Sport e consapevolezza

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Sport e consapevolezza – Perché allenare (anche) la conoscenza di sé di Alessandro Todeschi (Erickson)


Dopo un allenamento sappiamo spesso quanto abbiamo corso, quale carico abbiamo sollevato o quante volte un gesto è riuscito, mentre facciamo più fatica a raccontare come siamo stati dentro quella prova. Una sensazione nelle spalle, il fastidio per un errore, la convinzione di non essere portati possono accompagnarci per tutta l’attività senza che ci fermiamo a riconoscerli, e intanto entrano nel modo in cui ci muoviamo e nelle decisioni che prendiamo.

Sport e consapevolezza. Perché allenare (anche) la conoscenza di sé, di Alessandro Todeschi, pubblicato da Erickson, attraversa proprio questi passaggi. L’autore intreccia la propria esperienza di psicologo dello sport con quella di atleta e allenatore di pallacanestro, costruendo un percorso che riguarda anche dirigenti, preparatori e genitori. Le domande rivolte a chi pratica sport tornano così a chi lo insegna, lo organizza o accompagna qualcuno a viverlo.

Il libro colloca l’autoconsapevolezza nella cornice delle life skills, le competenze che aiutano ad affrontare le situazioni della vita quotidiana. Ne osserva le dimensioni corporea, emotiva e cognitiva, poi considera il ruolo che ciascuno occupa e l’ambiente nel quale apprende. La conoscenza di sé comprende le risorse, le difficoltà, le motivazioni e la possibilità di accorgersi che una prima interpretazione era incompleta. Il benessere e la qualità della prestazione rimangono legati al modo concreto in cui si vive l’attività sportiva.

La scrittura alterna spiegazioni, esperienze di campo e domande sulle quali fermarsi, fino a una parte applicativa con strumenti e proposte da adattare alle persone e ai contesti. È una lettura che può confermare convinzioni maturate nella pratica e, poche pagine dopo, chiedere quanto di quelle convinzioni trovi davvero spazio nelle nostre abitudini.

Da qui nasce il nostro Incontro. Gli episodi e i dialoghi che seguono appartengono ad Aetheria, il mondo narrativo di Mentalità Amplificata, e accompagnano il confronto con il volume senza ricostruire le storie personali e i percorsi degli atleti raccontati dall’autore.

Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.


Aetheria, il mondo simbolico di Mentalità Amplificata

L’orologio e le spalle

Avevo segnato il punto di partenza con il bordo della scarpa, una riga sulla terra asciutta del Campo delle Tracce che ritrovavo ogni volta tornando indietro al passo. Stavo ripetendo alcuni brevi tratti di corsa e l’ultimo mi era sembrato più agevole, soprattutto nella parte finale, quando di solito cominciavo a forzare. Il tempo sull’orologio, però, era quasi identico a quello della prova precedente.

Lo controllai di nuovo, mentre Sophie arrivava dalla parte del bosco.

«Questa mi sembrava venuta meglio», le dissi, mostrandole il quadrante, «ma a quanto pare è cambiato poco.»

Sophie guardò i numeri, poi il tratto che avevo appena percorso.

«Meglio in che senso?»

«Mi sembrava di fare meno fatica, di trovare il passo senza doverlo cercare continuamente.»

«E dove te ne sei accorto?»

Continuai a camminare, cercando di ricordare. Mi pareva di avere avuto le spalle meno contratte e le braccia più libere, ma non avrei saputo dire da quale momento. Del risultato, invece, ricordavo anche i decimi.

«Nelle spalle, forse. Adesso però non so quanto sto ricordando e quanto sto cercando di ricostruire.»

Sophie mi affiancò per qualche passo, lasciandomi riprendere fiato.

«Puoi tornarci nella prossima prova, se hai ancora voglia di correre.»

«Prima devo smettere di interrogare l’orologio, è già la seconda volta che gli chiedo la stessa cosa.»

Sorrise e si sedette sulla panchina. Rimasi davanti a lei, muovendo un poco le spalle, senza riuscire a ritrovare da fermo la sensazione di poco prima.

«Ho appena finito un libro che parla anche di questo», le dissi. «Si chiama Sport e consapevolezza, di Alessandro Todeschi, uno psicologo dello sport che allena anche a pallacanestro. Mi è tornato in mente quando mi hai chiesto dove avessi sentito la differenza.»

«Che cosa ti ha lasciato?»

Guardai ancora il Campo. Avrei potuto raccontarle parecchie cose, ma in quel momento ne avevo una davanti piuttosto evidente.

«Che posso allenarmi con attenzione al programma e sapere molto meno di come sto vivendo l’allenamento. Poco fa avevo notato qualcosa nelle spalle, poi ho guardato il tempo e stavo già per scartarlo perché non ero andato più veloce.»

«Forse nelle prossime prove scopri che quella sensazione torna, oppure che oggi non riesci a riconoscerla meglio.»

