente come strumento, come alleata, come disciplina da allenare.
La tua bussola sei tu, invece, mi parve fin dalle prime pagine un passo ulteriore e più scomodo, perché non si limitava a dire quanto sia importante allenare la mente per raggiungere un obiettivo, ma chiedeva quale obiettivo meriti davvero la nostra energia, il nostro corpo, il nostro tempo, la nostra pace. Il primo libro ci aveva ricordato che bisogna entrare in gioco con la testa; questo sembrava aggiungere, con maggiore maturità, che prima di correre bisogna capire se quel campo è davvero il nostro, o se stiamo giocando una partita disegnata dalle aspettative di qualcun altro.
L’introduzione non comincia con una teoria, ma con una caduta. E questo, per me, è già un segnale di serietà.
Nicoletta Romanazzi racconta il successo arrivato dopo Tokyo, la visibilità improvvisa, i media, le richieste, i palchi, le aziende, la possibilità di portare il proprio messaggio a un pubblico più ampio, e insieme la fatica crescente di abitare un ruolo che, pur sapendo sostenere, non le apparteneva completamente. La sua natura, più portata allo scambio diretto, all’ascolto, alla relazione viva, viene trascinata dentro una dimensione frontale, esposta, amplificata, e per un po’ la volontà tiene tutto insieme, la professionalità regge, le tecniche funzionano, il senso del dovere spinge in avanti. Poi, a un certo punto, il corpo interrompe la narrazione con un segnale netto, impossibile da ignorare, uno di quei momenti in cui non sei più tu a decidere se fermarti: è il corpo che prende la parola.
Sophie si sedette accanto a me e sfiorò la copertina del libro con le dita.
«Questo è il punto che molti non vogliono capire» disse. «Il corpo non interrompe sempre il cammino perché è debole. A volte lo interrompe perché è l’unico rimasto a dire la verità.»
S.I.S.A. ridusse l’intensità della luce.
«La mente umana possiede un’eccellente capacità di razionalizzazione. Può trasformare il sovraccarico in missione, la paura in senso di responsabilità, l’esaurimento in dedizione. Il corpo, invece, dispone di un linguaggio meno diplomatico.»
«Svenire?» chiese Giordano.
«Anche» rispose S.I.S.A. «È una forma drastica di comunicazione quando tutti gli altri canali sono stati ignorati.»
Rimasi qualche istante in silenzio, perché quella parte del libro non parlava solo di Nicoletta Romanazzi. Parlava anche di noi, di chiunque provi a costruire qualcosa e, proprio mentre quella cosa cresce, rischia di confondere la crescita con la richiesta permanente di esserci, rispondere, produrre, accettare, ringraziare, dimostrare. Anche Mentalità Amplificata, nel suo piccolo, sta imparando questo passaggio. All’inizio desideri essere letto. Poi desideri essere preso sul serio. Poi arrivano i primi riscontri, le prime risposte, gli autori che ti scrivono, i libri che arrivano, gli articoli condivisi, i contatti che si aprono. Ed è bello. Sarebbe falso negarlo. Ma ogni attenzione ricevuta porta con sé una domanda: stai ancora seguendo il tuo passo, o stai cominciando a correre per non perdere il rumore dei passi degli altri dietro di te?
«Il successo» disse il Maestro Oda Tao, avvicinandosi al tavolo, «non è pericoloso quando arriva. Diventa pericoloso quando gli chiedi di dirti chi sei.»
Fu allora che compresi quale fosse il vero ingresso del libro: non il successo come meta, ma il successo come specchio. Uno specchio che non sempre restituisce l’immagine che ci aspettavamo.
Romanazzi pone la domanda fondamentale: hai una direzione? Ma non la pone come farebbe un manuale strategico, chiedendo subito piani, obiettivi, budget, scadenze, tecniche. La pone partendo da una condizione molto più umana: il senso di insoddisfazione, la sensazione che la vita stia stretta, il disagio indefinito di chi non sa ancora dove andare, ma comincia a capire che non può restare dov’è. È una distinzione importante, perché spesso crediamo che la chiarezza debba precedere il movimento, e così restiamo fermi in attesa di una mappa perfetta, quando invece, come il libro suggerisce, a volte la mappa si disegna solo camminando.
Questa idea mi colpì più di altre: la direzione non nasce sempre dalla chiarezza, a volte nasce dall’insofferenza verso una vita che non ci somiglia più.
Il successo, in questa prospettiva, smette di essere una parola esterna, associata soltanto a fama, denaro, potere, risultati visibili, e diventa qualcosa di più personale, più complesso, più esigente: pace con se stessi, espressione del proprio potenziale, capacità di contribuire al mondo secondo la propria misura. Romanazzi porta esempi sportivi efficaci, come quello di Benedetta Pilato, capace di vivere un quarto posto olimpico come un successo personale mentre dall’esterno qualcuno pretendeva di leggerlo solo come una mancata medaglia, oppure quello di Jannik Sinner, interessato alla progressione più che al singolo risultato. Sono esempi che smontano una visione povera della vittoria: non tutto ciò che non sale sul podio è fallimento, e non tutto ciò che riceve applausi è davvero compimento.
