Incantali tutti

Articolo precedente
Articolo successivo

Incantali tutti: Scopri la formula del carisma per una vita più facile e divertente di Paolo Borzacchiello (Mondadori)


Il titolo è un imperativo.

Incantali tutti non suggerisce, non invita, non lascia molto spazio alla timidezza. Entra nella conversazione con la sicurezza di chi ha già deciso che essere ascoltati, riconosciuti e ricordati non debba dipendere da un dono misterioso distribuito alla nascita con criteri incomprensibili.

Paolo Borzacchiello parte da qui: il carisma non sarebbe una qualità soprannaturale posseduta da pochi eletti, ma un effetto che nasce nell’interazione. Qualcosa che gli altri provano in nostra presenza e che, proprio perché coinvolge percezioni, emozioni, segnali corporei, parole e processi cognitivi, può essere studiato e allenato.

È una promessa affascinante. Ma è anche una promessa che richiede cautela.

Perché imparare a essere ascoltati non equivale ancora a meritare ascolto. Saper orientare l’attenzione non garantisce che la direzione scelta sia buona. Conoscere le leve che aumentano fiducia, interesse e disponibilità non dice nulla, da solo, sull’uso che faremo di quella conoscenza.

Il carisma può avvicinare.

Può rassicurare, motivare, rendere più chiaro un messaggio, aiutare un insegnante a coinvolgere una classe, un allenatore a sostenere una squadra, un professionista a comunicare il valore del proprio lavoro. Può ridurre incomprensioni, migliorare la collaborazione e dare forza a idee che, senza una presenza capace di sostenerle, rischierebbero di restare inascoltate.

Ma il carisma può anche diventare un moltiplicatore del potere. E ogni potere, quando cresce, porta con sé una domanda etica.

Questo è il punto nel quale Incantali tutti entra davvero in Mentalità Amplificata. Non soltanto perché parla di cervello, corpo, linguaggio, percezione, esercizio e comportamento. Entra perché ci costringe a osservare il confine tra presenza e rappresentazione, tra influenza e manipolazione, tra il desiderio legittimo di non essere invisibili e la tentazione di occupare tutto lo spazio disponibile.

Il libro costruisce il proprio percorso attraverso SPARK, un modello composto da cinque aree: State, Presence, Attitude, Rhetoric e Knowledge. Stato, presenza, atteggiamento, retorica e conoscenza. Cinque dimensioni che non vengono proposte come una semplice lista di qualità, ma come parti di un equilibrio da allenare attraverso esempi, esercizi, osservazioni e piccole pratiche quotidiane.

Il suo merito più evidente sta proprio qui: non lascia il carisma dentro una definizione suggestiva. Lo porta nel corpo, nelle parole, nella postura, nella qualità dell’attenzione, nel modo di raccontare, nell’abilità di leggere il contesto e nell’effetto che produciamo sugli altri. Allo stesso tempo, la divulgazione neuroscientifica richiede al lettore di restare vigile. La chimica può aiutarci a comprendere una parte dell’esperienza, ma non dovrebbe diventare una formula troppo ordinata per spiegare la complessità di una relazione. Dopamina, cortisolo, ossitocina, serotonina e gli altri protagonisti evocati dal libro non sono pulsanti indipendenti da premere nella sequenza corretta. Le metafore rendono accessibili i processi; non li esauriscono.

Avevamo già incontrato Paolo Borzacchiello più volte. Con Forse sei già felice e non lo sai avevamo osservato il modo in cui linguaggio e percezione partecipano alla costruzione della felicità. Con Bada a come parli le parole erano entrate nello sport, nella prestazione e nel dialogo interiore. Con Da adesso in poi il nostro modo di attraversare i libri aveva iniziato a diventare più narrativo e corale. Con Usa il cervello prima che lui usi te il confronto si era allargato agli automatismi, all’attenzione, al corpo, alla tecnologia e alla responsabilità di non delegare alle macchine la fatica che ci rende capaci.

Questa volta il centro era ancora diverso.

Non si trattava soltanto di capire come funziona il carisma. Si trattava di decidere che cosa farne.

Per questo fui io, Cima Bue, a portare il libro al Rifugio di Aetheria.

Come insegnante di educazione fisica conosco il momento in cui un gruppo concede attenzione a una persona e quello, molto più fragile, in cui gliela ritira. Conosco ragazzi che entrano in palestra cercando di farsi vedere attraverso il rumore e altri che si impegnano a scomparire prima ancora che qualcuno possa giudicarli. Conosco il peso della voce, la postura con cui si impartisce un’indicazione, la distanza alla quale ci si avvicina, la differenza tra guidare una classe e dominarla.