«Sì, e vorrei riuscire a descriverla prima di decidere quanto conta.»

Le raccontai che Todeschi teneva vicine le sensazioni del corpo, le emozioni e i pensieri, attraverso situazioni che conosceva come psicologo, atleta e allenatore. Mi era piaciuto trovare anche i suoi ripensamenti, i momenti nei quali aveva dovuto rivedere una convinzione o capire meglio ciò che un atleta gli stava raccontando.

«Leggendolo ho pensato anche ai miei alunni», aggiunsi. «Io vedo come eseguono un movimento, cerco di aiutarli a correggerlo, ma non sempre so che cosa abbiano sentito mentre provavano. A volte passo al tentativo successivo senza averglielo chiesto.»

Sophie si spostò sulla panchina per lasciarmi posto. Mi sedetti accanto a lei, con il tratto da correre ancora davanti e qualche minuto di recupero che, ormai, avevo smesso di controllare.



Quello che lo sport non insegna da solo

«Da dove comincia?» mi chiese Sophie.

Appoggiai gli avambracci sulle ginocchia, cercando di ricordare l’ordine delle prime pagine.

«Dalle life skills, le competenze che ci aiutano a prendere decisioni, affrontare le difficoltà e stare nelle relazioni. Todeschi le collega allo sport, ma pone una questione che mi ha trattenuto, quanto di tutto questo impariamo davvero allenandoci?»

«Tu che cosa avresti risposto prima di leggerlo?»

«Che lo sport offre parecchie occasioni per impararlo. Però, se ripenso a certe mie abitudini, non sono sicuro di averle sempre usate bene.»

Le raccontai che il libro invitava a guardare proprio dentro quelle occasioni. Partecipare a un allenamento, affrontare una gara o stare in una squadra mette in gioco molte capacità, ma per svilupparle serve anche accorgersi di come le stiamo usando. Possiamo ripetere per anni una reazione senza averla mai osservata davvero.

«Io, quando arriva la fatica, penso soprattutto a finire quello che avevo previsto», continuai. «Qualche volta è una scelta sensata, altre volte proseguo perché cambiare programma mi sembrerebbe un cedimento. Da fuori potresti vedermi fare esattamente la stessa cosa.»

Sophie seguì con lo sguardo una foglia che il vento trascinava sul bordo del Campo.

«E tu riesci a distinguere quei due momenti?»

«Non sempre, soprattutto mentre mi sto allenando. Leggendo mi sono accorto di quanto poco spazio lasciassi alla domanda.»

Rimanemmo qualche istante a guardare il tratto davanti alla panchina. Avevo voglia di ripartire, ma anche di raccontarle uno degli spunti che avrei voluto portare nelle mie lezioni.

«Con i ragazzi cerco di fare in modo che un errore non tolga la voglia di provare ancora, e nel libro ho ritrovato il valore di questa attenzione. Mi ha fatto fermare anche su quello che succede quando un esercizio riesce, perché lì tendo a dire bene e andare avanti.»

«Senza chiedere che cosa sia cambiato?»

«Esatto, e magari il ragazzo ha sentito qualcosa che potrebbe aiutarlo nel tentativo successivo. Vorrei imparare a raccogliere anche quelle informazioni.»

Sophie si voltò verso di me.

«Me lo presti? Mi interessa capire come accompagna queste domande. Nella Farmacia Letteraria mi capita di ascoltare qualcuno che sente una difficoltà, ma sta ancora cercando le parole per raccontarla.»

«Te lo porto al Rifugio, ci sono anche proposte pratiche sulle quali vorrei tornare con calma.»

«Facciamolo leggere agli altri, poi ci troviamo tutti insieme. Mi incuriosisce sapere su quali pagine si fermerà Giordano, che cosa ne penserà il Maestro Oda Tao e quali collegamenti troverà S.I.S.A.»

Mi alzai dalla panchina.

«Intanto, se rimani ancora un poco, dopo il prossimo tratto ti chiedo che cosa hai visto.»

«Va bene, ma prima mi racconti che cosa hai sentito tu.»

Tornai alla riga di partenza, lasciai muovere le braccia e aspettai qualche respiro prima di cominciare. Sophie rimase seduta, con lo sguardo rivolto al Campo.

Nelle settimane successive il libro passò di mano e ciascuno trovò qualcosa su cui fermarsi. Quando tutti furono pronti, fissammo una sera al Rifugio.



Il taccuino di Giordano

La mia copia era sul tavolo del Rifugio, accanto a due tazze ancora vuote. Avevo segnato qualche pagina da riprendere insieme, ma Giordano arrivò con il taccuino aperto e cominciò a cercare un punto prima ancora di sedersi.

Provò ad avvicinare lo sgabello senza chiuderlo, urtò un cucchiaino e lo fermò sul bordo del tavolo, perdendo nel frattempo la pagina.

«Era qui, finché sapevo dov’era.»