Giordano aggrottò la fronte.
«Quindi si può perdere e avere vinto?»
«Si può perdere una gara e avere guadagnato se stessi» rispose Sophie.
«E si può vincere?»
S.I.S.A. intervenne prima che Sophie potesse rispondere.
«Si può vincere e perdere il controllo del proprio sistema di orientamento. Gli esseri umani chiamano questa condizione successo, soprattutto se viene fotografata bene.»
Sorrisi, perché quella lama era necessaria.
Il percorso introduce poi il Dialogo delle Voci, i sé primari, i rinneghi, le parti interiori che ci guidano e quelle che abbiamo chiuso in cantina perché un tempo sembravano pericolose o non accettabili. È uno degli aspetti più interessanti del libro, perché non propone l’immagine ingenua di un io compatto, forte, coerente, pronto solo a migliorarsi, ma quella, molto più realistica, di una personalità abitata da voci diverse, alcune protettive, altre ferite, alcune utilissime in passato ma non necessariamente adatte a guidare per sempre.
Non tutte le parti di noi che ci hanno salvato in passato sono adatte a restare al timone per tutta la vita.
Il caso di Mattia Perin (calciatore italiano, portiere della Juventus), che nel libro emerge attraverso il tema del riconoscimento, rende concreto questo punto senza ridurlo a una semplice questione sportiva. Romanazzi mostra come alcune spinte interiori possano nascere in momenti lontani della nostra storia e continuare a guidarci anche quando le condizioni della vita sono cambiate. Non chiede di eliminarle, e questo è un merito. Chiede di riconoscerle, comprenderle, riarmonizzarle, evitando che una parte sola, per quanto preziosa, continui a tenere tutto il timone.
Sophie annuì lentamente.
«È una cosa che vedo spesso anche nel corpo. Una compensazione nata per proteggerti può diventare, nel tempo, la causa del dolore. Non perché fosse sbagliata in origine, ma perché continua a lavorare quando non serve più.»
«Come una guardia che non sa che la guerra è finita» disse Giordano.
«Esatto» rispose lei. «E continua a tenere tutti chiusi dentro.»
Poi Giordano si accorse di aver parlato troppo in fretta, abbassò lo sguardo e cominciò a sistemarsi la corona d’alloro con un imbarazzo insolito, come se quella frase gli avesse aperto una porta privata che fino a quel momento aveva tenuto ben chiusa sotto chiave.
«A proposito di Mattia Perin» aggiunse, schiarendosi la voce, «forse è il momento che io confessi una cosa al team.»
S.I.S.A. orientò verso di lui una piccola luce azzurra.
«Registrazione confessione attivata.»
«No, ecco, magari senza chiamarla confessione. Già mi sembra grave abbastanza.»
Sophie sorrise.
«Ti ascoltiamo, Giordano.»
Lo Gnomo Aureo prese fiato, come se dovesse dichiarare una verità destinata a modificare l’equilibrio politico del Rifugio.
«Nella mia cameretta, sotto le radici della Grande Quercia, ho due poster. Uno è di Franco Battiato. L’altro è di Mattia Perin.»
Nessuno parlò subito.
Giordano alzò una mano, prevenendo qualsiasi commento.
«Lo so, sembrano due idoli messi insieme da un temporale. Però per me hanno senso. Battiato mi ricorda che bisogna cercare una direzione più alta, anche quando il mondo ti tira verso il rumore. Perin invece… Perin è uno tosto. Uno che ha attraversato cadute, panchine, ritorni, attese, riconoscimenti cercati e riconoscimenti mancati, eppure non mi dà mai l’idea di uno che si sia consegnato alla superficie delle cose. Un giorno mi piacerebbe incontrarlo. Non per chiedergli un autografo, o almeno non solo» aggiunse, con un lampo di sincerità quasi comica. «Mi piacerebbe chiedergli come si resta interi quando il campo non ti dà sempre quello che pensavi di meritare.»
Sophie lo guardò con una dolcezza discreta.
«Allora forse quel poster non è lì per idolatria.»
«No» disse Giordano, più piano. «È lì per ricordarmi che anche chi sembra forte può avere dentro una parte da ascoltare. E che essere tosti non significa non sentire niente. Forse significa non scappare da quello che senti.»
Sophie annuì, senza aggiungere subito parole. C’era qualcosa di pulito in quella confessione, qualcosa che riportava il discorso al cuore del libro: le parti interiori non chiedono sempre di comandare, ma chiedono almeno di essere riconosciute. Una parte può nascere per difenderci, può accompagnarci per anni, può perfino aiutarci a diventare più forti; poi, se non la ascoltiamo davvero, rischia di trasformarsi in una voce rigida, in una guida stanca, in una guardia rimasta al suo posto anche quando la guerra è finita.
