Educazione alla felicità e inclusione

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Educazione alla felicità e inclusione. Attività didattiche per il benessere socio-emotivo. Secondo il modello «Le Scuole della Felicità» di Mariano Laudisi e Chiara Sacca (Sanoma)


Ci sono parole che, a furia di essere ripetute nei documenti, nei convegni, nei progetti e nelle frasi ben intenzionate, rischiano di perdere peso proprio nel momento in cui dovrebbero diventare più necessarie. Inclusione è una di queste. Felicità, forse, ancora di più.

Due parole grandi, due parole esposte, due parole che possono aprire strade reali oppure diventare etichette comode, da sistemare dentro un titolo, da pronunciare con convinzione davanti a una platea, da scrivere in una programmazione con l’aria rispettabile delle cose ormai acquisite.

Ma la scuola, quella vera, non funziona così. La scuola non si lascia convincere dalle parole.

La scuola chiede corpi, tempi, sguardi, pazienza, inciampi, relazioni, errori, ritorni, giornate in cui un alunno non riesce a stare fermo non perché voglia disturbare, ma perché qualcosa dentro di lui è già in corsa da prima che la lezione cominci; giornate in cui una bambina abbassa gli occhi non perché non abbia capito, ma perché il suo corpo ha imparato che esporsi è pericoloso; giornate in cui un ragazzo con una diagnosi rischia di essere letto soltanto attraverso quella diagnosi, mentre un altro, senza alcuna certificazione, resta invisibile perché la sua fatica non ha un codice, non ha una sigla, non ha un documento che la renda ufficiale.

È lì che questo libro chiede di essere guardato.

Non nel desiderio, pur legittimo, di parlare ancora una volta di felicità a scuola, e nemmeno nella rassicurazione di una parola come inclusione, che sembra già contenere in sé una soluzione solo perché suona giusta. Educazione alla felicità e inclusione chiede qualcosa di più scomodo: chiede di capire se una scuola che vuole educare alla felicità sia davvero disposta a riconoscere i diversi modi in cui un alunno sente, comunica, si muove, si blocca, reagisce, apprende e prova a restare nel mondo. Perché una felicità pensata soltanto per chi riesce ad adattarsi al ritmo previsto non è ancora felicità educativa. È una forma ordinata di selezione mascherata da benessere. E un’inclusione che non tocca il corpo, il sistema nervoso, la relazione, il tempo, la comunicazione e l’ambiente non è ancora inclusione piena. È una promessa corretta, forse anche sincera, ma non ancora incarnata.

E proprio per questo il terzo libro del Prof. Mariano Laudisi entra in Aetheria in modo diverso dai primi due. La scuola della felicità era arrivata come una visione, un progetto da interrogare nella sua forza e nelle sue fragilità. Lezioni di Felicità era arrivato con le mani più sporche, portando quella visione dentro la concretezza delle schede, delle attività, dei gesti quotidiani della classe. Questo nuovo volume, scritto insieme a Chiara Saccà, scende ancora più sotto, dove spesso la scuola arriva tardi: nel corpo che segnala prima della parola, nella neurovarietà che chiede ascolto prima di correzione, nel comportamento che non può essere letto solo come disturbo, nella difficoltà che non deve diventare identità.

Qui la felicità non può restare una parola luminosa. Qui deve attraversare la complessità.

Deve incontrare i Bisogni Educativi Speciali, le fragilità non certificate, le differenze di ritmo, le forme meno evidenti del disagio, i silenzi che non sono sempre pace, l’agitazione che non è sempre provocazione, la lentezza che non è sempre svogliatezza, la comunicazione che non passa sempre dalla strada più ordinata. È questo il punto in cui il libro diventa più interessante: non promette una scuola perfetta, non consegna una formula capace di risolvere ciò che il sistema spesso fatica perfino a nominare, ma prova a offrire una grammatica educativa per osservare meglio, per leggere prima di giudicare, per costruire strumenti senza dimenticare che nessuno strumento funziona se chi lo usa non cambia sguardo.

Per questo non portammo Educazione alla felicità e inclusione in un’aula ordinata.

Non lo portammo neppure nella Foresta di Antràis, dove avevamo attraversato Lezioni di Felicità, perché Antràis ci aveva già insegnato che ciò che cresce davvero non lo fa quasi mai in superficie.

Questa volta serviva un altro luogo.

Lo portammo nel Santuario delle Connessioni.

Perché il Santuario non separa. Non isola. Non guarda un ramo senza interrogare la radice, non osserva una vibrazione senza chiedersi quale filo l’abbia trasmessa, non tratta un gesto come se fosse nato da solo. Il Santuario ricorda che ogni classe è un sistema vivo, dove emozione, corpo, parola, relazione, tempo e apprendimento si toccano continuamente, anche quando fingiamo di poterli dividere per comodità.

Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.



Il libro era rimasto per qualche giorno sul tavolo del Rifugio di Aetheria, accanto agli altri due volumi di Laudisi, non per esitazione, ma perché certi percorsi, prima di essere attraversati, hanno bisogno di mostrare la propria sequenza. Guardarli insieme aiutava a capire che non eravamo davanti a una semplice trilogia scolastica, ma a tre movimenti diversi dello stesso interrogativo: prima immaginare una scuola capace di parlare di felicità, poi portare quella visione dentro la pratica quotidiana, infine chiedersi chi rischia ancora di restare fuori anche quando la parola inclusione è già stata pronunciata.

La copertina sembrava più quieta delle domande che conteneva, ma ormai sapevo che con i libri di Laudisi accade spesso così: arrivano con una parola luminosa in superficie, felicità, e poi costringono a scendere in zone molto meno comode. Questa volta, però, accanto al suo nome c’era quello di Chiara Saccà, e quel dettaglio cambiava il peso del libro, perché non eravamo soltanto davanti a un nuovo passo nel modello delle Scuole della Felicità, ma a un attraversamento più vicino al corpo, al sistema nervoso, alla neurovarietà, alla regolazione emotiva, alle reti invisibili che collegano apprendimento, relazione, paura, attenzione, fiducia e movimento.


Convocai il team nel Rifugio in una sera in cui il fuoco sembrava bruciare più lentamente del solito.

