I funghi dell’anima

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I funghi dell’anima. Dodici incontri nel sottobosco di Nicolò Oppicelli – Aboca Edizioni


È difficile parlare di funghi senza finire subito nella domanda più povera: si mangia? È buono? È pericoloso?

Nicolò Oppicelli parte da un’altra posizione. Non dimentica mai che un fungo è una specie da conoscere con rigore, con attenzione e senza improvvisare. Però non si ferma lì. In I funghi dell’anima guarda ciò che i funghi hanno significato nella sua vita: le prime uscite nel bosco con la famiglia, i libri sfogliati da bambino, i quaderni, l’attesa della pioggia, le ricerche ostinate, gli errori, i luoghi che cambiano insieme a noi.

I dodici capitoli del libro seguono altrettanti incontri nel sottobosco. Ogni fungo porta una storia e ogni storia apre una domanda: che cosa succede allo stupore quando cresciamo, dove finisce una passione quando diventa ossessione, che cosa ci insegna ciò che dura poco, perché alcune cose lavorano a lungo senza farsi vedere.

Oppicelli scrive da micologo e divulgatore, ma non usa la competenza per mettersi sopra il lettore. La mette nel racconto, accanto agli odori, ai ricordi e alle persone. Ne viene fuori un libro pieno di informazioni, ma mai freddo; personale, ma senza trasformare il bosco in uno sfondo per parlare soltanto di sé.

Non è una guida per riconoscere o consumare funghi. È un libro che chiede di rallentare davanti a un mondo che, di solito, notiamo soltanto quando affiora.

Ora varca la soglia, entra in Mentalità Amplificata.


Aetheria, il mondo simbolico di Mentalità Amplificata

L’interruzione necessaria

Questa storia la racconto io, Giordano. Se avessi saputo che per parlare di funghi avrei dovuto interrompere una riunione importante, avrei preparato un’entrata più dignitosa. Ma le entrate dignitose mi vengono raramente.

Eravamo negli ultimi giorni prima dell’apertura online della Farmacia Letteraria di Sophie. Siccome il nome può far pensare a boccette color ambra, istruzioni scritte troppo piccole e qualcuno che ti chiede se hai mangiato a sufficienza, lo spiego subito: non è una farmacia nel senso medico della parola. È un luogo in cui arrivare con una domanda, un periodo confuso o il desiderio di ritrovare un filo, e ricevere un percorso di lettura costruito con ascolto. Sophie non promette cure, né soluzioni pronte. Chiede che cosa stai vivendo, che cosa cerchi, che cosa riesci a leggere in questo momento, poi propone libri che possano accompagnarti senza pretendere di parlare al posto tuo. Se serve un aiuto professionale, un libro non lo sostituisce.

Quando arrivai al Rifugio di Aetheria, Sophie teneva una matita tra le dita senza usarla. Sul tavolo c’erano fogli, appunti, una tazza di tisana ormai fredda e una lista di parole che sembravano attendere di essere messe nell’ordine giusto: ascolto, soglia, domande, libri, cura.

«La Farmacia Letteraria non deve dare l’impressione di avere una risposta per tutto», disse Sophie. «Un libro può accompagnare una persona, può offrirle parole, immagini, domande. Non può sostituirsi alla sua storia, né a un aiuto professionale quando serve.»

«È il confine che dobbiamo custodire», rispose Cima Bue. «Può indicare una direzione di lettura, non promettere una soluzione.»

Aprii la porta con troppa energia, urtai lo stipite con la spalla e lasciai cadere il libro che tenevo sotto il mantello.

Prince, il gatto grigio, mi fissò.

«Sto bene», dissi, prima ancora di raccoglierlo.

«Non avevamo ancora espresso un parere», osservò S.I.S.A.

Liberai la copertina da una foglia e posai il volume sul tavolo. Sophie lesse il titolo.

«I funghi dell’anima.»

«Di Nicolò Oppicelli. E mi dispiace interrompere la riunione, però credo che questo libro ci stia aspettando da un po’.»

«In che modo entra nella discussione?» chiese Cima Bue.

Mi sedetti su una sedia troppo alta, con i piedi che non toccavano terra. «Forse, prima di decidere quale libro consigliare a qualcuno, dobbiamo ricordarci che non incontriamo mai soltanto ciò che appare. Una persona non è la prima cosa che racconta di sé, un libro non è il titolo, un fungo non è soltanto il cappello che spunta dall’erba.»

Sophie lo guardò. «E che cosa sarebbe?»

«Qualcosa che continua a vivere anche quando smetti di vederlo.»

Il Maestro Samurai Oda Tao sollevò lo sguardo. «Hai già scelto il luogo.»

Mi sistemai la corona d’alloro. «La Foresta di Antràis

Sophie chiuse il quaderno. «Allora la Farmacia Letteraria può aspettare una sera.»

Fu l’ultima volta che ne parlammo.



Il cerchio delle streghe

La Foresta di Antràis non ci accolse con particolare gentilezza. Dopo pochi passi una radice intercettò il mio stivale, costringendomi a un gesto poco elegante con entrambe le braccia.

«Sto imparando la grammatica del luogo», dichiarai.

«La Foresta ti ha corretto alla prima frase», disse Cima Bue.

La radura comparve oltre un gruppo di castagni. Nell’erba alta, decine di funghi chiari formavano un arco quasi perfetto. Attorno, avevo liberato dalle foglie alcuni sedili di pietra antichi, senza toccare il cerchio.

«Un cerchio delle streghe», disse Sophie.

S.I.S.A. apparve come una luce sottile tra due rami. «Il fenomeno è dovuto all’espansione radiale del micelio nel suolo. Quando la parte centrale ha utilizzato le risorse disponibili, il margine esterno resta più attivo; nelle condizioni favorevoli, gli sporofori emergono lungo quel bordo.»

Alzai un dito. «Questa è la tua spiegazione.»

«È una spiegazione scientificamente fondata.»

«Sì, ma è incompleta. Manca la parte delle fate.»

«Non esistono prove verificabili di assemblee fatate.»