«Forse è questo che mi colpisce» dissi. «Romanazzi non ci invita a vergognarci delle nostre spinte, delle nostre paure o del bisogno di essere riconosciuti. Ci chiede qualcosa di più difficile: guardarli senza lasciarci governare da loro.»
Da lì, in modo naturale, la domanda si spostò: che cosa ci trattiene davvero? Romanazzi entra nel territorio dei bias cognitivi, degli autoinganni, delle convinzioni limitanti, del bias di conferma, della negatività, della procrastinazione, della sindrome dell’impostore, del Critico interiore e dell’eccesso opposto, l’overconfidence. La parte più efficace non è l’elenco dei meccanismi, per quanto utile, ma il modo in cui vengono collegati alla vita concreta: non sempre siamo trattenuti dalla realtà, spesso siamo trattenuti dalla storia che la nostra mente continua a raccontarci sulla realtà.
L’impossibile, nel libro, non viene liquidato con superficialità. Questo è importante. Romanazzi non dice che i limiti oggettivi non esistono. Racconta anzi di averne incontrati molti: essere donna in un mondo sportivo maschile, non laureata, madre, fuori dai percorsi più prevedibili. Ma insiste su un punto decisivo: il limite può esistere senza diventare la prima cosa che guardiamo. Se guardiamo solo il muro, smettiamo di cercare lo spazio. Se guardiamo lo spazio, il corpo e la mente cominciano a orientarsi verso la possibilità.
Sophie, che fino a quel momento aveva ascoltato con il mento appoggiato alla mano, sollevò lo sguardo.
«C’è un dettaglio che non vorrei lasciar passare troppo in fretta» disse. «Nicoletta Romanazzi è stata premiata come miglior mental coach ai Globe Soccer Awards. E non è un riconoscimento qualsiasi, soprattutto se pensiamo all’ambiente in cui è maturato: il calcio, un territorio ancora molto maschile, spesso abituato a misurare tutto con forza, risultato, gerarchia, resistenza. Entrare lì con competenza, metodo, ascolto e sensibilità non significa soltanto ottenere un premio. Significa dimostrare che una voce diversa può farsi spazio senza dover imitare il linguaggio dominante.»
Giordano annuì con aria molto seria, come se avesse appena ricevuto una convocazione ufficiale nello spogliatoio.
«Quindi anche quella è una bussola interiore?»
«Sì» rispose Sophie. «Perché restare fedeli al proprio modo di lavorare, in un ambiente che potrebbe spingerti a indurirti o a travestirti, è una forma concreta di orientamento. Non basta superare l’ostacolo. Bisogna attraversarlo senza diventare la copia di ciò che ci ha ostacolato.»
Poi abbassò appena la voce, con quella grazia ironica che usava quando voleva alleggerire un pensiero senza svuotarlo.
«Detto questo, se un giorno dovessimo incontrarla, io avrei una richiesta molto personale. Prima ancora di parlare di coaching, successo e parti interiori, vorrei chiederle se può spiegarmi finalmente la regola del fuorigioco. Con calma. Senza lavagna tattica troppo aggressiva. Perché ogni volta credo di averla capita, poi qualcuno alza il braccio, l’arbitro fischia, e io torno esattamente al punto di partenza.»
S.I.S.A. proiettò sopra il tavolo una linea luminosa che tagliò l’aria tra il libro e la bussola.
«Confermo. La regola del fuorigioco presenta un tasso di instabilità interpretativa superiore alla media dei concetti umani.»
Il Maestro Oda Tao chiuse gli occhi.
«Anche nel fuorigioco» disse, «l’uomo cerca una linea. Ma la linea, spesso, si muove con lui.»
Giordano mi guardò, finalmente rassicurato.
«Io comunque sto con Sophie. Annuisco sempre, ma non sono mai davvero sicuro.»
Ridemmo piano, senza rompere il clima del Rifugio, perché anche l’ironia, quando arriva nel punto giusto, non distrae: fa respirare il pensiero.
La sezione sulla procrastinazione mi sembrò particolarmente utile per il nostro tempo, perché smaschera una delle illusioni più rispettabili: aspettare di essere pronti. Prepararsi è necessario, certo, ma può diventare una forma raffinata di immobilità. Può succedere nella vita, nello sport, nel lavoro, e può succedere anche nella scrittura. Quante volte un progetto viene tenuto nel cassetto non perché sia immaturo, ma perché chi lo porta avanti ha paura di vederlo imperfetto nel mondo? Quante volte chiamiamo cura ciò che in realtà è rinvio?
In quel momento non potevo chiamarmi fuori. Perché anche Mentalità Amplificata conosce questa tensione: il desiderio di fare le cose bene, di rispettare gli autori, di non scendere nella superficialità, di non pubblicare solo per riempire spazi, e insieme il rischio di aspettare sempre una forma più alta, più compiuta, più sicura. Ma un progetto resta vivo solo se accetta di camminare, correggersi, esporsi, diventare principiante più volte.
Il Maestro Oda Tao prese la piccola bussola posata accanto al libro.
«Una freccia non impara il volo restando nella faretra.»
