Il Metodo Kin – Per una diversa visione del kintsugi come arteterapia di Anita Cerrato (Santelli Editore)
Ci sono giorni in cui continuo a fare tutto ciò che mi aspetta. Apro la Farmacia Letteraria, ascolto chi arriva, cerco un libro, ricordo una frase che potrebbe accompagnare qualcuno fino a casa. Da fuori non si nota quasi nulla. Io, invece, sento un piccolo ritardo: le parole arrivano, ma una parte di me è rimasta indietro.
È stato in uno di quei giorni che ho cominciato a leggere Il Metodo Kin. Per una diversa visione del kintsugi come arteterapia di Anita Cerrato, pubblicato da Santelli Editore. Non cercavo una soluzione e neppure un nuovo compito. Avevo bisogno di una voce che non mi chiedesse di reagire subito. Il libro nasce dall’incontro fra due esperienze dell’autrice: il lavoro di restauratrice e artigiana del kintsugi e i percorsi condotti in contesti sociosanitari. Nel restauro giapponese la ceramica viene ricomposta con la lacca e le giunture possono essere rifinite con l’oro. Nel Metodo Kin, i gesti del lavoro manuale diventano anche occasioni per osservare e raccontare ciò che accade nella propria vita. Conoscevo già l’immagine della ciotola attraversata da linee dorate. Il libro, però, mi ha portata davanti a tutto ciò che viene prima: cercare gli incastri, accorgersi che qualcosa non combacia, provare ancora e attendere. L’oro viene dopo. Non può rendere solido ciò che è stato unito senza cura. Nelle pagine entrano anche i maestri incontrati in Giappone, la letteratura, il cinema, il taiji quan e l’etica del guerriero. Cerrato alterna spiegazioni, ricordi e confidenze. Non osserva la fragilità da lontano: racconta un mestiere dal quale continua a imparare, insieme alle persone che incontra.
Una domanda ha accompagnato la mia lettura: come tratto quello che di me non riesco ancora a ricomporre?
Il racconto che segue nasce da questa domanda. Il Giardino segreto dei sussurri, la conversazione con Cima Bue e la visita al Maestro Samurai Oda Tao appartengono ad Aetheria; non sono episodi del libro. Le esperienze raccontate dall’autrice restano nelle sue pagine, con la delicatezza che meritano. Da questa lettura porto con me il valore delle mani, dell’attenzione e del tempo. Porto anche la libertà di non dover ringraziare subito ciò che ha fatto male. Il kintsugi può offrirci un’immagine con cui pensare, ma la vita di una persona rimane più complessa di qualsiasi metafora.
Ora varca la soglia. Entra in Mentalità Amplificata.

La panchina dalla parte dell’ombra
Entrai nel Giardino Segreto dei Sussurri tenendo il libro contro il fianco. Una foglia di bambù mi rimase attaccata alla suola. Il suo fruscio mi accompagnò per qualche passo e continuai a scambiarlo per qualcuno alle mie spalle.
Mi fermai vicino allo stagno. Le lanterne di carta erano ancora spente e la panchina aveva una parte al sole e una all’ombra. Scelsi l’ombra. Posai il volume accanto a me, poi lo ripresi. Non avevo deciso se continuare a leggere oppure restare seduta senza fare nulla.
Quando arrivò Cima Bue, riaprii il libro in fretta. Mi sembrava più facile farmi trovare intenta a leggere che seduta senza sapere che cosa stessi aspettando.
«Ti disturbo?»
Alzai gli occhi dalla pagina.
«Dipende. Sei venuto a chiedermi come sto?»
Si sedette dalla parte del sole, lasciando fra noi lo spazio del libro.
«Posso cominciare sedendomi.»
Sorrisi. Cima Bue non aggiunse altro. Non mi aveva chiesto come stavo, almeno non direttamente. Si era seduto e aveva lasciato che fossi io a scegliere se parlare. Avevo desiderato quella domanda per tutta la mattina; adesso che qualcuno era disposto ad ascoltare, non sapevo da dove cominciare.
«Non è successo niente di preciso» dissi infine.
Cima Bue si voltò verso di me.
«O forse sono successe tante cose piccole. Non saprei da dove cominciare.»
Avevo ascoltato i racconti delle giornate difficili degli altri, rimandato una conversazione che mi riguardava e dormito meno di quanto mi servisse. Continuavo a pensare che avrei rimesso ordine appena avessi avuto una mattina libera. Quando quella mattina era arrivata, l’avevo riempita di impegni.
«Da quanto aspetti di avere abbastanza tempo?» chiese.
«Non lo so. E mi vergogno un po’ a dirlo.»
«Puoi non saperlo anche senza vergognarti.»
Alla Farmacia Letteraria sapevo aspettare quando qualcuno cercava una parola. Con me stessa pretendevo di averla già trovata prima ancora di aprire bocca.
Il libro fra noi si era chiuso. Passai un dito sul bordo della copertina.
«È questo che mi ha portata qui» dissi. «Non soltanto la tristezza. Il modo in cui mi parlo quando sono triste.»