Come fondatore di Mentalità Amplificata, poi, non potevo evitare una domanda ancora più personale: quando costruiamo parole capaci di attirare attenzione, stiamo aprendo una relazione o stiamo soltanto imparando a trattenere meglio lo sguardo degli altri?

Non serviva un palco. Non serviva un luogo costruito per impressionare.

Serviva il Rifugio, la sera, con il fuoco acceso e nessuno costretto a stare al centro.

Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.


Aetheria, il mondo simbolico di Mentalità Amplificata

Quando arrivai al Rifugio, Giordano, lo gnomo aureo, era già lì.

Questa, da sola, era una notizia.

Di solito Giordano aveva un rapporto elastico con gli orari. Sosteneva che il tempo degli gnomi scorresse seguendo la maturazione delle ghiande, le inclinazioni delle radici e alcune disposizioni comunali di Borgoradice che nessun essere umano avrebbe saputo interpretare. Quella sera, invece, era seduto al grande tavolo con Incantali tutti aperto davanti a sé, diverse strisce di carta tra le pagine e una matita appoggiata sull’orecchio.

Non stava fingendo di leggere.

Non stava osservando le parti in grassetto in attesa che il resto del libro si organizzasse da solo.

Aveva letto tutto.

Lo capii dal modo in cui teneva una mano sulla pagina: non per segnare il punto, ma come se alcune parole avessero bisogno di non essere lasciate subito.

Prince, il gatto grigio, dormiva sulla sedia accanto alla sua. O, almeno, aveva scelto quella particolare forma di immobilità con cui i gatti fanno credere di essere assenti mentre registrano ogni variazione dell’ambiente.

«Sei arrivato presto» dissi.

Giordano non alzò subito lo sguardo.

«Volevo assicurarmi un posto visibile.»

La risposta aveva il tono della battuta, ma non la leggerezza completa delle sue battute migliori.

Appoggiai il libro sul tavolo.

«Temevi che non ti avremmo visto?»

«No. Temevo che mi avreste visto dopo gli altri. Che è diverso.»

Prima che potessi rispondere, Sophie entrò portando una teiera e due tazze in più di quante fossero necessarie. Non chiese perché. Sophie ha la capacità di riconoscere quando una conversazione deve ancora nascere e quando, invece, è già cominciata prima che arrivino tutti.

Dietro di lei comparve il Maestro Samurai Oda Tao. Si fermò accanto alla porta, guardò Giordano, il libro e la sedia scelta da Prince. Poi andò a sedersi vicino al camino senza pronunciare nulla.

S.I.S.A. si manifestò poco dopo nella luce discreta che attraversava una delle pareti del Rifugio. Nessun effetto teatrale. Solo una trama sottile, abbastanza definita da ricordarci la sua presenza e abbastanza lieve da lasciare intatto il calore della stanza.

«Siamo tutti» dissi.

Prince aprì un occhio.

«Adesso sì» precisò Giordano.

Mi sedetti davanti al fuoco. Il libro rimase sul tavolo, raggiungibile da chiunque. Non volevo metterlo su un piedistallo. Un libro sul carisma avrebbe potuto apprezzare troppo la centralità.

«Prima di cominciare» dissi, «stabiliamo una regola. Non ricostruiremo il libro capitolo per capitolo e non racconteremo ciò che un lettore ha il diritto di incontrare da solo. Parleremo delle domande che ci ha lasciato, delle connessioni con il nostro progetto e di quello che ha modificato nel nostro sguardo.»

Sophie annuì.

«Soprattutto verso la fine.»

La guardai.

«Soprattutto verso la fine.»

Giordano chiuse lentamente il volume.

«Quindi niente dettagli.»

«Niente dettagli.»

«Niente allusioni costruite in modo così preciso da essere spoiler con un cappello elegante.»

«Nemmeno quelle.»

S.I.S.A. intervenne.

«Possiamo dire che il libro cambia tono e che quel cambiamento modifica retroattivamente alcune parti della lettura. Non serve aggiungere altro.»

«È esattamente quello che faremo» risposi.

Oda Tao osservò il fuoco.

«Una soglia non va descritta a chi deve ancora attraversarla.»

Giordano si strinse nel mantello.

«Perfetto. Sono favorevole alle soglie non descritte. In passato ho avuto problemi anche con quelle perfettamente visibili.»