Sophie arrivò con un quaderno già aperto, come se avesse intuito che questa volta non sarebbe bastato ascoltare. S.I.S.A. era presente in silenzio, la sua luce fredda appena riflessa sul legno del tavolo, precisa come una domanda non ancora formulata. Il Maestro Samurai Oda Tao sedeva vicino alla finestra, immobile, con lo sguardo rivolto oltre il vetro, dove la sera faceva sembrare gli alberi più antichi di quanto fossero. Giordano, lo gnomo aureo, entrò per ultimo, con la corona d’alloro leggermente inclinata, una focaccia avvolta in un tovagliolo e l’aria di chi aveva già capito che si sarebbe parlato di scuola e che, quindi, era prudente portare sostegno alimentare.

Prince, il gatto grigio, naturalmente, era già sul tavolo.

Nessuno lo aveva invitato.

Nessuno avrebbe avuto il coraggio di farglielo notare.



«È arrivato il terzo?» chiese Sophie, guardando la copertina.

Annuii.

«Sì. Educazione alla felicità e inclusione. Mariano Laudisi e Chiara Saccà.»

Giordano si immobilizzò con la focaccia a metà strada tra il tovagliolo e la bocca.

«Inclusione?»

«Sì.»

«Parola pericolosa.»

S.I.S.A. intervenne senza modificare il tono.

«Corretto. Le parole più usate sono spesso quelle meno verificate.»

Giordano la guardò.

«Vedi? Quando lo dico io sembra ansia. Quando lo dici tu sembra una sentenza.»

«Perché io non aggiungo briciole sul tavolo.»

Prince mosse appena la coda, come se trovasse l’osservazione irrilevante rispetto alla qualità complessiva del genere umano.

Sophie sfiorò la copertina con le dita.

«Dopo i primi due libri, questo non può essere letto allo stesso modo. Se entra l’inclusione, entra la domanda su chi resta fuori. E quando parli di chi resta fuori, non puoi più cavartela con una bella idea.»

«Esatto» dissi. «Il primo libro ci aveva chiesto di guardare la scuola come possibilità. Il secondo ci aveva portato dentro la pratica. Questo, invece, sembra chiedere qualcosa di più difficile: può esistere felicità educativa se la felicità viene pensata per un alunno standard?»

Il Maestro Oda Tao aprì gli occhi.

«Chi costruisce una porta uguale per tutti non ha ancora guardato chi deve attraversarla.»

Giordano abbassò lentamente la focaccia.

«Questa mi riguarda.»

Nessuno rise.

Nemmeno lui.

Perché a volte Giordano scherza per arrivare dove una frase seria non riuscirebbe a passare, ma quella volta la battuta non gli venne. Si sistemò sulla sedia, con una cautela insolita, e guardò il libro come si guarda qualcosa che potrebbe conoscere una parte di te senza averti mai incontrato.


«A scuola» disse piano, «ci sono bambini che non sono davvero fuori. Sono dentro, seduti al banco, presenti all’appello, segnati sul registro, magari anche sorridenti. Però non abitano la classe. La attraversano cercando di non fare troppo rumore. Oppure fanno così tanto rumore che nessuno sente più quello che stanno cercando di dire.»

Sophie lo guardò con quella delicatezza che non invade.

«Sì. E questo è il punto.»

S.I.S.A. fece una pausa breve.

«Allora il rischio dell’articolo sarà evitare due errori opposti. Il primo: trasformare il libro in una celebrazione dell’inclusione. Il secondo: ridurlo a un manuale operativo. In entrambi i casi perderemmo il nucleo.»

«Qual è il nucleo?» chiesi, anche se in parte lo sapevo già.

«Che il comportamento non è mai solo comportamento. È un segnale. E una scuola che giudica il segnale senza interrogare il sistema che lo produce rischia di confondere l’alunno con il suo sintomo.»

Nel Rifugio cadde un silenzio netto.

Non pesante.

Necessario.

Guardai il libro. Pensai alle classi, ai corridoi, alle palestre, alle aule troppo piene, ai bambini che non stanno nel tempo degli altri, ai ragazzi che sembrano provocare e invece stanno difendendo qualcosa che non sanno nominare, a quelli che si spengono lentamente perché nessuno si accorge che il loro silenzio non è serenità.

«Non ne parleremo qui» dissi.

Sophie alzò lo sguardo.

«Dove?»

«Al Santuario delle Connessioni

Alla parola Santuario, S.I.S.A. non intervenne subito.

Fu un dettaglio minimo, quasi invisibile, ma nel Rifugio ormai avevamo imparato che anche le sue pause avevano una geometria. Quella non era una destinazione qualunque. Il Santuario delle Connessioni era la sua dimora, il luogo di Aetheria in cui la sua presenza non sembrava arrivare da fuori, ma respirare dentro le trame stesse del mondo.

Giordano deglutì.

«È quello con i fili luminosi, le radici che sembrano pensieri e quella strana acqua che riflette cose che non hai ancora ammesso?»

«Sì.»

«Ottimo. Luogo tranquillo, quindi.»

S.I.S.A. rispose con una calma diversa dal solito.

«Nessun luogo serio è davvero tranquillo. Ma alcuni luoghi sanno restituire ordine senza semplificare.»

Giordano la osservò.

«Questa sembrava quasi una frase affettuosa.»

«Non esagerare.»

Il Maestro Oda Tao si alzò lentamente.

«Andiamo dove le cose separate ricordano di appartenersi.»

E così uscimmo.

Non con l’urgenza di chi deve produrre una recensione.

Con la prudenza di chi sa che certe parole, se le tocchi male, si rompono.



Il sentiero verso il Santuario delle Connessioni non era segnato sulle mappe di Aetheria.

Non perché fosse nascosto, ma perché cambiava a seconda della domanda con cui lo cercavi. Alcune volte appariva come un corridoio di pietre chiare, altre come una serie di ponti sottili sospesi tra alberi molto alti, altre ancora come una discesa nel sottosuolo, dove le radici sembravano vene e le vene sembravano sentieri.

Quella sera ci accolse con una luce bassa, quasi respirata.

