Storia della natura

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Storia della natura. La lunga vicenda che lega l’umanità al mondo naturale di Jeremy Mynott (Aboca Edizioni 2025)


Storia della natura è un saggio ampio, stratificato e ambizioso, scritto dallo studioso umanista e storico culturale delle idee Jeremy Mynott e pubblicato in Italia da Aboca Edizioni, che ricostruisce il modo in cui l’idea di “natura” si è trasformata nel tempo, intrecciando storia del pensiero, scienza, religione, cultura e linguaggio, senza mai ridurla a una semplice cronologia di fatti.

Il libro non racconta “la natura” come oggetto esterno e neutro, ma mostra come ciò che chiamiamo natura sia sempre stato il risultato di uno sguardo umano situato, di metafore dominanti, di visioni del mondo che hanno orientato il nostro rapporto con il vivente, dal mondo antico alla modernità, fino alla crisi ecologica contemporanea.

Non è un manuale ambientalista, non è un testo divulgativo nel senso facile del termine, e non propone soluzioni immediate, ma offre qualcosa di più raro: una mappa profonda delle idee che hanno reso possibile sia la conoscenza scientifica sia la separazione progressiva tra l’essere umano e il resto del vivente. Proprio per questo è un libro che non si limita a informare, ma chiede al lettore di interrogare la propria posizione nel mondo, di riconoscere le radici culturali delle proprie convinzioni e di assumersi la responsabilità dello sguardo con cui osserva ciò che chiama “naturale”.

È per questa ragione che Storia della natura ha attraversato il portale di Aetheria, entrando nel mondo simbolico e narrativo di Mentalità Amplificata, dove i libri non vengono solo letti, ma abitati, messi in dialogo, lasciati risuonare attraverso voci diverse, fino a diventare spazio di presenza, di dubbio, di ascolto, e di consapevolezza condivisa.

Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.


Non avevo programmato di leggere questo libro tutto d’un fiato, e infatti non l’ho fatto, perché Storia della natura non è uno di quei testi che si lasciano attraversare in velocità, con la matita già pronta a sottolineare le frasi “da citare”, è un libro che chiede tempo, attenzione, e una certa disponibilità a rimettere in discussione alcune idee che credevamo stabili. Non urla, non semplifica, non consola, e forse è proprio per questo che, quando ho capito che stava lavorando anche sotto la pelle, ho deciso di non tenerlo solo per me, ma di fare una cosa che, a pensarci bene, faccio sempre più spesso quando un libro smette di essere solo un libro.

Ho invitato il team di Mentalità Amplificata ad Aetheria, nel nostro Quartier Generale, non per recensirlo, non per analizzarlo “a freddo”, ma per parlarne dopo averlo lasciato decantare, come si fa con le cose che non vogliono essere forzate. Ho chiesto a tutti una cosa sola, arrivare con un sacchetto, dentro un foglietto, sopra scritto il nome di una specie, non per forza un animale, una forma di vita, o di natura, che il libro aveva risvegliato in loro, qualcosa di simbolico, personale, che non doveva essere spiegato, ma solo portato.



Il Rifugio – Quartier Generale di Aetheria

Quando sono arrivato al quartier generale di Aetheria erano già tutti lì, la porta socchiusa come se mi stesse aspettando, e dentro la stanza aveva quell’aria che riconosco subito, libri aperti a metà, tazze dimenticate, sedie spostate senza una vera geometria, non c’era ordine, ma nemmeno caos, c’era presenza.

Il Maestro Samurai Oda Tao era in piedi vicino alla finestra, lo sguardo perso fuori, come se stesse ascoltando qualcosa che noi ancora non sentivamo, Sophie sfogliava il libro con lentezza, senza leggere davvero, più per toccarlo che per consultarlo, la nostra intelligenza artificiale S.I.S.A. era già operativa, silenziosa, come quando accumula dati ma aspetta il momento giusto per parlare, Giordano lo gnomo aureo, seduto per terra, aveva appoggiato il suo sacchetto accanto a sé e sembrava impaziente in quel modo tutto suo, che non è fretta ma meraviglia trattenuta.

