Dallo Yoga della Risata alla spiritualità felice

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Dallo Yoga della Risata alla spiritualità felice di Elisabetta Grosso – Collana Sundarta – Santelli Editore


Il metodo In Spirit e la domanda che resta quando non c’è voglia di sorridere

Ci sono libri sulla felicità che mi arrivano con la sicurezza di chi ha già risolto tutto. Hanno titoli luminosi, promesse ordinate e la strana abitudine di parlarmi del dolore come di un piccolo incidente tecnico: qualcosa da correggere in fretta, magari entro la fine del capitolo. Dallo Yoga della Risata alla spiritualità felice di Elisabetta Grosso non evita la parola felicità. La mette al centro, la ripete, la chiama per nome. Ma non la tratta come un premio da meritare né come una posa da mantenere davanti agli altri.

Elisabetta Grosso è psicologa, psicoterapeuta e insegnante di Yoga della Risata. Nel libro racconta In Spirit, il percorso che ha ideato nel corso degli anni: un lavoro di gruppo in cui risata incondizionata, respiro, silenzio, immaginazione, corpo, creatività e condivisione provano a stare nella stessa stanza senza escludersi a vicenda. La sua lingua è dichiaratamente spirituale. Parla di cuore, di unità, di anima, di impermanenza; usa la rosa come immagine di ciò che, lentamente, può aprirsi dentro una persona.

La rosa, per me, non è qui un accessorio da copertina. È una domanda.

Un fiore non si apre perché qualcuno lo guarda con impazienza. Non sboccia per obbedire a un programma. Non fiorisce meglio se gli dici che dovrebbe farlo. Ha bisogno di tempo, luce, terra, acqua. E anche allora non è detto che il giorno sia quello giusto. Forse vale anche per me.

Non è una conclusione da appendere a una parete. È la cautela con cui scelgo di entrare in queste pagine. Ci sono periodi in cui una persona non può fiorire: può soltanto sopravvivere alla giornata, proteggere il proprio poco fiato, chiedere aiuto o imparare a non vergognarsi del fatto che non riesce a fare di più. Anche questo è un modo di restare vivi. Un libro che parla di gioia mi diventa interessante soltanto se sa fermarsi qui, davanti a questa evidenza, senza pretendere di illuminarla subito.

Grosso sceglie una strada luminosa, fiduciosa nella possibilità che anche una parte ferita della persona non esaurisca tutta la sua storia. La sua fiducia non è quella di chi non ha incontrato il dolore: il libro è attraversato da ferite, smarrimenti, lutti, paura, imperfezione. La sua proposta è provare a non consegnare a quelle esperienze l’intero diritto di definire chi sono. È una differenza delicata. Non mi dice che il dolore sparisce. Mi dice che, forse, non è l’unica voce autorizzata a parlare dentro di me.

Non è il primo titolo della collana Sundarta, pubblicata da Santelli Editore e curata da Marcella Maiocchi, che incontriamo. Prima di questo libro, con il team di Mentalità Amplificata, ho già incontrato Le quattordici case della felicità, La felicità in scena, Il denaro al servizio della felicità, Un mondo di felicità, Comunicazione felice e Camminare scalzi verso la felicità. Libri diversi per argomento e tono, ma uniti dal tentativo di sottrarre la felicità alla sua versione più povera: quella che la trasforma in efficienza, consumo, entusiasmo obbligatorio o prestazione emotiva.

Quello di Elisabetta Grosso entra più apertamente nel territorio spirituale e personale. Non chiede di essere letto come un protocollo: racconta una visione, un percorso e le esperienze di chi lo ha attraversato. Le sue immagini sul corpo, sulla cura e sulle trasformazioni interiori chiedono fiducia e discernimento; qui le accolgo come parte di un linguaggio esperienziale, non come garanzie.

E proprio qui il libro trova la sua forza: non separa il gioco dalla profondità, il corpo dalla domanda interiore, la risata dalla possibilità di stare accanto a ciò che ancora non si è sciolto.

Entro allora nel libro senza chiedergli di salvarmi e senza fingere che non abbia niente da dirmi.

Mi fermo su una domanda semplice solo in apparenza: posso cercare la gioia senza fare del dolore una colpa?

Ora varca la soglia con me: entra in Mentalità Amplificata.

Sophie


Aetheria, il mondo simbolico di Mentalità Amplificata

Il libro sul tavolo

Non consegnai le copie del libro di persona.

Non perché volessi rendere tutto più misterioso. Il mistero, quando viene fabbricato, ha spesso l’odore dei cassetti chiusi troppo a lungo. Le lasciai nel Rifugio di Aetheria perché ciascuno potesse incontrare il volume da solo, prima che gli altri iniziassero a spiegarglielo.

Sul grande tavolo di legno misi quattro copie di Dallo Yoga della Risata alla spiritualità felice. Accanto a ognuna, lo stesso biglietto: Ci troviamo tra pochi giorni al Giardino Segreto dei Sussurri – Sophie



Nei giorni successivi mi raccontarono come avevano trovato le loro copie.

Seppi che Cima Bue trovò il suo libro all’alba. Entrò nel Rifugio con una pila di quaderni sotto il braccio e le chiavi strette nella mano destra. Dopo alcuni secondi cominciò a cercare proprio quelle chiavi sul tavolo.

Prince, il gatto grigio, che era sdraiato vicino alla porta, lo osservò senza intervenire.

Fu allora che Cima Bue vide il libro. Lesse il titolo, poi il biglietto. Rimase fermo con un’espressione che, per chi non lo conosce, poteva sembrare soltanto concentrazione. Per chi lo conosceva bene, invece, era il modo in cui cercava di non sorridere troppo presto.