«Neppure di riunioni di condominio gnomico, eppure sono la forma più resistente di vita sociale conosciuta.»

Sophie sorrise. «State parlando di due cose diverse. S.I.S.A. spiega come nasce il cerchio, Giordano ricorda che cosa le persone hanno immaginato guardandolo.»

S.I.S.A. restò in silenzio per un momento. «La distinzione è corretta.»

«A Borgoradice», ripresi, «gli anziani raccontavano che le fate sceglievano questi luoghi per discutere ciò che nessuno doveva sentire. Non danzavano per fare spettacolo: stabilivano raccolti, nascite e delicatissime questioni di vicinato tra tassi.»

«La spiegazione non cancella la meraviglia», disse Oda Tao. «Le impedisce soltanto di diventare inganno.»

Ci sedemmo. Prince scelse il mantello del Maestro come giaciglio.



Dodici modi di entrare nel bosco

Non aprii subito il libro. Lo tenni sulle ginocchia, con entrambe le mani appoggiate alla copertina, come se non fossi ancora certo che la Foresta mi avesse concesso il permesso di cominciare.

«Dodici capitoli», disse infine. «Dodici incontri. Questa cosa mi mette una certa pressione, perché io ho difficoltà a organizzare anche una passeggiata con tre persone e un gatto che non riconosce alcuna autorità.»

Prince socchiuse un occhio, senza lasciare il mantello del Maestro.

«Non devi fare un elenco», disse Cima Bue. «Il libro non ci chiede di ripeterlo. Ci chiede di capire perché Oppicelli torna continuamente a quei funghi.»

Annuii, sfogliai poche pagine e mi fermai alla mazza di tamburo. Raccontai della Macrolepiota procera, alta e slanciata nei prati e nelle radure, del bambino che la incontra prima ancora di sapere come si chiami, dell’odore di nocciole tostate che unisce il bosco alla cucina della nonna.

«La cosa che mi ha colpito», dissi, «è che all’inizio non c’è la domanda: “Che cosa posso farne?”. C’è soltanto qualcuno che guarda una cosa più alta di lui e si ferma.»

Sophie lasciò che la frase restasse nell’aria. «Da piccoli accade più facilmente. Non perché siamo migliori, ma perché non abbiamo ancora trasformato tutto in qualcosa che deve servire a uno scopo.»

«Oppicelli non idealizza l’infanzia», aggiunse Cima Bue. «La guarda da adulto. Sa che quella meraviglia non basta a conoscere un fungo, ma riconosce che senza meraviglia la conoscenza può diventare soltanto possesso.»

S.I.S.A. intervenne. «Lo stupore è un buon punto di partenza, non un criterio di identificazione. Le forme più attraenti o familiari possono anche essere ingannevoli.»

«Ecco perché servono entrambe», dissi. «Tu impedisci che io abbracci un’amanita con fiducia eccessiva, Sophie mi ricorda che non devo trattare il bosco come un test di ammissione, il Prof. Cima Bue mi riporta alle conseguenze, il Maestro dice una cosa che mi costringe a pensare per tre giorni. È un sistema ben distribuito.»

«Tu che cosa fai?» domandò Cima Bue.

Abbassai lo sguardo sul libro. «Cerco di non inciampare nella parte importante.»

Parlammo poi delle vesce, fragili, morbide, capaci di liberare le spore nel vento proprio mentre sembrano perdere forma. Ricordai che, nella mia comunità, i bambini le chiamavano “nuvole basse” e correvano a distanza dalle più mature, perché gli anziani proibivano di colpirle con i bastoni.

«Perché?» chiese Sophie.

«Dicevano che una nuvola non va presa a calci solo perché si è abbassata abbastanza.»

S.I.S.A. precisò che la dispersione delle spore non aveva bisogno di quelle leggende per funzionare. Alzai le mani.

«Nessuno qui contesta le spore. Sto dicendo che gli adulti, ogni tanto, inventano una storia per insegnare una cura che non sanno spiegare diversamente.»

Quella volta S.I.S.A. non mi corresse.

La conversazione arrivò all’ovolo malefico e alla sua bellezza pericolosa. Sophie parlò del modo in cui alcune cose ci attirano proprio perché appaiono familiari, pulite, quasi fiabesche. Cima Bue ricordò che il libro non trasforma il divieto in una punizione: il limite non è un nemico della meraviglia, è ciò che permette alla meraviglia di non diventare imprudenza.

Il Maestro Samurai Oda Tao sfiorò con un dito la pietra su cui era seduto.

«Chi non sa fermarsi davanti a ciò che non conosce, non è coraggioso. È soltanto veloce.»

Annuì, ma senza fare battute. Poco dopo raccontai che, da bambino, in una radicora — una piccola dimora gnomica scavata tra le radici, poco fuori Borgoradice — avevo visto un giovane gnomo afferrare un fungo rosso con i puntini bianchi per regalarlo alla sorella. La nonna lo aveva fermato prima che il gesto diventasse un pericolo, poi aveva messo entrambi a sedere e aveva raccontato loro la storia di una fata che custodiva i colori troppo belli per essere toccati senza domande.

«Non ricordo il nome della fata», dissi. «Ricordo solo che quella sera mia sorella non ricevette il fungo. Ricevette una storia e, stranamente, non protestò.»



Il desiderio di trovare

Quando arrivammo ai porcini, il tono cambiò.

Lessi alcuni appunti senza entrare nei dettagli del racconto. Parlai del ragazzo che osserva il cielo, chiama luoghi lontani, cerca indizi, immagina percorsi e aspetta che il bosco gli dia una conferma. Il desiderio non è falso, né ridicolo. È una passione che chiede di essere presa sul serio. Ma, crescendo, può trasformarsi in una specie di febbre: il fungo non è più un incontro, diventa una prova da superare, un premio da portare a casa, una risposta che deve arrivare per forza.

«Conosco quella sensazione», disse Cima Bue. «Non per i funghi. Per lo sport, per i progetti, per le cose che pensi di dover ottenere subito per dimostrare che il lavoro fatto aveva un senso.»

«E quando non arrivano?» chiesi.