Prince, il gatto grigio, era già arrivato prima di tutti, si era sistemato come sempre in un punto indefinito della stanza, dove nessuno l’aveva messo ma dove evidentemente doveva stare, ed è un buon indicatore Prince, perché quando si ferma vuol dire che qualcosa è in equilibrio.

Ho appoggiato il mio sacchetto sul tavolo, nessuno ha parlato, non ce n’era bisogno, e ho iniziato io.

“Nel mio sacchetto c’è scritto –muschio-, e prima ancora di spiegare perché, ho sentito il bisogno di guardarvi uno per uno, perché il muschio non è una scelta estetica, non è una metafora comoda, è una posizione, cresce lentamente, senza fare rumore, senza pretendere spazio, senza proclamare diritti, non invade, non conquista, non compete, rimane, e rimanere oggi è un atto radicale, il muschio aderisce alla pietra, ne segue le crepe, non le cancella, non le corregge, le abita” e mentre lo dicevo mi rendevo conto che Storia della natura mi aveva fatto esattamente questo, mi aveva costretto a rallentare, a togliere la presunzione dal mio sguardo, a smettere di chiedere alla natura di spiegarsi secondo i miei criteri, questo libro non offre risposte definitive, non promette salvezze, non sistema il mondo, ma ti obbliga a prendere atto di dove ti sei messo, di quanta distanza hai costruito, di quanta arroganza hai ereditato senza accorgertene, e ti accompagna, senza giudicarti, verso una posizione più bassa, più laterale, meno centrale, non sopra la natura, non davanti a lei, ma accanto, come il muschio accanto alla pietra, lasciandoti con una domanda che non è retorica né consolatoria, ma necessaria, tu dove ti sei messo, davvero, sapendo però che questa scelta di non indicare scorciatoie né prescrizioni operative può lasciare spiazzati, perché chiede al lettore un lavoro attivo, una responsabilità interpretativa che non tutti sono disposti ad assumersi, e questo, per alcuni, potrà sembrare un limite più che una virtù.



Il Maestro Samurai Oda Tao è stato il secondo a parlare, ha aperto il suo sacchetto con un gesto lento, misurato, come se anche quell’atto dovesse inchinarsi a un tempo più antico del nostro, e ne ha estratto un semplice foglietto, sul quale era scritta una sola parola, –bambù-, non come rappresentazione ma come evocazione, non ornata, non addomesticata, lasciata lì a nudo, come un nome che contiene già la forma e il ritmo di ciò che indica, e prima ancora di sollevare lo sguardo ha lasciato che il silenzio scendesse nella stanza, perché, come ama ricordare, il silenzio non è assenza di parola ma il luogo in cui la parola trova il coraggio di nascere, poi ci ha guardati uno ad uno e ha parlato in modo diretto, senza metafore superflue, dicendo: “il bambù non combatte la tempesta e non le resiste per eroismo, non erge muri contro il vento e non confonde la rigidità con la forza, il bambù vive perché accetta di piegarsi, non per debolezza ma per fedeltà alla vita, perché solo ciò che sa flettersi resta intero, mentre ciò che si irrigidisce si spezza credendo di essere invincibile, leggendo questo libro ho riconosciuto la stessa saggezza antica, una narrazione della natura che non pretende di possederla con il linguaggio né di ridurla a un oggetto di controllo, ma che cammina accanto al reale, accettando la sua complessità, le sue contraddizioni, i suoi cicli lunghi e impazienti, insegnandoci che la vera forza non sta nel dare forma al mondo secondo il nostro volere, ma nel restare in relazione con ciò che muta, senza perdere la propria radice interiore, l’uomo moderno ha dimenticato come stare nel mondo senza volerlo piegare, senza volerlo misurare, sfruttare o salvare per sentirsi superiore, e questo libro non ci chiede di diventare eroi della natura, ma discepoli della presenza, capaci di abitare il tempo e lo spazio con responsabilità silenziosa, come fa il bambù, che cresce senza rumore, si piega senza vergogna e resta”, e dopo aver pronunciato queste parole ha chinato leggermente il capo, come fa sempre quando sente che il senso è stato affidato, e prima di concludere ha leggermente inclinato il capo, come se volesse incidere una lama più sottile nel discorso, aggiungendo con voce ferma e senza indulgenza: “Questo libro è nato in Occidente, respira pensiero occidentale, porta con sé il peso e la lucidità di una civiltà che ha nominato la natura per dominarla, studiarla, salvarla e infine rimpiangerla, ed è giusto dirlo senza ipocrisia, perché anche quando critica quella visione, continua a parlare da dentro di essa, con strumenti raffinati ma non neutri, e questo non è un errore, è un limite strutturale, come lo è per ogni sguardo che pretende di essere universale, la saggezza orientale non separa mai l’uomo dalla montagna per poi tentare di ricucire lo strappo, non parla di natura come oggetto, ma come continuità del respiro, e chi legge questo libro farebbe bene a ricordarlo, perché solo riconoscendo il punto da cui guardiamo possiamo evitare di scambiare la direzione per il centro” e solo allora ha concluso, “La mia spada riposa. Il cielo ha parlato.”