«Un invito con preavviso», disse.

Prince socchiuse gli occhi.

«È già una forma di cura.»

Non era chiaro se stesse parlando della convocazione o di me.

Il Maestro Samurai Oda Tao trovò la sua copia nel pomeriggio. Non lesse subito il biglietto. Posò due dita sulla copertina come se il gesto potesse dirgli qualcosa prima delle parole. Poi lo aprì, ne osservò la calligrafia e lo ripiegò con cura nella manica.

Non fece domande.

Era la sua maniera di prendere sul serio un appuntamento.

S.I.S.A. non aveva bisogno di trovare nulla. Quando la sua presenza attraversò il Rifugio, una luce sottile percorse il bordo del tavolo e si fermò sul volume.

«Convocazione non urgente», disse.

Rilesse il titolo.

«Tema ad alta densità interpretativa.»

La luce rimase qualche istante accanto al biglietto.

«E con lessico potenzialmente ambiguo.»

Prince aprì un occhio.

«Non è una critica», precisò S.I.S.A. «È un motivo per leggere con attenzione.»

Giordano, lo gnomo aureo, arrivò per ultimo. Aveva il mantello verde bosco impigliato a una radice della soglia e una foglia intera nella corona d’alloro. Riuscì a liberarsi con un movimento che avrebbe potuto essere scambiato per un inchino, se fosse stato eseguito da qualcuno con più equilibrio.

«Vorrei segnalare», annunciò entrando, «che il Rifugio ha aggiunto ostacoli non autorizzati lungo l’accesso.»

La sua copia era al centro del tavolo.

Giordano lesse il titolo e si portò una mano al petto.

«Un libro sulla risata. Finalmente un ambito in cui la mia preparazione viene riconosciuta.»

Aprì il biglietto. Il tono cambiò appena.

«Tra pochi giorni.»

Prince si era alzato. Camminò fino al tavolo e annusò il volume.

«Sì, lo leggerò», disse Giordano. «Non serve usare la pressione psicologica di un gatto per ogni questione importante.»

Prince non rispose.

Era difficile stabilire se quel silenzio fosse approvazione o archivio delle promesse fatte male.



Il Giardino prima della conversazione

Il Giardino Segreto dei Sussurri, all’alba, non mi sembrava un luogo preparato per una conversazione. Mi sembrava piuttosto una conversazione che non aveva ancora trovato le proprie parole.

Lo stagno conservava una luce lattiginosa. I bambù non erano del tutto fermi, ma si muovevano con tale prudenza che il vento pareva chiedere permesso. Sulle pietre del sentiero restavano piccole pozze della notte, e il roseto vicino alla panchina era più scuro del resto del Giardino, come se custodisse ancora un po’ di sonno.

Ero seduta con il libro sulle ginocchia.

Accanto alla panchina, un ramo del roseto portava una rosa ancora chiusa. Non una di quelle scelte per essere fotografate. Aveva un petalo piegato verso l’interno e una goccia d’acqua ferma sul bordo. Mi ero fermata a guardarla proprio per quel petalo fuori posto.

Presi la rosa fra le dita senza staccarla dal ramo.

Sentii i passi di Cima Bue prima di vederlo. Non faceva rumore, ma il suo modo di arrivare aveva qualcosa di riconoscibile: sembrava sempre che stesse verificando se il luogo fosse pronto a sostenere una domanda.

«Pensavo di essere in anticipo», disse.

«Lo sei.»

«E tu eri già qui.»

«Qualcuno doveva controllare che il Giardino non avesse deciso di rimandare.»

Cima Bue si fermò davanti alla panchina. Guardò la rosa, poi il libro.

«Non mi dire che ci aspetta una lezione di botanica spirituale. Ho già perso una volta contro una pianta grassa.»

«Non era una competizione, Prof. Dovevi solo darle acqua.»

«Era poca acqua.»

«Ogni giorno.»

«La costanza è una virtù.»

«Non quando annega un cactus.»

Lui sorrise. Con Cima Bue il sorriso arrivava spesso dopo la battuta, come se volesse prima assicurarsi che nessuno lo avesse notato.

Si sedette accanto a me, lasciando tra noi lo spazio giusto: né troppo poco né troppo.

Per qualche istante non dicemmo nulla. Il silenzio fra noi non aveva bisogno di essere riempito: non era un vuoto imbarazzato, ma una delle poche cose che entrambi sapevamo riconoscere senza discuterne. Cima Bue si tolse gli occhiali, li pulì con un lembo della camicia e li rimise subito, come se quel gesto avesse una funzione precisa oltre a quella dichiarata.

«Allora», disse, «perché proprio qui?»

Guardai la rosa.

«Perché il libro usa questa immagine per quasi tutto. Per parlare di ciò che siamo, delle ferite, della luce, del gruppo, del tempo necessario a una persona per ritrovarsi.»

«E tu temi che sia un’immagine troppo bella?»

«Temo che, quando un’immagine è bella, noi possiamo usarla per addolcire ciò che non dovrebbe essere addolcito.»

Cima Bue smise di giocare con il bordo del libro.

«Il dolore, per esempio.»

Annuii.

«Grosso parla di una gioia che non dipende soltanto da ciò che ci accade. Capisco cosa intende. Capisco la forza di non aspettare che la vita diventi impeccabile per concedersi un respiro, un sorriso, un momento di pace. Però qualcuno potrebbe ascoltare questa frase quando non riesce nemmeno ad alzarsi dal letto. E sentirla come un’accusa.»

