Detto tra noi

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Detto tra noi di Alessandro Del Piero – Mondadori

Quando finisce una partita in palestra, mi capita di capire qualcosa dei ragazzi proprio mentre raccolgono i palloni, si tolgono le casacche e discutono sull’ultima azione, con quella precisione un po’ interessata per cui ciascuno ricorda benissimo il fallo subito e molto meno quello commesso. Qualcuno continua a cercarmi per spiegare perché abbiamo perso, qualcun altro ha già ricominciato a tirare, approfittando del fatto che sto guardando altrove, e c’è chi aspetta vicino alla porta, pronto a uscire da un’ora che per gli altri è volata.

Da insegnante vorrei avere un’attenzione sufficiente per tutti, ma certe mattine il rumore mi porta a occuparmi soprattutto di chi si fa sentire, così quello che raccoglie l’ultimo pallone finisce per sembrarmi semplicemente un ragazzo che sta mettendo in ordine. Poi ripenso alla lezione, magari parecchio dopo, e mi domando se l’abbia fatto volentieri, se aspettasse qualcuno, se durante il gioco gli sia arrivato almeno un passaggio.

Con questi pensieri riprendo Detto tra noi, il libro in cui Alessandro Del Piero risponde alle domande dei suoi tifosi. Mi interessa ascoltare come racconta gli anni vissuti dentro una squadra, ma conosco la mia tentazione di cercare subito qualcosa da riportare in palestra, una conferma, un esempio da spendere alla prima occasione, e stavolta vorrei concedergli un po’ di tempo prima di trasformare il calciatore in un argomento della mia prossima lezione.

Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata


Aetheria, il mondo simbolico di Mentalità Amplificata

Nella Biblioteca delle Radici Luminose trovo Prince, il gatto grigio, sulla poltrona dove avevo intenzione di sedermi, disteso di traverso, con una zampa che sporge dal bordo. Gli appoggio due dita sulla testa, lui le annusa senza particolare entusiasmo e torna a chiudere gli occhi, lasciandomi il compito di trovare un’altra sistemazione.

Avvicino una sedia al tavolo e poso il libro, ancora con il segnalibro nelle prime pagine. Da lì arriva il rumore di uno stadio, quello del saluto alla Juventus, quando una festa attesa per tutta la stagione diventa anche il momento in cui bisogna separarsi. Del Piero prova a raccontarlo, riconosce la difficoltà di ricomporre quello che ha provato, e io mi accorgo di leggere più lentamente, perché conosco quella distanza fra sapere che una cosa finirà e trovarsi davvero nell’ultimo giorno.

Mi colpisce che il libro cominci proprio da una giornata tanto difficile da tenere insieme, con la felicità per ciò che si è conquistato e il dispiacere di doversene andare, senza che un sentimento riesca a sistemare l’altro. Mentre leggo penso a quanta fretta abbiamo, a volte, di chiedere alle persone di essere contente per qualcosa, come se una ragione per gioire dovesse bastare a cancellare tutto il resto.

Le domande successive mi portano altrove, seguono la curiosità di chi ricorda una partita, vuole sapere di un compagno, torna su una scelta che non ha mai compreso fino in fondo. Questa forma mi piace, ha gli spostamenti di una conversazione fra persone che condividono molti ricordi, anche se li hanno vissuti da posizioni diversissime, uno in campo e gli altri davanti a un televisore, in tribuna, accanto a qualcuno con cui forse hanno smesso di vedere le partite da tempo.

Io stesso, fra una risposta e l’altra, devo rinunciare al mio proposito di procedere con ordine, perché basta un nome a farmi tornare indietro, mentre una domanda apparentemente secondaria mi trattiene più di quella sul gol che conoscono tutti.

Sorrido quando Del Piero parla di quanto gli pesi perdere, persino a carte, perché dentro quelle ammissioni ritrovo un tratto che la compostezza della sua immagine pubblica potrebbe far dimenticare. Ha voglia di vincere, tiene ai propri risultati, sa quanto valgono, e non sente il bisogno di fingere indifferenza per apparire migliore.