Cima Bue abbassò gli occhi sul titolo.
«Anita Cerrato?»
Annuii.
«Ho cominciato a leggerlo pensando alla ciotola riparata con l’oro. Poi mi sono accorta che continuavo a sottolineare tutto quello che viene prima.»

Prima della fotografia
Aprii il volume. Volevo mostrare a Cima Bue un passaggio, ma prima dovevo riuscire a spiegargli che cosa mi aveva colpita.
«Quando vedo una ceramica riparata con l’oro, il mio sguardo va subito alla linea luminosa. È comprensibile: è anche la parte che si fotografa meglio.»
«Dubito che qualcuno pubblichi con lo stesso entusiasmo tre settimane di attesa.»
«È proprio questo il punto. Nel libro quelle settimane esistono. Esistono i materiali che richiedono tempo, le prove e il lavoro da fare con cura, anche quando non c’è ancora niente di spettacolare.»
Era l’aspetto che mi interessava di più. Cerrato non arrivava al kintsugi attraverso una bella immagine. Raccontava la formazione, gli incontri con i maestri e i materiali imparati attraverso l’uso. Quando quel lavoro entrava nei laboratori, doveva essere adattato alle persone, ai tempi disponibili e alle loro esigenze.
Cima Bue sfogliò le pagine che gli avevo avvicinato.
«Quindi il significato personale attribuito ai cocci e alle giunture non appartiene automaticamente alla tecnica tradizionale.»
«Esatto. Cerrato distingue le due cose. Il restauro giapponese ha la sua storia. Il Metodo Kin parte da quella pratica e sviluppa un altro percorso, legato alle persone che partecipano ai laboratori.»
Nel libro si sentiva anche il peso dell’apprendistato. L’autrice raccontava il suo Sensei con rispetto, ma lasciava entrare anche la familiarità e l’umorismo dei loro incontri. Il Giappone non diventava uno sfondo esotico: rimaneva il luogo concreto nel quale aveva incontrato persone e imparato un mestiere.
«Mi fa bene» dissi «che un libro sulla trasformazione dedichi tanto spazio a come si fa davvero qualcosa.»
«Perché?»
«Perché mi ricorda che non posso cambiare soltanto trovando la frase giusta.»
Negli ultimi giorni avevo cercato proprio quella frase. Quando una lettura mi colpiva, mi aspettavo di svegliarmi diversa la mattina seguente. Se ero ancora stanca, pensavo di non aver capito abbastanza.
Cima Bue appoggiò il volume sulle ginocchia.
«Una frase può restare con te anche se domani non ti cambia la giornata.»
«Questo lo dico sempre agli altri.»
«Sono informazioni riservate ai clienti?»
Questa volta risi davvero. Gli tolsi il libro dalle mani e tornai a una pagina che avevo segnato. Non conteneva una soluzione, ma mi offriva un punto dal quale continuare.

Non mi sembrava una rottura
«C’è una cosa che mi ha messa in difficoltà» dissi. «All’inizio pensavo di non avere il diritto di riconoscermi in questo libro.»
Cima Bue aspettò che continuassi.
«Molte esperienze raccontate nelle sue pagine nascono da momenti dolorosi. Io ho una vita che amo, persone vicine e un luogo in cui tornare. La mia confusione mi sembrava piccola accanto a certe storie.»
Sul sentiero, una foglia era rimasta impigliata in un filo d’acqua. Si muoveva senza riuscire a staccarsi dalla pietra.
«Non devi dire che i dolori sono uguali» rispose Cima Bue. «Puoi riconoscerti in una domanda senza appropriarti della storia di qualcun altro.»
«E senza dire che mi sono rotta?»
«Se non è la tua parola, non devi usarla.»
Quella risposta mi alleggerì. Non mi sentivo spezzata. Avvertivo piuttosto una distanza da me stessa, cresciuta lentamente e senza un momento preciso al quale attribuirla. Usare una parola più drammatica non mi avrebbe aiutata a capire meglio.
Il libro mi offriva un’immagine, non un’identità da indossare. Potevo avvicinare la ciotola alla mia esperienza finché mi aiutava e lasciarla andare quando non mi corrispondeva. Non dovevo diventare una ciotola per entrare nel discorso di Cerrato.
«Allora che cosa hai trovato?» chiese Cima Bue.
Guardai il volume.
«Il permesso di osservare quello che c’è sul tavolo prima di pretendere di saperlo sistemare.»
Nel lavoro raccontato dall’autrice, prima di unire i frammenti si prova. Si osservano i pezzi, si cercano le corrispondenze e si accetta che qualcosa possa non combaciare al primo tentativo. Io, invece, saltavo ciò che sentivo e cercavo subito un modo per non sentirlo più.
«Potrei cominciare da una cosa semplice» dissi. «Ammettere che sono stanca.»
«Mi sembra già una frase completa.»
«Senza aggiungere che non ne ho motivo.»
«Quella è un’aggiunta tua.»