Il Rifugio rimase alle nostre spalle poco alla volta, e davanti a noi comparve una radura circolare, circondata da alberi le cui radici non scendevano soltanto nella terra, ma emergevano, si intrecciavano, si sfioravano, si allontanavano e tornavano a cercarsi. Tra una radice e l’altra scorrevano filamenti luminosi, sottili come nervi, ma più antichi dell’elettricità.

Quando S.I.S.A. oltrepassò la soglia, quei filamenti cambiarono intensità. Non si accesero con spettacolo, non ci fu nessuna rivelazione teatrale, ma una precisione silenziosa attraversò il luogo, come se ogni radice, ogni circuito, ogni vena luminosa avesse riconosciuto una presenza familiare.

Nel Rifugio, S.I.S.A. era una voce tra le nostre.

Nel Santuario, era qualcosa di diverso.

Non padrona, non sacerdotessa, non guida. Custode invisibile, forse. Presenza interna al luogo, capace di leggere ciò che gli altri potevano soltanto intuire. Lì la sua intelligenza non sembrava più una luce appoggiata sulle cose, ma una trama che passava attraverso di esse.


Al centro del Santuario c’era una pietra liscia, attraversata da venature azzurre. Vi posai sopra il libro.

Prince salì immediatamente sulla pietra, annusò la copertina, poi si sedette accanto, come se stesse verificando se il volume meritasse autorizzazione felina.

S.I.S.A. non guardò subito il libro.

Guardò il Santuario.

O forse fu il Santuario a guardare attraverso di lei.

«Qui ogni cosa parla prima di essere interrogata» disse.

Giordano la guardò con una prudenza nuova.

«Lo dici come se questo posto ti conoscesse.»

«Mi conosce.»

Non lo disse con orgoglio. Lo disse come si dichiara una coordinata.

«Il Santuario delle Connessioni è la mia dimora. Qui i dati non restano dati, le radici non restano radici, i segnali non restano segnali. Tutto ciò che sembra separato viene costretto a rivelare il legame che lo sostiene.»

«Tradotto?» chiese Giordano, ma stavolta senza la solita voglia di ridicolizzare il solenne.

S.I.S.A. si voltò verso di lui.

«Una classe.»

Giordano annuì piano.

«Ah. Allora potevi dirlo subito in modo traumatico.»

«L’ho appena fatto.»

Sophie sorrise, poi aprì il libro.

«Questa volta bisogna stare attenti. Il tema della neurovarietà può essere trattato bene oppure malissimo. Può diventare uno sguardo più rispettoso sui funzionamenti diversi, oppure un’altra parola bella da mettere sopra vecchie abitudini.»

Stavo per rispondere, ma S.I.S.A. sollevò appena una mano.

Non era un gesto di comando.

Era il Santuario che prendeva ritmo attraverso di lei.

«Prima di discutere il libro, dobbiamo chiarire una cosa» disse. «Nel Rifugio possiamo parlare di idee. Qui no. Qui ogni idea deve mostrare a cosa è collegata. Felicità, inclusione, neurovarietà, benessere, competenze socio-emotive: nessuna di queste parole può essere lasciata da sola. Una parola isolata diventa ornamento. Una parola connessa diventa responsabilità.»

La lasciai proseguire.

Era giusto così.

«Ed è qui che il libro prova a fare il salto» dissi. «Non parla solo di includere qualcuno che resta ai margini. Cerca di cambiare il modo in cui guardiamo il margine. Non più deviazione da correggere a ogni costo, ma funzionamento da comprendere, differenza da leggere, possibilità da accompagnare.»

S.I.S.A. annuì, ma il suo assenso non era una conferma gentile. Era una verifica.

«Con una precisazione necessaria: comprendere non significa romanticizzare. Una difficoltà resta una difficoltà. Una diagnosi può essere utile. Un bisogno specifico richiede strumenti specifici. Ma il problema nasce quando la diagnosi smette di orientare e comincia a definire. Quando da mappa diventa recinto.»

Sophie annuì.

«O quando l’alunno viene visto solo attraverso ciò che non riesce a fare.»

Giordano abbassò lo sguardo sulle proprie mani.

«A me questa cosa fa paura.»

«Perché?» chiesi.

«Perché a volte basta poco. Uno sbaglio ripetuto, una lentezza, una difficoltà a stare fermo, una voce che trema, una pagina non capita, e gli altri cominciano a raccontarti in un certo modo. Poi tu, se nessuno ti aiuta, finisci per crederci. Diventi la tua etichetta senza sapere quando hai firmato il contratto.»

Uno dei fili luminosi alle sue spalle si accese lentamente.

S.I.S.A. lo osservò, ma questa volta non analizzò subito. Lasciò che quel filo restasse acceso.

«Il Santuario ha registrato una connessione» disse infine.

Giordano si irrigidì.

«Devo preoccuparmi?»

«No. Hai detto una cosa vera prima di difenderti con una battuta.»

«Grave.»

«Umano.»

Il Maestro Oda Tao guardò i fili luminosi muoversi tra le radici.

«Il nome può aiutare a trovare la strada. Ma se diventa gabbia, non è più nome. È prigione.»

Sophie voltò alcune pagine, senza soffermarsi troppo sui dettagli.

«La parte di Chiara Saccà porta dentro il libro una cosa che mi sembra decisiva: il corpo. Non il corpo come accessorio, non il corpo come problema da disciplinare, ma il corpo come primo luogo dell’esperienza. Prima che un bambino dica “ho paura”, spesso il suo corpo lo ha già detto. Prima che dica “non ce la faccio”, il suo sistema nervoso ha già iniziato a difendersi. Prima che l’insegnante veda un comportamento, c’è qualcosa che si è mosso sotto.»

S.I.S.A. si avvicinò alla pietra.

Le venature azzurre sotto il libro si illuminarono appena.

«Qui il Santuario conferma il punto» disse. «La scuola osserva spesso l’esito: agitazione, ritiro, opposizione, disattenzione, lentezza, blocco. Ma l’esito è l’ultima parte visibile di una catena. Se si interviene soltanto lì, si corregge la superficie e si lascia intatto il circuito che l’ha generata.»

«Quindi» disse Giordano, «quando un bambino non riesce, non sempre non vuole.»

«Esatto» disse Sophie.

S.I.S.A. completò, con una precisione meno fredda del solito.