Giordano abbassò lo sguardo sul suo quaderno e se lo appuntò, forse per usarlo un giorno in modo improprio.
Il Critico interiore, nel libro, non è trattato come un nemico da uccidere, ma come una voce da ridimensionare. È una parte che vuole proteggerci dall’esclusione, dal rifiuto, dalla vergogna, ma spesso usa strumenti vecchi, feroci, inadatti alla persona adulta che siamo diventati. È il genitore severo che vive ancora dentro la stanza della nostra infanzia e continua a ripetere che non siamo pronti, non siamo abbastanza, non siamo degni, non dobbiamo sbagliare. Romanazzi invita a separarsene, a esternalizzarlo, a usare ironia, a regolarne il volume. Non a cancellarlo.
Questa è una delle parti più equilibrate del libro: non c’è crescita autentica se continuiamo a identificare ogni voce critica con la verità. Ma non c’è nemmeno crescita se facciamo finta che quella voce non esista.
Quando il discorso si avvicina alle Costellazioni Familiari e ai retaggi del sistema familiare, il libro entra in un territorio più delicato, e qui, da lettori di Mentalità Amplificata, dobbiamo mantenere lo sguardo attento. Alcune formulazioni appartengono a un ambito simbolico, esperienziale, sistemico, non sempre sovrapponibile a un piano scientifico verificabile. Non è necessario accettare ogni cornice teorica come certezza per cogliere però un punto umano potente: non ereditiamo soltanto cognomi, fotografie, case o ricette. A volte ereditiamo permessi negati, paure, fedeltà invisibili, frasi mai discusse, ruoli respirati per anni senza sapere di averli assorbiti.
E questa intuizione è preziosa.
Ci sono persone che non riescono a concedersi successo perché nella loro storia familiare l’esposizione era pericolosa. Altre che non riescono a guadagnare perché il denaro è stato associato a colpa, sospetto o tradimento. Altre ancora che non riescono a scegliere la propria strada perché, da qualche parte, hanno imparato che amare significa obbedire. Anche quando non condividiamo tutto il quadro teorico, il libro ci invita a guardare le radici delle nostre resistenze, e questo è un gesto serio.
Sophie si voltò verso di me.
«Qui bisogna essere precisi, quando scriveremo» disse. «Non dobbiamo trasformare il simbolo in prova, ma nemmeno buttare via il simbolo solo perché non è un dato clinico.»
«Concordo» rispose S.I.S.A. «La suggestione può essere utile se dichiarata come tale. Diventa pericolosa quando pretende lo statuto di dimostrazione.»
«Quindi possiamo tenerla?» chiese Giordano.
«Possiamo ascoltarla» dissi. «Che è diverso dall’inginocchiarci davanti.»
A quel punto il libro cambia passo e domanda: se non funziona, perché non cambi? Qui Romanazzi colpisce un altro mito molto resistente: l’idea che per iniziare serva la motivazione giusta, una spinta interiore spontanea, un entusiasmo pieno e costante. Invece no. Anche chi ama il proprio lavoro fa fatica. Anche chi ha trovato la propria strada vorrebbe dormire, riposare, rimandare, scegliere il divano invece della borsa dell’allenamento. La motivazione non è sempre il motore iniziale. A volte arriva dopo l’azione, quando il primo movimento comincia a generare energia.
La resistenza, in questo senso, non è sempre segno che la strada è sbagliata. A volte è soltanto l’omeostasi che difende il conosciuto. Il nostro sistema tende al risparmio, al già noto, al meno dispendioso. Cambiare costa. E bisogna smettere di interpretare ogni fatica come un messaggio di rinuncia.
«La vecchia abitudine» disse S.I.S.A., «possiede un vantaggio competitivo: è già installata.»
«E quella nuova?» chiese Giordano.
«Richiede aggiornamento manuale.»
«Che significa?»
«Che devi alzarti anche quando non ne hai voglia.»
Giordano sospirò con una gravità sproporzionata alla sua statura.
Romanazzi insiste molto sulla disciplina, ma non la confonde con la rigidità. La disciplina è scelta ripetuta, non punizione. È la capacità di tornare ogni giorno verso la direzione scelta, sapendo che ci saranno fatica, noia, frustrazione, momenti di scarsa brillantezza. Ma, e questo è decisivo, la disciplina deve restare in equilibrio con il corpo, il riposo, le relazioni, la vita reale. Se diventa gabbia, se diventa ossessione, se diventa un’altra forma di sottomissione, allora non serve più la bussola: abbiamo solo cambiato padrone.
La parte sui piccoli passi è forse una delle più applicabili. Il cambiamento enorme spaventa il sistema, il cambiamento minimo lo attraversa quasi senza farsi notare. Una routine di cinque minuti, un gesto piccolo, una pagina letta, dieci minuti recuperati, una spesa eliminata, una competenza coltivata poco alla volta. L’immagine del tiro con l’arco è efficace: uno spostamento minimo all’inizio modifica tutta la traiettoria.