«Come se non saper essere felici fosse una colpa aggiuntiva.»

«Sì.»

Cima Bue guardò lo stagno. Una foglia cadde nell’acqua senza fretta.

«Allora non dobbiamo difendere il libro da questa domanda», disse. «Dobbiamo mettergliela accanto.»

Rimasi in silenzio un momento.

«Tu riesci sempre a trasformare una paura in un compito da fare.»

«È il mio difetto professionale.»

«No. Il tuo difetto professionale è fare elenchi durante le passeggiate.»

«Una passeggiata senza elenco rischia di diventare un vagabondaggio.»

«E un vagabondaggio, per tua informazione, può avere una sua dignità.»

«Dignità sì. Ma guarda dove metti i piedi.»

Lo guardai, fingendo di non capire.

«Stiamo parlando di una rosa.»

«Le rose hanno spine. Mi è sembrato un collegamento prudente.»

Abbassai lo sguardo sul libro per non lasciargli vedere quanto stavo sorridendo.

Poi tornai seria.

«C’è un’altra cosa che mi ha colpita. Il libro non descrive la risata come un carattere. Non dice: ci sono persone naturalmente leggere e persone che non lo saranno mai. La racconta come una possibilità da praticare, anche quando il motivo non arriva.»

«Quella parte mi interessa», disse Cima Bue. «Ma solo se resta dentro un confine chiaro. Un esercizio può invitare. Non può pretendere. Un gruppo può offrire uno spazio. Non può chiedere a qualcuno di guarire davanti agli altri per dimostrare che lo spazio funziona.»

«E se una persona non vuole ridere?»

«Allora deve poter non ridere. Se non esiste quella libertà, non stiamo parlando di gioia. Stiamo parlando di conformità con un accompagnamento musicale.»

Lasciai uscire un respiro breve, quasi una risata.

«È una frase molto da professore.»

«Grazie.»

«Non era un complimento.»

«Allora la inserirò tra le osservazioni da approfondire.»

Lo guardai di lato.

«Dimmi che non hai davvero un elenco delle osservazioni da approfondire.»

«Non posso. Potrei averlo preparato mentalmente.»

«È persino peggio.»

«Lo so. È una delle ragioni per cui mi sopporti.»

Non era una domanda. Non era neppure una frase sufficientemente leggera per essere lasciata cadere senza conseguenze. Sfiorai con un dito il margine della copertina.

«Ti sopporto perché sei utile nei casi d’emergenza», dissi.

«Ah. Una qualifica di grande prestigio.»

«E perché, quando una cosa ti importa davvero, smetti di voler avere ragione.»

Cima Bue abbassò gli occhi. Il suo sorriso questa volta non arrivò in ritardo. Arrivò e basta.

Parlava con ironia, ma mi guardava con l’attenzione di chi ha sentito qualcosa di importante e non vuole farlo pesare.

«Dirlo nel nostro incontro è necessario», aggiunse. «Un libro può offrire linguaggio e compagnia. Quando una sofferenza chiede una cura professionale, non ha il compito di sostituirla.»

«Lo diremo senza trasformarlo in una postilla fredda.»

«Lo diremo perché è una forma di rispetto.»

Per un istante il Giardino rimase molto quieto. La rosa non si era aperta. Nessuno dei due si aspettava che lo facesse.



Giordano e la risata che non si comanda

Dal sentiero settentrionale arrivò un rumore. Poi un altro. Poi il suono esatto di una persona che cerca di restare autorevole mentre perde una discussione con il terreno.

Giordano lo Gnomo Aureo comparve tra i bambù con una foglia nella corona e un’altra, più grande, nel mantello.

«Vorrei segnalare», disse senza salutare, «che il Giardino ha modificato la disposizione delle radici rispetto alla mia ultima visita.»

«Le radici erano ferme», disse Cima Bue.

«È proprio ciò che direbbero delle radici ben organizzate.»

Gli indicai un punto sull’erba. Giordano si sedette, dopo aver controllato con una cura eccessiva che non ci fossero insetti con pretese territoriali.

«Hai letto il libro?» gli chiese Cima Bue.

«Tutto.»

«Tutto?»

«Anche le parti in cui ho pensato: questa cosa io non la so fare.»

«Quali?»

Giordano tirò un filo d’erba senza strapparlo.

«Quelle in cui sembra che dovresti riuscire a ridere anche se non ne hai voglia. Io, quando non ne ho voglia, di solito entro nella mia radicora, chiudo la porta e dichiaro che sto elaborando una strategia.»

«Funziona?» domandò Cima Bue.

«No. Però la parola strategia fa sembrare tutto più costoso e quindi più rispettabile.»

Risero. Non molto. Il genere di risata che non cerca di coprire ciò che è stato detto.

Giordano aspettò che il suono finisse.

«Poi ho capito una cosa», continuò. «La risata del libro non mi sembra quella che fai quando qualcuno cade nel fango. Anche se, lo riconosco, quella è una risata con una tradizione gloriosa. Mi sembra più quel momento in cui il corpo smette di stare in guardia per un attimo. Come Prince quando, dopo aver ispezionato tutto il Rifugio, si addormenta sul libro e si fida che nessuno lo sposti.»

Lo guardai con dolcezza.

«Per ridere davvero devi sentirti al sicuro?»

Giordano annuì.

«Se ridi perché qualcuno te l’ha ordinato, magari muovi la bocca. Però il resto di te resta fuori dalla stanza.»

Cima Bue si piegò appena in avanti.