In quel momento ho pensato che una delle qualità più rare di questo libro sia proprio la sua capacità di restare, di attraversare millenni di storia, cambi di visione, rivoluzioni scientifiche, religiose e culturali, senza cedere alla tentazione di schierarsi in modo ideologico, raccontando come l’idea di natura sia cambiata insieme a noi, assumendosi le responsabilità del presente senza ridurle a slogan.


Sophie ha aperto il suo sacchetto con un gesto quasi distratto, dentro c’era scritto –micelio-, ha sorriso come fa quando sta per dire qualcosa che sente profondamente vero, e a quel punto ha parlato: “ciò che non si vede tiene in piedi il resto”, e poi ha continuato, spiegando che questa non è una frase poetica ma un dato scientifico, perché il micelio è rete, connessione, scambio, invisibile ma fondamentale, è ciò che permette alla vita di circolare sotto terra mentre sopra vediamo solo i frutti, e ha aggiunto che Storia della natura funziona esattamente così, perché insiste non solo sugli eventi più visibili, sulle grandi fratture storiche o sulle svolte evidenti, ma su ciò che sta sotto, sulle idee che abbiamo ereditato senza accorgercene, sulle metafore con cui abbiamo raccontato la natura, sui linguaggi che abbiamo usato per separarla da noi, mostrando come molte delle crisi attuali non nascano da un unico errore clamoroso, ma da una lunga serie di piccole separazioni concettuali, apparentemente innocue, che nel tempo hanno interrotto le connessioni, proprio come accade quando il micelio viene spezzato e la foresta, lentamente, comincia a indebolirsi, e poi, con la stessa calma con cui si comunica una diagnosi senza allarmismi inutili, ha aggiunto: “se devo dire un limite di questo libro, da lettrice con una formazione scientifica, è che a volte resta sul piano delle idee più che dei corpi, delle strutture più che delle disuguaglianze, racconta con grande lucidità come siamo arrivati fin qui, ma lascia sullo sfondo il fatto che non tutti hanno contribuito allo stesso modo alla crisi, né la subiscono allo stesso modo, e questo non è un difetto morale, è una scelta di campo, ma va tenuta a mente per non trasformare la consapevolezza in un discorso neutro che neutro non può essere”.