Questa volta ridemmo tutti, lui compreso.

La serata poté iniziare.



La prima domanda non riguardò il metodo SPARK.

Non riguardò la chimica, la postura, le storie o la retorica. Riguardò il motivo per cui Giordano era arrivato tanto presto.

«Hai detto che volevi un posto visibile» osservò Sophie. «Questo libro ti interessava davvero.»

Giordano si tolse la matita dall’orecchio e la posò accanto al volume.

«Molto»

Indicai le strisce di carta che spuntavano dal libro.

«Si vede. Quanti appunti hai preso?»

Giordano guardò il volume come se la domanda richiedesse un calcolo ormai fuori dalla sua portata.

«Ho smesso di contarli quando gli appunti hanno cominciato ad avere appunti propri.»

«Hai letto tutto nella tua radicora?» chiese Sophie.

«Tutto. Nella mia cameretta, sotto le radici della grande quercia di Borgoradice. Ho letto alla scrivania, sul letto, per terra e una sera perfino dentro l’armadio, perché mia madre aveva invitato alcune vicine e volevo studiare la parte sulla presenza senza essere presente alla loro conversazione.»

Sophie sorrise.

«Una scelta coerente.»

«Avevo organizzato le annotazioni in tre categorie» continuò Giordano. «Cose da provare. Cose da approfondire. E cose che sembravano molto semplici finché non provavo a farle.»

«Quale categoria è diventata più numerosa?» domandò S.I.S.A.

«La terza. Ha richiesto un secondo quaderno.»

Giordano raccolse una delle strisce che spuntavano dalle pagine.

«Poi ho scoperto l’equazione.»

«Leggendola?» chiesi.

«Inciampando.»

Naturalmente.

Una sera stava attraversando il corridoio della radicora con il libro sotto il braccio e una tazza di infuso di ghiande nell’altra mano. Conosceva quel corridoio da tutta la vita e conosceva altrettanto bene la radice rialzata che lo attraversava. Sua madre gli ricordava da anni di sollevare i piedi in quel punto.

Quella sera Giordano stava ripassando mentalmente come cammina una persona carismatica.

Per questo non guardò dove camminava.

«Volevo avere un passo sicuro» spiegò. «L’ho avuto. Sicurissimo. Nella direzione sbagliata.»

Il piede urtò la radice. La tazza rimase miracolosamente nelle sue mani, mentre il libro volò in avanti, atterrò sul pavimento e si aprì con la sovraccoperta completamente distesa.

«All’inizio pensai di averlo rotto.»

«E invece?» chiese Sophie.

«Invece aveva cambiato mestiere.»

Nella parte interna della sovraccoperta era comparso un grande schema: l’equazione del carisma. L’attivazione, la fiducia e la regolazione erano rappresentate insieme alla minaccia, accompagnate dai diversi elementi chimici utilizzati nel libro per spiegare ciò che può accadere durante un’interazione.

«Sono rimasto per terra a guardarla» raccontò Giordano. «In parte perché era interessante. In parte perché il ginocchio mi aveva chiesto qualche minuto di riflessione.»

Quando riuscì a rialzarsi, portò la sovraccoperta nella sua cameretta e la fissò alla parete sopra la scrivania con quattro piccole gocce di resina rimovibile.

«Adesso hai l’equazione del carisma appesa al muro?» domandai.

«Esatto. Mia madre pensa che serva a coprire una macchia di umidità. Io le ho spiegato che è un modello neurochimico delle interazioni umane.»

«E lei?»

«Ha detto che, qualunque cosa fosse, potevo appenderlo un po’ più a sinistra.»

Prince aprì un occhio.

«E il libro?» chiese Sophie.

Giordano lo accarezzò con una certa tenerezza.

«Da allora è rimasto senza sovraccoperta. Tecnicamente gira nudo, ma sostiene la situazione con grande dignità.»

S.I.S.A. osservò la copertina.

«L’equazione non va interpretata come un calcolo letterale. È una rappresentazione divulgativa: aiuta a ricordare che il carisma nasce dall’equilibrio tra attivazione, fiducia, regolazione e percezione della minaccia.»

«Lo so» rispose Giordano. «Ho provato a risolverla con un abaco. Dopo tre ore il risultato mi ha chiesto di essere lasciato in pace.»



Poi tornò serio.

«Però averla davanti mentre leggevo mi è servito. Mi ricordava che il carisma non consiste soltanto nell’accendere qualcosa. Se attiri l’attenzione ma non generi fiducia, forse non stai incantando nessuno: potresti semplicemente aver fatto scattare l’allarme.»