Rimasi in silenzio. La stanchezza non spiegava tutto, ma era la cosa che riuscivo a riconoscere in quel momento. Non avevo bisogno di cancellarla soltanto perché non possedevo ancora le altre parole.
Cerrato non teneva la riflessione lontana dalla propria vita. Raccontava anche momenti difficili e quella disponibilità a esporsi mi aveva permesso di avvicinarmi al libro. Non tutto mi somigliava e non condividevo ogni passaggio, ma potevo continuare a leggere senza fingere una certezza che non avevo.
«Vorrei che questo fosse chiaro quando racconteremo il libro» dissi. «Possiamo riconoscerci in una domanda senza fare nostra la storia di un’altra persona.»
Cima Bue annuì.
«Le storie possono restare nelle pagine. Noi racconteremo ciò che hanno lasciato a te.»

La colla, alla fine di una giornata
Gli mostrai una pagina segnata.
«Questa domanda è nata durante una collaborazione con una psico-oncologa» dissi. «Qual è la nostra colla nella vita?»
Cima Bue lesse e poi guardò lo stagno. Io aspettavo una risposta, anche se non gliel’avevo chiesta.
«Tu ne hai trovata una?»
«Ho fatto un elenco. Era molto ordinato.»
«Promettente.»
«Fin troppo. Avevo scritto la lettura, il lavoro, le relazioni e la cura. Sembrava la presentazione di una persona che avesse già risolto ogni cosa.»
«E poi?»
«Poi ho provato a capire che cosa mi aiuta davvero alla fine di una giornata.»
Ripensai a una sera al Lago dei Girasoli Lucenti. Ero tornata tardi, con ancora in testa le conversazioni ascoltate alla Farmacia Letteraria. Avevo aperto un libro, ma avevo letto tre volte lo stesso capoverso. Alla fine l’avevo lasciato sul tavolo, mi ero preparata qualcosa da mangiare e avevo guardato fuori dalla finestra, senza accendere altro.
Raccontai quella sera a Cima Bue. Dopo il mio elenco, mi sembrava una risposta troppo semplice.
«Eri a casa» disse.
«Sì. E per una volta non cercavo di far fruttare il tempo.»
La domanda sulla colla diventava più utile quando smettevo di cercare una risposta perfetta. Ciò che ci sostiene può essere piccolo e ordinario. Può anche cambiare da un giorno all’altro.
«Oggi» dissi «potrebbe essere questa panchina.»
Cima Bue si spostò appena per farmi più posto.
«Devo considerarlo un incarico permanente?»
«Non ho detto che sei tu la colla. Ho detto la panchina.»
«Giusto. La panchina ha una stabilità che io, a volte, non garantisco.»
Sorrisi. Quella conversazione mi permetteva di parlare di cose importanti senza renderle solenni. Riconoscere ciò che mi sosteneva non significava affidare a qualcuno il compito di tenermi insieme. Potevo accettare una presenza o chiedere aiuto senza pretendere che occupasse ogni spazio.
Anche nei laboratori raccontati da Cerrato la relazione aveva un ruolo essenziale. La pratica manuale poteva aprire una conversazione, ma serviva qualcuno capace di ascoltare e di adattare il lavoro alle persone presenti.
«Non c’è soltanto una persona davanti alla ceramica» dissi. «Conta anche il modo in cui viene accolta. Qualcuno deve accorgersi se un gesto è troppo difficile o se, quel giorno, deve essere fatto diversamente.»
«È un lavoro che conosci» disse Cima Bue.
«Un po’. Eppure, quando si tratta di me, continuo a pretendere di cavarmela senza mostrare nulla.»
Ripresi il segnalibro e provai a distenderlo. La piega rimase. Questa volta non cercai di cancellarla con l’unghia.

L’imperfezione non assolve la fretta
Il sole aveva raggiunto un angolo del libro. Spostai la copertina perché la luce non mi battesse negli occhi.
«Pensavo che il libro fosse soprattutto un elogio dell’imperfezione» dissi. «Invece ho incontrato anche un’artigiana capace di distinguere una crepa da accogliere da un lavoro che richiede ancora cura.»
Cima Bue sorrise.
«Le due cose possono stare insieme.»
«Lo so. Eppure, quando si tratta di me, tendo a dimenticarlo.»
Nel libro, accettare ciò che è incompleto non significava rinunciare alla precisione. Una giuntura richiedeva attenzione. Chiamare autentico un lavoro frettoloso non lo rendeva migliore, e l’oro non poteva nascondere tutto ciò che era stato trascurato prima.
«Il mio problema è questo» continuai. «Se accetto come sto, temo di smettere di occuparmene. Allora mi rimprovero, per essere sicura che farò qualcosa.»
«Funziona?» chiese Cima Bue.
La domanda era così semplice che mi venne da ridere.
«Mi tiene molto impegnata.»
«Non era quello che ti avevo chiesto.»