In palestra riconosco subito quella voglia, a volte mi diverte, altre mi esaspera, soprattutto quando devo impiegare dieci minuti a dirimere una discussione su un punto. Leggendo, però, mi viene da chiedermi quante volte io pretenda dai ragazzi una serenità nella sconfitta che gli adulti, pur sapendo usare parole più educate, non possiedono affatto. Posso chiedere loro di rispettare un avversario, di non umiliare un compagno, di accettare una decisione, ma il dispiacere di perdere devo lasciarglielo, e magari trovare il modo di starci accanto senza liquidarlo con una frase.



Prince scende dalla poltrona proprio quando ho ormai trovato una posizione comoda sulla sedia, si ferma vicino alla mia scarpa e mi preme la testa contro la caviglia. Mi chino ad accarezzarlo, lui rimane il tempo necessario a farmi credere che resterà, poi passa sotto il tavolo.

Torno alle pagine dedicate alla formazione, ai primi allenatori, alla famiglia, e incontro una preoccupazione che sento molto vicina, quella di conservare ai bambini il piacere del gioco, senza costringerli troppo presto dentro le aspettative dei grandi. Mi arriva da un uomo che ha fatto della preparazione e dell’ambizione il proprio mestiere, e forse per questo mi trattiene più a lungo.

Penso alle consegne che preparo, alle correzioni, a quanto sia facile riempire un’ora di cose utili fino a lasciare pochissimo spazio alla ragione per cui un bambino, appena vede un pallone, gli corre dietro. Mi conosco, so quanto mi piaccia una lezione che funziona, ma so anche che il mio desiderio di farla funzionare può diventare ingombrante.

Fra i ricordi familiari c’è poi una domanda del padre, quel «Come stai?» che conserva il proprio posto anche davanti a un successo sportivo. Mi fermo lì, perché nel rapporto con i ragazzi mi capita spesso di chiedere come sia andata, e molto meno come stiano, quasi che il risultato contenga già la risposta.

Il libro prosegue, io tengo un dito fra le pagine e lascio che quella differenza mi accompagni.

Quando arrivo alla scelta di restare alla Juventus durante la discesa in Serie B, ritrovo il passaggio che mi aveva attirato fin dall’inizio, ma ora lo leggo con più attenzione alle parole di Del Piero. Nel suo racconto quella decisione appartiene al legame con la squadra e con i tifosi, a qualcosa che desiderava fare, nel quale si riconosceva, e mi sembra importante rispettare questa ragione senza rivestirla di un sacrificio che lui stesso non rivendica.

La fatica sarebbe arrivata sul campo, negli allenamenti, contro avversari che avevano tutte le intenzioni di rendere difficile la risalita, e lì l’appartenenza avrebbe dovuto trovare gambe, fiato e pazienza. È un aspetto che mi interessa, perché pronunciare una scelta occupa un momento, mentre darle seguito prende le giornate, comprese quelle in cui si è stanchi o si gioca male.

Eppure, continuando a leggere, mi accorgo che fermarmi al valore del restare mi farebbe perdere un’altra parte della storia, quella in cui Del Piero parte, cambia paese, entra in uno spogliatoio dove gli altri hanno già rapporti e abitudini, prova a costruire una vita che non conosce ancora.

Mi soffermo sul modo in cui racconta il proprio ingresso nella squadra australiana, sulla cautela con cui cerca il suo posto, pur avendo alle spalle una carriera che tutti conoscono. Per chi è abituato a essere ascoltato dev’essere facile arrivare con le spiegazioni già pronte, e mi piace trovare, nelle sue risposte, l’attenzione a chi era lì prima di lui.

Abbasso gli occhi sul mio quaderno, dove avevo scritto la parola leadership, e per un momento mi sembra troppo grande rispetto alle cose che vorrei annotare. Avrei bisogno di spazio per il disappunto di una panchina, per una conversazione con un compagno, per il lavoro necessario a rendersi utile quando avresti voluto fare altro, tutte situazioni nelle quali il carattere non si lascia riassumere così facilmente.

C’è anche qualcosa che riguarda me, nel modo in cui sto leggendo, perché ero entrato nella Biblioteca abbastanza sicuro di ciò che avrei trovato e adesso il libro mi sta portando fuori dalla mia domanda iniziale. La storia di un campione offre una quantità di esempi, certo, ma se li raccolgo troppo in fretta rischio di perdere proprio l’uomo che li racconta, con la sua fierezza, l’ironia, le preferenze, le cose che rifarebbe e quelle che avrebbe voluto godersi di più.