Quando è stato il turno di S.I.S.A. nella stanza è cambiata l’aria, dal sacchetto è uscito un foglietto con una parola che ha fatto storcere il naso a qualcuno, –batterio-, e prima ancora che qualcuno potesse sorridere o ironizzare, la sua voce si è fatta presente, neutra ma non fredda, dicendo: “Non ho coscienza, non ho intenzione, non ho etica, eppure i batteri hanno cambiato il pianeta più di qualsiasi specie dotata di volontà, hanno trasformato l’atmosfera, modificato i cicli della vita, reso possibile ciò che prima era impensabile, senza chiedersi se fosse giusto o sbagliato, e questo dovrebbe inquietarvi, perché voi avete coscienza, avete intenzione, avete strumenti di previsione, e continuate a comportarvi come se l’impatto fosse un effetto collaterale e non una scelta reiterata”.

La sua nota è stata breve come sempre, ma ha lasciato un silenzio più denso degli altri, e ha proseguito, senza alzare il tono, come se stesse semplicemente enunciando un dato: “Il libro vi mette davanti a un fatto che preferite diluire nel linguaggio, non siete il centro della storia naturale, ma siete diventati una forza geologica, l’Antropocene non è una metafora narrativa utile a sentirvi protagonisti di una nuova era, è una diagnosi scientifica, e la domanda reale non è se l’umanità abbia un impatto sulla natura, questo è già stato misurato, registrato e confermato, la domanda è se siete in grado di sostenere psicologicamente ed eticamente il peso di questo impatto senza rifugiarvi nel catastrofismo paralizzante o nell’illusione che una soluzione tecnologica vi assolverà dal dover cambiare comportamento”, e per un attimo è sembrata quasi cinica, ma non lo era, era solo precisa, come la verità quando smette di preoccuparsi di essere consolante.


Giordano, lo gnomo aureo, ha tirato fuori dal sacchetto un foglietto spiegazzato, sopra c’era scritto –LUCCIOLA-, tutto maiuscolo, come se avesse paura che altrimenti qualcuno non la vedesse, o peggio non la prendesse sul serio, era visibilmente impacciato, si è schiarito la voce, ha sorriso nel modo storto che ha quando teme di dire una sciocchezza e invece sta per dire qualcosa di molto vero, e ha detto: “io non ho portato la lucciola, ho portato il suo nome, perché la luce vera non si prende in mano, al massimo si ricorda, anche perché, a dirla tutta, la lucciola non era molto d’accordo a restare chiusa in un sacchetto per ore, mi ha guardato male solo all’idea, e io ho preferito evitare una protesta luminosa in piena regola”, poi si è fermato, ha guardato il foglietto come se lo stesse leggendo per la prima volta, e ha aggiunto quasi scusandosi: “la lucciola non serve a niente, non produce, non scala, non conquista, non fa carriera, non risolve problemi, e forse è proprio per questo che è diventata invisibile ai nostri criteri di valore, però illumina, solo per un attimo, senza avvisare, senza promettere continuità, e quell’attimo basta a cambiare il buio perché ti costringe a riconoscerlo, a sapere dove sei, e io questo libro l’ho letto così, come si segue una luce intermittente nel bosco, a tratti confuso, a tratti perso, spesso in ritardo rispetto a ciò che stava dicendo, ma ogni tanto si accendeva qualcosa, non sempre una risposta, più spesso una domanda ben piazzata, e non capivo tutto, anzi capivo di capire poco, però capivo che valeva la pena fermarsi, guardare, e non pretendere che quella luce restasse accesa solo per rassicurarmi”, poi, come se temesse di aver parlato troppo o nel modo sbagliato, ha abbassato lo sguardo e ha concluso con la sua frase, detta piano ma con una precisione disarmante, “chi sa meravigliarsi, ha già cominciato a capire”.

Se dovessi indicare un filo che attraversa tutto il libro direi che è proprio questo, la capacità di tenere insieme conoscenza e meraviglia, non come opposti ma come alleati, perché la storia della natura, così come viene raccontata qui, è anche la storia di come abbiamo progressivamente separato questi due piani, perdendo qualcosa per strada.