Sophie lo osservò.

«Tutti quegli appunti, il poster sulla parete, un secondo quaderno… Questo libro non ti incuriosiva soltanto. Ti riguardava.»

Giordano abbassò lo sguardo verso la matita.

«Sì.»

«Perché?»

Si prese qualche secondo. Per lui era insolito. Normalmente le risposte gli uscivano prima che avesse verificato se fossero adatte alla domanda.

«Perché parla di una cosa che per alcuni è un vantaggio e per altri è una specie di desiderio antico. Entrare in un posto e non dover lottare per dimostrare che ci sei.»

Il Rifugio divenne più silenzioso.

«Ti è capitato spesso di sentirti invisibile?» gli chiesi.

«Spesso è una parola impegnativa.» Fece una pausa. «Diciamo abbastanza da diventare molto bravo a fare rumore nei momenti sbagliati.»

Sophie non lo interruppe.

Giordano guardò il fuoco e cominciò a raccontare.

Quando era ancora un giovane gnomo, in quell’età incerta in cui si è abbastanza grandi da desiderare una casa propria e abbastanza giovani da credere che basti desiderarla, Giordano aveva deciso di lasciare la radicora di famiglia. Le radicore erano le dimore degli gnomi, costruite sotto le radici dei grandi alberi: stanze tonde, corridoi modellati dalla crescita del legno, nicchie illuminate da funghi gentili e porte ricavate negli intrecci offerti dal bosco senza procurargli alcuna ferita.

Giordano desiderava una radicora tutta sua sotto un giovane castagno nella zona orientale di Borgoradice.

Non era grande. Aveva una stanza, una dispensa inclinata e una finestra dalla quale si vedeva soprattutto la parte inferiore di una felce. Ma per lui rappresentava l’indipendenza.

Servivano parecchi ciottoli d’ambra per prenderla in concessione. Così aveva inventato il Ricciolesto.

«Il nome era già metà del progetto» spiegò.

«E l’altra metà?» domandò S.I.S.A.

«Nocciolo flessibile, tre ruote rivestite di muschio, due pettini di felce, una leva per aprire i ricci e un cestello posteriore ricavato da una ghianda gigante. Lo spingevi sotto i castagni e lui raccoglieva le castagne evitando punture, maledizioni e quelle discussioni familiari in cui tutti sostengono che gli altri abbiano preso i frutti migliori.»

«Funzionava?» chiesi.

Giordano si raddrizzò.

«Perfettamente.»

«E quanti ne vendesti?»

L’orgoglio cambiò postura.

«Due.»

«In quanto tempo?»

«Tre anni.»

Sophie si portò una mano davanti alla bocca, non per ridere di lui, ma per trattenere un sorriso che Giordano aveva già previsto.

«Il primo lo comprò mia madre» proseguì. «Disse che credeva nell’iniziativa giovanile. In seguito scoprii che usava il Ricciolesto soltanto quando sapeva che sarei passato davanti alla dispensa.»

«E il secondo?» domandai.

«Il secondo si vendette da solo.»

Al Mercato delle Nove Querce, dopo mesi trascorsi dietro un banco quasi sempre ignorato, Giordano era inciampato nella radice che sosteneva il cartello pubblicitario. Nel tentativo di non cadere aveva urtato il prototipo. Il Ricciolesto era partito lungo il pendio, aveva attraversato un tappeto di ricci, li aveva aperti senza danneggiare le castagne e si era fermato davanti a un gruppo di raccoglitori con il cestello pieno.

Uno di loro lo aveva comprato immediatamente.

«Quindi il prodotto funzionava» osservò S.I.S.A.

«Perfettamente.»

«Il problema era la comunicazione.»

«Il Ricciolesto sapeva fare il proprio lavoro. Io non sapevo farlo vedere.»

Giordano si chinò verso il tavolo.

«Stavo dietro il banco e aspettavo che qualcuno mi facesse una domanda. Avevo paura di disturbare. Paura di sembrare insistente. Paura che, provando a convincere gli altri, scoprissero che non ero abbastanza convincente. Così restavo lì, con un’invenzione utile davanti e una presentazione dettagliatissima dentro la testa. Nessuno si fermava. Io concludevo che il prodotto non interessasse. In realtà, molti non si erano nemmeno accorti che esisteva.»

«E la radicora?» chiese Sophie.

«Non guadagnai abbastanza. La prese una famiglia di incisori di pigne con quattro figli e un merlo amministrativamente residente. Io rimasi nella radicora di famiglia.»