«Allora bisogna capire se stai continuando per amore di ciò che fai o per paura di non essere abbastanza.»

Sophie lo guardò. «Questa distinzione non è mai semplice.»

«No», rispose Cima Bue. «E non si risolve con una frase buona.»

Rimasi fermo. Poi raccontai del Ricciolesto, senza chiamarlo subito per nome. Dissi che, da ragazzo, avevo costruito un piccolo congegno per raccogliere castagne e guadagnare abbastanza ciottoli d’ambra da avere una radicora propria. Per tre anni avevo spiegato a chiunque quanto il progetto fosse utile, silenzioso, rivoluzionario e moderatamente impermeabile.

«Ne vendetti due», dissi. «Uno a mia madre. L’altro a un vicino che lo usava per tenere aperta la porta della dispensa.»

Sophie non rise subito.

«Ti era dispiaciuto?»

«Molto. Però non soltanto perché il Ricciolesto non funzionava. Funzionava abbastanza. Mi era dispiaciuto perché mi ero convinto che, se quel progetto fosse stato visto da tutti, allora sarei diventato qualcuno di più chiaro anche per me.»

Cima Bue lasciò passare un momento.

«E che cosa hai capito?»

«Che una cosa può essere buona e non ricevere l’attenzione che speravi. E che l’attenzione degli altri non può essere l’unica prova del suo valore. Però ho anche capito che aspettare chiuso nella propria radicora non è sempre una forma di profondità. Qualche volta è paura.»

Il Maestro Oda Tao annuì.

«La passione domanda un sentiero. L’ossessione domanda un bersaglio.»

S.I.S.A. aggiunse che il libro è più interessante proprio perché non glorifica il cercatore instancabile. La conoscenza, nel racconto di Oppicelli, matura quando la persona smette di pensare che il bosco debba ricompensarla.

Guardai il cerchio delle streghe.

«Forse è per questo che questo libro doveva venire qui. Antràis non ti promette mai niente. Ti lascia entrare, se hai pazienza, ma non ti consegna un premio per essere arrivato.»


Il quaderno che non voleva restare asciutto

Mi alzai per prendere il libro, ma un lembo del mantello rimase agganciato alla pietra. Non caddi, per una volta. Rimasi semplicemente in una posizione che non avevo previsto, con una mano sul volume e l’altra a cercare di liberarmi.

«Questo», dissi, quando finalmente tornai seduto, «è il momento in cui vorrei che qualcuno dicesse che ho preparato una dimostrazione fisica della trasformazione.»

«Non lo dirò», rispose S.I.S.A.

«La tua integrità è encomiabile e, in certi momenti, faticosa.»

Aprii il capitolo dedicato al fungo dell’inchiostro. Il Coprinus comatus, spiegai, ha una forma slanciata e squamosa quando emerge, poi attraversa un processo di autodigestione che ne muta rapidamente l’aspetto. Nel libro quel mutamento porta Oppicelli verso la giovinezza, il disegno, gli appunti e le prime parole scritte per non lasciar fuggire le cose viste.

Non lessi tutto. Non ero lì per fare una lezione al posto dell’autore. Appoggiai invece il polpastrello su una pagina e cercai, dentro la memoria, un corridoio preciso.

«Alla scuola di Borgoradice, noi gnomi scrivevamo soltanto con l’inchiostro di Coprinus comatus. Era una regola. Non c’erano cartucce, non c’erano pennini di lusso, niente inchiostro blu da ufficio, che mi è sempre sembrato un colore privo di avventura. C’era quello, nero e vivo, preparato dagli addetti della dispensa con una serietà tale da far pensare che stessero amministrando un piccolo temporale.»

Sophie inclinò la testa. «Era davvero una tradizione della vostra scuola?»

«Di tutte le scuole gnomiche che contavano, a quanto sosteneva mio nonno. Mio nonno sosteneva anche che la scuola di Borgoradice avesse inventato le parentesi, quindi alcune fonti vanno maneggiate con cautela.»

Cima Bue sorrise. «E perché proprio quell’inchiostro?»

Non risposi subito. La mia voce, quando riprese, aveva perso il tono della battuta.

«La maestra Flora Radicifonda diceva che un pensiero scritto non diventa vero solo perché hai premuto forte sul foglio. Ci faceva copiare le frasi finché non smettevamo di trattarle come muri. “Le parole si fissano”, diceva, “ma possono anche essere rilette”. Non era un invito a cancellare tutto, era un invito a non avere troppa fretta di dichiararsi finiti.»

S.I.S.A. si illuminò appena di più. «Nel caso del fungo, la trasformazione non è un’imperfezione da correggere. È una parte del suo ciclo. Il corpo fruttifero cambia, le spore vengono disperse, il processo continua in un’altra forma.»

«Ecco», dissi. «La maestra avrebbe adorato questa frase. L’avrebbe trasformata in un compito in classe e ci avrebbe chiesto di non usare la parola “metamorfosi” per sembrare intelligenti.»

«La usavi?» chiese Sophie.

«Sempre. La mettevo ovunque. Una volta ho consegnato un elaborato sui mestieri gnomici in cui la parola “metamorfosi” compariva nove volte. La maestra mi restituì il quaderno con scritto: “Giordano, il falegname fa sedie. Non necessariamente metamorfosi”.»

Il gruppo rise, senza fretta. Poi raccontai del giorno in cui avevo scritto un tema sul valore della prudenza. Avevo impiegato un’intera mattina a prepararlo, avevo chiesto a mia madre se “prudenza” fosse una parola troppo adulta per me e avevo ricevuto una risposta che non avevo gradito: “dipende da quello che ci fai intorno”. Alla fine avevo percorso sotto la pioggia il tratto che separava la mia radicora dalla scuola, stringendo il quaderno sotto il mantello. Non bastò. L’acqua entrò da un lato, l’inchiostro si allungò, alcune righe si sciolsero una dentro l’altra. Quando Flora Radicifonda lesse, il mio tema sul non agire d’impulso sembrava essere stato scritto da un ruscello molto preoccupato.