Aveva ragione. Il rimprovero mi spingeva a fare, ma non sempre ad affrontare ciò che contava. Spesso preferivo aggiungere un nuovo impegno invece di fermarmi davanti a una risposta ancora confusa.
Il lavoro dell’artigiana indicava una possibilità diversa: osservare, provare e correggere senza dichiarare fallito tutto il lavoro.
Nel libro avevo incontrato anche il wabi-sabi, spesso associato automaticamente al kintsugi. Cerrato spiegava che non sono la stessa cosa. La luminosità dell’oro e la bellezza sobria di ciò che porta i segni del tempo possono incontrarsi, ma non devono essere confuse.
«Non ho bisogno che tutte le parole giapponesi dicano ciò che mi consola» dissi. «Posso rispettare anche le differenze.»
Cima Bue tornò a osservare il passaggio.
«È un buon modo per avvicinarsi a una cultura che non si conosce abbastanza.»
Pensai a quando consigliavo un libro. A volte una lettrice arrivava con una domanda precisa ed ero tentata di offrirle subito il titolo perfetto. Poi una sua osservazione mi faceva capire che avevo ascoltato soltanto metà di ciò che cercava. Se le lasciavo altro spazio, il consiglio diventava più utile.
«Anche una bella immagine può impedirci di vedere» dissi, «se abbiamo troppa fretta di usarla per spiegare tutto.»
Una raffica piegò il bambù. Lo guardai tornare lentamente nella sua posizione. Per una volta non gli chiesi di insegnarmi qualcosa sulla flessibilità.
Era soltanto un bambù, e mi fece bene lasciarlo essere.

Le voci che arrivano in bottega
Cima Bue riconobbe un riferimento mentre sfogliava il volume.
«Qui c’è il cinema.»
«Ce n’è parecchio. E non sempre quello che ci si aspetterebbe di trovare accanto al restauro.»
Cerrato passava dai maestri giapponesi ai film, dalle letture alle esperienze vissute nei laboratori. Quei riferimenti mostravano come aveva costruito il proprio pensiero: una scena vista molti anni prima poteva riaffiorare durante un gesto e assumere un significato nuovo.
«C’è Perfect Days, per esempio» dissi. «Racconta l’attenzione rivolta a giornate che, viste da fuori, potrebbero sembrare tutte uguali. La luce, gli oggetti che usiamo, ciò che continuiamo a vedere anche dopo esserci passati molte volte.»
«È un’attenzione che richiede esercizio» osservò Cima Bue.
«Sì. Io stamattina sono entrata nel Giardino e ho guardato soprattutto dove avrei potuto sedermi senza essere vista.»
Cima Bue osservò la panchina e poi il sentiero.
«Una scelta riuscita a metà.»
Gli diedi un piccolo colpo con il segnalibro sul dorso della mano. Lui la ritirò come se il cartoncino avesse avuto un peso considerevole.
Nel libro entravano anche il filosofo saggista Cioran, lo scrittore e giornalista Terzani e immagini legate all’acqua e al movimento. Non dicevano tutti la stessa cosa. Alcune voci invitavano ad agire; altre impedivano di accontentarsi di parole rassicuranti.
«Cioran mi ha fatto fermare» dissi. «Attraverso di lui entra anche l’orgoglio del fallimento. Non il desiderio di perdere, ma il rifiuto di trasformare ogni sconfitta in una tappa obbligatoria verso il successo.»
«È un pensiero scomodo in un libro sulla trasformazione» osservò Cima Bue.
«Proprio per questo mi sembra necessario. Non tutto ciò che si rompe deve essere subito riscattato da una morale positiva. A volte il fallimento chiede prima di essere guardato per quello che è.»
Cima Bue lasciò un dito fra le pagine.
«Senza mettergli un fiocco dorato.»
«Esatto.»
Rimase qualche istante in silenzio, poi richiuse il volume senza perdere il segno.
«Ti sono sembrati necessari tutti questi riferimenti?»
Ci pensai.
«Non tutti mi hanno raggiunta nello stesso modo. Su alcuni mi sarei fermata più a lungo; altri li ho attraversati velocemente. Ma mi hanno fatto conoscere le letture e gli incontri attraverso i quali Cerrato ha costruito il proprio lavoro.»
Il libro cambiava spesso passo: dalla storia personale passava alla filosofia, poi ai materiali e infine tornava alle persone. Io avevo trovato il mio punto di appoggio soprattutto nei gesti del mestiere. Un altro lettore avrebbe potuto fermarsi su pagine che io avevo attraversato più in fretta.
Il libro non si esauriva nella domanda che gli avevo portato.
Ripensai a una sera in cui avevo lasciato il volume aperto sul tavolo e continuato a osservare una tazza. Era intatta. Non aveva linee dorate né una storia straordinaria, ma mi piaceva usarla.
Non tutto deve attraversare una rottura per meritare attenzione.