Sorrise, ma senza nascondersi nella battuta.

«Mia madre ottenne un Ricciolesto a prezzo molto conveniente. Io imparai che aspettare in silenzio di essere scoperti non è una strategia commerciale. Però quella sensazione mi è rimasta. Puoi avere qualcosa di buono, perfino qualcosa che funziona, e restare invisibile perché non sai produrre negli altri il tempo necessario per guardarlo.»

Il fuoco scoppiettò.

«È per questo che volevi leggere il libro» dissi.

«Sì. Non per incantare tutti.» Guardò il titolo sulla copertina. «Mi sarebbe bastato capire come non scomparire davanti a tutti.»

Quella frase cambiò il centro della serata.

Fino a quel momento avevamo parlato del carisma come di un vantaggio. Giordano ci ricordava che, per qualcuno, il desiderio di carisma nasce prima ancora del desiderio di guidare, convincere o affascinare. Nasce dalla speranza elementare di essere visto.

Ed essere visti è un bisogno umano.

Ma non coincide ancora con essere riconosciuti.



«Partirei proprio da questa distinzione» disse S.I.S.A. «Il carisma non è qualcosa che una persona può attribuirsi da sola. Esiste nella percezione degli altri. Possiamo lavorare sui comportamenti che lo favoriscono, ma l’effetto viene riconosciuto da chi entra in relazione con noi.»

«Quindi non posso dichiararmi carismatico?» chiese Giordano.

«Puoi dichiararlo» rispose Sophie. «Ma sarebbe un po’ come proclamarti spontaneo attraverso un comunicato ufficiale.»

«Capisco. Rischio procedurale elevato.»

Aprii il libro.

Uno degli aspetti più interessanti di Incantali tutti è proprio lo spostamento del carisma dall’identità all’effetto. Non ci chiede di scoprire una sostanza nascosta dentro di noi. Ci invita a osservare che cosa accade nell’interazione: quale stato portiamo, quanto siamo presenti, che atteggiamento esprimiamo, come costruiamo le parole e quanto conosciamo i processi che orientano attenzione e decisioni.

SPARK offre una mappa. Non una patente.

«State viene prima» dissi. «Lo stato interno non resta completamente interno. Entra nel respiro, nella tensione muscolare, nella velocità della voce, nella capacità di ascoltare, nel modo in cui occupiamo lo spazio.»

Per me, insegnante, questo punto era immediatamente concreto.

Una classe sente il corpo dell’insegnante prima ancora di comprenderne le parole. Sente se è agitato, se sta cercando approvazione, se entra pronto allo scontro, se ha paura di perdere il controllo. Lo sente nel passo, nelle spalle, nella distanza, nel ritmo con cui viene pronunciato un nome. Allo stesso modo, un insegnante può vedere nel corpo dei ragazzi segnali che arrivano prima della spiegazione: la chiusura, l’esibizione, il bisogno di sfidare, la volontà di confondersi nel gruppo.

«Questo non significa che il corpo non possa mentire» osservò Sophie. «Significa che comunica anche quando non lo abbiamo autorizzato.»

«E che allenare lo stato non vuol dire fingere di stare bene» aggiunsi. «Vuol dire evitare che ogni emozione diventi automaticamente il comando della situazione.»

S.I.S.A. modulò la luce sulla parete.

«Qui è utile una cautela. Quando diciamo che il carisma è chimica, non dobbiamo immaginare una ricetta lineare. Le sostanze coinvolte hanno funzioni molteplici, dipendono dal contesto e lavorano in sistemi complessi. Il libro sceglie una divulgazione operativa: è efficace per orientare l’attenzione e proporre esercizi, purché il lettore ricordi che una relazione non si riduce a un dosaggio.»

Giordano prese la matita.

«Quindi non devo preparare un infuso di ossitocina per il prossimo mercato.»

«No.»

«Avevo già scelto le tazze.»

«Puoi offrire una tisana normale» disse Sophie. «E ascoltare davvero chi si ferma.»

Giordano annotò qualcosa.

«Sembra meno scientifico, ma probabilmente è più legale.»

Oda Tao parlò senza voltarsi dal fuoco.

«Chi cerca di governare ogni effetto ha già smesso di incontrare l’altro.»

Rimanemmo in silenzio.