Questa conversazione conserva il punto di vista di Del Piero, il suo modo di guardare gli anni trascorsi, e io posso avvicinarmi, riconoscermi in una risposta, rimanere più distante da un’altra. Mi piace leggerla così, senza chiedergli di diventare la persona che mi serve per sostenere ogni mio pensiero sullo sport.

Verso la fine torno con la memoria alle pagine sulla maglia numero dieci, al desiderio che altri possano continuare a indossarla e a immaginarsi un futuro dentro quel numero. Da insegnante mi viene naturale trattenermi su questo, sul piacere e sulla difficoltà di vedere qualcun altro occupare uno spazio al quale abbiamo dato molto, trovandoci però gesti suoi, magari diversi da quelli che avremmo scelto noi.

La luce sul tavolo si è spostata, Prince dorme vicino alla mia sedia e, prima di alzarmi, devo cercare con il piede uno spazio che non gli disturbi il sonno. Chiudo Detto tra noi e rimango ancora un momento seduto, pensando a quante volte, durante la lettura, mi sia venuto in mente qualcosa da dire ai ragazzi, mentre adesso mi torna in mente una domanda da fare.

Ripenso a quello vicino alla porta, alla fine della lezione, mentre io ascoltavo le proteste sull’ultima azione. Mi ero accorto che era lì, ma avevo continuato a occuparmi della partita, dando per scontato che non avesse niente da raccontarmi, soltanto perché non cercava di attirare la mia attenzione.

Non so come abbia vissuto quell’ora, ed è questo che mi dispiace, averla trascorsa con lui senza essermelo chiesto. Prima di preparargli un discorso sul valore della squadra, vorrei sapere se, in mezzo ai compagni, si è sentito parte del gioco.

Metto il libro nella borsa, accanto al quaderno delle lezioni. Quando lo rivedrò, proverò a chiederglielo, trovando un momento in cui possa rispondermi senza tutta la classe intorno e senza che io abbia già una mano sul fischietto, pronto a ricominciare.

Con stima e gratitudine


Oltre il racconto

Approfondimenti, informazioni editoriali e indicazioni per proseguire l’Incontro

La collocazione nell’universo di Mentalità Amplificata

Il Sentiero di Detto tra noi

Emblema generale dei Sei Sentieri di Mentalità Amplificata

Detto tra noi percorre il Sentiero delle Virtù Guidanti, attraverso le scelte e i rapporti raccontati da Alessandro Del Piero, e incontra gli Orizzonti Educativi quando la lettura riporta Cima Bue ai ragazzi, al piacere di giocare e al modo in cui ciascuno trova posto nella squadra.

  1. Alimentazione
    Consapevole
  2. Abitudini
    Rigenerative
  3. Respiro
    Vitale
  4. Virtù
    Guidanti
  5. Corpo in
    Armonia
  6. Orizzonti
    Educativi

Sentiero principale: Virtù Guidanti.
Risonanza: Orizzonti Educativi.

Tra i Sei Sentieri di Mentalità Amplificata, Detto tra noi trova la sua collocazione principale nelle Virtù Guidanti. Nelle risposte ai tifosi, Alessandro Del Piero racconta quanto contino i legami nelle sue scelte, insieme all’ambizione, alla fatica di accettare una panchina e alla responsabilità verso i compagni. Cima Bue si sofferma su questi passaggi, riconoscendo il lavoro che richiede ogni giorno l’essere parte di una squadra, soprattutto quando il proprio desiderio e le esigenze del gruppo non coincidono. Anche la fedeltà acquista più sfumature, nel percorso di un uomo che ha scelto di restare e ha poi saputo affrontare una vita diversa, portando con sé ciò a cui era legato.

La risonanza con gli Orizzonti Educativi nasce dalle pagine dedicate alla crescita, alla famiglia e al piacere di giocare, che riportano Cima Bue al proprio lavoro in palestra. Leggendo, si interroga sulle aspettative degli adulti, sul tempo lasciato ai ragazzi per imparare e sull’attenzione riservata a chi si fa sentire meno. Il ricordo di un alunno rimasto vicino alla porta gli suggerisce da dove cominciare, trovando un momento per chiedergli come abbia vissuto la lezione e ascoltarlo, prima di preparare un altro discorso sul valore della squadra.