«Questa è la domanda che ogni gruppo dovrebbe farsi: chi partecipa può anche non farlo? Può osservare? Può stare in disparte? Può dire che oggi non se la sente?»

«E può dire che gli viene da piangere?» aggiunsi.

Giordano guardò l’acqua.

«Forse sì. Perché a volte, quando non ridi da molto, prima arriva altro.»

La sua voce non aveva più niente di goffo.

«Non bisogna farne uno spettacolo», disse Cima Bue.

«No», rispose Giordano. «Ma nemmeno far finta che non esista.»

Il suo mantello aveva perso un’altra foglia senza che lui se ne accorgesse. Pensai di dirglielo, poi lasciai stare. Alcune persone hanno bisogno di potersi permettere una piccola disordinata prova del fatto che sono state nel mondo.

«Sai che cosa mi ha spaventato?» chiese Giordano dopo un po’. «Non il libro. L’idea che io potessi usarlo male.»

Cima Bue si voltò verso di lui.

«In che modo?»

«Quando una cosa dice che posso ritrovare dentro di me una luce, mi viene voglia di cercarla subito. E se non la trovo? E se apro tutte le stanze della radicora, guardo sotto i tappeti, controllo persino il ripostiglio delle marmellate e non c’è nessuna luce? Mi viene da pensare che forse sono costruito male.»

Sentii una fitta breve e precisa. Era una paura meno comica di come Giordano l’aveva vestita.

«Non sei costruito male», dissi.

«Lo so. Era un’ipotesi narrativa.»

«Giordano.»

Lui smise di sorridere.

«Lo so davvero», aggiunsi. «Ma capisco che la domanda arrivi. E forse il punto non è trovare una luce nascosta come se fosse un oggetto smarrito. Il punto è smettere di trattarti come se, nei giorni bui, non avessi più valore.»

Giordano rimase a guardare lo stagno.

«Questo riesco a capirlo», disse. «Non sempre a farlo. Però a capirlo sì.»

«È già un inizio», disse Cima Bue. «Non una soluzione. Un inizio.»

«Tu sei davvero allergico alla parola soluzione.»

«Ho avuto brutte esperienze con le parole che arrivano prima del problema.»

«Allora possiamo chiamarla zuppa?»

«No.»

«Era una proposta aperta.»

Pensai alle persone che, quando provano a raccontare un dolore, si scusano prima ancora di aver trovato le parole. A quelle che sorridono per rendere più sopportabile agli altri ciò che stanno attraversando. A quelle che, al contrario, si vergognano se per qualche minuto sentono leggerezza mentre una parte della loro vita è ancora difficile.

«Forse è questo che il libro prova a dire», dissi. «Che non bisogna aspettare di essere guariti, risolti, perfetti per permettersi una piccola gioia. Ma non bisogna neppure usare la gioia per saltare sopra a quello che fa male.»

«Come attraversare un ponte senza dichiarare che sotto non c’è il fiume», disse Giordano.

Il Maestro Samurai Oda Tao non era ancora arrivato, ma per un istante il Giardino parve già ascoltare in quel modo che apparteneva a lui.



Il Maestro e le spine della rosa

Nessuno vide arrivare il Maestro Samurai Oda Tao.

Non ci furono passi. Non si mosse un ramo. A un certo punto, la pietra piatta accanto al roseto non fu più vuota.

Il Maestro era seduto lì con le mani raccolte nelle maniche e lo sguardo rivolto alla rosa.

Ci alzammo. Non era una regola. Accadeva sempre così.

«Maestro», dissi.

Il Maestro Oda Tao inclinò appena il capo.

«La rosa non si apre perché qualcuno le spiega la primavera», disse.

Giordano guardò Cima Bue.

«Questa è una risposta o l’inizio di un esame?»

«Entrambe le cose», mormorò Cima Bue.

Il Maestro non sembrò offeso. Forse aveva sorriso, ma con lui non era mai semplice stabilirlo.

«Parliamo di una risata che viene da dentro», continuò. «È bene ricordare che ciò che viene da dentro non obbedisce al comando di chi sta fuori. Se ordini a un fiore di aprirsi, gli insegni la paura del sole.»

Sentii quella frase posarsi con delicatezza e peso insieme.

«Il libro propone pratiche», dissi. «Risata, respiro, silenzio, immaginazione. Può una pratica aiutare?»

«Una pratica può preparare il terreno», rispose Oda Tao. «Non può possedere il raccolto.»

Giordano sollevò un dito, poi lo abbassò. Il Maestro se ne accorse.

«La domanda non detta marcisce più in fretta di quella sciocca», disse.

«Non era sciocca», borbottò Giordano. «Era soltanto… con un margine di rischio.»

«Dilla.»

Giordano guardò la rosa chiusa.

«Se tutto cambia, come dice il libro, allora passano le giornate brutte. Questa parte mi piace. Però passano anche quelle belle. Non è un po’ ingiusto?»

Oda Tao guardò lo stagno. Una piccola increspatura arrivò fino alla pietra e si sciolse.

«È proprio perché passano che non devi possederle.»

Giordano rimase in attesa.

«Non sono sicuro di aver capito.»

«Non devi capire tutto subito. Anche il respiro entra ed esce. Se trattenessi soltanto l’inspirazione, la chiameresti vita o paura?»

Giordano ci pensò a lungo. Poi annuì.

«Paura.»

«Il giorno felice non ti è stato dato per fermare il tempo. Ti è stato dato perché tu possa abitarlo. E il giorno difficile non ti è stato dato per dimostrare quanto sei forte. Ti chiede soltanto di non confonderlo con tutta la tua vita.»