Quella frase indicava il limite di ogni metodo relazionale. Possiamo prepararci, allenarci, scegliere parole più adatte, regolare il corpo, costruire un racconto e imparare a leggere meglio i segnali. Ma l’altra persona non è il risultato previsto di un esercizio. È una presenza autonoma, capace di sorprenderci, resisterci, fraintenderci e vedere in noi qualcosa che non avevamo progettato.

Il carisma nasce nella relazione.

Se dimentica la relazione, resta soltanto tecnica.


La presenza fu il primo punto sul quale il Rifugio sembrò metterci alla prova.

Non accadde nulla di straordinario. Nessuna luce cambiò, nessuna porta si aprì da sola. Semplicemente, Prince scese dalla sedia e attraversò la stanza.

Non cercò attenzione.

La ottenne.

Passò davanti al camino, si fermò vicino al tavolo, guardò per un istante il libro e poi si sistemò sul tappeto nel punto più caldo. Tutti lo seguimmo con gli occhi.

Giordano posò la matita.

«Ecco. Questa cosa è profondamente ingiusta.»

«Quale?» chiese Sophie.

«Prince non ha illustrato benefici, non ha usato retorica, non ha raccontato una storia e non ha dimostrato competenze verificabili. È entrato, ha camminato e adesso metà della stanza vorrebbe cedergli i propri beni.»

Prince cominciò a lavarsi una zampa.

«La presenza non è soltanto attirare lo sguardo» dissi. «È anche non inseguirlo.»

«Facile, quando sei un gatto grigio con una reputazione consolidata.»

Sophie osservò Prince.

«Però c’è qualcosa di utile. Non controlla continuamente l’effetto che sta producendo. Non domanda con gli occhi se lo approviamo. È qui.»

La Presence descritta nel modello non coincide con l’esibizione. Riguarda la qualità con cui si abita un’interazione: attenzione, orientamento, congruenza, capacità di non disperdersi mentre l’altro parla. È una dimensione apparentemente semplice e, proprio per questo, difficile da mantenere in una cultura che ci addestra alla distrazione e alla sorveglianza continua della nostra immagine.

Possiamo essere fisicamente in una stanza e mentalmente impegnati a guardarci da fuori.

Possiamo ascoltare qualcuno pensando già alla risposta che ci farà apparire più intelligenti.

Possiamo annuire, sorridere e mantenere il contatto visivo mentre una parte di noi sta misurando il risultato.

Quella non è presenza.

È regia.

«A scuola si vede benissimo» dissi. «Ci sono ragazzi che recitano disinteresse per non rischiare di mostrare difficoltà. Altri recitano sicurezza. Altri ancora costruiscono un personaggio rumoroso perché essere richiamati è comunque meglio che non essere considerati.»

Giordano annuì.

«La visibilità negativa resta visibilità.»

«Sì. E se un adulto guarda soltanto il comportamento, può rinforzare proprio la parte che vorrebbe correggere.»

Sophie appoggiò la tazza.

«Per questo essere notati e sentirsi riconosciuti non sono la stessa cosa. Puoi ricevere moltissima attenzione e non sentirti visto affatto. Perché gli altri stanno reagendo al personaggio, alla prestazione, al ruolo, alla bellezza, al potere o alla provocazione. Non necessariamente a te.»

Giordano si fece pensieroso.

«Quindi uno può diventare bravissimo a non essere invisibile e continuare a sentirsi solo.»

Nessuno ebbe fretta di rispondere.

«Sì» disse infine Sophie. «Può succedere.»

Il libro rende allenabili diversi comportamenti del carisma. Questo è il suo valore pratico. Ma proprio l’allenamento apre una questione che non può essere risolta con un esercizio: quanto di ciò che costruiamo ci rende più presenti e quanto, invece, ci rende più abili nel sostenere una maschera?

Non è un’accusa al metodo.

È una domanda che ogni metodo serio dovrebbe sopportare.



Giordano decise di verificarla.

«Farò un ingresso carismatico» annunciò.

Si alzò e andò verso la porta.

«Non è necessario» dissi.

«È ricerca applicata.»

Uscì dal Rifugio, lasciando entrare una striscia d’aria fresca. Lo sentimmo respirare profondamente dall’altra parte, poi borbottare qualcosa sulla postura, sulla salienza e sulla direzione dello sguardo.

La porta si aprì.

Giordano entrò molto lentamente, con il mento sollevato, le spalle spinte indietro oltre ogni necessità anatomica e un’espressione intensa rivolta verso un punto indefinito sopra le nostre teste. Fece tre passi misurati. Al quarto, il mantello rimase impigliato nella maniglia.

Lui continuò ad avanzare.

La maniglia continuò a non farlo.