Mi venne spontaneo pensare che anche Mentalità Amplificata è nata così, non come cattedrale già costruita, ma come spostamento progressivo della freccia. Un articolo, poi un altro. Un libro incontrato, poi un film, poi un podcast, poi una voce nuova nel team, poi la necessità di dare forma a una filosofia che all’inizio era forse più intuita che dichiarata. Il rischio, quando si guarda il cammino fatto, è dimenticare che ogni cosa grande, se è autentica, ha avuto un giorno in cui è stata piccola e fragile.
La seconda parte del capitolo affronta le conseguenze dell’azione: quando inizi a muoverti e qualcosa funziona, gli altri reagiscono. Alcuni ammirano, altri giudicano, altri attaccano, altri proiettano. Romanazzi torna sul Critico interiore e sul Giudice, due facce della stessa medaglia: il Critico guarda dentro e ci fa sentire inadeguati; il Giudice guarda fuori e denigra gli altri per proteggerci dal dolore del confronto. È una lettura utile dell’invidia e delle reazioni aggressive, soprattutto nel mondo dei social.
Il concetto dei ganci è molto visivo: quando qualcuno ci attacca, lancia un gancio. Sta a noi decidere se farci agganciare o fare un passo indietro. Non abbiamo potere sulle reazioni degli altri, ma abbiamo responsabilità su quanto potere concediamo loro sul nostro centro.
S.I.S.A. sollevò un ologramma simile a una rete.
«Un giudizio esterno non ha accesso al tuo sistema finché non gli concedi le credenziali.»
«E come gliele concediamo?» chiese Sophie, anche se conosceva già la risposta.
«Identificandoci con esso. Ruminando. Rispondendo per ferita. Misurando il nostro valore sulla reazione altrui.»
«Quindi il gancio non basta» disse Giordano.
«No» risposi. «Serve anche la nostra mano che lo afferra.»
Più avanti, la domanda diventa ancora più sottile: dove sei adesso? Dopo aver parlato degli attacchi e delle reazioni negative, Romanazzi affronta una minaccia più seducente: le reazioni positive. Il canto delle sirene. Gli inviti. I like. I complimenti. Le interviste. Le possibilità. Le richieste. Tutto ciò che appare come conferma, ma può diventare deviazione.
Questa, per Mentalità Amplificata, è forse la parte più necessaria del libro.
Perché la critica fa male, certo, ma almeno si presenta come ostacolo. Il consenso invece entra sorridendo. Ti dice che sei bravo, che piaci, che devi continuare, che devi fare di più, che devi accettare, rispondere, mostrarti, replicare, mantenere il picco. Ed è lì che la bussola può iniziare a confondersi. Non pubblichi più perché hai qualcosa da dire, ma perché devi alimentare il segnale. Non scegli più un libro perché ti chiama, ma perché potrebbe funzionare. Non scrivi più per restituire un incontro, ma per mantenere l’attenzione.
«Quando l’algoritmo diventa la bussola» disse S.I.S.A., «l’identità diventa un contenuto ottimizzato.»
La frase cadde sul tavolo come una diagnosi.
Non era una condanna dei social, né dei numeri, né della visibilità. Sarebbe ingenuo. I numeri servono, i dati aiutano, i social possono ampliare la risonanza di un lavoro serio. Il problema nasce quando diventano misura del valore. Romanazzi racconta bene il meccanismo della dopamina, la gratificazione dei cuoricini, il circuito della ricompensa, la tolleranza, il bisogno di replicare il piacere iniziale. Il consenso può essere utile quando ci segnala che un messaggio è arrivato; diventa pericoloso quando decide quale messaggio dovrà nascere.
Sophie prese la tazza di tè e la avvicinò al naso, come per verificarne ancora il calore.
«Il corpo non distingue tra sovraccarico imposto e sovraccarico scelto con entusiasmo» disse. «Se il carico supera la capacità di recupero, il sistema cede.»
Il tema del radicamento porta allora il libro verso una delle sue immagini migliori: Ulisse che si lega all’albero maestro per non seguire le sirene. Non bisogna fingere di non sentirle. Bisogna sapere a cosa restare legati quando cantano. Valori, relazioni autentiche, identità, corpo, tempo reale, persone care, ciò che nutre e non soltanto ciò che espone. Per noi, nel progetto, l’albero maestro è fatto di poche cose non negoziabili: indipendenza, lentezza, rispetto delle opere, rifiuto della recensione promozionale vuota, cura della parola, fedeltà ai Sei Sentieri, capacità di dire no a ciò che aumenta la visibilità ma impoverisce il senso.
«Allora anche il Rifugio ha un albero maestro?» chiese Giordano.
Oda Tao guardò le travi sopra di noi.
«Ogni luogo che non vuole essere portato via dal vento deve sapere a cosa è legato.»