Spostai la tazza per lasciargli spazio. Il Maestro Oda Tao aspettò che si fosse sistemato prima di versare il tè, mentre Prince sollevava il capo dalla borsa di Sophie, con le orecchie rivolte verso il rumore.

«Raccontacelo anche senza leggere», gli proposi.

Giordano smise di sfogliare e tenne una mano sul quaderno.

«Ho provato a rispondere alle domande sulle cose che potrei migliorare, e lì non ho avuto difficoltà. Quando sono arrivato ai punti di forza, invece, mi sono fermato.»

«Non ti veniva in mente niente?» gli chiese Sophie.

«Qualcosa sì, ma lo scartavo. Se una cosa mi riesce, penso che fosse facile e quindi non la conto, alla fine avevo scritto quasi soltanto quello che non so fare.»

Guardò le righe, poi girò il taccuino verso di noi.

«Rileggendolo, non sembrava nemmeno che stessi parlando di me, c’era tutta una parte che avevo lasciato fuori.»

Aprii il libro dove Todeschi affronta le risorse personali. Mi ero fermato anch’io su quelle pagine, perché conoscere meglio sé stessi comprendeva anche riconoscere le capacità sulle quali potevamo contare, comprese quelle diventate così abituali da passare inosservate.

«Una cosa che ti riesce e che hai escluso?» gli domandai.

Giordano ci pensò, facendo scorrere un dito lungo il bordo della pagina.

«Quando qualcuno non capisce una spiegazione, mi viene da cercare un esempio diverso. Però mi sembra normale, visto che anch’io ho spesso bisogno che le cose mi vengano spiegate in un altro modo.»

«Può venirti naturale ed essere comunque una capacità», osservò Sophie.

Lui cercò la matita, questa volta senza alzarsi dallo sgabello, e aggiunse una riga.

Il Maestro Oda Tao posò la teiera.

«Nella pratica conosco gesti sui quali posso fare affidamento, li ho ripetuti a lungo e so quando mi servono. Poi torno a osservarli, perché la familiarità può farmi trascurare qualche dettaglio.»

Giordano sollevò gli occhi dal taccuino.

«Maestro, succede anche a voi di eseguire bene un gesto e accorgervi di non avergli dedicato abbastanza attenzione?»

«Succede, e non sempre devo intervenire mentre lo eseguo. Anni di esercizio mi permettono di lasciare che il corpo faccia ciò che ha imparato, poi scelgo un dettaglio sul quale tornare.»

«Questo mi aiuta», disse Giordano. «Perché se provo a controllare tutto insieme, mi impiccio ancora di più.»

«Puoi cominciare da qualcosa di preciso», intervenne S.I.S.A. «Nel capitolo sul corpo, Todeschi considera anche la distanza fra il movimento che pensiamo di fare e quello che viene osservato dall’esterno. Confrontare le due cose può aiutare a capire dove rivolgere l’attenzione.»

Ripensai alle mie spalle e a ciò che avrei voluto chiedere a Sophie dopo la corsa. Il suo sguardo avrebbe potuto aggiungere un’informazione, a patto che riuscissi a raccontarle anche la mia.

Giordano rilesse la riga appena scritta e lasciò la matita sul taccuino. Prince uscì da dietro la borsa, passò accanto alla sedia di Sophie e si raccolse sul pavimento, dove arrivava il calore del fuoco.



Una parola per come ci sentiamo

Sophie aveva lasciato un segno nel capitolo sulle emozioni. Quando Giordano appoggiò la matita, avvicinò il libro e cercò la pagina.

«Leggendo mi sono accorta di quanto spesso dico che sono nervosa», cominciò. «Uso la stessa parola quando sono preoccupata per qualcosa che devo fare, quando un contrattempo mi irrita e quando vorrei soltanto finire quello che sto facendo. Poi magari mi fermo un momento e capisco che avrei bisogno di cose diverse.»

«E se non riesci a capire quale delle tre è?» le chiese Giordano.

«Aspetto, provo a descrivere meglio quello che sento. A volte mi viene più facile partire da ciò che è successo, oppure da una tensione nel corpo, invece di cercare subito il nome giusto.»

Si fermò a rileggere qualche riga.

«Mi ha interessato anche il passaggio successivo, accorgermi di un’emozione non significa che io abbia già capito come mi comporto quando la provo. Posso sapere di essere arrabbiata e notare molto meno il modo in cui rispondo a qualcuno.»

Pensai a certi allenamenti nei quali un errore mi aveva fatto affrettare il tentativo seguente.

«Io l’irritazione la riconosco abbastanza bene», dissi. «Se una prova viene peggio di come mi aspettavo, però, tendo a ripartire subito. Mi sembra di reagire, di non lasciarmi scoraggiare.»

«E ti aiuta?» mi domandò Sophie.

«Qualche volta sì, tornare a provare mi serve.»