Per alcuni secondi le due volontà si confrontarono con notevole determinazione.

«Non aiutatemi» disse senza abbassare il mento. «Sto mantenendo lo stato.»

Sophie si alzò e liberò il mantello.

Giordano raggiunse il centro della stanza, aprì le braccia e pronunciò con voce profonda: «Sono lieto che abbiate avuto l’opportunità di incontrarmi.»

Prince smise di lavarsi la zampa.

«Come vi sentite?» chiese Giordano.

«Preoccupata per la tua colonna vertebrale» rispose Sophie.

«Io sto cercando di capire chi sei» dissi.

«Sono la mia versione carismatica.»

«No» intervenne S.I.S.A. «Sei la tua rappresentazione di una persona carismatica.»

Giordano lasciò cadere le braccia.

«La distinzione è dolorosamente rapida.»

Tornò a sedersi e, appena smise di controllare ogni gesto, la stanza si rilassò con lui.

«Che cosa non funzionava?» domandò.

«Stavi chiedendo a tutti di osservare la tua sicurezza» rispose Sophie. «Una persona presente, invece, ci avrebbe fatto sentire osservati.»

Giordano rimase fermo.

«Questa me la segno.»

«Segna anche che l’allenamento non è imitazione» aggiunsi. «Il libro offre strumenti, ma usarli significa integrarli. Se penso alla postura mentre entri, al contatto visivo mentre ascolti, alla voce mentre parli e alla tecnica persuasiva mentre scegli ogni frase, rischio di non incontrare più nessuno. All’inizio l’esercizio richiede attenzione cosciente. Poi deve diventare disponibilità, non sorveglianza.»

S.I.S.A. completò il ragionamento.

«Una competenza ben appresa libera risorse. Una prestazione continuamente monitorata le consuma. Il punto non è apparire spontanei; è allenare comportamenti utili finché non impediscono più la spontaneità.»

Oda Tao sollevò lo sguardo.

«La forma serve il gesto. Quando il gesto serve la forma, nasce il teatro.»

Giordano guardò il mantello ancora piegato sulla maniglia.

«Nel mio caso, teatro fisico.»

La sua dimostrazione aveva reso visibile una tensione centrale. Il carisma può essere allenato senza diventare falso, ma soltanto se l’allenamento non ci allontana da ciò che accade. Regolare lo stato non significa cancellare la paura. Curare la presenza non significa assumere una posa. Lavorare sull’atteggiamento non significa sorridere sempre. Imparare la retorica non significa riempire ogni frase di effetti. Conoscere le leve psicologiche non significa trattare gli altri come meccanismi prevedibili.

Il metodo diventa utile quando aumenta la capacità di relazione.

Diventa maschera quando aumenta soltanto la capacità di controllo dell’immagine.



L’Attitude, l’atteggiamento, ci portò a discutere di una combinazione particolarmente interessante: le persone capaci di attirare fiducia sembrano spesso tenere insieme rassicurazione e sorpresa.

Se tutto è prevedibile, l’attenzione si spegne. Se tutto è imprevedibile, la sicurezza diminuisce.

Il carisma abita talvolta quel punto difficile nel quale l’altro percepisce abbastanza coerenza da potersi affidare e abbastanza salienza da voler continuare a guardare.

«È vero anche nell’insegnamento» dissi. «Una classe ha bisogno di regole comprensibili, rituali, confini e continuità. Ma se ogni lezione è identica, l’attenzione diventa adempimento. Il ragazzo deve sapere che l’adulto è affidabile senza sapere già tutto ciò che accadrà.»

«Rassicurante, non piatto» disse Sophie.

«Sorprendente, non instabile» aggiunse S.I.S.A.

Giordano alzò un dito.

«Io sono molto forte nella seconda parte.»

«Nell’essere sorprendente?»

«Nell’essere instabile con elementi rassicuranti.»

«Quali sarebbero gli elementi rassicuranti?» chiesi.

«Alla fine torno quasi sempre.»

Il fuoco si abbassò appena. Aggiunsi un ceppo.

Parlammo di quanto il carisma sia anche culturale e contestuale. Un comportamento percepito come sicuro, caldo e coinvolgente in un ambiente può apparire invadente in un altro. Il contatto visivo, la distanza fisica, il volume della voce, l’umorismo, il modo di mostrare status, perfino la velocità con cui si entra in confidenza cambiano significato tra persone, ruoli e culture.

Non esiste un gesto carismatico isolato dal contesto. Esiste un effetto prodotto in una relazione concreta.