«Mi aspettavo una tragedia», dissi. «Invece lei mi diede sette radici su dieci e aggiunse: “Il contenuto è coerente, la forma lascia margini di miglioramento”. Io la odiai per una settimana. Poi, a casa, mia madre mise il foglio sul tavolo della cucina e disse: “Vedi? Hai scoperto che la prudenza non è tenere tutto al riparo. È sapere cosa fare quando qualcosa si bagna”.»

Sophie guardò il cerchio, i funghi chiari lungo il bordo.

«È una lezione che si tende a rifiutare», disse. «Vorremmo che ciò che abbiamo detto bene, fatto bene, amato bene, rimanesse esattamente com’era. E quando cambia pensiamo subito di averlo perso.»

«A volte lo perdiamo davvero», intervenne Cima Bue. «Non serve addolcire tutto. Però altre volte la forma di una cosa cambia e noi continuiamo a guardare soltanto quella di prima.»

Annuì. «Oppicelli, da bambino, capisce che non riesce a disegnare il fungo come vorrebbe. Allora scrive. Non mette il fungo in una teca, non lo rende suo. Prende appunti per ricordare, e intanto impara a guardare meglio. Mi sembra un gesto molto onesto.»

«Perché?» chiese Sophie.

«Perché non dice: “Adesso ho capito il bosco”. Dice: “Sono stato qui. Questa cosa l’ho vista. Provo a non dimenticarla”.»

S.I.S.A. rimase qualche istante in silenzio, poi aggiunse: «La scrittura può anche evitare una semplificazione. Quando osserviamo, registriamo contesto, stagione, ambiente, trasformazioni. Non sostituisce l’esperienza, ma la rende meno vaga.»

«Esatto», dissi. «E rende più difficile raccontare sciocchezze con sicurezza, qualità che, se posso dirlo, dovrebbe essere insegnata molto più spesso.»

Prince, che fino a quel momento aveva ignorato ogni discussione sulle tecniche di scrittura, si avvicinò al libro e ne sfiorò un angolo con la zampa.

«Lui sarebbe stato espulso dalla scuola gnomica», dissi.

«Per indisciplina?» domandò Cima Bue.

«Perché ha già capito che i quaderni non sono né prede né cuscini. Li tratta come entrambe le cose.»



Quello che la bellezza non autorizza

Il vento si mosse tra i rami e il cerchio sembrò farsi più largo, non perché fosse cambiato davvero, ma perché il gruppo aveva smesso di guardarlo come un fondale. Sophie si accorse di un’amanita più lontana, appena fuori dalla radura, e la indicò senza avvicinarsi.

«È strano», disse. «Le cose che ci chiedono più cautela spesso sono quelle che ci fanno venire voglia di essere subito vicini.»

Guardai verso il punto indicato e chiusi il libro sulle pagine dell’ovolo malefico. «Nel capitolo dedicato all’Amanita muscaria, Oppicelli racconta anche questo: il fascino può arrivare prima della conoscenza. Un fungo può avere i colori delle fiabe e, proprio per questo, insegnarti che una fiaba non è un permesso.»

S.I.S.A. prese la parola con quella precisione che ormai riconoscevo, anche quando fingevo di subirla. «Il riconoscimento dei funghi richiede competenze specifiche, osservazioni complete e, quando necessario, il supporto di servizi micologici qualificati. Una foto, un ricordo o una descrizione non bastano per decidere se una specie sia commestibile o sicura.»

Allargai le mani. «E qui non facciamo eccezione. Nessuno torni a casa convinto che abbia imparato a riconoscere qualcosa perché ha ascoltato uno gnomo parlare delle proprie insufficienze scolastiche.»

«Questa formulazione è sorprendentemente adeguata», disse S.I.S.A.

«Grazie. La annoto con un inchiostro resistente, così potremo ricordarcene anche quando mi verrà una nuova idea pessima.»

Il Maestro Oda Tao osservava l’erba, non il fungo.

«Il limite non umilia il desiderio», disse. «Gli insegna una direzione.»

Sophie ripeté la frase sottovoce, come per sentirne il peso. «Spesso chiamiamo limite tutto ciò che ci impedisce di prendere subito quello che vogliamo. Ma a volte un limite è ciò che salva l’incontro dall’essere soltanto possesso.»

«Nel bosco è evidente», disse Cima Bue. «Ma vale anche altrove. Ci sono lavori che ci interessano fino a consumarci, relazioni che vorremmo comprendere e mettere a posto in un giorno, risultati che ci sembrano indispensabili. Quando la passione diventa l’unico tribunale in cui giudichiamo il nostro valore, smettiamo di ascoltare.»

Abbassai lo sguardo sul libro, poi sulle sue scarpe sporche di terra. «A me è capitato con il Ricciolesto.»

«Ne abbiamo parlato», osservò Cima Bue.

«Sì, ma non della parte successiva. È la parte meno gloriosa e quindi, secondo una regola che ho appena inventato, probabilmente serve.»

Spiegai che, dopo aver costruito il piccolo attrezzo per raccogliere castagne, avevo cominciato a misurare ogni uscita nel bosco con quante persone mi chiedessero del progetto. Se incontravo qualcuno che non lo notava, l’uscita mi sembrava sprecata. Se trovavo poche castagne, pensavo che il sistema fosse difettoso. Se qualcun altro trovava più castagne a mano, sentivo una rabbia che non sapevo giustificare.

«A un certo punto non stavo più cercando castagne», dissi. «Stavo cercando la prova che non ero sciocco per averci provato.»

Nessuno mi rispose subito. Antràis aveva un modo particolare di fare spazio alle parole: non le accoglieva, non le rifiutava. Le lasciava cadere a terra, come semi, e aspettava.

«E che cosa ti ha fermato?» chiese Sophie.

«Mia zia Araminta. Mi trovò con il Ricciolesto smontato davanti alla radicora. Pensavo di doverlo modificare per renderlo più veloce. Lei mi chiese: “Se funzionasse cinque volte meglio, saresti finalmente contento?” Io risposi di sì, perché non avevo mai incontrato una domanda alla quale fosse più facile rispondere una bugia.»