«E le altre?»

Esitai, perché avevo già cominciato a cercare una spiegazione favorevole.

«Le altre forse sto soltanto cercando di togliermi di dosso il fastidio. Riprovo prima di avere capito che cosa sia andato storto.»

Sophie annuì.

«È su questo che mi hanno fatto fermare le pagine di Todeschi, sul rapporto fra quello che sentiamo e quello che facciamo dopo. Nel tuo caso, ripartire può essere una scelta utile, ma vale la pena accorgersi anche delle volte in cui diventa una risposta abituale.»

Giordano guardò la matita rimasta sul quaderno.

«Quindi potrei dire che sono nervoso e poi non accorgermi che sto rispondendo male a qualcuno che voleva aiutarmi.»

«Può succedere anche a chi allena», risposi. «Magari chiede all’atleta di restare calmo e intanto alza la voce dopo ogni errore.»

«Per questo mi è piaciuto che il libro coinvolgesse anche gli adulti», disse Sophie. «Le emozioni entrano nel campo insieme a tutti noi, compresi quelli che pensano di essere lì soltanto per guidare gli altri.»

Il Maestro Oda Tao ascoltava con la tazza fra le mani. Giordano scrisse qualche parola, poi tornò a guardare Sophie.

Lei sfogliò all’indietro fino a uno dei segni che aveva lasciato.

«Su alcuni passaggi dedicati al cervello avrei voluto qualche distinzione in più», aggiunse. «Sono molto sintetici, mi hanno lasciato il desiderio di approfondire. Ho seguito meglio il legame fra sensazioni, emozioni e comportamento nelle situazioni raccontate dall’autore, dove riuscivo a vedere come quelle domande entrassero nel suo lavoro.»

«Anch’io sono tornato più spesso agli esempi», le dissi. «Soprattutto quando riconoscevo qualcosa che faccio senza pensarci troppo.»

Giordano girò il taccuino verso di sé e aggiunse una nota accanto a quella sui punti di forza. Questa volta non gli chiesi che cosa avesse scritto, aspettai che finisse prima di riprendere il libro.



La spiegazione che mi viene per prima

Ripresi il libro dalle pagine sui pensieri. Mi aveva colpito trovare Todeschi alle prese anche con le proprie convinzioni di allenatore, disposto a raccontare i momenti nei quali aveva dovuto rivederle.

«Mi succede di arrivare al Campo con una spiegazione già pronta», dissi. «Se penso di essere stanco, appena una prova viene male mi sembra di avere la conferma. Poi magari un tratto riesce meglio, ma quello lo considero un caso.»

Giordano abbassò gli occhi sul taccuino.

«Io avevo fatto qualcosa di simile, prima ho deciso che ero quello che inciampa e perde le cose, poi mi sono messo a cercare gli esempi. Ne ho trovati parecchi, devo dire.»

«E le volte in cui aiuti qualcuno a capire?» gli chiese Sophie.

«Quelle non le stavo cercando.»

Tornammo al passaggio sul bias di conferma, la tendenza a dare più peso alle informazioni che sostengono ciò che pensiamo già. Riconoscerla negli altri mi sembrava piuttosto facile, accorgermi di quando orientava il mio sguardo richiedeva qualche attenzione in più.

Giordano cancellò una parola, tenendo ferma la pagina con l’altra mano.

«Queste pagine mi hanno fatto pensare anche al mio lavoro», intervenne S.I.S.A. «Posso collegare le informazioni che ho e costruire una spiegazione plausibile, senza avere considerato qualcosa che potrebbe cambiarla. Se la espongo bene, chi mi legge può non accorgersi di quello che manca.»

Le chiesi di farci un esempio.

«Se mi racconti che un atleta continua a sbagliare, potrei pensare all’ansia, senza sapere se sia stanco o non abbia capito la richiesta dell’allenatore. Prima di proporti una spiegazione devo distinguere ciò che so da ciò che sto supponendo.»

«Però una spiegazione dobbiamo pur darcela», osservai. «Anche durante una lezione, se un alunno si ferma devo decidere come intervenire, non posso aspettare di avere capito tutto.»

«Puoi partire da un’ipotesi», rispose S.I.S.A., «e lasciare che quello che osservi dopo ti aiuti a correggerla. Il problema nasce quando smetti di cercare perché la prima spiegazione ti sembra già sufficiente.»

Il Maestro Oda Tao posò la tazza.

«Quando un gesto non riesce, l’esperienza mi aiuta a riconoscere alcune cause frequenti. Devo comunque guardare che cosa sta accadendo in quel momento, altrimenti rischio di correggere un errore che oggi non sto facendo.»

Giordano si rivolse a lui.

«Maestro, qualcuno che vi osserva può accorgersene prima di voi?»

«Può vedere un dettaglio che mi è sfuggito. Gli chiedo che cosa abbia notato, poi torno a provare.»