Il libro in sintesi

Scheda editoriale

Detto tra noi

Titolo
Detto tra noi
Autore
Alessandro Del Piero
Editore
Mondadori
Collana
Vivavoce
Prima pubblicazione
28 novembre 2017
Pagine
149, con 8 carte di tavole illustrate
Formato cartaceo
Edizione rilegata illustrata, altezza 23 cm
ISBN cartaceo
978-88-04-67961-5
Formato digitale
EPUB 2, testo adattabile
ISBN ebook
978-88-520-8423-2
Genere
Autobiografia sportiva in forma di dialogo con i tifosi
Struttura
Domande dei tifosi e risposte dell’autore, organizzate in dieci capitoli tematici
Temi principali
Calcio, Juventus, Nazionale italiana, rapporto con i tifosi, appartenenza, responsabilità, vittorie e sconfitte, famiglia, formazione, esperienze all’estero, cambiamento e futuro
Lingua
Italiano

La persona dietro le pagine

Nota sull’autore

Alessandro Del Piero

Ex calciatore, campione del mondo, autore e membro della Laureus World Sports Academy

Alessandro Del Piero è nato a Conegliano il 9 novembre 1974 ed è cresciuto a Saccon, frazione di San Vendemiano, in provincia di Treviso. È lì che ha cominciato a giocare, prima di entrare nel settore giovanile del Padova e di esordire tra i professionisti in Serie B. Nel 1993 Giampiero Boniperti lo portò alla Juventus: aveva diciotto anni e davanti a sé una storia che sarebbe durata diciannove stagioni.

Con la maglia bianconera ha disputato 705 partite e segnato 290 reti, primati assoluti nella storia del club, trascorrendo undici stagioni da capitano. Ha vinto, tra gli altri trofei, la Champions League del 1996, la Supercoppa UEFA e la Coppa Intercontinentale, decisa da un suo gol contro il River Plate. La traiettoria dei suoi tiri dalla sinistra dell’area divenne così riconoscibile da entrare nel linguaggio del calcio come il gol “alla Del Piero”, mentre Gianni Agnelli lo chiamò “Pinturicchio” per la qualità e l’eleganza del suo gioco.

La sua storia con la Juventus comprende anche il campionato di Serie B 2006-2007, affrontato da capitano dopo la vittoria del Mondiale. Nella scelta di restare Del Piero non ha mai raccontato un sacrificio da esibire, ma la conseguenza naturale di un legame, sostenuta poi dal lavoro necessario per riportare la squadra in Serie A. È un passaggio centrale della sua carriera, ma non la esaurisce: accanto all’appartenenza ci sono l’ambizione, le sconfitte, gli infortuni, la capacità di accettare ruoli diversi e il desiderio, rimasto intatto, di giocare.

Con la Nazionale italiana ha collezionato 91 presenze e 27 gol. Nel Mondiale del 2006 ha segnato la seconda rete nella semifinale contro la Germania e ha trasformato uno dei rigori della finale vinta contro la Francia. Dopo l’ultima stagione juventina ha proseguito la carriera all’estero, prima con il Sydney FC, con cui ha giocato due anni totalizzando 48 presenze e 24 reti, poi in India con il Delhi Dynamos. Il passaggio in Australia, vissuto insieme alla famiglia, gli ha permesso di sperimentare anche il ruolo di ambasciatore del calcio in un ambiente sportivo molto diverso da quello italiano.

Terminata l’attività agonistica, ha continuato a occuparsi di sport attraverso la comunicazione, iniziative imprenditoriali e progetti rivolti ai giovani. Dal 2016 fa parte della Laureus World Sports Academy, il gruppo di campioni che sostiene il lavoro di Laureus Sport for Good e riconosce il valore dello sport nella vita delle nuove generazioni.

Come autore ha pubblicato con Mondadori 10+, Giochiamo ancora e Detto tra noi. Quest’ultimo nasce dalle domande dei tifosi e conserva volutamente il movimento di una conversazione: dal saluto alla Juventus ai ricordi dell’infanzia, dalla Nazionale alla famiglia, dalle esperienze all’estero alle ipotesi sul futuro. Del Piero non ricostruisce semplicemente una carriera, ma torna sui suoi passaggi attraverso la memoria di chi li ha vissuti insieme a lui, anche da una tribuna, da un salotto o davanti a uno schermo.