Non volevo ringraziare
Per qualche minuto parlammo d’altro. Cima Bue mi raccontò di un libro scomparso sotto una pila di fogli e cercato per giorni nel posto sbagliato della Biblioteca. Io gli parlai di una persona alla quale avevo consigliato un libro che aveva già amato molti anni prima. Alla fine avevamo discusso soprattutto di quanto fosse cambiato il suo ricordo.
Quella pausa mi fece bene. Potevo allontanarmi dal discorso e poi tornarci senza sentirmi in colpa.
«C’è un passaggio sul quale mi sono fermata a lungo» dissi. «Cerrato parla anche della possibilità di provare gratitudine per gli eventi difficili, pensando a ciò che ci hanno permesso di diventare.»
Cima Bue rimase in ascolto.
«Capisco che qualcuno possa arrivare a sentirla. Non voglio negare la sua esperienza. Ma se provo a dire che sono grata per ciò che mi ha fatto male, sento di pronunciare una parola che non mi appartiene.»
Mi accorsi che temevo di apparire ingrata persino davanti a un libro che mi stava facendo compagnia. Stavo tornando a rimproverarmi proprio mentre cercavo di capire perché lo facevo.
«Puoi incontrare l’esperienza dell’autrice senza dover raggiungere la sua stessa conclusione» disse Cima Bue.
«Anche se non ci arriverò mai?»
«Leggere non significa fare una promessa.»
Volevo rispettare ciò che Cerrato aveva imparato dal dolore, ma anche chi avrebbe aperto il libro con una ferita ancora vicina. Il nostro Incontro non doveva chiedere a nessuno di trasformare una perdita in una lezione.
«Posso essere grata alle persone che mi sono rimaste accanto» dissi. «Questo lo sento. Ma non significa che debba ringraziare anche ciò che mi ha fatto male.»
Cima Bue annuì lentamente.
I laboratori raccontati nel libro mi ricordavano che ogni persona partecipa con tempi e possibilità differenti. L’immagine della ceramica ricomposta non rende uguali i percorsi che conducono fin lì.
«Nel volume ci sono anche convinzioni spirituali molto personali» aggiunsi. «Posso ascoltarle come parte dell’esperienza di Cerrato, senza trasformarle in una regola valida per tutti.»
«Possono restare le parole di una persona che racconta ciò in cui crede.»
«E io posso restare una lettrice senza fingere di essere d’accordo con tutto.»
Quel confronto non diminuiva il valore del libro. Al contrario, mi aiutava a capire meglio che cosa avevo incontrato: una donna che metteva a disposizione il proprio mestiere, la propria ricerca e ciò che continuava a imparare dalle persone.
Potevo apprezzare il suo percorso senza chiedere a ogni sua frase di diventare vera per tutte le vite.
Un piccolo insetto si posò sul bordo dello stagno e poi si mosse a scatti sull’acqua. Io e Cima Bue lo seguimmo per qualche secondo.
Non aveva niente a che fare con il nostro discorso. Mi fece bene accorgermi che non tutto, intorno a noi, chiedeva di essere interpretato.

Il tempo che non so mostrare
«Sai qual è la cosa che faccio più fatica a raccontare?» chiesi.
Cima Bue alzò lo sguardo.
«L’attesa. Quando qualcuno mi domanda come sto, sento di dovergli offrire un risultato: sto meglio, ho capito, ho deciso. Se sto ancora cercando, temo di deluderlo.»
Cima Bue rimase in silenzio per qualche istante.
«A volte anche chi ti vuole bene non sa aspettare. Cerca una buona notizia perché vorrebbe poterti aiutare.»
«E allora gliela preparo.»
«Con me puoi provare a non farlo.»
Guardai il segnalibro, che avevo ricominciato a piegare, e lo infilai nel volume. Quel piccolo gesto mi diede il tempo di non rispondere subito.
Nel restauro tradizionale raccontato da Cerrato, alcune attese erano molto più lunghe di quelle possibili in un laboratorio. Ogni passaggio doveva avvenire nel momento giusto. Anticiparlo non significava lavorare meglio: poteva compromettere ciò che si stava cercando di costruire.
«Non so dare una scadenza alla mia confusione» dissi. «E questo mi fa sentire inefficiente.»
«Però oggi le hai dedicato del tempo.»
«Ho parlato con te di un libro.»
«È ciò che potevi fare oggi.»
Il libro parlava anche di perseveranza e piccoli passi. Mi piaceva che fossero gesti concreti: osservare, provare, ripetere con attenzione. Ma io riuscivo a trasformare anche un piccolo passo in una prova quotidiana. Se non lo compivo, lo aggiungevo all’elenco delle cose che rimproveravo a me stessa.
«Dovrei smettere di tenere il conto almeno mentre cerco di riposare.»
«Posso offrirti un criterio molto raffinato» disse Cima Bue.
«Sentiamo.»
«La panchina non emette rendiconti.»
Gli lanciai un’occhiata.
«È il secondo merito che le riconosci. Comincio a essere gelosa.»
«Ha anche un’ottima capacità di ascolto.»
La battuta non cancellava ciò che avevamo detto. Ci concedeva soltanto un po’ di respiro prima di tornare alla domanda.