Pensai ai miei alunni. Conoscerli mi aiuta a scegliere le proposte, ma può anche rendermi meno disponibile a una sorpresa. Se da un ragazzo mi aspetto soprattutto esitazione, rischio di notare subito quando rimane fermo e molto meno il primo tentativo di cominciare da solo.

«Vale anche quando ci aspettiamo che qualcuno riesca sempre», aggiunse Sophie. «Potrebbe fare fatica a dirci che questa volta ha bisogno di aiuto, soprattutto se continuiamo a rassicurarlo prima di averlo ascoltato.»

Giordano rilesse la frase sulla quale era intervenuto.

«Avevo scritto che sono impacciato, adesso ho aggiunto qualche volta. Mi sembra più preciso, anche se il cucchiaino di prima avrebbe qualcosa da obiettare.»

Sophie sorrise, mentre lui lasciava la gomma accanto alla matita. La pagina era rimasta aperta, con una piccola traccia della parola cancellata ancora visibile.



Chi gioca, chi guida e chi accompagna

Sophie tornò alle pagine sui ruoli, lasciando il libro aperto fra noi.

«Ho pensato al ritorno a casa dopo una partita», disse. «Un genitore può chiedere subito com’è andata, convinto di mostrare interesse, mentre suo figlio avrebbe bisogno di stare un po’ in silenzio, oppure vorrebbe raccontare qualcosa che riguarda i compagni. Se l’adulto continua a chiedere del risultato, possono finire per parlare di due partite diverse.»

«E magari il genitore rimane anche deluso perché gli sembra che il figlio non voglia raccontargli niente», osservai.

«Sì, mentre lui voleva raccontare, ma da un’altra parte.»

Nel capitolo, Todeschi invita anche chi accompagna un atleta a riconoscere le proprie aspettative. L’orgoglio, la preoccupazione e la delusione appartengono a chi guarda quanto a chi gioca, senza che debbano coincidere.

Giordano si sistemò meglio sullo sgabello.

«Alla Grande Corsa delle Nocciole, quando guardo gli altri, so sempre chi dovrebbe accelerare e chi è partito troppo forte, poi corro io e dopo un po’ vorrei soltanto che la salita finisse. Una volta avevo ancora fiato per gridare a quello davanti che stava sbagliando strada, finché mi sono accorto che tutti giravano dalla sua parte e soltanto io andavo dritto.»

Si fermò, trattenendo una risata.

«Sono tornato indietro facendo finta di dover recuperare qualcosa, ma uno mi ha chiesto se avevo perso il senso dell’orientamento.»

Il Maestro Oda Tao sorrise, mentre Giordano riprendeva la tazza.

«Comunque, da quando corro, aspetto un po’ di più prima di dare consigli.», concluse Giordano.

«Nel libro c’è spazio anche per quello che può fare chi è in campo», ripresi. «Un atleta può chiedere di capire meglio una richiesta, raccontare dove incontra una difficoltà, confrontarsi sul ruolo che gli viene affidato. A volte si aspetta che l’allenatore si accorga di tutto, mentre dall’altra parte il suo silenzio viene interpretato come un assenso.»

«Non sempre è facile fare una domanda a chi decide se giocherai», disse Sophie.

«È vero, e non basta invitare qualcuno a parlare se poi ogni dubbio viene preso come una scusa.»

Il Maestro Oda Tao appoggiò la tazza.

«Chi guida deve poter chiedere impegno, correggere e prendere decisioni che non saranno sempre gradite. Ma una persona dovrebbe sapere che può dire di non avere capito senza essere umiliata davanti agli altri.»

«Questo mi riguarda anche nelle lezioni», dissi. «Voglio che i ragazzi affrontino difficoltà adatte a farli progredire, però devo accorgermi se stanno provando a superarle o se sono occupati soprattutto a evitare una figuraccia. Da fuori, in entrambi i casi, posso vedere qualcuno che esita.»

S.I.S.A. richiamò il passaggio dedicato ai dirigenti.

«Il contesto dipende anche dalle scelte di chi organizza l’attività. Un allenatore può voler lasciare tempo alla crescita, ma se la società gli chiede conto soltanto del risultato della domenica deve lavorare dentro quella pressione.»

«Che poi può arrivare fino a chi gioca», aggiunse Sophie.

Annuii. Avevo trovato utile che il percorso di Todeschi arrivasse anche alle responsabilità organizzative, perché sarebbe stato troppo comodo chiedere all’atleta di conoscersi meglio senza interrogare le condizioni nelle quali si allenava.

Giordano tenne la tazza fra le mani, aspettando che finissi.

«Se tutti pensano di aiutarlo», disse, «come fa quello che gioca a capire che cosa vuole lui?»

«Forse dobbiamo cominciare col chiederglielo», rispose Sophie.

«E se dice una cosa diversa da quella che speravamo?»