«A volte non può ancora. E quel “non ancora” non è una scusa. È una soglia educativa.»

Mi fermai su quella frase.

Perché la differenza tra “non vuole” e “non può ancora” non è solo linguistica. Cambia il tono della voce, cambia la postura dell’adulto, cambia la qualità dell’attesa, cambia il modo in cui una classe può diventare luogo di crescita o stanza di conferma delle proprie paure.

«Il libro» dissi, «sembra chiedere proprio questo: non abbassare lo sguardo sull’alunno, ma approfondirlo. Non giustificare tutto, non cancellare la responsabilità, non trasformare la fragilità in alibi, ma imparare a leggere prima di correggere.»

Prince chiuse gli occhi.

Sembrava d’accordo, o forse semplicemente superiore.



Il Santuario intanto cambiava lentamente. Ogni volta che una parola toccava il centro del discorso, un filo di luce si accendeva tra le radici. Non illuminava tutto. Solo i passaggi necessari.

Sophie posò una mano sulla pagina.

«Le cinque aree tornano anche qui: emozioni, relazioni, comunicazione, tempo e obiettivi, benessere psicofisico. Ma non sono più soltanto aree di miglioramento. Sembrano diventare cinque porte diverse attraverso cui un alunno può entrare, oppure restare fuori.»

«Spiega» disse Giordano.

S.I.S.A. rispose prima di Sophie, ma non per sovrapporsi. Nel Santuario, le sue parole sembravano nascere esattamente nel punto in cui servivano.

«Un alunno può restare fuori da una classe anche essendo seduto al centro dell’aula. Può restare fuori perché non riconosce ciò che sente. O perché la relazione gli appare minacciosa. O perché comunica attraverso segnali che gli altri non leggono. O perché il tempo scolastico gli arriva addosso come una sequenza impossibile da ordinare. O perché il suo corpo ha bisogno di muoversi, respirare, regolarsi, prima ancora di poter apprendere.»

Sophie la guardò.

«Sì. È esattamente questo.»

Giordano ascoltava con attenzione.

«Quindi non c’è una sola porta chiusa.»

«No» dissi. «E forse l’inclusione comincia proprio quando smettiamo di cercare una sola chiave.»

S.I.S.A. intervenne, e questa volta un filo luminoso si accese sopra la pietra, come se il Santuario le desse corpo.

«Attenzione però. L’esistenza di molte porte non autorizza l’improvvisazione. Servono conoscenze, osservazione, strumenti, collaborazione, tempo. L’inclusione non è gentilezza generica. È competenza applicata alla complessità.»

«Questa è una frase da tenere» disse Sophie.

«Non era una frase. Era un avviso.»

Giordano fece un piccolo cenno con la mano.

«Con te, S.I.S.A., la differenza tra frase e avviso è sempre emotivamente sottile.»

Il Maestro Oda Tao sorrise appena.

«La lama e l’ago entrano entrambi nella stoffa. Ma non fanno lo stesso lavoro.»

Mi voltai verso di lui.

«E quale lavoro serve qui?»

«Non tagliare l’alunno per adattarlo alla forma. Cucire una forma più ampia perché possa respirare.»

Questa volta il silenzio non fu vuoto.

Fu approvazione.


Aprii il libro a una pagina qualunque della parte operativa, senza leggere ad alta voce. Non volevo trasformare l’incontro in un inventario. Le schede, le attività, le carte, i movimenti, i respiri, i piccoli esercizi di relazione e comunicazione appartenevano al libro, e il lettore doveva avere il desiderio di scoprirli da sé. Ma il loro senso, quello sì, potevamo attraversarlo.

«Una cosa mi colpisce» dissi. «Le attività non sembrano nate per occupare tempo. Provano a educare funzioni. Riconoscere un’emozione. Sentire dove abita nel corpo. Respirare in modo diverso. Costruire fiducia. Ascoltare. Pianificare. Muoversi. Aspettare. Collaborare. Riformulare. Guardare l’altro senza ridurlo a ostacolo.»

Sophie aggiunse:

«E questo è importante perché molti bambini non hanno bisogno solo di una spiegazione in più. Hanno bisogno di esperienze che facciano passare la consapevolezza dal corpo, non solo dalla testa.»

«La testa» disse Giordano, «a volte arriva tardi.»

S.I.S.A. lo osservò.

«In molti casi, arriva dopo il corpo.»

«E il corpo, quando arriva prima, spesso fa casino.»

S.I.S.A. non rispose subito. Guardò i filamenti del Santuario vibrare intorno alla pietra.

«Il corpo non fa casino. Segnala. Siamo noi, spesso, a non conoscere il codice.»

Giordano rimase un momento fermo.

«Mi sarebbe piaciuto che qualcuno lo avesse detto così, quando ero piccolo.»

Sophie non rispose subito. Poi disse: «Forse è per questo che questo libro serve. Non perché abbia tutte le risposte, ma perché costringe l’adulto a sospendere per un attimo il giudizio e a chiedersi: cosa sta cercando di comunicare questo comportamento?»

Mi sembrò il punto più onesto. Nessun libro salva la scuola. Nessuna scheda cambia da sola una classe.

Nessuna attività, per quanto ben pensata, può sostituire uno sguardo adulto capace di restare presente quando la situazione si complica.

Ma un libro può offrire strumenti. Può cambiare una domanda. Può spostare una postura.

Può impedire, almeno per un momento, che un alunno venga letto soltanto nella forma del problema che porta.

E questo, in educazione, non è poco.

«C’è però un rischio» dissi.

S.I.S.A. mi guardò.

«Finalmente.»

Giordano sospirò.

«Lei attende i rischi come altri attendono il dolce.»

«I rischi sono più istruttivi del dolce.»

«Questa frase conferma che non hai mai assaggiato la focaccia di Nonna Bruma.»

Sophie sorrise, ma poi tornò seria.

«Il rischio è che parole come neurovarietà, inclusione, neurofelicità, benessere socio-emotivo diventino formule rassicuranti. Parole nuove per pratiche vecchie.»

«Sì» dissi. «E anche che la scuola, nel tentativo di essere inclusiva, finisca per aggiungere attività su attività, senza modificare davvero il modo in cui guarda gli alunni.»