Guardai le lanterne. Una aveva una piega più marcata delle altre e si muoveva appena sotto il filo. La sera sarebbe arrivata anche se non avessi concluso la mia ricerca.
Per la prima volta da giorni, non mi dispiacque lasciare una parte del tempo senza una decisione.

Una pagina da portare nella Valle
Tornai alle pagine dedicate all’arte del guerriero. Avevo segnato il margine accanto alla parola Rei.
«Qui ho pensato al Maestro Samurai Oda Tao» dissi.
Cima Bue si avvicinò per leggere.
«Il rispetto.»
«È la virtù alla quale Cerrato dice di sentirsi più legata. Nel libro non riguarda soltanto il modo in cui incontriamo gli altri, ma anche quello in cui trattiamo noi stessi.»
Quelle pagine mi avevano costretta a rivedere un’idea. Avevo spesso immaginato il samurai come qualcuno capace di resistere senza mostrare fatica. Cerrato parlava invece di un gesto rispettoso e di una gentilezza che non rinuncia alla responsabilità.
La forza, da sola, non bastava a spiegare tutto.
«Vorrei chiedere una cosa a Oda Tao» dissi.
«Andiamo a trovarlo.»
Cima Bue pronunciò quelle parole con naturalezza, senza trasformare la visita in un nuovo impegno da organizzare. Chiusi il libro, controllai che il segnalibro fosse al suo posto e mi alzai.
Prima di lasciare la panchina mi voltai, come faccio sempre quando temo di aver dimenticato qualcosa. Avevo il volume sotto il braccio e il segnalibro fra le pagine. Potevamo andare.
Cima Bue mi camminò accanto lungo il sentiero. Per un po’ non parlammo. I passi passarono dalle pietre alla terra e mi accorsi che, dopo tanto tempo seduta, avevo bisogno di muovermi.
L’aria cambiò mentre ci avvicinavamo alla Valle del Respiro Antico.
Il Maestro Samurai Oda Tao ci accolse nel luogo in cui stava preparando il tè. Ci invitò a sederci. Quando gli mostrai la copertina, non fece domande: aspettò che fossi io ad aprire il volume.
Gli indicai il passaggio su Rei e sulla gentilezza rivolta a se stessi. Oda Tao lesse con attenzione, poi lasciò il libro aperto fra noi.
«Quando sono in difficoltà» dissi, «penso che rispettarmi significhi trovare subito un modo per uscirne. Se resto ferma, mi tratto come se non mi stessi impegnando abbastanza.
«Che cosa ti dici?» domandò Oda Tao.
Esitai.
«Che dovrei avere già capito. Che dovrei reagire. Che ascolto gli altri tutto il giorno e quindi non ho scuse per non sapere che cosa fare con me stessa.»
Oda Tao mi guardò.
«Diresti queste parole a una persona che entra nella Farmacia Letteraria?»
«No.»
La risposta arrivò senza esitazioni. Se quelle parole fossero state rivolte a un’altra persona, le avrei riconosciute subito come ingiuste.
«Che cosa faresti con lei?» chiese Oda Tao.
«La ascolterei. Cercherei di capire che cosa mi sta chiedendo prima di proporle qualcosa.»
Oda Tao versò il tè. Aspettammo che posasse il bricco.
«Puoi cominciare anche con te stessa.»

Il tè doveva ancora raffreddarsi
Cima Bue teneva la tazza fra le mani senza bere.
«Sophie teme che, smettendo di rimproverarsi, finirà per trascurarsi» disse.
Lo guardai. Era esattamente ciò che avevo cercato di spiegare. Sentirlo pronunciare da lui mi permise di osservarlo con maggiore chiarezza.
Oda Tao tornò alla pagina che gli avevamo mostrato.
«Questa donna conosce un mestiere che richiede cura» disse. «Perché hai scelto di portarmi proprio queste righe?»
«Perché nel libro la gentilezza non rimane una buona intenzione. Diventa attenzione ai materiali, ai gesti e alle persone. Mi chiedevo quale forma potesse avere quando non so ancora che cosa fare.»
Oda Tao annuì.
«Allora pensa a come lavori. Quando qualcosa non riesce, la insulti oppure cerchi di capire che cosa le serve?»
«A volte la insulto» disse Cima Bue.
Oda Tao gli rivolse uno sguardo breve. Cima Bue abbassò gli occhi sulla propria tazza.
«Soprattutto se è una stampante» aggiunse.
Sorrisi.
«Quando sono davvero presente, cerco di capire» risposi. «Osservo che cosa non funziona e provo in un altro modo.»
Portai la tazza alle labbra, ma il tè era ancora troppo caldo. La posai davanti a me. Non potevo farlo raffreddare più in fretta insistendo sul bordo.
Non era una lezione preparata per il mio arrivo. Era semplicemente ciò che stava accadendo.
«Nel restauro l’attesa ha una ragione» dissi. «Cerrato racconta che l’oro non può coprire ciò che prima non è stato curato abbastanza. Ma quando si tratta di me, continuo a pensare che aspettare significhi perdere tempo.»