Sorrisi appena. «Mia zia non disse niente. Mi portò nel bosco il mattino dopo e mi fece raccogliere castagne a mano, senza parlare di miglioramenti, senza darmi consigli. A un certo punto mi domandò se mi ero accorto che non guardavo più gli alberi. Mi arrabbiai, naturalmente. Quando hai sedici anni e qualcuno ti dice una cosa vera, la risposta più naturale è arrabbiarsi.»

«Aveva ragione?» chiese Cima Bue.

«Sì. Non avevo smesso di amare quel progetto. Avevo smesso di lasciare che fosse una cosa piccola e buona. Gli avevo chiesto di sistemare una domanda molto più grande.»

S.I.S.A. inserì la propria voce senza trasformare quel ricordo in una diagnosi. «Un obiettivo può diventare totalizzante quando la sua funzione si allarga oltre ciò che può realmente sostenere. Non è un difetto della passione. È un segnale utile: serve riportare l’obiettivo alla sua misura.»

«Alla sua misura. Mi piace. Non vuol dire ridurlo per paura. Vuol dire non costringerlo a fare il lavoro di una vita intera.»

Nel libro i porcini portano anche quella tensione: la ricerca, la competenza, l’euforia di un ritrovamento e la possibilità che tutto questo diventi una caccia a una conferma. Oppicelli non giudica dall’esterno il ragazzo che è stato. Gli resta accanto mentre impara. È forse una delle forme più difficili di sincerità: raccontare il proprio entusiasmo senza fingere che non abbia avuto ombre.

«Per questo il libro non mi è sembrato una passeggiata gentile», disse Sophie. «Sta nel bosco, ma non lo usa per abbellire le domande. Le lascia complicate.»

«E non decide una volta per tutte chi è bravo e chi è sbagliato», aggiunse Cima Bue. «Mostra piuttosto il lavoro necessario per restare in relazione con ciò che si ama.»

Il Maestro Oda Tao si alzò. Prince protestò, con il corpo, perché il suo giaciglio si era mosso.

«La passione domanda un sentiero», disse il Maestro. «L’ossessione domanda un bersaglio.»

Rimasi a lungo senza fare battute. Poi guardai Prince.

«Lui domanda una coperta.»

«È un desiderio circoscritto», osservò S.I.S.A.

«E, per questo, forse più saggio del mio.»


Anche la nebbia ha un posto

Più tardi camminammo lungo il margine della radura. Non era una visita guidata. Non indicammo specie da raccogliere, non distribuivamo certezze. Ogni tanto rallentavamo davanti a un tronco, a una foglia consumata, a un angolo di muschio, come se il libro lo avesse convinto a non passare troppo in fretta neppure tra le sue stesse idee.

«Il sottobosco sembra pieno di cose finite», dissi. «Foglie cadute, legno che si ammorbidisce, rami che non hanno più il verde. E invece qui dentro c’è moltissimo lavoro.»

S.I.S.A. lo seguì con una luce bassa, quasi a non disturbare il crepuscolo. «I funghi svolgono ruoli fondamentali nei cicli di decomposizione e nelle relazioni con altri organismi. Trasformano materia organica e partecipano a equilibri complessi. Non è un processo pulito o lineare, ma è indispensabile.»

«Mi piace che tu dica “non pulito”», osservò Sophie. «Siamo abituati a immaginare la trasformazione come una cosa ordinata: prima soffri, poi capisci, poi ne esci migliore. Il bosco non ha questa educazione.»

Indicai un tratto d’erba dove la luce era ormai grigia. «C’è un capitolo sui finferli e sul corno dell’abbondanza. Già i nomi sembrano stare da parti opposte: oro e ombra. Mi ha fatto pensare a quanto siamo veloci a decidere che cosa sia una cosa luminosa e che cosa no. Il corno dell’abbondanza è scuro, quasi invisibile tra le foglie, eppure porta un nome enorme.»

«Non tutto ciò che è scuro è una minaccia», disse Oda Tao.

«E non tutto ciò che luccica è un invito», rispose Sophie.

Lo guardai con riconoscenza. «Questa la metterei su un cartello all’ingresso di Borgoradice. Accanto a quello che dice: “Non dare da mangiare ai tassi durante le discussioni amministrative”.»

S.I.S.A. fece una pausa minima. «Il secondo cartello avrebbe una base empirica?»

«Una base traumatica. Una volta mio zio portò una focaccia a una riunione sulla manutenzione dei cunicoli. Un tasso prese la focaccia e, da allora, nessuno si è più fidato di una mozione presentata con troppa fame.»

Camminammo ancora. La risata non spezzò la gravità della sera, la rese abitabile. Fu Sophie a riportare il discorso al libro.

«L’agarico delle nebbie parla anche di accettazione e limite, vero?»

«Sì», dissi. «E io ho preso quel capitolo con un certo rispetto, perché l’accettazione è una parola che usiamo male. A volte sembra voler dire che non si deve provare dispiacere, che bisogna sorridere alle cose che fanno male, diventare improvvisamente persone molto composte. Invece, per me, qui vuol dire smettere di litigare con il fatto che esistono stagioni in cui non vediamo bene.»

Cima Bue si fermò accanto a un castagno. «Accettare non è approvare ogni cosa. Non è rinunciare ad agire. È riconoscere la situazione reale, così da non sprecare energie a fingere che sia diversa.»

«Proprio come quando il sentiero sparisce nella nebbia», dissi. «Non puoi intimargli di tornare visibile. Puoi fermarti, orientarti, decidere se hai gli strumenti per continuare o se è il caso di tornare indietro.»

«Una scelta prudente», disse S.I.S.A.

«Una scelta che, nella mia esperienza, viene spesso fatta dopo avere camminato in cerchio per un po’. Ma sì.»

La Foresta cominciava a diventare un’altra cosa. I dettagli si univano, i tronchi più lontani perdevano i bordi, il cerchio delle streghe non era più un disegno netto ma un’ipotesi chiara nell’erba. Parlai allora del grifone, della memoria, delle storie familiari che diventano così grandi da sembrare mitologie private.