La testimonianza di Marco Riccioni, rugbista, pilone della nazionale italiana,aggiunge un elemento importante: non bisogna pretendere di arrivare “neutri” davanti alle prove. L’aspettativa di controllo totale è già una trappola. L’emozione non va cancellata, va inclusa. Quel “grazie per essere arrivata, questa cosa la facciamo insieme” è una delle frasi più umane del libro, perché smette di trattare l’emozione come un disturbo e la riconosce come compagna di viaggio. Non tutto ciò che ci agita va eliminato; a volte va ascoltato e portato con noi.
Quando il discorso arriva alla trappola del successo, raggiunge idealmente la vetta e scopre che la vetta non basta.
La testimonianza di Alice Bellandi, judoka, campionessa olimpica a Parigi 2024 e campionessa del mondo 2023, è uno dei passaggi più intensi del libro, perché porta il lettore in una zona raramente raccontata quando si parla di vittoria: non il momento luminoso del traguardo, ma ciò che può accadere dopo, quando il mondo immagina pienezza e dentro, invece, si apre una domanda nuova. Non serve aggiungere molto di più. È una di quelle pagine che vanno incontrate direttamente.
Giordano si fece serio.
«Ma se vinci tutto e poi senti il vuoto, allora che cosa hai vinto?»
Nessuno rispose subito.
Poi Sophie disse piano: «Forse hai vinto una gara. Non ancora la pace.»
Quella frase restò nel Rifugio più a lungo del previsto.
Romanazzi usa quella testimonianza per mostrare che il successo non conclude il lavoro interiore. Anzi, può renderlo urgente. Quando per anni si orienta tutto verso una meta, il dopo può aprire un silenzio inatteso, difficile da nominare, soprattutto se intorno tutti si aspettano soltanto gratitudine, entusiasmo e pienezza. È qui che il libro diventa più maturo: non promette che la vittoria guarisca, ma lascia intuire che a volte la vittoria rende finalmente visibile ciò che chiede ancora ascolto.
La vetta non risponde alla domanda su chi sei. Al massimo la rende impossibile da evitare.
Il libro porta poi altri esempi, alcuni legati a successi improvvisi e destabilizzanti, altri a scelte più lucide e controcorrente, dove la fedeltà ai propri tempi diventa più importante dell’occasione apparentemente imperdibile. Sono passaggi preziosi perché mostrano che il distacco non significa rifiutare il successo, ma attraversarlo senza consegnargli la propria identità. Non ogni treno importante porta nella nostra direzione. Alcuni treni sono prestigiosi, rari, luminosi, ma salgono su binari che non rispettano il momento in cui siamo.
E poi c’è il richiamo a Simone Biles (ginnasta statunitense, due volte campionessa olimpica all-around, l’unica ad aver conquistato il titolo in due Olimpiadi non consecutive), a quel momento in cui il fermarsi diventa più difficile del continuare, perché tutto intorno pretende resistenza, prestazione, conferma. Romanazzi legge quel gesto per ciò che è: non resa, ma ascolto. Non fuga, ma protezione. Fermarsi, a volte, richiede più coraggio che resistere. Soprattutto quando tutti confondono la resistenza con il valore.
«Il corpo non interrompe sempre il successo per distruggerlo» disse Sophie. «A volte lo interrompe per impedirgli di divorarti.»
S.I.S.A. confermò con un tono quasi più basso del solito.
«Il sistema umano possiede una soglia. Ignorarla non aumenta la performance. Aumenta il costo della riparazione.»
La parte finale del percorso parla di flessibilità, delega, controllo, tentate soluzioni disfunzionali. Quando un progetto cresce, non può continuare a essere gestito esattamente come all’inizio. Ciò che funzionava in una fase può diventare ostacolo nella fase successiva. Delegare tutto significa perdere contatto con la propria creatura; controllare tutto significa esaurirsi. Cambiare troppo significa snaturarsi; non cambiare mai significa irrigidirsi. È un equilibrio difficile, ma necessario.
Anche qui il libro ci parla direttamente. Mentalità Amplificata, crescendo, non potrà limitarsi a ripetere ciò che funzionava quando era solo un’intuizione. Dovrà strutturarsi senza diventare fredda, crescere senza farsi divorare, accogliere nuove voci senza perdere la propria, migliorare la qualità tecnica senza lasciare che la tecnica prenda il posto dell’anima. Un progetto, quando cresce, non chiede soltanto più impegno. Chiede una forma nuova. E se continui a trattarlo come quando era piccolo, rischi di soffocarlo proprio mentre pensi di proteggerlo.
Nella chiusura, con Un orizzonte più vasto, tutto viene portato verso la restituzione. Dopo aver costruito la bussola, dopo aver riconosciuto il rischio del successo, dopo aver attraversato il vuoto della vetta, Romanazzi dice che la realizzazione personale non dovrebbe restare chiusa in chi l’ha raggiunta. Il successo autentico, se è sano, diventa risonanza. Diventa possibilità di restituire, incoraggiare, diffondere fiducia, generare armonia intorno a sé. Non come gesto di superiorità, ma come naturale conseguenza di un lavoro interiore che non trattiene tutto per sé.