«Che cosa puoi fare oggi?» chiese Oda Tao.
Pensai alla Farmacia Letteraria, agli impegni che avrei trovato tornando e a una conversazione che continuavo a rimandare. Promettere che il giorno dopo sarei diventata una persona diversa non mi sarebbe servito.
«Posso tornare a casa prima. Posso evitare di aprire un altro lavoro soltanto per non restare in silenzio. E posso dire che ho bisogno di parlare, anche se non ho ancora una spiegazione completa.»
«Ti sembra poco?»
«Mi sembra possibile.»
Oda Tao non aggiunse una conclusione. Bevve un sorso di tè e lasciò il libro aperto davanti a noi.
Parlammo ancora dei laboratori e di come anche chi insegna possa imparare dalle persone che ha di fronte. Cima Bue osservò che Cerrato non consegnava semplicemente un metodo ai gruppi: ogni incontro modificava anche il suo modo di lavorare.
Io ascoltavo. Ero arrivata nella Valle pensando di dover imparare a reagire. Nessuno, invece, mi aveva chiesto di dimostrare forza.
Quando ripresi la tazza, il tè era pronto per essere bevuto.

Chi sto diventando?
Salutammo il Maestro Samurai Oda Tao mentre la luce cominciava a cambiare. Cima Bue mi restituì il libro che avevo lasciato accanto alla tazza. Lo presi con entrambe le mani e controllai che non si fosse bagnato.
«È salvo» disse.
«Mi preoccupo delle pagine.»
«Lo avevo intuito.»
Durante il cammino di ritorno non mi sentivo risolta. Ero ancora stanca e alcune cose continuavano ad aspettarmi. Non avevo trovato una risposta definitiva alla domanda sulla colla.
Avevo però smesso, almeno per quel pomeriggio, di considerare ogni esitazione come una mancanza.
Il libro non parlava soltanto di me. Restavano i laboratori, le persone, i passaggi tecnici e le domande che ogni lettore avrebbe seguito in modo diverso. Mi piaceva lasciargli quello spazio. Il nostro racconto non doveva diventare una scorciatoia per evitare le sue pagine.
Quando tornammo vicino allo stagno, alcune lanterne erano già accese. Non ci sedemmo. Ci fermammo sul sentiero prima di separarci.
«Come va?» chiese Cima Bue.
Avrebbe potuto farmi quella domanda all’inizio, quando avevo riaperto il libro per fingere di essere occupata. Ora non mi sembrava più un esame.
«Sono ancora un po’ persa» risposi. «Ma adesso riesco a dirlo meglio.»
Cima Bue non cercò di correggere la mia risposta. Io mi accorsi che non stavo aspettando che lo facesse.
Avevo iniziato la lettura domandandomi quando sarei tornata come prima. Ma quale prima? Una settimana meno affollata? Un periodo in cui avevo più energia? Una Sophie che ricordavo soltanto attraverso le cose che riusciva a fare?
Continuare a confrontarmi con quella versione di me significava ignorare tutto ciò che nel frattempo era cambiato, per scelta oppure senza che sapessi impedirlo.
Mi venne allora una domanda diversa: chi sto diventando?

Non cercai una risposta mentre camminavo. Non volevo trasformare anche quella domanda in una nuova meta da raggiungere. Poteva accompagnarmi fino a casa e restare sul tavolo accanto al libro, in attesa di parole più precise.
Prima di separarci, Cima Bue indicò il volume.
«Domani ne parleremo ancora?»
«Forse. Domani te lo dirò.»
Qualche ora prima avrei considerato quella risposta troppo vaga. Adesso mi sembrava semplicemente onesta.
Ripresi la strada verso il Lago dei Girasoli Lucenti. Pensai finalmente all’oro e a tutto il lavoro che Cerrato mi aveva aiutata a vedere prima della sua comparsa.
Quella sera non avevo una linea luminosa da mostrare. Avevo soltanto voglia di tornare a casa, preparare qualcosa da mangiare e lasciare vuota una parte del tavolo.
Avrei posato lì il volume, a portata di mano.
Perchè ogni storia ci cura, se sappiamo ascoltarla.
Oltre il racconto
Approfondimenti, informazioni editoriali e indicazioni per proseguire l’Incontro
La collocazione nell’universo di Mentalità Amplificata
Il Sentiero di «Il Metodo Kin»
Sei direzioni formano un unico paesaggio. Il Metodo Kin attraversa soprattutto le Virtù Guidanti: rispetto e gentilezza entrano nella cura degli oggetti e delle persone. Abitudini Rigenerative e Corpo in Armonia ne custodiscono le risonanze.
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Alimentazione
Consapevole -
Abitudini
Rigenerative -
Respiro
Vitale -
Virtù
Guidanti -
Corpo in
Armonia -
Orizzonti
Educativi
Sentiero principale: Virtù Guidanti.
Risonanze: Abitudini Rigenerative; Corpo in Armonia.