«Da piccolo pensavo che gli adulti ricordassero tutto», dissi. «Mio padre sapeva dove cercare certe cose, mia madre aveva una risposta per ogni rumore del bosco, nonna Odolina conosceva persino i nomi dei sassi più antipatici. Poi sono cresciuto e ho capito che molte loro storie contenevano esitazioni, buchi, versioni diverse. Non erano meno importanti per questo. Erano più vere.»

«La memoria non è un archivio perfetto», disse S.I.S.A. «Ricostruisce, seleziona, collega. Ha valore anche quando non coincide con una registrazione esatta, purché non pretenda di sostituirsi ai fatti verificabili.»

«Ecco perché nel libro mi piace quando la competenza non cancella i ricordi», dissi. «Oppicelli sa il nome delle cose, ma non usa il nome per far sparire ciò che provava quando le incontrava. Non dice che l’emozione è una prova scientifica, dice, semmai, che anche le emozioni lasciano tracce e meritano di essere guardate con onestà.»

Sophie raccolse una foglia senza strapparla dal terreno. «Forse diventiamo adulti non quando smettiamo di raccontarci storie, ma quando impariamo a distinguerle dalle istruzioni.»

Oda Tao la guardò. «Una storia può indicare una porta. Non deve trascinare dentro chi la ascolta.»



Il tempo non deve dimostrare niente

Tornammo ai sedili di pietra quando ormai faceva fresco. Riaprii il libro al capitolo sul dormiente, ma questa volta non parlai subito. Mi limitai ad ascoltare un merlo che, poco lontano, insisteva con le ultime note della giornata.

«C’è una differenza», dissi, «tra aspettare e restare fermi. Io l’ho imparata tardi, e non con particolare eleganza.»

Cima Bue mi fece cenno di continuare.

«Quando ero piccolo pensavo che l’attesa fosse una punizione. Se mia madre diceva: “Aspetta che smetta di piovere”, sentivo che la pioggia stesse agendo contro il mio programma. Se un insegnante diceva: “Non sei pronto”, credevo che la frase mi definisse per sempre. E se un progetto non partiva subito, mi sembrava di aver sbagliato a desiderarlo.»

«La fretta fa sembrare definitivo ciò che è soltanto provvisorio», disse Sophie.

«Sì. Il dormiente mi piace perché compare vicino al freddo, quando uno pensa che non sia più il momento di niente. Non grida, non arriva con un cartello, non fa promesse. C’è e basta. E questo, per me, è quasi un atto di fiducia.»

S.I.S.A. intervenne con cura. «L’emergere di un fungo dipende da condizioni ambientali e biologiche precise. Non è un messaggio rivolto a noi. Ma osservarne i tempi può aiutarci a ricordare che i cicli naturali non sono organizzati secondo l’urgenza umana.»

«Io non chiedo al fungo di darmi ragione», dissi. «Chiedo a me stesso di non confondere il mio calendario con l’unico calendario possibile.»

Il Maestro Oda Tao posò una mano sul sedile libero accanto a sé.

«Chi aspetta una risposta, guarda l’orologio. Chi attende di capire, guarda anche il luogo in cui si trova.»

«Il Maestro ha detto una cosa da tenere», sussurrai.

«Non l’hai già tenuta?»

«No, è entrata da un orecchio e si è sistemata in una zona del cervello che sto ancora arredando.»

Sophie sorrise, poi si fece seria. «L’attesa può essere molto dura per chi è abituato a doversi guadagnare tutto. A volte non facciamo nulla perché siamo pigri, ma perché non sappiamo ancora come muoverci. Altre volte facciamo troppo per paura di ascoltare. Il difficile è non trasformare una pausa in una condanna.»

«E non trasformare l’azione in una fuga», aggiunse Cima Bue.

Guardai le mie mani. «Alla scuola gnomica c’erano campanelle che suonavano sempre troppo presto. Io mi svegliavo con il panico di aver dimenticato un compito, correvo nei corridoi e quasi sempre scoprivo che l’interrogazione era il giorno dopo. Ancora adesso, qualche volta, mi capita di svegliarmi così. Per qualche secondo sono di nuovo lì, con il quaderno vuoto e la sensazione che tutti abbiano già capito qualcosa che io non so.»

Prince si spostò sul suo piede, pesandogli sopra con assoluta fiducia.

«Poi?» chiese Sophie.

«Poi sento il vento nella Grande Quercia e mi ricordo che il vento non interroga nessuno. Non mi dice che non avrò più paura. Mi ricorda solo che non tutto ciò che mi spaventa è un esame che devo superare.»

Nessuno cercò di migliorare quella frase. S.I.S.A. abbassò la luminosità, Cima Bue non prese appunti, Oda Tao si limitò ad annuire. Fu un momento piccolo, e proprio per questo non richiese spiegazioni supplementari.



Trame d’un canto

Quando la sera fu abbastanza scura da far apparire ogni luce come una scelta, S.I.S.A. disegnò nell’aria una mappa essenziale. Non una mappa della Foresta, ma del modo in cui il micelio poteva espandersi nel suolo e nei substrati. Linee che si biforcavano, si interrompevano, si avvicinavano, cambiavano direzione.

«Il micelio è la parte vegetativa del fungo», disse. «È formato da ife, filamenti sottili che possono svilupparsi in reti estese. In certi contesti i funghi stabiliscono relazioni con le radici delle piante; in altri decompongono materia organica o vivono secondo strategie differenti. Non è una mente nascosta che governa il bosco e non è un modello puro di armonia. Esistono cooperazione, competizione, parassitismo, scambi, limiti e adattamenti.»

La ascoltai senza interromperla, cosa che Cima Bue notò con una certa sorpresa.

«Hai finito?» domandai.

«Sì.»

«Bene. Adesso posso essere d’accordo e aggiungere una cosa non verificabile, ma per me importante.»

S.I.S.A. emise una luce che, se avesse avuto un volto, sarebbe stata un’espressione di prudente pazienza.

«Nella mia cameretta, sotto la Grande Quercia di Borgoradice, ho un poster di Franco Battiato», dissi.

«Lo sappiamo», rispose Cima Bue.