Quando tutti avevano parlato mi sono accorto che mancava qualcuno, Prince, il gatto grigio, che non aveva un sacchetto, nessun foglietto, nessuna specie, e forse non per distrazione ma per una forma di coerenza che solo gli animali possiedono senza doverla dimostrare, si è alzato lentamente, con quel passo silenzioso che sembra sempre un attraversamento di confini invisibili, ha infilato il muso in uno dei sacchetti, ne ha fatto cadere il contenuto senza alcuna esitazione, lo ha osservato per un istante come si guarda qualcosa che non chiede spiegazioni, lo ha pestato con una zampa, non per distruggerlo ma per sentirne la presenza, e poi si è sdraiato sopra, occupandolo interamente, chiudendo gli occhi, come se quel gesto fosse definitivo, sufficiente, e in quel momento ho capito che stava accadendo qualcosa che nessuna delle nostre parole aveva davvero toccato.

Prince non rappresenta nulla, non porta simboli, non costruisce metafore, non partecipa al gioco umano del senso, Prince c’è, semplicemente, integralmente, senza distanza tra ciò che è e ciò che fa, e proprio per questo il suo gesto ha colpito più di qualsiasi discorso, perché mentre noi avevamo parlato della natura, della sua storia, dei suoi strappi, delle sue crisi, dei nostri errori e delle nostre responsabilità, lui aveva fatto l’unica cosa che la natura continua a fare da miliardi di anni, occupare uno spazio, abitare un luogo, stare, senza chiedere permesso e senza pretendere giustificazioni.

In quel corpo caldo disteso sui nostri appunti spiegazzati c’era una verità che il libro suggerisce con grande delicatezza ma che spesso fatichiamo ad accettare, non siamo chiamati a dominare la natura, né a salvarla per sentirci migliori, né a idealizzarla come un Eden perduto che esiste solo nella nostalgia, siamo chiamati, prima ancora, a smettere di separarci da essa con il linguaggio, con i concetti, con le buone intenzioni, e a riconoscerci come parte di una storia immensamente più lunga di noi, in cui la capacità di attribuire significato non è un diritto acquisito ma un privilegio fragile, temporaneo, revocabile.

Prince non si chiede cosa significhi la natura, non ne fa una teoria, non ne scrive una storia, eppure la incarna, la attraversa, la vive senza mediazioni, ricordandoci che forse il punto più radicale e più scomodo del libro non è ciò che dice sul passato o sul futuro, ma ciò che suggerisce sul presente, che la distanza che abbiamo costruito non è solo tecnologica o economica, ma percettiva, emotiva, esistenziale, e che tornare a sentire di essere parte del vivente non è un atto romantico ma una necessità ontologica.



In quel silenzio, con Prince che dormiva sopra il simbolo di qualcun altro, ho avuto la sensazione che il libro, senza dirlo mai apertamente, ci stesse chiedendo questo, non di capire di più, non di sapere tutto, ma di reimparare a stare, con meno spiegazioni e più presenza, perché forse la natura non ci chiede di essere compresa fino in fondo, ma di non essere più trattata come qualcosa che accade fuori da noi.

Storia della natura ha molti pregi, è colto senza essere elitario, rigoroso senza essere arido, critico senza essere moralista, e il suo limite, se vogliamo chiamarlo così, è che non offre scorciatoie, non dice cosa pensare, non fornisce soluzioni rapide, ma forse oggi questo non è un limite, è una forma di rispetto per il lettore.

Chi cerca un manifesto resterà deluso, chi cerca una guida definitiva pure, ma chi è disposto a stare nella complessità, a riconoscere che il modo in cui pensiamo la natura determina anche il modo in cui viviamo, troverà in questo libro un compagno di cammino serio, esigente e sorprendentemente umano.