Per approfondire la carriera e i dati ufficiali è possibile consultare la scheda della Hall of Fame del calcio italiano.


Una soglia prima della lettura

Prima di incontrare Detto tra noi

Otto domande sul libro di Alessandro Del Piero per conoscerne la forma, le voci e i temi, senza anticipare il percorso della lettura.

  1. Che tipo di libro è Detto tra noi?

    È un racconto autobiografico costruito attraverso le domande dei tifosi. Del Piero non segue una cronologia rigida e non ripercorre semplicemente una carriera già conosciuta: risponde a curiosità, ricordi e interrogativi che lo conducono dal campo alla vita familiare, dalle vittorie ai momenti meno facili, fino alle esperienze cominciate dopo l’ultima partita con la Juventus.

  2. Perché il racconto comincia dal 13 maggio 2012?

    Quella data contiene due esperienze difficili da separare: la festa per lo Scudetto e il saluto alla squadra con cui Del Piero aveva trascorso diciannove stagioni. Il libro parte da quel momento perché un addio obbliga a voltarsi indietro, ma apre anche uno spazio verso ciò che ancora non si conosce. La gioia e il dispiacere restano insieme, senza che uno riesca a cancellare l’altro.

  3. Il libro parla soltanto della Juventus?

    La Juventus occupa uno spazio essenziale, ma non è l’unico orizzonte del racconto. Nelle risposte compaiono l’infanzia a San Vendemiano, gli anni della formazione a Padova, la Nazionale, il Mondiale, la famiglia, le sconfitte, gli infortuni e le esperienze in Australia, India e Stati Uniti. Ne emerge il passaggio da una vita interamente organizzata intorno al calcio giocato a un futuro ancora da costruire.

  4. Quale ruolo hanno i tifosi nella costruzione del libro?

    I tifosi non rimangono fuori dal racconto: con le loro domande ne determinano direzioni, soste e cambi di tono. Ricordano episodi lontani, chiedono spiegazioni su scelte rimaste aperte e portano nelle pagine il proprio modo di aver vissuto quella storia. La memoria di Del Piero incontra così quella di chi lo ha seguito, spesso per molti anni, da uno stadio o davanti a uno schermo.

  5. Che cosa significa essere capitano nelle parole di Del Piero?

    Essere capitano significa rappresentare qualcosa che non appartiene soltanto a chi porta la fascia: una squadra, un club, la sua storia e i suoi tifosi. È una responsabilità che chiede di pensare agli altri, di esporsi quando le cose vanno male e di capire quando sia necessario parlare oppure trattenersi. Nel libro il ruolo acquista valore soprattutto nei momenti in cui il riconoscimento personale e il bene del gruppo non procedono nella stessa direzione.

  6. Quale Del Piero si incontra fuori dal campo?

    Accanto al campione compare una persona competitiva, riservata e curiosa, capace di parlare con orgoglio dei propri risultati e di riconoscere quanto gli sia sempre pesato perdere, persino durante un gioco in famiglia. Ci sono il ricordo dei genitori, l’attenzione per i figli, le passioni, l’ironia e il desiderio di vivere esperienze nuove. Sono dettagli che rendono il tono più vicino a una conversazione che a una celebrazione.

  7. Bisogna conoscere bene il calcio per leggere il libro?

    Conoscere le partite e i protagonisti permette di cogliere più riferimenti, ma non è indispensabile. Le domande attraversano esperienze riconoscibili anche lontano dallo sport: lasciare casa, sentirsi inadeguati, convivere con le aspettative, accettare un cambiamento, appartenere a un gruppo e trovare il proprio posto quando il ruolo che ci definiva comincia a trasformarsi.

  8. Perché Detto tra noi incontra Mentalità Amplificata?

    Perché permette di osservare le virtù dentro situazioni reali, dove una scelta deve convivere con la fatica, l’orgoglio, la delusione e il desiderio personale. Per questo il libro percorre soprattutto le Virtù Guidanti. La risonanza con gli Orizzonti Educativi nasce invece dalle pagine dedicate alla formazione, al ruolo degli adulti e alla necessità di lasciare ai bambini il piacere del gioco, prima che le aspettative trasformino troppo presto una passione in una prova da superare.