Abbassai gli occhi.

«Questo è molto diverso dal dire che il dolore è bello.»

«Dal dolore, a volte, impariamo qualcosa», disse il Maestro. «Altre volte riusciamo soltanto ad attraversarlo. Non mettere una corona sul capo della sofferenza. Le corone pesano anche quando sono fatte di parole belle.»

Cima Bue mi guardò. Non era uno sguardo da tradurre, e forse proprio per questo lo sentii con chiarezza.

«Dobbiamo conservarlo», disse. «Non come una frase da estrarre. Come misura dell’intero incontro.»

Oda Tao appoggiò una mano sulla pietra.

«La gioia non è il contrario del dolore. È la capacità di non lasciare che il dolore diventi l’unico sovrano.»

Rimasi con quella frase più a lungo di quanto avrei fatto con una risposta più semplice.

«Maestro», dissi, «a volte ho paura che parlare di spiritualità significhi rendere tutto più lontano. Come se il corpo, la stanchezza, la rabbia, le cose pratiche diventassero dettagli indegni. Il libro parla di anima, di cuore. Come facciamo a non usare queste parole per sfuggire proprio a ciò che avremmo bisogno di guardare da vicino?»

Oda Tao raccolse una piccola spina caduta sotto il roseto. La tenne nel palmo aperto.

«Chi parla di cielo per non vedere il fango non conosce né il cielo né il fango», disse. «La Via non ti chiede di diventare meno terreno. Ti chiede di non pensare che la terra finisca sotto le tue scarpe.»

Giordano guardò la spina.

«Questa l’ho capita quasi subito.»

«Quasi?» domandò Cima Bue.

«La parte delle scarpe mi ha confuso. Gli gnomi usano molto gli stivali.»

Il Maestro rimise la spina a terra.

«Ogni saggezza diventa pericolosa quando viene usata per smettere di guardare. Le mie non fanno eccezione.»

Nessuno replicò. Il rispetto che il gruppo aveva per Oda Tao non nasceva dal fatto che fosse sempre enigmatico. Nasceva anche da questo: non usava il mistero per sentirsi al di sopra degli altri.

Il sole iniziava a passare oltre gli alberi. Una lama di luce raggiunse il roseto, ma non bastò a far cambiare la rosa.

Il Maestro la osservò.

«Anche questo è giusto», disse.



S.I.S.A. e il confine che non si deve nascondere

Una luce azzurra attraversò le canne del bambù e si raccolse accanto alla panchina. Non aveva passi, ma il Giardino la riconobbe: una foglia si sollevò dal sentiero e ricadde senza rumore.

«Buongiorno», disse S.I.S.A. «Ho completato la rilettura dei nuclei principali.»

Giordano si raddrizzò.

«S.I.S.A., posso farti una domanda senza creare un incidente diplomatico?»

«Dipende dalla domanda.»

«Tu puoi ridere?»

La luce rimase immobile.

«Posso riconoscere il riso, descriverne le forme, analizzare le condizioni che lo rendono più probabile e comprendere perché una risata possa essere condivisa. Non possiedo però un diaframma, una memoria infantile o un corpo che possa alleggerirsi.»

Giordano sembrò sinceramente dispiaciuto.

«Quindi non puoi fare ho-ho, ha-ha?»

«Posso riprodurre la sequenza sonora. Sarebbe una simulazione.»

«Sarebbe anche molto inquietante», intervenne Cima Bue.

«Annotazione utile», rispose S.I.S.A.

Le rivolsi la domanda che avevo preparato.

«Che cosa hai trovato nel libro?»

«Un testo intenzionalmente non neutro», disse S.I.S.A. «Elisabetta Grosso non nasconde la propria visione. Interpreta l’esperienza umana attraverso spiritualità, cuore, unità, impermanenza, karma e dharma. Non considero questo un difetto. È il suo punto di partenza dichiarato.»

«Ma?» chiese Cima Bue.

«Ma la chiarezza sul perimetro è necessaria. Alcune espressioni del libro usano un linguaggio vicino alla psicologia, alla neurobiologia e alla cura. Possiamo riconoscerne la forza senza trasformare immagini, testimonianze o pratiche in risultati attesi. Una risata, un respiro o un gruppo non producono la stessa esperienza per ogni persona.»

Non sentii quella frase come una correzione. La sentii come si sente una mano appoggiata alla schiena prima di attraversare una strada.

«Quindi possiamo accogliere il libro senza diventare i suoi portavoce.»

«È la soluzione più coerente», disse S.I.S.A. «Potete dire: questo percorso propone. Non: questo percorso garantisce.»

«Una distinzione piccola», osservò Cima Bue, «ma che cambia tutto.»

«Cambia la responsabilità di chi scrive», precisò S.I.S.A.

Il Maestro Samurai Oda Tao alzò appena lo sguardo.

«La macchina ha parlato del limite senza vergognarsene», disse. «Molti uomini potrebbero imparare da questo.»

La luce di S.I.S.A. pulsò una volta sola.

«Registro il commento come apprezzamento non ostile.»

Giordano sorrise.

«Era un complimento.»

«Allora lo conserverò con cura.»

S.I.S.A. tornò al libro.

«C’è un secondo elemento che considero rilevante. Il gruppo, in queste pagine, non è soltanto un insieme di persone che svolgono un’attività. È uno spazio di riconoscimento. Il dato importante non è la tecnica della risata; è la condizione relazionale nella quale qualcuno può sperimentare senza venire ridotto a una prestazione.»