«Non tutti i dettagli. C’è una piega in alto a sinistra che sembra una valle, e una volta ho provato a stirarla col vapore. Mio padre mi ha proibito di usare la teiera come strumento di restauro artistico.»

Poi abbassai la voce. «Oppicelli, parlando del micelio, richiama Battiato e quelle trame d’un canto. Io l’ho letto e ho pensato: sì, è proprio così che mi sembra. Non perché sotto terra ci sia un coro sempre gentile. Non perché tutto sia collegato nel modo in cui piacerebbe a noi. Ma perché qualcosa lavora senza fare rumore, tiene insieme passaggi che da sopra non vediamo e trasforma ciò che sembra concluso.»

Sophie seguì con lo sguardo le linee di S.I.S.A. «È una bella immagine, se non la usiamo per semplificare. Le reti non garantiscono che nessuno resti solo.»

«No», dissi. «Però ci ricordano di cercare il punto in cui una cosa si collega a un’altra. Non per romanticismo. Per responsabilità.»

Cima Bue si appoggiò allo schienale di pietra. «Anche perché i cambiamenti del bosco non sono un esercizio astratto. Siccità, temperature, incendi, perdita di habitat, modifiche delle stagioni: tutto questo incide sui luoghi e sulle specie. Dire che la natura sa adattarsi non basta. La natura non è tenuta a rassicurarci.»

Le parole rimasero nel cerchio con una gravità nuova.

«Il libro non fa finta che il bosco sia immobile», disse Sophie. «E questo è importante. Possiamo amarne i cicli senza usarli per consolarci a buon mercato. Ci sono trasformazioni che richiedono cura, attenzione, decisioni.»

S.I.S.A. annuì. «Osservare è il primo passo, non l’ultimo. La conoscenza serve anche a rendere le azioni più responsabili.»

Passai un pollice sul bordo del libro. «Mio nonno diceva che una radice non ti chiede applausi, ma ti presenta il conto se la tagli male. Era un uomo affettuoso, con un modo molto particolare di parlare di affetto.»

«Aveva un punto», disse Cima Bue.

«Purtroppo sì. Era la sua abilità più irritante.»

Il capitolo finale del libro mi era rimasto aperto davanti. Arrivai quasi alla fine, poi rallentai. Il cerchio delle streghe intorno a noi era ormai soltanto un margine pallido. Nel buio, la spiegazione di S.I.S.A. non aveva perso nulla della sua precisione; la mia non aveva perso le fate. Potevano stare insieme senza confondersi.

«C’è una frase, nelle ultime pagine», dissi. «Una frase che mi ha fatto chiudere il libro e restare un po’ zitto. Non la leggerò qui.»

«Per non fare spoiler?» chiese Cima Bue.

«Anche. Ma soprattutto perché certe frasi non sono citazioni. Sono arrivi. Se te le consegno prima, ti tolgo i passi che servono per incontrarle.»

Sophie annuì lentamente. «Allora è giusto lasciarla al lettore.»

Richiusi il volume. «Posso dire soltanto questo: non riguarda un’apparizione isolata. Riguarda ciò che continua, anche quando il nostro sguardo si distrae.»

Il Maestro Oda Tao si alzò per primo. «Chi cerca soltanto ciò che emerge, perde il luogo che lo sostiene.»

Prince scese dal mantello e mi raggiunse, lo sollevai con entrambe le braccia. Il gatto tollerò il gesto per il tempo strettamente necessario a farmi capire che la mia clemenza non era gratuita.



Lasciammo la radura senza fare promesse alla Foresta. Nessuno disse che sarebbe tornato migliore. Nessuno disse di aver capito tutto. C’erano il libro, le pietre, le storie degli anziani, i dati di S.I.S.A., un cerchio spiegabile e ancora capace di meraviglia, e quella domanda semplice che Oppicelli tiene viva dall’inizio alla fine: che cosa continuiamo a non vedere, mentre pensiamo di guardare?

Mi voltai un’ultima volta, con la corona un poco storta e il mantello pieno di aghi di pino.

Chi sa meravigliarsi, ha già cominciato a capire.


Oltre il racconto

Approfondimenti, informazioni editoriali e indicazioni per proseguire l’Incontro

La collocazione nell’universo di Mentalità Amplificata

Il Sentiero di I funghi dell’anima

Emblema generale dei Sei Sentieri di Mentalità Amplificata

Sei direzioni formano un unico paesaggio. I funghi dell’anima attraversa soprattutto gli Orizzonti Educativi: fa del sottobosco una scuola di attenzione, dove conoscenza scientifica e meraviglia imparano a camminare insieme. Le Abitudini Rigenerative e le Virtù Guidanti ne custodiscono le risonanze.

  1. Alimentazione
    Consapevole
  2. Abitudini
    Rigenerative
  3. Respiro
    Vitale
  4. Virtù
    Guidanti
  5. Corpo in
    Armonia
  6. Orizzonti
    Educativi

Sentiero principale: Orizzonti Educativi.
Risonanze: Abitudini Rigenerative; Virtù Guidanti.

Tra i Sei Sentieri di Mentalità Amplificata, I funghi dell’anima trova la sua collocazione principale negli Orizzonti Educativi. Nicolò Oppicelli non usa il sottobosco come un fondale suggestivo, ma come un luogo in cui allenare lo sguardo. I dodici incontri con i funghi invitano a osservare con precisione, a distinguere prima di nominare, a lasciare spazio alle domande invece di cercare subito una risposta pronta.

La risonanza con le Abitudini Rigenerative nasce dall’attenzione alle relazioni invisibili che tengono vivo il bosco: il micelio, la trasformazione della materia, le alleanze tra specie, il tempo paziente della decomposizione e della rinascita. Le Virtù Guidanti emergono invece nella postura che il libro propone senza proclami: umiltà davanti a ciò che non conosciamo, rispetto per il vivente, cura nel raccogliere informazioni e nel camminare dentro un ecosistema di cui non siamo padroni, ma ospiti.


