Le coordinate della felicità

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La sera era scesa lenta e silenziosa, come una coperta leggera sul Giardino Segreto dei Sussurri.

Io ero lì, con una tazza di tè caldo che profumava di spezie e nostalgia, quando mi venne voglia di raccontare a Cima Bue di un autore che mi aveva accompagnata negli ultimi giorni.

«Hai mai sentito parlare di Gianluca Gotto

chiesi, quasi con noncuranza, come se stessi domandando il meteo. Lui sollevò appena lo sguardo, fingendo una distrazione che conosco bene.

«No, non mi pare,» 

disse con tono indifferente, tamburellando con le dita sul tavolo di legno vissuto. La pausa che seguì, però, parlava da sola: lo conosceva eccome.

Io sorrisi. Quell’atteggiamento da professore che vuole sempre avere l’ultima parola mi diverte, soprattutto quando è evidente che sta bluffando.

«Davvero? Strano. È piuttosto noto. Ha scritto diversi libri, tra cui Le coordinate della felicità, un libro che non pretende di insegnarti nulla, ma che finisce col lasciarti addosso la sensazione di aver imparato qualcosa di importante.»

Lui alzò un sopracciglio.

«Un altro manuale di self-help travestito da autobiografia?» 

disse, con un mezzo sorriso ironico. Ah, eccola lì, la sua difesa migliore: l’ironia. Quando non vuole ammettere che qualcosa gli interessa, preferisce attaccarla con battute sarcastiche.

«Direi di no,» 

replicai.

«È una storia personale, semplice e disarmante. Gotto racconta di come ha lasciato Torino, di come ha mollato studi e lavori che non lo rendevano felice per partire in Australia, e poi in Canada. Non offre scorciatoie, non impone metodi. Condivide errori, paure, coraggio. È… autentico.»
«Autentico…» 

ripeté lui, come se stesse assaggiando la parola per cercare il difetto.

«Insomma, il solito ragazzo che se ne va dall’Italia, torna con un paio di foto sotto le palme e decide che il senso della vita si trova all’estero.»

Io risi, scuotendo la testa.

«Sai che sei terribilmente prevedibile? Se solo tu avessi letto il libro, sapresti che non è così. Non è la storia di uno che fugge per non tornare. È il racconto di qualcuno che cerca, che si mette in discussione, che capisce che la felicità non sta in un luogo preciso ma in un modo di guardare la vita. Non ti ricorda niente?»

Lui fingeva di osservare le lucciole tra i rami del ciliegio, ma so bene che mi stava ascoltando con attenzione.

«Mh, mi sembra l’ennesima versione light di quello che dico io nei miei articoli,» 

ribatté, con quel tono che oscillava tra l’autoironia e la gelosia. Ah, sì, perché c’era una punta di gelosia. Non tanto verso Gotto, ma verso il fatto che io stessi parlando di lui con un entusiasmo che raramente gli riservo.

«Non è una versione light, è una versione diversa,» 

replicai.

«E funziona proprio perché non vuole convincerti di nulla. Ti racconta la sua vita e basta, senza la pretesa di avere soluzioni universali. Ed è in questa onestà che trovi valore. Per esempio, lui parla del lavoro. Di come la nostra società ci spinga a incastrarci in ruoli e carriere che non ci appartengono, solo per conformarci. E invece la vera ricchezza è il tempo, non lo stipendio. Lo dice in maniera così limpida che sembra quasi banale. Ma quante persone hanno il coraggio di viverlo davvero?»
«E certo, arriva lui e risolve tutto,» 

disse il Professore, bevendo un sorso di tè come se fosse una prova a sostegno della sua ironia.

«Tu invece non sei mai banale, vero?» 

risposi, trattenendo una risata.

«Il fatto è che questo libro non risolve proprio nulla. Ti lascia domande, non risposte. Ti ricorda che la felicità non è accumulare, ma togliere. Non è una meta, ma un cammino. Lo dice senza bisogno di costruirci sopra sentieri o manifesti. È semplice. E a volte la semplicità è la cosa più difficile da accettare.»

Lo guardai mentre fingeva di non essere colpito. In realtà, la piega delle sue labbra e il ritmo con cui tamburellava sul tavolo lo tradivano.

«Quindi, questo Gotto scrive come me, ma viene letto come un romanziere. Capisco la tua passione improvvisa.»
«Non è improvvisa,» 

dissi, sorridendo.