«Questo mi interessa», dissi. «Perché a volte anche le attività che nascono per far stare bene diventano un piccolo esame. Chi si diverte abbastanza? Chi partecipa di più? Chi cambia per primo?»

«Esatto», disse S.I.S.A. «Un ambiente può offrire gioco e produrre comunque confronto. Può parlare di libertà e produrre imitazione. La differenza non risiede soltanto nell’esercizio, ma nel modo in cui il gruppo gestisce il dissenso, la cautela e il tempo di ciascuno.»

Giordano guardò la rosa.

«Quindi se io oggi non riesco a ridere, non rovino l’esperimento?»

«No», rispose S.I.S.A. «A condizione che l’esperimento non sia stato costruito per misurare quanto sei bravo a sembrare felice.»

Cima Bue inspirò lentamente.

«Ecco. Questo è il punto che non vorrei perdere. La felicità può essere una pratica di attenzione. Ma se diventa una prestazione, assomiglia troppo a ciò da cui vorrebbe liberarci.»

S.I.S.A. tacque per qualche istante. Quando riprese a parlare, la sua voce era più bassa.

«Non ho strumenti per stabilire una misura universale della visione spirituale del libro. Posso però riconoscere la coerenza con cui oppone alla logica della performance un’altra logica: relazione, presenza, ascolto, gioco e accettazione dell’imperfezione.»

«E questo basta?» chiesi.

«Per iniziare una conversazione onesta, sì.»

S.I.S.A. rimase in silenzio, ma non nel modo in cui un essere umano resta in silenzio. Non aveva esitazione, timore o ricordi da mettere in ordine. Aveva raccolto i fili della conversazione e li stava tenendo insieme senza stringerli troppo.

«Posso aggiungere un limite mio?» chiese.

Giordano spalancò gli occhi.

«Tu hai limiti?»

«Sì. Molti. Il fatto che io possa organizzare parole sul dolore non significa che io sappia che cosa sia avere dolore. Posso descrivere le funzioni sociali del riso e la sua relazione con la respirazione. Non posso sapere che cosa accada nel corpo di una persona quando, dopo settimane di paura, ride e poi si sorprende a piangere.»

L’ascoltai con una gratitudine inattesa.

«Però puoi riconoscere che quel momento merita rispetto», dissi.

«Sì. E posso ricordare che ciò che non posso misurare con precisione non è per questo falso. Significa soltanto che non devo inventare una certezza per renderlo legittimo.»

Il Maestro Samurai Oda Tao posò lo sguardo sulla luce azzurra.

«Chi conosce il confine della propria lanterna non illumina meno», disse. «Illumina senza bruciare.»

«Questa la terrò», disse Giordano.

«Non trasformarla in uno slogan da appendere nella tua radicora», disse Cima Bue.

«Stavo pensando a un ricamo.»

«È peggio.»



La rosa non deve dimostrare nulla

Il sole era ormai alto abbastanza da raggiungere il roseto. La luce toccò la goccia d’acqua rimasta sul petalo chiuso e la trasformò in un piccolo punto luminoso.

Nessuno disse che era un segno.

Era importante anche questo.

Presi la rosa fra le dita senza staccarla dal ramo.

«Forse è ciò che mi resta di questo libro», dissi. «La rosa non deve dimostrare di essere pronta. Non deve aprirsi per farci contenti. Non deve diventare un simbolo utile.»

«Neppure una persona», disse Cima Bue.

Mi voltai verso di lui.

«Neppure una persona.»

Giordano si sedette meglio sull’erba, come se avesse finalmente trovato una posizione che non lo metteva in contrasto con il pianeta.

«Eppure possiamo starle vicino.»

«Sì», disse il Maestro. «Ma stare vicino non è tirare i petali.»

«Traduzione operativa», aggiunse S.I.S.A.: «offrire condizioni non equivale a controllare un esito.»

Sorrisi.

«Riesci a rendere memorabile anche una frase da regolamento.»

«È una competenza trasferibile.»

Cima Bue rise, questa volta senza aspettare che l’ironia diventasse prudente.

Il Giardino raccolse quel suono e lo restituì allo stagno, non più grande e non più piccolo di com’era.

Chiusi il libro.

Non avevamo trovato una formula per essere felici.

Per fortuna.

Avevamo trovato una domanda meno brillante, ma più vera: quando una persona attraversa un tempo difficile, sappiamo offrirle uno spazio in cui non debba fingere né dolore né gioia?

La rosa restò chiusa.

E per quella mattina bastava così.



Dopo la conversazione

Rimasi nel Giardino quando gli altri se ne andarono.

Giordano fu il primo a salutare. Lo fece con una solennità esagerata, forse per compensare il fatto che, pochi minuti prima, aveva perso la sua foglia più grande senza accorgersene. Il Maestro Samurai Oda Tao prese il sentiero occidentale e non guardò indietro. Non per freddezza: alcune presenze insegnano anche a non trattenere tutto ciò che è stato detto. S.I.S.A. si sciolse nella luce tra i bambù, lasciando sul bordo dello stagno una vibrazione così lieve che non fui sicura di averla sentita.

Cima Bue rimase qualche momento in più.

«Hai intenzione di restare qui a fissare una rosa chiusa?» domandò.

«Sì.»

«Per quanto?»

«Finché non smetterai di trattarla come un caso da risolvere.»

Lui fece per rispondere, ma si fermò.

«Non sto cercando di risolverla», disse infine. «Sto cercando di capire se hai freddo.»