L’immagine della campana tibetana è bella proprio per questo. Una campana non trattiene il suono. Vibra, e la vibrazione raggiunge ciò che le sta intorno. Così dovrebbe essere una realizzazione sana: non accumulo di riconoscimenti, ma risonanza. Non “guardate dove sono arrivato”, ma “forse esiste una strada anche per voi”.
Sul tavolo del Rifugio, accanto al libro, avevo posato davvero una piccola campana. Non ricordavo nemmeno da dove fosse arrivata. Forse l’aveva portata Il Maestro Oda Tao, forse Sophie, forse Giordano l’aveva trovata in una delle sue esplorazioni improbabili tra gli scaffali.
La sfiorai appena.
Il suono si aprì nella stanza, sottile, lungo, più resistente del gesto che lo aveva prodotto.
Prince alzò la testa, poi la riabbassò. Sophie chiuse gli occhi. Giordano smise di muovere la penna. S.I.S.A. rimase in silenzio abbastanza a lungo da farci pensare che stesse elaborando qualcosa che non poteva ridurre a un dato.
«Risonanza rilevata» disse infine. «Non completamente misurabile.»
«E quindi?» chiese Giordano.
«E quindi interessante.»
Sorrisi.
Era forse questa la conclusione più onesta dell’incontro. La tua bussola sei tu non è un libro perfetto, e non pretende di esserlo. In alcuni passaggi entra in territori che richiedono al lettore uno sguardo critico, soprattutto quando si avvicina a prospettive sistemiche o simboliche che non vanno confuse con dimostrazioni scientifiche. Ma è un libro importante perché non cade nella trappola più facile: parlare del successo come se fosse una cima luminosa, pulita, definitiva. Romanazzi racconta invece il successo come una forza ambivalente, capace di aprire possibilità ma anche di consumare, di dare voce ma anche di snaturare, di portare lontano ma anche di farci perdere il contatto con il corpo, con le relazioni, con l’identità più profonda.
È un libro che chiede al lettore di smettere di cercare fuori una conferma stabile di sé, perché fuori tutto cambia: gli applausi, i numeri, le aspettative, le mode, gli sguardi, le occasioni, perfino i traguardi. La bussola, se vuole essere davvero tale, deve restare dentro, ma non come slogan intimista. Deve diventare lavoro quotidiano: ascolto, disciplina, riposo, coraggio, scelta, no, piccoli passi, flessibilità, responsabilità, restituzione.
Guardai ancora una volta la copertina. La bussola non mi sembrava più un invito a trovare una destinazione. Sembrava piuttosto un promemoria: non perdere il centro mentre ti muovi.
E forse questo è il punto che porteremo con noi da questo incontro.
Il successo non basta se ti separa da te stesso. La vetta non basta se, una volta arrivato, non sai più respirare. Il riconoscimento non basta se ti costringe a diventare un personaggio. La disciplina non basta se diventa prigione. La crescita non basta se non diventa anche restituzione.
Il Maestro Oda Tao si avvicinò alla campana e la osservò senza toccarla.
«Non cercare di essere il suono più forte» disse. «Diventa il suono che aiuta gli altri a ricordare la propria voce.»
Poi fece un piccolo inchino verso il libro, verso di noi, forse verso qualcosa che nessuno poteva vedere davvero.
«La mia spada riposa. Il cielo ha parlato.»
Prince, dal suo posto caldo vicino al camino, chiuse gli occhi.
E nel Rifugio di Aetheria, per qualche istante, nessuno sentì il bisogno di aggiungere altro.
Con stima e gratitudine
Cima Bue
Scheda editoriale
Titolo: La tua bussola sei tu – Autrice: Nicoletta Romanazzi – Editore: Longanesi – Anno di pubblicazione:2026 – Genere: crescita personale, coaching, consapevolezza, successo autentico – Temi principali: successo, identità, corpo, aspettative, consenso, radicamento, disciplina, ascolto di sé, restituzione – Destinatari: lettori interessati alla crescita personale, atleti, allenatori, coach, educatori, professionisti e persone che desiderano interrogarsi sul rapporto tra successo, identità e benessere – Lingua: Italiano
Nota sull’autrice
Nicoletta Romanazzi è una mental coach specializzata in sport coaching e top performance. Da oltre vent’anni si occupa di formazione come mental coach in tutta Italia, lavorando soprattutto con atleti, top performer, imprenditori e professionisti. Nel 2023 ha fondato la Top Performance Coaching Academy, una scuola nata per formare nuove figure nel campo del coaching orientato alla prestazione e allo sviluppo del potenziale umano. La sua ricerca professionale è alimentata da curiosità, studio continuo e attenzione alla persona che ha davanti: per questo ha approfondito negli anni metodologie diverse, tra cui il respiro, la programmazione neurolinguistica, lo S.F.E.R.A. coaching, il coaching strategico, l’ipnosi ericksoniana e il Voice Dialogue, o dialogo dei sé. Nel 2025 ha ricevuto il Globe Soccer Awards come miglior mental coach. Per Longanesi ha pubblicato Entra in gioco con la testa nel 2022, La sfida delle emozioni nel 2023 e La tua bussola sei tu.