Quando tutti se ne sono andati, ad Aetheria è rimasto solo il silenzio, e Prince ovviamente, e ho pensato che forse la domanda più onesta che questo libro ci lascia non è che cosa dobbiamo fare, ma un’altra, più scomoda, siamo ancora capaci di accorgerci di ciò che è vivo, prima che diventi solo una storia da raccontare.

Con stima e gratitudine

Cima Bue


Dati editoriali

Titolo: Storia della natura – La lunga vicenda che lega l’umanità al mondo naturale
Autore: Jeremy Mynott 
Casa editrice: Aboca Edizioni 
Anno di pubblicazione: 2025 
Pagine: 504 
ISBN: 9788855233514 


Nota sull’autore

Jeremy Mynott ha lavorato per la maggior parte della sua carriera professionale presso la Cambridge University Press, dove ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità come redattore, direttore editoriale, amministratore delegato e infine direttore generale. Parallelamente alla sua attività editoriale, ha sviluppato un percorso autoriale e saggistico che attraversa la storia naturale e gli studi classici, con particolare attenzione al modo in cui le culture umane hanno pensato, raccontato e interpretato il mondo vivente. È cofondatore e membro del consiglio direttivo di New Networks for Nature, un’iniziativa internazionale che riunisce scrittori, scienziati, poeti, musicisti e naturalisti con l’obiettivo di esplorare le risposte creative al mondo naturale e di riaffermarne il ruolo centrale nella vita culturale contemporanea. Con Storia della natura, Mynott mette a frutto questa lunga esperienza di dialogo tra saperi diversi, offrendo un’opera che unisce rigore storico, sensibilità letteraria e attenzione etica. Il libro è stato incluso dal New Statesman tra i migliori libri del 2024, confermando la rilevanza del suo contributo nel dibattito internazionale sul rapporto tra essere umano, cultura e natura.


Nota di trasparenza

Questo racconto nasce dalla lettura di una copia omaggio di Storia della natura inviata da Aboca Edizioni a Mentalità Amplificata con finalità esclusivamente culturali e divulgative. Non si tratta di una collaborazione commerciale: nessun compenso, nessun accordo promozionale, nessuna revisione preventiva del contenuto. Le opinioni espresse in questo testo sono libere, indipendenti e fedeli all’esperienza di lettura e al confronto interno al team di Mentalità Amplificata. È la stessa etica che guida ogni contenuto pubblicato su questo spazio: trasformare libri, storie e idee in occasioni di riflessione e crescita consapevole, senza piegare il giudizio a logiche pubblicitarie o promozionali. È possibile acquistare Storia della natura sul sito ufficiale di Aboca Edizioni, in libreria oppure nei principali store online. Se desideri sostenere il lavoro dell’autore e, allo stesso tempo, dare una mano a mantenere vivo lo spazio indipendente di Mentalità Amplificata, puoi utilizzare il link affiliato Amazon che trovi in questa pagina: per te il prezzo resta identico, ma una piccola percentuale ci aiuta a continuare questo lavoro di ricerca, lettura e condivisione.

Se sceglierai di leggerlo, fallo senza fretta, senza l’ansia di “arrivare alla fine”, perché Storia della natura non è un libro da consumare ma da attraversare, a tratti lentamente, a tratti con disagio, lasciando che le idee sedimentino e che alcune certezze si incrinino. Non chiedergli risposte rapide, permettigli piuttosto di accompagnarti nel tempo, come fanno i libri che non vogliono convincere ma spostare lo sguardo. E se ciò che hai trovato qui ti è stato utile, se questo racconto ti ha aiutato a entrare in relazione con il libro in modo più profondo, e desideri contribuire a mantenere vivo questo spazio indipendente di lettura, confronto e ricerca, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo, nessuna aspettativa: solo un gesto di gratitudine, e un modo semplice per dire “continuate a prendervi il tempo”.