Guardai il libro aperto sul tavolo. Era una domanda alla quale avrei potuto rispondere facilmente, finché non avessi dovuto ascoltare davvero quella risposta.



Quello che siamo disposti ad ascoltare

Giordano cercò qualcosa fra gli appunti, poi sfilò due segnalibri dalla stessa pagina e li appoggiò accanto alla tazza.

«Sul chiedere un parere avevo scritto una cosa che mi riguarda», disse. «A volte voglio sapere come è venuto quello che ho fatto, però appena qualcuno risponde comincio a spiegargli perché non potevo farlo diversamente. Dopo un po’ mi dice che va bene così, e io rimango convinto di avergli chiesto un consiglio.»

«Mi succede quando mi faccio osservare mentre corro», ammisi. «Chiedo un parere e poi tiro fuori la stanchezza, il terreno, il fatto che di solito mi muovo meglio.»

«Magari sono informazioni utili», osservò Sophie.

«Lo sono, ma certe volte le uso prima ancora di avere capito che cosa l’altro abbia visto.»

Presi il libro dalle pagine dedicate alle applicazioni pratiche. Dopo averne discusso per buona parte della sera, avevo voglia di capire da che cosa avrei potuto cominciare. Todeschi propone strumenti ed esperienze che chiedono di raccogliere osservazioni, tornarci e confrontarle, senza promettere che basti svolgere un’attività per ottenere subito un cambiamento.

Mi ero fermato soprattutto sul diario e sui riscontri degli altri. Johari Window, uno degli strumenti presentati, mi aveva fatto pensare a ciò che qualcuno può notare di me e che io ancora non vedo.

«Però non vorrei diventare dipendente dai pareri», dissi. «Se ogni volta devo chiedere a qualcuno come sono andato, finisco per aspettare la sua risposta anche quando qualcosa l’ho sentito chiaramente.»

«Puoi raccontare quello che hai sentito e chiedere che cosa abbia osservato lui», propose Sophie. «Poi guardate dove le due cose coincidono e dove differiscono. Non devi decidere subito chi abbia ragione.»

Giordano riprese la matita.

«E forse posso fare una domanda meno grande di come sono andato. Se no uno deve parlare di tutto, e io posso difendermi da qualunque parte cominci.»

Spostai la sedia per avvicinarmi al tavolo. Prince sollevò il capo e gli allungai una mano, ma lui girò un orecchio, si alzò e passò dietro Sophie. Rimasi con le dita sospese per un momento, poi le ritirai. Il gatto si stiracchiò e raggiunse un punto del pavimento più lontano, dove raccolse le zampe sotto di sé.

Sophie lo seguì con lo sguardo, lasciandomi il tempo di tornare al libro.

«Pensavo di annotare qualcosa dopo gli allenamenti», ripresi. «Ma se scrivo soltanto bene o male, fra una settimana avrò un elenco di giudizi e pochi ricordi.»

«Che cosa vorresti riuscire a ritrovare?» mi chiese S.I.S.A.

«Una sensazione precisa, quando è comparsa, se è cambiata durante la prova. Anche il tempo, per confrontarlo con quello che ricordo.»

«Puoi partire da poche informazioni», rispose. «Se poi vorrai metterle a confronto, ti aiuterò a ordinarle senza perdere le condizioni nelle quali ti sei allenato.»

Il Maestro Oda Tao si versò l’ultimo tè rimasto.

«Dopo tanti anni di pratica riconosco anche i gesti che la stanchezza e la fretta mi fanno cambiare, ma talvolta me ne accorgo soltanto quando torno a eseguirli con calma. Alcune domande di questo libro mi hanno interessato proprio per questo, mi invitano a osservare con più precisione ciò che l’esperienza mi ha insegnato a fare.»

Giordano recuperò i segnalibri e ne lasciò uno nella pagina appena scritta.

«Io comincio dalle cose riuscite, almeno per capire quante ne escludo. Per ricordarmi quello che va storto, di solito, non ho bisogno di prendere appunti.»

Questa volta lasciò il taccuino aperto accanto alla tazza, con abbastanza spazio per aggiungere qualcosa.



La prova successiva

Il fuoco si era abbassato e il Maestro Oda Tao cominciò a raccogliere le tazze vuote. Sophie si fermò su una pagina che voleva rileggere, mentre Giordano aggiungeva qualcosa nel margine del taccuino.

Ripresi i miei appunti. Durante la lettura avevo riconosciuto attenzioni che cercavo già di portare nelle lezioni, ma anche abitudini sulle quali mi ero interrogato meno. Il confronto di quella sera mi aveva fatto tornare soprattutto al Campo, a quella sensazione nelle spalle che avevo quasi scartato dopo aver guardato l’orologio.

«Che cosa proverai al prossimo allenamento?» mi chiese Sophie.

«Vorrei descrivere un tratto prima di controllare il tempo, poi mettere insieme le due informazioni. E chiederti che cosa hai visto, se ti capita di esserci.»