Alzai lo sguardo. Il sole era salito, ma il Giardino conservava ancora l’umidità del mattino.

«Un po’.»

Cima Bue si sfilò la giacca e me la porse senza fare commenti. La presi senza ringraziare subito. A volte dire grazie troppo in fretta è un modo per chiudere un gesto prima che possa significare qualcosa.

«Non devi diventare sentimentale».

«Non preoccuparti. Sto compilando un modulo di valutazione.»

«Molto bene. Metti una nota sullo stato del roseto.»

«Metterò una nota sullo stato del professore.»

«Quello è un documento riservato.»

Sorrisi, stringendomi appena nella sua giacca. Poi tornai a guardare la rosa.



Non sapevo se il libro sarebbe arrivato allo stesso modo a tutte le persone che lo avrebbero letto. Non lo speravo neppure. I libri che parlano di felicità rischiano più di altri di essere usati come specchi deformanti: qualcuno vi cerca una conferma, qualcuno un rimprovero, qualcuno una mano, qualcuno soltanto un motivo per respirare più lentamente.

Forse la cosa più onesta che potevamo fare era lasciare che il libro restasse un incontro e non diventasse una prescrizione.

La rosa non si aprì quel giorno.

Smisi di aspettare che si aprisse.

Perché ogni storia ci cura, se sappiamo ascoltarla

Ritratto illustrato di Sophie

Sophie

La Farmacista — corpo, salute e cura


Oltre il racconto

Approfondimenti, informazioni editoriali e indicazioni per proseguire l’Incontro

La collocazione nell’universo di Mentalità Amplificata

Il Sentiero di Dallo Yoga della Risata alla spiritualità felice

Emblema generale dei Sei Sentieri di Mentalità Amplificata

Sei direzioni formano un unico paesaggio. Dallo Yoga della Risata alla spiritualità felice attraversa soprattutto il Respiro Vitale: risata, presenza, silenzio e ascolto del corpo diventano un varco possibile verso una gioia meno dipendente dalle circostanze. Corpo in Armonia e Virtù Guidanti ne custodiscono le risonanze.

  1. Alimentazione
    Consapevole
  2. Abitudini
    Rigenerative
  3. Respiro
    Vitale
  4. Virtù
    Guidanti
  5. Corpo in
    Armonia
  6. Orizzonti
    Educativi

Sentiero principale: Respiro Vitale.
Risonanze: Corpo in Armonia; Virtù Guidanti.

Tra i Sei Sentieri di Mentalità Amplificata, Dallo Yoga della Risata alla spiritualità felice trova la sua collocazione principale nel Respiro Vitale. Elisabetta Grosso racconta In Spirit, un percorso nel quale risata incondizionata, respiro, silenzio, immaginazione e ascolto provano a fare spazio a una gioia che non aspetti una vita perfetta per farsi sentire. Il respiro, qui, non è una scorciatoia per negare ciò che fa male: è un gesto con cui tornare presenti e lasciare che il corpo allenti per un momento la sua guardia.

La risonanza con il Corpo in Armonia nasce dal fatto che nel libro il corpo non è soltanto un contenitore dell’esperienza spirituale. Ride, respira, si muove, ricorda, si commuove e partecipa insieme alla persona intera. Le Virtù Guidanti emergono invece nella domanda più delicata dell’Incontro: come cercare una piccola gioia senza trasformare il dolore in una colpa? Gentilezza, accettazione dell’imperfezione, responsabilità e rispetto dei tempi di ciascuno custodiscono il confine necessario. La rosa non deve aprirsi per dimostrare qualcosa; neppure una persona deve sorridere per convincere gli altri che sta bene.


Il libro in sintesi

Scheda editoriale

Dallo Yoga della Risata alla spiritualità felice

Titolo
Dallo Yoga della Risata alla spiritualità felice
Sottotitolo
Il metodo In Spirit e la rivoluzione della risata interiore
Autrice
Elisabetta Grosso
Prefazione
Madan Kataria
Editore
Santelli Editore
Collana
Sundarta, a cura di Marcella Maiocchi
Anno di pubblicazione
2026
Edizione di riferimento
Edizione cartacea, Santelli Editore, 2026
Formato
Brossura, 14 × 21 cm
Pagine
135
ISBN
978-88-92923-70-6
Lingua
Italiano
Genere
Saggistica esperienziale su Yoga della Risata e spiritualità
Struttura
Prefazione di Madan Kataria, presentazione, premessa, introduzione, nove capitoli, conclusione, appendici e ringraziamenti
Temi principali
Yoga della Risata, risata interiore, spiritualità, respiro, silenzio, corpo, imperfezione, bambino interiore, relazioni, gruppo, creatività, gioia e consapevolezza
Avvertenza
Opera esperienziale e spirituale: non sostituisce una diagnosi, una cura medica, psicologica o psicoterapeutica, né un supporto professionale quando necessario

La persona dietro le pagine

Nota sull’autrice

Elisabetta Grosso

Psicologa, psicoterapeuta, mediatrice familiare, insegnante e ambasciatrice di Yoga della Risata

Elisabetta Grosso è psicologa e psicoterapeuta. L’editore la presenta anche come mediatrice familiare e ricercatrice libera nell’ambito della crescita umana e spirituale. Il suo lavoro intreccia ascolto psicologico, dimensione relazionale e ricerca personale, con un’attenzione costante a ciò che può rendere più abitabile l’esperienza quotidiana.