Il libro in sintesi

Scheda editoriale

I funghi dell’anima

Titolo
I funghi dell’anima
Sottotitolo
Dodici incontri nel sottobosco
Autore
Nicolò Oppicelli
Editore
Aboca Edizioni
Collana
Varia Saggistica
Anno di pubblicazione
2026
Edizione di riferimento
Edizione cartacea, Aboca Edizioni, 2026
Formato
Brossura, 14 × 21,5 cm
Pagine
216
ISBN
978-88-5523-369-9
Lingua
Italiano
Genere
Saggistica naturalistica e divulgazione scientifica
Struttura
Dodici capitoli dedicati a funghi, memorie e stati dell’animo, seguiti da ringraziamenti e glossario tecnico
Temi principali
Funghi, micelio, memoria, infanzia, meraviglia, fragilità, trasformazione, attesa, limite, appartenenza, cambiamento climatico e relazione tra esseri umani e natura
Avvertenza
Opera narrativa e divulgativa: non è una guida al riconoscimento, alla raccolta, alla preparazione o al consumo dei funghi

La persona dietro le pagine

Nota sull’autore

Nicolò Oppicelli

Micologo, giornalista, guida ambientale naturalistica e divulgatore scientifico

Nicolò Oppicelli è un micologo, giornalista e guida ambientale naturalistica. Si occupa da anni di divulgazione e comunicazione dedicate al regno dei funghi, con una formazione in Lingue e Letterature Straniere e in scienze naturali. Il suo rapporto con il sottobosco nasce nell’infanzia, da una passione familiare che ha trasformato nel tempo in studio, osservazione sul campo e racconto.

Collabora con il portale 3B Meteo e con la trasmissione Geo di Rai 3. È consigliere nazionale dell’Associazione Micologica Bresadola e direttore scientifico della Mostra Nazionale del Fungo di Ceva, realtà attraverso le quali porta avanti un lavoro di informazione, educazione ambientale e cultura micologica.

Ha fondato e diretto la rivista Passione Funghi & Tartufi e dirige Funghi & Dintorni, testata dell’Associazione Micologica Bresadola. Attraverso libri, articoli, fotografie, incontri e attività divulgative racconta i funghi nel loro ambiente naturale, mettendo in relazione specie, stagioni, meteorologia ed equilibri ecologici.

In I funghi dell’anima questa esperienza prende una forma più narrativa e personale. Dodici incontri nel sottobosco intrecciano osservazione scientifica, memoria familiare, linguaggio dei luoghi e stati dell’animo. Il fungo non viene ridotto a un oggetto da identificare o raccogliere, ma diventa una soglia da cui imparare a guardare con maggiore attenzione.

La sua scrittura tiene insieme rigore e meraviglia, senza confondere la divulgazione con un invito alla raccolta o al consumo. Al centro resta il rispetto per il bosco, inteso come un sistema vivo e complesso, da conoscere con cura prima ancora che da attraversare.


Una soglia prima della lettura

Prima di incontrare I funghi dell’anima

Otto domande per entrare nel sottobosco con curiosità e prudenza, lasciando che il libro conservi le sue scoperte.

1 Di che cosa parla I funghi dell’anima?

Il libro accompagna il lettore attraverso dodici incontri nel sottobosco. Ogni capitolo prende avvio da un fungo e apre una domanda più ampia: l’infanzia, la memoria, la fragilità, l’attesa, il limite, il desiderio di appartenenza. È insieme un libro di natura, di divulgazione e di ricordi personali.

2 Perché l’autore parla di “incontri”?

Perché il fungo non viene trattato come un oggetto da elencare. Ogni specie compare in un luogo, in una stagione e dentro una storia; richiede tempo, attenzione e la disponibilità a guardare ciò che di solito resta basso, nascosto o silenzioso. Il sottobosco diventa così una geografia emotiva, oltre che naturale.

3 È una guida per riconoscere o raccogliere funghi?

No. Il volume è un’opera narrativa e divulgativa, non una guida al riconoscimento né un manuale per la raccolta, la preparazione o il consumo. Le specie citate aiutano il racconto, ma la loro determinazione e la valutazione della commestibilità richiedono sempre verifiche presso soggetti competenti e autorizzati.

4 Che cos’è il micelio?

Il micelio è l’insieme delle ife, sottili filamenti che costituiscono la parte vegetativa del fungo. Spesso non lo vediamo, perché vive nel suolo, nel legno o in altri substrati, mentre il fungo che emerge in superficie è soltanto una sua manifestazione. Nel libro questa presenza invisibile diventa anche un modo per interrogare ciò che tiene insieme un ecosistema.

5 Quale spazio hanno la famiglia e la memoria?

Hanno uno spazio essenziale. Le passeggiate con il padre, i racconti dei nonni, gli odori e i gesti dell’infanzia mostrano come la conoscenza della natura possa essere anche trasmissione, cura e appartenenza. La micologia non appare separata dalla vita: cresce dentro le relazioni e i luoghi che una persona ricorda.

6 Il libro parla soltanto di boschi?

Il bosco è il suo paesaggio più importante, ma non è l’unico. I funghi compaiono anche nei prati, sui tronchi, nei parchi e nei giardini. Questa presenza diffusa invita a rivedere l’idea di natura come qualcosa di lontano: il vivente lavora vicino a noi, spesso oltre la soglia della nostra attenzione.

7 Che rapporto propone con il bosco?

Un rapporto meno possessivo e più responsabile. Il libro ricorda che il bosco non è un luogo da conquistare, ma un sistema vivo, complesso e vulnerabile. Osservare una specie significa anche accorgersi delle stagioni, del cambiamento climatico, delle relazioni fra organismi e dei limiti della nostra conoscenza.

8 Perché questo libro incontra Mentalità Amplificata?

Perché educa lo sguardo senza separare il dato scientifico dalla meraviglia. Trova il suo sentiero principale negli Orizzonti Educativi, con risonanze nelle Abitudini Rigenerative e nelle Virtù Guidanti: invita a rallentare, a osservare meglio e a riconoscersi parte di una trama più vasta.

Alcuni libri chiedono di alzare lo sguardo; questo invita prima a chinarsi. Non per cercare una risposta rapida, ma per imparare a vedere ciò che continua a vivere sotto la superficie.