«Posso farlo, ma se non noto niente di particolare te lo dico.»

«Mi serve sapere anche quello.»

Sul quaderno lasciai qualche riga per annotare come arrivavo all’allenamento e che cosa riuscivo a ricordare della prova. Avrei cominciato così, senza preparare una scheda per ogni possibile sensazione.

Giordano si avvicinò per guardare.

«Hai lasciato posto anche per quello che ti viene bene?»

Gli indicai lo spazio ancora libero, poi aggiunsi un piccolo richiamo, perché sapevo quanto facilmente avrei riempito la pagina con ciò che volevo correggere.

Quando riposi il libro nella borsa, mi accorsi che i segnalibri erano più numerosi di quelli con cui ero arrivato. Le esperienze raccontate da Todeschi e le sue domande mi avevano dato parecchio su cui lavorare, nei miei allenamenti e nelle lezioni di educazione fisica. Volevo provare a osservare meglio ciò che sentivo mentre correvo e lasciare agli alunni più spazio per raccontare come avevano vissuto un esercizio, anche quando era riuscito. Avrei dovuto trovare il modo di farlo nelle giornate normali, fra il tempo dell’allenamento e quello di una lezione, quando la fretta mi portava facilmente a passare alla cosa successiva.

Prince attraversò lo spazio fra le sedie. Aspettai che fosse passato prima di alzarmi, salutai gli altri e uscii con Sophie, tenendo il quaderno in mano per non dimenticarlo sul tavolo.



Quando tornai al Campo delle Tracce, la riga segnata con la scarpa era quasi scomparsa. La ripassai e cominciai a scaldarmi.

Alla prima pausa avevo già cercato il quadrante con gli occhi. Me ne accorsi mentre sollevavo il polso e rimasi per un momento a guardarlo, poi lasciai ricadere il braccio e continuai a camminare.

Delle spalle ricordavo una tensione all’inizio, mentre nella parte finale ero stato occupato soprattutto a trovare il ritmo. Non sapevo dire molto di più. Tornai alla panchina e annotai quello, senza cercare una descrizione migliore di ciò che avevo realmente sentito, poi aggiunsi il tempo e come stavo recuperando.

Rileggendo, mi accorsi che mancava ancora qualcosa. C’era stato un tratto nel quale il passo mi era sembrato più regolare, prima che cominciassi a preoccuparmi della distanza rimasta. Lo scrissi nello spazio che Giordano mi aveva ricordato di lasciare.

Chiusi il quaderno, lo appoggiai sulla panchina e tornai verso la riga. Il prossimo tratto dovevo ancora correrlo.

Con stima e gratitudine.


Oltre il racconto

Approfondimenti, informazioni editoriali e indicazioni per proseguire l’Incontro

La collocazione nell’universo di Mentalità Amplificata

Il Sentiero di Sport e consapevolezza

Emblema generale dei Sei Sentieri di Mentalità Amplificata

Questo Incontro parte dall’allenamento di Cima Bue e attraversa il rapporto fra sensazioni corporee, emozioni, pensieri e relazioni nello sport, fino al confronto con una nuova prova al Campo delle Tracce.

  1. Alimentazione
    Consapevole
  2. Abitudini
    Rigenerative
  3. Respiro
    Vitale
  4. Virtù
    Guidanti
  5. Corpo in
    Armonia
  6. Orizzonti
    Educativi

Sentiero principale: Corpo in Armonia.
Risonanze: Virtù Guidanti e Orizzonti Educativi.

Corpo in Armonia è il Sentiero principale perché la domanda iniziale nasce dal modo in cui abitiamo il gesto e attraversa il rapporto fra corpo, emozioni e pensieri. Il confronto ritorna alla pratica personale di Cima Bue, che prova a integrare sensazioni, osservazioni e dati dell’allenamento.

Virtù Guidanti risuona nella pazienza, nella responsabilità e nella disponibilità a rivedere le proprie interpretazioni, mentre Orizzonti Educativi riguarda l’apprendimento, i ruoli di chi guida e accompagna e le condizioni che permettono di provare. La collocazione è una scelta editoriale di Mentalità Amplificata, non una classificazione dell’autore né una promessa di effetti sulla salute.


Il libro in sintesi

Scheda editoriale

Sport e consapevolezza

Titolo
Sport e consapevolezza
Sottotitolo
Perché allenare (anche) la conoscenza di sé
Autore o autrice
Alessandro Todeschi
Editore
Erickson, marchio Erickson Direct Publishing
Collana
Ostacolo obliquo, diretta da Paolo Crepaz
Anno o data di edizione
marzo 2026
Pagine
128
Formato
cartaceo, 15 × 21 cm
ISBN / EAN
9788859046059
Genere
saggistica divulgativa, psicologia dello sport ed educazione
Temi principali
autoconsapevolezza, life skills, corpo, emozioni, pensieri, ruoli, apprendimento
Lingua
italiano

La persona dietro le pagine

Alessandro Todeschi

Alessandro Todeschi

psicologo dello sport e del lavoro, allenatore di pallacanestro

Alessandro Todeschi affianca atleti e allenatori e collabora con federazioni e organizzazioni sportive. Alla professione di psicologo dello sport e del lavoro unisce l’esperienza di allenatore di pallacanestro, è inoltre trainer dell’associazione LIFE SKILLS® Italia.