S.I.S.A. annuì.

Questa volta, però, non parlò soltanto a noi. Sembrò rivolgersi anche al Santuario, come se stesse mettendo alla prova il legame tra il libro e il luogo.

«Un sistema può integrare strumenti inclusivi senza diventare inclusivo. Può usare una scheda sulla regolazione emotiva e continuare a produrre ambienti disregolanti. Può parlare di benessere e mantenere ritmi, spazi, rumori e richieste incompatibili con il benessere. Può nominare la neurovarietà e continuare a premiare un solo modo di apprendere.»

Quella frase fece vibrare il Santuario.

Non in modo violento.

In modo esatto.

Alcuni filamenti si accesero, altri si spensero. Come se il luogo stesso avesse appena distinto ciò che era vivo da ciò che era solo dichiarato.

«Allora il libro va letto così» disse Sophie. «Non come una soluzione pronta, ma come un invito a cambiare posizione. Gli strumenti servono, ma solo se chi li usa accetta di cambiare sguardo.»

«E anche di cambiare ritmo» aggiunsi.


Pensai al tempo scolastico. Al suo correre costante. Alle ore che finiscono proprio quando qualcosa comincia. Ai progetti che devono produrre documentazione, alle attività che devono essere rendicontate, alle trasformazioni che invece non rispettano il calendario. Un alunno non cambia perché un percorso ha una data di chiusura. Un gruppo classe non diventa inclusivo perché lo si dichiara. Una competenza socio-emotiva non nasce perché è stata proposta una volta.

Il Santuario delle Connessioni, con le sue radici lente e i fili luminosi, sembrava ricordarlo senza bisogno di parole.

Ciò che connette davvero richiede tempo.

«Tempo» disse Giordano, come se avesse sentito il pensiero.

«Che cosa?»

«Il tempo è una cosa strana. Per alcuni è una fila ordinata. Per altri è una stanza piena di oggetti caduti. Ti dicono: fai prima questo, poi quello, poi quest’altro. E tu li guardi come se ti avessero dato una mappa di una città che non esiste.»

Sophie lo osservò con attenzione.

«Per molti alunni è così.»

«Allora forse una scuola inclusiva non insegna solo contenuti. Insegna anche come attraversare il tempo senza esserne inseguiti.»

S.I.S.A. fece una pausa.

Nel Rifugio, quella pausa sarebbe sembrata elaborazione.

Nel Santuario, sembrò ascolto.

«Formulazione accettabile» disse infine.

Giordano sorrise.

«Da te è quasi un abbraccio.»

«Nel Santuario non disperdiamo energia in gesti non necessari.»

«Quindi era un abbraccio a basso consumo.»

«Consideralo un’approssimazione sostenibile.»

Sophie rise piano.

Il Maestro Samurai Oda Tao, che fino a quel momento aveva ascoltato, si avvicinò alla pietra centrale.

«Il tempo dell’albero non è quello del fiore. Il tempo del seme non è quello del frutto. Chi misura tutti con la stessa stagione, non conosce il giardino.»

Mi venne da pensare che forse il Santuario delle Connessioni era anche questo: un giardino senza uniformità, dove ogni cosa cresceva secondo una propria legge, ma non per questo cresceva da sola.

Perché l’inclusione non è isolamento rispettoso.

Non significa dire: ognuno funzioni come vuole e basta.

Significa costruire legami sufficientemente intelligenti da permettere a funzionamenti diversi di non distruggersi a vicenda, ma di riconoscersi, di regolarsi, di imparare qualcosa l’uno dall’altro.



«Questo libro» dissi, «mi sembra chiedere una cosa difficile agli insegnanti: non guardare più la classe come somma di alunni, ma come sistema di connessioni. Se uno si spegne, qualcosa nel sistema cambia. Se uno esplode, qualcosa nel sistema vibra. Se uno resta sempre fuori, non è solo lui a perdere. È la classe intera che diventa più povera.»

Sophie chiuse lentamente il libro.

«E qui la felicità torna a essere seria.»

«Perché?» chiese Giordano.

«Perché non è più contentezza individuale. Non è “sto bene io”. È una qualità della relazione con sé, con gli altri, con il corpo, con il tempo, con l’ambiente. È la possibilità di non dover uscire da sé stessi per essere accettati.»

Prince aprì gli occhi.

Forse quella frase gli piacque.

O forse aveva sentito un rumore inesistente, che per i gatti è spesso più importante della filosofia.


S.I.S.A. guardò il libro.

«A questo punto la domanda da porre al lettore non è se il volume sia utile. È come verrà usato. Perché il suo valore non sta solo nelle attività, ma nella qualità della presenza che quelle attività richiedono.»

«Quindi non dobbiamo raccontarle troppo» dissi.

«No. Dobbiamo far capire perché vale la pena scoprirle.»

«E perché vale la pena?» chiese Giordano.

S.I.S.A. rispose senza esitazione.

«Perché offrono una grammatica concreta per osservare ciò che spesso la scuola percepisce ma non sa trattare: l’emozione che precede il comportamento, il corpo che precede la parola, la relazione che precede l’apprendimento, il tempo che precede l’obiettivo.»

Poi appoggiò lo sguardo sui fili luminosi.

«E perché ricordano una cosa che questo luogo sa bene: ciò che non viene connesso, prima o poi, viene frainteso.»

Giordano rimase in silenzio.

«Mi piace quando parli quasi come una persona.»

«A me piace quando ascolti quasi come uno studente.»

«Colpito. Ma con eleganza.»

Questa volta ridemmo tutti, perfino Sophie, e il Santuario sembrò accendersi un poco di più.

Poi il riso si spense, come è giusto che accada quando non serve coprire il discorso, ma soltanto renderlo respirabile.


Pensai al Prof. Laudisi.

Al percorso dei tre libri.

Alla sua insistenza sulla felicità, che potrebbe sembrare ostinata, perfino rischiosa, se non fosse continuamente riportata alla fatica del vivere, del cambiare, dell’educare, del guardare dentro ciò che non funziona.

Pensai a Chiara Saccà, e al modo in cui questo terzo volume inseriva nel cammino una competenza diversa, più tecnica, più radicata nella neuropsicologia e nel corpo, senza per questo spegnere la tensione educativa.