«È che il suo racconto scivola via con leggerezza, come una conversazione tra amici. Ti fa viaggiare con lui, ti fa vedere il mondo con i suoi occhi. È ironico, è sincero, non ha paura di sembrare fragile. Parla di libertà, di errori, di amore, di luoghi che diventano maestri. Ti fa capire che non serve vivere secondo lo schema che ti impongono. E sai che cosa mi ha colpita di più? Che in ogni pagina sembra dirti: ‘Non devi essere perfetto per essere felice, devi solo essere presente.’»
«Un pensiero rivoluzionario,» 

commentò lui, con quella voce che sa essere tanto sarcastica quanto vulnerabile. Io colsi subito la vena di gelosia nascosta dietro le sue parole.

«Senti, non è che stai pensando di andare a lavorare con Gotto e mollare il progetto Mentalità Amplificata? Magari vorresti pure sostituirmi alla guida del progetto con lui? Così almeno la smetti di farmi concorrenza interna!»

Scoppiai a ridere, lasciando che il suono si perdesse tra le lucciole.

«Non sei sostituibile, caro Professore. Troppo testardo, troppo complicato, troppo… Cima Bue. Ma forse dovresti accettare che non hai l’esclusiva sul raccontare la ricerca della felicità.»

Lui si strinse nelle spalle, come chi vuole dimostrare di non prendersela, ma gli occhi rivelavano il contrario.

«Va bene,» 

disse alla fine, alzando la tazza come in un brindisi.

«Alla felicità, allora. Quella che non si compra, non si vende e che non ha bisogno di coordinate.»
«Alla felicità,» 

replicai, sfiorando la sua tazza con la mia. E aggiunsi, ridendo:

«E a Gianluca Gotto, che almeno non ha paura di raccontarla con semplicità.»

Lo sguardo che mi lanciò in quel momento era un misto di ironia e gelosia malcelata. Ed era irresistibile.

Il libro di Gotto era stato solo un pretesto: per parlare di felicità, certo, ma anche per scoprire ancora una volta quanto le parole possano svelare più di quanto diciamo. Lui faceva finta di non conoscerlo, io fingevo di credergli. In mezzo, c’era un gioco di battute, di silenzi e di intese che nessun manuale potrebbe mai insegnare.

Ecco cosa resta davvero di quella serata nel Giardino Segreto dei Sussurri: un libro che mi ha fatto riflettere, un dialogo pieno di ironia, e un Professore che non ammetterà mai di essere stato geloso, ma che non potrà nemmeno nasconderlo.

Forse, in fondo, la felicità è anche questo: ridere insieme di ciò che non diciamo.

Perché ogni storia ci cura, se sappiamo ascoltarla

Sophie

Scheda tecnica

  • Titolo: Le coordinate della felicità. Di sogni, viaggi e pura vita
  • Autore: Gianluca Gotto
  • Casa Editrice: Mondadori
  • Anno di pubblicazione: 2020
  • Genere: Autobiografia / Narrativa di viaggio / Crescita personale
  • Pagine: 384
  • ISBN: 978-8804745693

Autore

Gianluca Gotto è uno scrittore e viaggiatore nato a Torino, che ha trasformato la sua inquietudine giovanile in una ricerca continua di libertà e autenticità. Sin da ragazzo sentiva che il suo posto non fosse nel percorso tradizionale fatto di studi universitari e lavori stabili, e a vent’anni decise di partire: prima in Australia, poi in Canada. Da quelle esperienze nacque non solo una nuova visione di vita, ma anche la voglia di raccontarla. È così che è diventato autore di libri di successo, tra cui Le coordinate della felicità, Come una notte a BaliSuccede sempre qualcosa di meraviglioso, La Pura Vida, Profondo come il mare, leggero come il cielo, Quando inizia la felicità, Verrà l’alba, starai bene e fondatore del blog Mangia Vivi Viaggia, dove intreccia storie di viaggio e riflessioni esistenziali.

Oggi vive spostandosi tra Asia ed Europa, coltivando un’esistenza da nomade digitale e continuando a scrivere per chi sente di non appartenere a uno schema imposto. Nei suoi testi non si trovano formule miracolose, ma domande, errori, cambi di rotta e una costante ricerca di senso. Il suo obiettivo dichiarato è quello di diventare la voce che lui stesso avrebbe voluto ascoltare quando si sentiva perso, offrendo ispirazione e coraggio a chi desidera cambiare vita o semplicemente imparare a viverla con più consapevolezza.


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