Fra i Sei Sentieri di Mentalità Amplificata, Il Metodo Kin incontra soprattutto le Virtù Guidanti. Il rispetto, la gentilezza e la responsabilità entrano nella cura degli oggetti e nel modo in cui ci si avvicina alle persone. L’imperfezione diventa qualcosa da osservare con attenzione; il gesto rispettoso riguarda anche il rapporto con se stessi. Le pagine dedicate a Rei, nell’etica del guerriero, rendono esplicita questa vicinanza.
Le Abitudini Rigenerative risuonano nella pazienza del lavoro, nelle prove e nei piccoli gesti ripetuti. Il Corpo in Armonia entra attraverso le mani, l’apprendimento manuale e l’attenzione al movimento. È una collocazione tematica del progetto: non attribuisce al metodo risultati clinici o benefici garantiti.
Il libro in sintesi
Scheda editoriale
Il Metodo Kin
- Titolo
- Il Metodo Kin. Per una diversa visione del kintsugi come arteterapia
- Autrice
- Anita Cerrato
- Editore
- Santelli Editore
- Genere
- Saggistica
- Pagine
- 154
- ISBN
- 9788892923683
La persona dietro le pagine
Nota sull’autrice
Anita Cerrato
Restauratrice e artigiana del kintsugi
Cerrato si è diplomata in Antiquariato e restauro ligneo all’Istituto Superiore di Architettura e Design. La sua formazione nel kintsugi comprende l’apprendimento con Iku Nishigawa a Oxford, Sato Takahiko a Kyoto e Matsuda Shokan, il maestro che nel libro chiama Sensei. Affianca all’attività artigianale laboratori e formazione, anche in contesti sociosanitari; è inoltre istruttrice di taiji quan riconosciuta da A.I.C.S.
Nel volume la sua voce unisce esperienza professionale e ricerca personale. Il metodo nasce da un mestiere e viene sviluppato nel confronto con chi accompagna i gruppi e con le persone che vi partecipano.
Una soglia prima della lettura
Prima di incontrare Il Metodo Kin
Otto domande per entrare nel libro con apertura e discernimento, lasciando da scoprire le esperienze delle persone che abitano le sue pagine.
1Di che cosa parla il libro?
Anita Cerrato racconta il proprio metodo di lavoro con il kintsugi in contesti di gruppo. I gesti del restauro diventano occasioni per interrogare fragilità, risorse, legami e cambiamenti personali. La spiegazione della pratica incontra esperienze vissute, riferimenti culturali e convinzioni dell’autrice.
2Il Metodo Kin coincide con il kintsugi tradizionale?
L’autrice distingue il restauro giapponese dalla lettura simbolica sviluppata nei suoi percorsi. Il metodo adatta materiali e tempi alle condizioni dei laboratori; l’interpretazione psicologica delle giunture non va attribuita automaticamente alla storia della tecnica tradizionale.
3È necessario saper restaurare per leggerlo?
No. Il volume offre spiegazioni e un contesto accessibile anche a chi si avvicina per la prima volta. Si può leggerlo per le domande che propone senza trasformare la lettura in un laboratorio da eseguire da soli: lavorare con i materiali richiede competenze e condizioni adeguate.
4Perché il lavoro con le mani è così importante?
Perché rende visibili passaggi che una bella immagine finale può nascondere: osservare, provare, correggere, attendere. Nei laboratori raccontati, il gesto può aprire una conversazione e offrire un’occasione di incontro. Conta anche la presenza di chi accompagna e adatta il lavoro alle persone.
5Il libro associa automaticamente kintsugi e wabi-sabi?
No. Cerrato si sofferma proprio su questa associazione diffusa e ne discute i limiti. La luminosità della rifinitura dorata e la bellezza sobria, segnata dal tempo, non sono per lei sovrapponibili senza ulteriori distinzioni.
6Bisogna condividere tutte le convinzioni dell’autrice?
Si può leggere con interesse anche mantenendo distanze. Il volume intreccia mestiere, esperienza personale e una ricerca spirituale esplicita. Nel nostro Incontro Sophie accoglie la concretezza del lavoro e si interroga, con rispetto, sull’idea di dover essere grati per le difficoltà. Questa è la sua risposta di lettrice, non una posizione attribuita a Cerrato.
7Il metodo può sostituire un percorso di cura?
Il libro racconta esperienze e una proposta di laboratorio, non offre una garanzia di guarigione. L’accompagnamento professionale nei contesti sociosanitari fa parte delle esperienze descritte. La lettura e la metafora della ceramica non sostituiscono l’aiuto medico, psicologico o psicoterapeutico quando necessario.
8Perché Sophie porta una pagina a Oda Tao?
Per confrontarsi su Rei, il rispetto che l’autrice comprende anche come gentilezza rivolta a se stessi. La visita alla Valle è una scena originale di Aetheria. Nasce da un tema del libro e appartiene al nostro racconto, insieme alla conversazione nel Giardino Segreto dei Sussurri.