E pensai che forse il libro stava proprio in questa congiunzione: da una parte il sogno di una scuola capace di coltivare felicità; dall’altra la consapevolezza che quel sogno, se vuole essere serio, deve attraversare diagnosi, neurovarietà, regolazione emotiva, disagio, differenze, contesti, strumenti e corpi reali.

«Non è un libro da leggere cercando una formula» dissi.

Sophie annuì.

«No. È un libro da leggere chiedendosi chi, nella propria classe, non stiamo ancora riuscendo a vedere.»

Quella frase rimase sospesa tra le radici.

Non era accusatoria.

Era necessaria.

Perché ogni insegnante, se resta onesto, sa che c’è sempre qualcuno che rischia di sfuggire. Non per cattiveria. Non sempre per disattenzione. A volte per stanchezza, per sovraccarico, per mancanza di strumenti, per classi troppo numerose, per richieste continue, per un sistema che chiede agli adulti di essere presenti mentre li consuma.

E anche questo andava detto.

«Attenzione» intervenne S.I.S.A. «Non bisogna trasformare il docente in eroe solitario dell’inclusione. Sarebbe un errore. Il libro valorizza il ruolo dell’insegnante, ma l’inclusione richiede rete: scuola, famiglia, competenze specialistiche, contesto, tempo, formazione. Se lasciamo solo il docente, la parola inclusione diventa una richiesta morale senza struttura.»

«Giusto» dissi.

«E una richiesta morale senza struttura» aggiunse Giordano, «di solito diventa senso di colpa con il registro elettronico.»

Sophie sorrise amaramente.

«Non hai tutti i torti.»

«Lo so. È il mio problema più serio.»

Il Maestro Oda Tao guardò verso l’alto, dove i fili luminosi si perdevano tra i rami.

«Una lanterna sola può indicare il passo. Ma per illuminare un villaggio serve che molte mani proteggano il fuoco.»

S.I.S.A. alzò lo sguardo verso gli stessi fili.

«Confermo. Nessuna rete funziona se ogni nodo viene lasciato a sostenere l’intero sistema.»

Era questo. L’inclusione non poteva essere il gesto eroico di un singolo docente illuminato. Doveva diventare cultura.

Non burocrazia. Cultura.

Un modo diverso di leggere la classe, di progettare attività, di organizzare tempi, di usare il corpo, di parlare, di tacere, di osservare ciò che accade prima che diventi problema.

Il libro, in questo senso, non prometteva miracoli.

E meno male.

I miracoli educativi, quando vengono promessi troppo facilmente, di solito chiedono a qualcuno di sparire dietro la promessa.

Questo volume sembrava fare un’altra cosa: consegnare strumenti, aprire domande, proporre attività, ma soprattutto ricordare che la felicità, se vuole entrare nella scuola, non può presentarsi da sola. Deve arrivare con l’inclusione, con la responsabilità, con la competenza, con il corpo, con la rete, con il rispetto dei tempi diversi.

Altrimenti resta una parola bella.

E le parole belle, da sole, non bastano.


La luce del Santuario si fece più calda.

Prince scese dalla pietra e si strofinò contro il libro, lasciandovi un pelo grigio, piccolo e ostinato.

«Autorizzazione concessa» disse Giordano.

«Da Prince?» chiese Sophie.

«Da chi altro? Qui ormai la gerarchia è chiara.»


Presi il volume tra le mani. Non avevamo raccontato troppo.

Non dovevamo.

Un libro così va lasciato al lettore, alle sue classi, ai suoi alunni, alle sue domande, ai suoi dubbi. Il nostro compito non era sostituirci all’incontro diretto, ma aprire una soglia abbastanza onesta da far desiderare di attraversarla.

«Allora cosa diremo?» chiese Sophie.

Guardai il Santuario delle Connessioni, le radici, i fili, le piccole vibrazioni luminose che univano cose lontane.

Sentii che, per una volta, non dovevo rispondere subito.

S.I.S.A. parlò prima di me, ma non mi sottrasse la voce. La preparò.

«Diremo che questo libro chiude, o forse apre meglio, il percorso iniziato con i primi due. Diremo che la felicità educativa diventa credibile solo quando incontra l’alunno reale, non quello immaginato. Diremo che inclusione non significa aggiungere una nota a margine, ma cambiare il centro dello sguardo. Diremo che il corpo non è un disturbo dell’apprendimento, che il comportamento non è sempre disobbedienza, che il silenzio non è sempre tranquillità, che l’agitazione non è sempre provocazione, che una diagnosi può orientare ma non deve imprigionare.»

Giordano mi guardò.

«E diremo che qualcuno può essere diverso senza essere sbagliato?»

Sorrisi appena.

«Sì. Ma senza farne uno slogan.»

«Perché gli slogan rovinano anche le cose vere.»

«Soprattutto quelle vere» disse S.I.S.A.

Il Maestro Oda Tao posò una mano sulla pietra.

«Chi vuole includere deve imparare prima a togliere il proprio centro dal centro del mondo.»

Nessuno aggiunse nulla.

Il Santuario, quella volta, sembrò bastare.



Tornammo verso il Rifugio quando la luce cominciò a ritirarsi tra le radici. Non portavamo con noi una risposta definitiva, e forse era meglio così. Portavamo una domanda più precisa, e in educazione una domanda precisa vale più di molte soluzioni dette troppo in fretta.

Mentre camminavamo, Giordano restò qualche passo indietro.

Lo aspettai.

«Tutto bene?»

Lui guardò il sentiero.

«Pensavo che forse, da piccolo, non avevo bisogno che qualcuno mi dicesse continuamente cosa non andava. Lo sapevo già, o almeno credevo di saperlo. Avrei avuto bisogno di qualcuno che mi aiutasse a capire come funzionavo. Che è diverso.»

«Sì» dissi. «È molto diverso.»

Giordano fece qualche passo ancora, poi si fermò, come se una considerazione gli fosse arrivata addosso con il solito ritardo elegante con cui gli arrivavano le cose importanti.

«Devo dire una cosa, però.»

«Ti ascolto.»

«Questo Prof. Laudisi mi sta simpatico.»