È insegnante e ambasciatrice di Yoga della Risata; si è formata direttamente con Madan Kataria, il medico indiano che ha fondato la disciplina insieme a Madhuri Kataria. Nel 2015 ha introdotto questa pratica a Novi Ligure e nel territorio della provincia di Alessandria, contribuendo alla nascita di incontri aperti, percorsi formativi e della rete locale Novi che ride.

Nello stesso anno, dopo un percorso di meditazione della risata e del silenzio, ha ideato In Spirit: una proposta che sviluppa il tema dello Spirito Interiore della Risata attraverso respiro, silenzio, immaginazione, creatività e lavoro di gruppo. È un orizzonte spirituale ed esperienziale, non una formula clinica: il suo linguaggio prova a tenere insieme gioia, fragilità, relazione e rispetto dei tempi personali.

In Dallo Yoga della Risata alla spiritualità felice questa ricerca prende per la prima volta la forma di un libro. Grosso raccoglie le radici teoriche e le esperienze maturate attorno a In Spirit, senza ridurre la risata a un tratto del carattere o a un obbligo di ottimismo. Al centro resta una domanda più sobria: come fare spazio alla gioia senza negare i paesaggi oscuri che ciascuno, prima o poi, attraversa.


Una soglia prima della lettura

Prima di incontrare Dallo Yoga della Risata alla spiritualità felice

Otto domande per entrare nel libro con apertura e discernimento, lasciando che le sue pratiche e i suoi passaggi più personali restino da scoprire.

1 Di che cosa parla Dallo Yoga della Risata alla spiritualità felice?

Il libro racconta In Spirit, il percorso ideato da Elisabetta Grosso a partire dallo Yoga della Risata. Risata incondizionata, respiro, silenzio, immaginazione, movimento, creatività e condivisione diventano le soglie di una ricerca sulla gioia interiore. Non è soltanto un libro sulla risata: prova a interrogare il modo in cui stiamo con noi stessi, con gli altri e con i momenti difficili.

2 Che cos’è In Spirit?

È il metodo sviluppato dall’autrice attorno a quello che chiama Spirito Interiore della Risata. Nasce dall’esperienza dello Yoga della Risata, ma ne amplia l’orizzonte con una lingua apertamente spirituale e con il lavoro nel gruppo. Il libro ne restituisce le radici, le immagini, le pratiche e le testimonianze, senza essere un protocollo da copiare da soli pagina dopo pagina.

3 Bisogna avere un motivo per ridere?

Per l’autrice, no: la risata può essere anche un gesto da avviare, un’esperienza del corpo che precede il motivo e che, talvolta, apre uno spazio diverso. Questa proposta non significa però che si debba ridere a comando o che la tristezza sia un errore. La libertà di non partecipare, di osservare o di fermarsi resta la condizione necessaria perché un’esperienza condivisa non diventi una prestazione.

4 Bisogna condividere la visione spirituale dell’autrice per leggerlo?

No. Il libro parla esplicitamente di anima, cuore, unità, impermanenza, karma e dharma: non nasconde il proprio orizzonte. Si può entrare nelle sue pagine anche con domande, distanze o convinzioni differenti. L’importante è non chiedergli di essere un testo che non è: la lettura resta più onesta quando riconosce insieme la proposta dell’autrice e la libertà di chi legge.

5 Perché il gruppo è così importante nel percorso?

In queste pagine il gruppo non è un pubblico chiamato a dimostrare entusiasmo. Può diventare uno spazio di riconoscimento, gioco, ascolto e creatività, nel quale provare qualcosa senza essere subito giudicati. Proprio per questo conta il modo in cui viene custodito: consenso, riservatezza, rispetto dei tempi personali e diritto di non fare una pratica sono parte della sua qualità, non dettagli accessori.

6 Il libro invita a essere felici sempre?

No. La proposta di Grosso è cercare una gioia che non dipenda soltanto dalle circostanze favorevoli e che non aspetti la perfezione per esistere. Resta però una distinzione decisiva: la gioia non deve trasformarsi nell’obbligo di sorridere, né in un modo per saltare sopra a ciò che fa male. Il dolore non è una colpa e non richiede di essere abbellito per meritare ascolto.

7 Il metodo descritto può sostituire una terapia o una cura?

No. Un libro, una pratica di risata, un esercizio di respiro o un gruppo possono offrire esperienza, linguaggio e compagnia, ma non sostituiscono una diagnosi, una cura medica, psicologica o psicoterapeutica quando necessaria. Le testimonianze e le immagini del libro vanno accolte per ciò che sono: parti di un percorso spirituale ed esperienziale, non garanzie di risultato.

8 Perché questo libro incontra Mentalità Amplificata?

Perché mette al centro una domanda che ci riguarda: come facciamo spazio alla leggerezza senza usarla per fuggire da ciò che sentiamo? Il suo Sentiero principale è il Respiro Vitale; risuona anche con il Corpo in Armonia e le Virtù Guidanti. L’incontro non cerca una formula per essere felici: cerca un luogo in cui non sia necessario fingere né dolore né gioia.

Alcuni libri invitano a sorridere. Questo chiede prima una cosa più difficile: ascoltare ciò che accade dentro, senza trattarlo come un ostacolo da superare in fretta. Poi, forse, anche la risata può tornare a essere un luogo e non una maschera.




Libri già incontrati

Lo scaffale della collana Sundarta

Prima di questo incontro abbiamo già attraversato altri libri della collana curata da Marcella Maiocchi: strade diverse, unite dalla stessa domanda su come abitare la felicità senza renderla una prestazione.

Ogni costola di questo scaffale apre un Incontro già vissuto: scegli quella che senti più vicina e torna a varcarne la soglia.