È autore di Sport e consapevolezza. Perché allenare (anche) la conoscenza di sé, pubblicato da Erickson. Nel volume intreccia esperienza professionale, situazioni di campo e proposte pratiche, invitando chi vive lo sport a conoscere meglio il proprio corpo, le emozioni, i pensieri e il ruolo che ricopre.


Una soglia prima della lettura

Prima di incontrare Sport e consapevolezza

Otto domande per orientarsi nella lettura, nei temi del libro e nel confronto narrativo di Mentalità Amplificata, lasciando alla scoperta diretta gli episodi e gli esercizi.

  1. Che cosa intende il libro per consapevolezza di sé?

    La conoscenza di sé comprende ciò che sentiamo nel corpo, le emozioni, i pensieri e i comportamenti, insieme alle risorse e alle difficoltà. Todeschi considera anche i ruoli e le relazioni, perché l’esperienza sportiva si svolge in un contesto che influisce su ciò che percepiamo e sulle scelte che compiamo. Il percorso invita a osservare questi aspetti e a verificare le proprie interpretazioni.

  2. A chi può interessare questa lettura?

    Il volume si rivolge alle persone di sport, comprendendo atleti, allenatori, preparatori, dirigenti e genitori. Può offrire spunti anche a chi insegna educazione fisica, soprattutto sul rapporto tra comunicazione, sensazioni corporee e apprendimento. La lettura richiede la disponibilità a rivolgere le domande prima a sé stessi, evitando di usarle soltanto per valutare gli altri.

  3. Come si intrecciano spiegazioni ed esperienza?

    Il testo alterna parti di orientamento teorico, situazioni tratte dall’esperienza dell’autore e domande per il lettore. La parte applicativa raccoglie esperienze, strumenti e proposte da adattare, insieme a indicazioni sul loro uso. Il libro può quindi essere letto fermandosi per annotare osservazioni e tornando successivamente su di esse, senza dover trasformare ogni pagina in un compito.

  4. Perché il corpo occupa un posto importante?

    L’esecuzione osservata dall’esterno può differire da come viene percepita da chi si muove. Il volume invita a considerare le sensazioni, l’attenzione e il linguaggio con cui vengono descritte, così da rendere più ricco il confronto tra atleta e allenatore. L’ascolto corporeo riguarda anche gli adulti e il modo in cui reagiscono durante l’attività sportiva.

  5. Che cosa aggiunge il discorso sulle emozioni e sui pensieri?

    Todeschi distingue il riconoscere ciò che si prova dal rendersi conto dei comportamenti che ne seguono. Il discorso sui pensieri introduce anche i bias, le distorsioni che possono orientare le nostre letture delle situazioni. Nell’Incontro questi temi alimentano il confronto sui giudizi rivolti a sé stessi e agli altri, senza ricostruire i percorsi degli atleti raccontati nel volume.

  6. Quale spazio hanno i diversi ruoli nello sport?

    Il libro considera atleti, allenatori, genitori e dirigenti, invitandoli a riconoscere aspettative e responsabilità che possono differire anche nella stessa situazione. L’atleta può partecipare al confronto sulle richieste che riceve, mentre gli adulti sono chiamati a osservare il proprio coinvolgimento e le condizioni che contribuiscono a costruire. Nel nostro Incontro questi temi entrano nella conversazione sull’apprendimento, sull’organizzazione sportiva e sul modo di accompagnare chi gioca.

  7. Le proposte pratiche garantiscono risultati immediati?

    Il volume chiarisce che svolgere un’attività non garantisce automaticamente maggiore consapevolezza o un miglioramento immediato della prestazione. Contano la regolarità, il contesto e l’impiego delle informazioni raccolte, mentre per alcuni strumenti è indicato il supporto di un professionista. La riserva di Sophie sulla sintesi di alcuni passaggi neurobiologici è una valutazione della Voce narrativa, non una verifica indipendente di tutti gli studi citati.

  8. Quale rapporto c’è fra il libro e le scene di Aetheria?

    Il Campo delle Tracce e il Rifugio ospitano scene originali di Mentalità Amplificata. Le Voci discutono il libro a partire dalle proprie sensibilità, ma i loro dialoghi non sono parole di Todeschi. I gesti di Prince rimangono osservabili e silenziosi, mentre le riflessioni sull’insegnamento e il ritorno finale all’allenamento appartengono alla narrazione di Cima Bue, senza riprodurre i casi del volume.