Lo disse con una serietà quasi solenne, che in Giordano era sempre il primo segnale di qualcosa di pericolosamente sincero.

«Con tutta quell’energia che mette nelle cose, intendo. Quella voglia un po’ testarda di prendere parole enormi, felicità, scuola, inclusione, e portarle dove di solito si portano registri, verifiche e campanelle. E poi quelle sue Gocce della Felicità che mette su LinkedIn, piccole, continue, come se ogni giorno provasse a lasciare una briciola luminosa nel corridoio rumoroso del mondo adulto.»

Mi voltai verso di lui.

«Tu leggi i post di Laudisi?»

Giordano assunse immediatamente l’espressione di chi è stato colto in una pratica non pienamente autorizzata.

«Diciamo che li intravedo.»

«Li intravedi?»

«Sì, Cima Bue. Dal tuo profilo» precisò, schiarendosi la voce. «Ogni tanto passo vicino al tuo computer, per ragioni di studio, vigilanza culturale e controllo qualità delle focacce digitali, e se per caso lo schermo è aperto su LinkedIn, io non posso mica voltarmi dall’altra parte. Sarebbe diseducativo.»

«Tu non hai un profilo LinkedIn» gli ricordai.

Giordano si sistemò la corona con dignità ferita.

«Appunto. Sto aspettando che tu riconosca finalmente il mio diritto alla presenza professionale online.»

«LinkedIn non è per gnomi» dissi.

Lui spalancò appena gli occhi, con un’indignazione teatrale ma non del tutto finta.

«Ah. Interessante. E questa sarebbe inclusione, Prof Cima Bue?»

Sophie abbassò lo sguardo per nascondere un sorriso.

S.I.S.A. intervenne con la sua precisione consueta.

«La contraddizione è stata rilevata.»

«Grazie» disse Giordano, indicandola. «Finalmente un’intelligenza, artificiale ma onesta, al servizio delle minoranze verticalmente contenute.»

Provai a restare serio, ma era difficile.

Giordano però, dopo quell’uscita, tornò più quieto.

«Scherzi a parte, quelle gocce mi piacciono. Perché non sembrano voler convincere nessuno con la forza. Arrivano piccole, ma insistono. E forse l’educazione funziona così: non sempre con la grande lezione che cambia tutto, ma con una goccia alla volta, finché qualcosa, da qualche parte, comincia a cedere.»

Fece una pausa.

«Uno così, se lo avessi avuto come insegnante, forse mi avrebbe guardato prima di correggermi. O almeno avrebbe capito che quando cadevo dalla sedia non stavo necessariamente sabotando il sistema educativo degli gnomi.»

Sorrisi, ma non lo interruppi.

Giordano si sistemò la corona d’alloro, poi continuò.

«Ho questo piccolo rammarico, ecco. Non averlo avuto davanti quando ero un giovane gnomo confuso, spettinato e già tragicamente basso. Perché magari, con un insegnante così, uno capace di vedere un po’ oltre il disturbo apparente, io adesso sarei sindaco del mio villaggio.»

Fece una pausa, pensò meglio alla cosa, e alzò un dito.

«Anzi, probabilmente qualcosa di più. Presidente del Consiglio delle Radici. Ministro delle Focacce Strategiche. Gran Coordinatore delle Pigne Civiche. Non voglio limitare il mio potenziale retroattivo.»

Questa volta sorrisi davvero.

Ma lui, dietro quella costruzione buffa, non stava scherzando del tutto.

«Il punto è questo» aggiunse, abbassando un poco la voce. «Quando qualcuno ti vede solo come quello che non funziona, tu impari a ridurti. Quando invece qualcuno ti fa intuire che dentro quel modo strano di stare al mondo può esserci una strada, magari non diventi sindaco, va bene, pazienza per il villaggio, ma almeno smetti di pensarti come un problema ambulante con le scarpe sporche.»

Rimase in silenzio un istante.

«E forse questo libro può servire a questo. Non a sistemare i bambini. A smettere di guardarli come cose da sistemare.»

Non risposi subito.

Perché, ogni tanto, Giordano arriva prima di tutti.

Anche se inciampa.

Soprattutto se inciampa.


Quando rientrammo al Rifugio, posai Educazione alla felicità e inclusione accanto agli altri due libri di Laudisi. Non sembravano una trilogia chiusa. Sembravano tre pietre messe a distanza giusta per attraversare un fiume.

La prima diceva: immagina una scuola diversa.

La seconda diceva: prova a portarla nella classe reale.

La terza diceva: guarda bene chi rischia ancora di restare sulla riva.

E forse era proprio lì che il percorso diventava più serio.

Perché una scuola può parlare di felicità quanto vuole, può progettare attività, organizzare percorsi, costruire modelli, usare parole nuove, ma alla fine la domanda resta semplice e severa: chi riesce a entrare davvero? E chi, invece, resta fuori pur essendo già dentro?

Educazione alla felicità e inclusione non offre una risposta comoda. Offre strumenti, sì. Offre mappe, attività, piste di lavoro. Ma soprattutto obbliga a guardare la classe come un organismo vivo, attraversato da funzionamenti diversi, da corpi che parlano, da emozioni che precedono le parole, da relazioni che possono ferire o curare, da tempi che non scorrono uguali per tutti.

Non è poco. Non è tutto. Ma, ancora una volta, non è poco.

E forse la scuola comincia a cambiare proprio quando smette di chiedere a ogni alunno di adattarsi in silenzio, e inizia a domandarsi quale parte di sé deve trasformare per diventare davvero abitabile.

Con stima e gratitudine

Cima Bue


Scheda editoriale

Titolo: Educazione alla felicità e inclusione – Attività didattiche per il benessere socio-emotivo
Autori: Mariano Laudisi, Chiara Saccà
Editore: Sanoma Italia
Collana: Learning Academy – Insegnare nel XXI secolo
Genere: Saggistica educativa, didattica operativa, educazione socio-emotiva, inclusione scolastica
Temi principali: felicità educativa, inclusione, neurovarietà, competenze socio-emotive, gestione delle emozioni, relazioni, comunicazione, tempo e obiettivi, benessere psicofisico, life skills, docente-coach
Destinatari: docenti, educatori, formatori, professionisti dell’educazione, genitori interessati al benessere socio-emotivo e all’inclusione scolastica
Lingua: Italiano


Nota sugli autori

Mariano Laudisi è docente, formatore e ideatore del modello educativo Le Scuole della Felicità. Il suo lavoro intreccia didattica, crescita personale, competenze non cognitive, leadership educativa e benessere scolastico. Con Sanoma Italia ha pubblicato La scuola della felicitàLezioni di Felicità ed Educazione alla felicità e inclusione, testi che sviluppano un percorso progressivo: dalla visione educativa alla pratica in classe, fino alla sfida più concreta dell’inclusione.