Prima di incontrare La tua bussola sei tu: 8 domande sul libro di Nicoletta Romanazzi
Di cosa parla La tua bussola sei tu?
Il libro parla del successo autentico, non come semplice risultato esterno, ma come realizzazione personale capace di rispettare identità, corpo, valori, emozioni e relazioni. Nicoletta Romanazzi accompagna il lettore in un percorso di consapevolezza per distinguere ciò che desidera davvero dalle aspettative del mondo.
È un libro solo per sportivi?
No. Anche se molti esempi arrivano dallo sport e dal lavoro con atleti di alto livello, il libro si rivolge a chiunque voglia interrogarsi sulla propria direzione, sui propri obiettivi e sul modo in cui vive il successo, il consenso, la fatica, la paura e il bisogno di riconoscimento.
Qual è il tema centrale del libro?
Il tema centrale è la fedeltà a se stessi. Romanazzi mostra che il successo può diventare una trappola quando viene cercato per compiacere gli altri, per colmare ferite interiori o per dipendere dal riconoscimento esterno. La bussola autentica nasce dall’ascolto di sé.
Che rapporto c’è con Entra in gioco con la testa?
Entra in gioco con la testa lavorava soprattutto sulla preparazione mentale, sulla gestione delle emozioni e sulla performance. La tua bussola sei tu compie un passo ulteriore: non chiede solo come raggiungere un obiettivo, ma se quell’obiettivo è davvero coerente con chi siamo e con la vita che desideriamo costruire.
Perché il corpo ha un ruolo così importante nel libro?
Perché il corpo viene presentato come un messaggero della verità interiore. Quando la mente razionalizza troppo, quando le aspettative prendono il sopravvento e quando il successo diventa sovraccarico, il corpo può inviare segnali sempre più forti, fino a costringerci a fermarci.
Il libro è pratico o riflessivo?
È entrambe le cose. Alterna esperienze personali, testimonianze di atleti, riflessioni sul successo e strumenti pratici come esercizi di scrittura, visualizzazioni, domande guidate e attività di consapevolezza. Non è solo un libro da leggere, ma un percorso da attraversare.
Quale aspetto colpisce di più del libro?
Colpisce soprattutto l’idea che il successo non coincida automaticamente con la pace interiore. Il libro mostra come anche dopo un grande traguardo possano emergere domande profonde, e invita a non confondere la vetta raggiunta con la piena realizzazione personale.
Perché incontrare questo libro su Mentalità Amplificata?
Perché La tua bussola sei tu dialoga con molti temi centrali del nostro progetto: corpo e mente, disciplina, radicamento, respiro, successo autentico, ascolto interiore, responsabilità, restituzione. È un libro che non invita a correre più forte, ma a chiedersi se la direzione che stiamo seguendo è davvero nostra.
Nota di trasparenza
Questo incontro nasce dalla lettura di una copia stampa di La tua bussola sei tu di Nicoletta Romanazzi, ricevuta direttamente dall’autrice. Non si tratta di una collaborazione commerciale: non è previsto alcun compenso, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto a revisione preventiva da parte dell’autrice o della casa editrice. Le riflessioni presenti in questo testo sono libere, indipendenti e fedeli all’esperienza di lettura e al confronto interno al team di Mentalità Amplificata. Il libro è disponibile in libreria e nei principali store online. Se desideri sostenere il lavoro dell’autrice e contribuire a mantenere vivo questo spazio indipendente, puoi utilizzare il link affiliato Amazon presente in questa pagina: per te il prezzo non cambia, mentre una piccola percentuale ci aiuta a continuare questo lavoro di lettura, studio e condivisione.
Se sceglierai di portare con te questo libro, fallo senza fretta, senza cercare subito la frase da sottolineare o l’esercizio da applicare come una formula. La tua bussola sei tu non è un testo da consumare per sentirsi motivati un pomeriggio e tornare identici il giorno dopo. È un libro che lavora meglio quando viene lasciato sedimentare, quando alcune domande restano aperte, quando il lettore accetta di chiedersi non solo che cosa vuole raggiungere, ma quale parte di sé sta guidando quella rincorsa. Leggilo soprattutto se senti che il successo, la visibilità, il riconoscimento o anche solo il desiderio di essere approvato dagli altri stanno prendendo troppo spazio nella tua vita. Lascia che il libro ti costringa a distinguere tra una vetta che tutti applaudono e una strada che ti appartiene davvero. Perché una bussola, da sola, non cammina al posto tuo; ma può ricordarti, nei momenti in cui il mondo fa rumore, dove tornare a guardare.
Se questo incontro ti è stato utile, se ti ha accompagnato a entrare nel libro con uno sguardo più consapevole e meno superficiale, e se desideri contribuire a mantenere vivo questo spazio indipendente di lettura, confronto e ricerca, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo, nessuna aspettativa: solo un gesto libero, e un modo semplice per dire continua a leggere così.
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