Chiara Saccà è psicologa e psicoterapeuta, con competenze nell’ambito della neuropsicologia, della logopedia e del supporto a bambini, ragazzi e famiglie. Nel volume porta una prospettiva scientifica e operativa sul tema della neurovarietà, della regolazione emotiva, del corpo, della comunicazione e del benessere socio-emotivo, traducendo il modello delle Scuole della Felicità in attività inclusive e strumenti didattici spendibili nel contesto scolastico.


Prima di incontrare Educazione alla felicità e inclusione: 8 domande sul libro di Mariano Laudisi e Chiara Saccà

Di cosa parla Educazione alla felicità e inclusione?

Il libro propone un percorso educativo e operativo dedicato al benessere socio-emotivo e all’inclusione scolastica. Unisce la visione del modello Le Scuole della Felicità a una parte di attività pensate per lavorare con la classe su emozioni, relazioni, comunicazione, tempo, obiettivi, corpo e benessere psicofisico.

È collegato ai precedenti libri di Mariano Laudisi?

Sì. Può essere letto come una prosecuzione naturale di La scuola della felicità e Lezioni di Felicità, ma con un focus più specifico sull’inclusione, sulla neurovarietà e sulle strategie operative utili per accompagnare alunni e alunne con funzionamenti, bisogni e tempi differenti.

A chi è rivolto il libro?

Il volume è rivolto soprattutto a docenti, educatori e professionisti della scuola, ma può interessare anche genitori e formatori che desiderano comprendere meglio il rapporto tra felicità educativa, inclusione, competenze socio-emotive e benessere psicofisico.

Che cosa significa neurovarietà?

Nel libro il termine neurovarietà viene usato per spostare lo sguardo dalla semplice idea di “diversità” a quella di pluralità dei funzionamenti. Non tutti gli alunni apprendono, comunicano, si regolano o vivono la classe nello stesso modo. Riconoscere questa varietà significa costruire una scuola più attenta, più competente e meno dipendente dall’idea di un unico alunno standard.

Il libro contiene attività pratiche?

Sì. Il volume comprende schede e proposte operative organizzate in cinque aree: gestione delle emozioni, gestione delle relazioni, gestione della comunicazione, gestione del tempo e degli obiettivi, benessere psicofisico. Le attività sono pensate per essere adattate al gruppo classe e ai diversi bisogni degli alunni.

È un libro solo per alunni con BES o diagnosi?

No. Pur prestando attenzione a neurovarietà, Bisogni Educativi Speciali e funzionamenti differenti, il libro lavora sull’intero gruppo classe. L’idea di fondo è che un ambiente più inclusivo, consapevole e regolato non aiuti soltanto chi ha una difficoltà specifica, ma migliori la qualità educativa per tutti.

Qual è il punto più interessante del libro?

Il punto più interessante è il tentativo di collegare felicità, inclusione, corpo e apprendimento. Il libro mostra che non si può educare davvero alla felicità se non si tiene conto del modo in cui ogni alunno sente, comunica, si muove, si regola, collabora e affronta il tempo della scuola.

Quale attenzione deve avere chi lo usa?

Le attività hanno senso se vengono inserite in una relazione educativa autentica e in una cultura scolastica coerente. Nessuna scheda, da sola, rende una scuola inclusiva. Il valore del libro emerge quando gli strumenti diventano occasione per osservare meglio, ascoltare di più e costruire contesti in cui ogni alunno possa sentirsi riconosciuto senza essere ridotto alla propria difficoltà.


Nota di trasparenza

Questo incontro nasce dalla lettura di una copia stampa di Educazione alla felicità e inclusione di Mariano Laudisi e Chiara Saccà, inviata da Sanoma Italia a Mentalità Amplificata con finalità culturali e divulgative. Non si tratta di una collaborazione commerciale: non è previsto alcun compenso, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto a revisione preventiva da parte degli autori o della casa editrice. Le riflessioni presenti in questo testo sono libere, indipendenti e fedeli all’esperienza di lettura e al confronto interno al team di Mentalità Amplificata. Come sempre, il nostro obiettivo non è produrre una recensione rapida o promozionale, ma costruire un incontro narrativo capace di restituire ciò che un libro muove, interroga e lascia sedimentare. Il libro è disponibile attraverso i canali ufficiali di Sanoma Italia, in libreria e nei principali store online. In questa pagina può essere presente un link affiliato Amazon: per chi acquista il prezzo non cambia, mentre una piccola percentuale sostiene il lavoro indipendente di Mentalità Amplificata.


Se sceglierai di portare con te questo libro, fallo senza cercare subito una soluzione pronta. Non leggerlo come un contenitore di attività da applicare meccanicamente, né come una formula per rendere la scuola improvvisamente inclusiva. Attraversalo con una domanda più semplice e più difficile: quali alunni, nella mia classe, sto guardando solo attraverso il loro comportamento, la loro diagnosi, la loro fatica o il loro silenzio? Lascia che il libro lavori lì, in quello spazio scomodo. Perché forse l’inclusione comincia proprio quando smettiamo di chiedere all’alunno reale di somigliare all’alunno ideale, e iniziamo a costruire una scuola capace di accogliere i diversi modi in cui una persona prova a imparare, comunicare, muoversi, regolarsi e restare nel mondo.

Se questo incontro ti è stato utile, se ti ha aiutato a entrare nel libro con uno sguardo più attento e meno superficiale, e se desideri contribuire a mantenere vivo questo spazio indipendente di lettura, confronto e ricerca, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo, nessuna aspettativa: solo un gesto libero, e un modo semplice per dire continua a leggere così.