«Questo limita l’idea di una formula universale» osservò Sophie.

«La rende una grammatica, più che un copione» rispose S.I.S.A. «Le aree del modello possono orientare l’osservazione, ma la loro espressione deve adattarsi. Altrimenti il rischio è insegnare un solo stile di presenza e scambiarlo per carisma.»

Pensai agli studenti più espansivi, spesso premiati perché rendono immediatamente visibile il proprio coinvolgimento. Pensai a quelli più silenziosi, capaci di una presenza profonda che non si annuncia. Se identifichiamo il carisma soltanto con energia estroversa, sicurezza vocale e facilità narrativa, trasformiamo una differenza di stile in una graduatoria di valore.

«Non tutti devono entrare in palestra come se stessero aprendo una finale olimpica» dissi. «Ci sono presenze quiete che modificano un gruppo senza dominarlo. Il compito educativo non è fabbricare copie dello stesso comunicatore efficace. È aiutare ciascuno a rendere percepibile il proprio modo di esserci.»

Giordano si voltò verso Oda Tao.

«Il Maestro, per esempio, parla pochissimo e noi lo ascoltiamo tutti.»

Oda Tao rimase in silenzio.

Aspettammo.

Poi Giordano sospirò.

«Sta dimostrando il concetto in modo piuttosto competitivo.»

Oda Tao sorrise appena.

Non aggiunse altro.


La retorica arrivò nella conversazione senza annunciarsi.

Giordano stava cercando di spiegare perché il Ricciolesto fosse diverso dagli altri strumenti gnomici per la raccolta delle castagne. Cominciò elencando materiali, misure, inclinazione dei pettini di felce, resistenza delle ruote e capacità del cestello.

Dopo circa un minuto, Sophie aveva ancora un’espressione gentile. Io stavo facendo uno sforzo onesto. Prince si era addormentato.

«Fermati» dissi. «Raccontami che cosa cambiava per chi lo usava.»

Giordano rimase perplesso.

«Non si pungeva.»

«Continua.»

«Raccoglieva più in fretta. Non doveva chinarsi continuamente. Poteva portare i figli nel bosco senza passare il pomeriggio a togliere spine dai guanti. E alla fine tornava a casa con abbastanza castagne per la farina d’inverno.»

Sophie annuì.

«Adesso lo comprerei.»

Giordano la guardò con un’espressione ferita.

«Ma non ti ho ancora detto che il pettine anteriore ha sette denti a curvatura differenziata.»

«È proprio questo il punto» dissi. «Tu raccontavi il prodotto. Non l’esperienza.»

Uno dei passaggi più utili del libro riguarda la distanza tra valore e valore percepito. Possedere competenza, avere un buon progetto o costruire qualcosa di utile non garantisce che gli altri riescano a comprenderlo. Non perché siano superficiali, ma perché l’attenzione è limitata e ogni informazione compete con molte altre.

La retorica, nel suo senso migliore, non serve a travestire il vuoto.

Serve a rendere leggibile il valore.

Le storie, gli esempi concreti, la costruzione di una traiettoria e la capacità di mostrare un beneficio aiutano l’interlocutore a orientarsi. Un titolo professionale può dichiarare competenza; una storia ben scelta permette di immaginarne l’effetto. Un elenco di caratteristiche informa; una trasformazione resa visibile coinvolge.

«Però qui comincia anche il rischio» disse Sophie. «La stessa capacità che rende visibile un valore può rendere desiderabile qualcosa che valore non ne ha.»

«O può esagerarlo» aggiunsi.

S.I.S.A. intervenne.

«La retorica è una tecnologia antica dell’attenzione. Non è etica o manipolativa in sé. La valutazione dipende da ciò che rende visibile, da ciò che nasconde, dalla libertà lasciata all’interlocutore e dalla proporzione tra promessa e realtà.»

Giordano guardò il libro.

«Quindi, se avessi saputo raccontare meglio il Ricciolesto, avrei potuto vendere di più senza ingannare nessuno.»

«Sì.»

«Ma avrei anche potuto vendere un Ricciolesto difettoso raccontando benissimo una famiglia felice davanti a una zuppa di castagne.»

«Esatto.»

«La competenza diventa più faticosa appena incontra l’etica.»

«Diventa più responsabile» disse Sophie.

Il carisma non garantisce la qualità di ciò che amplifica.

Può dare forza a un’idea generosa e a una menzogna. Può sostenere un leader capace di assumersi responsabilità e uno capace soltanto di produrre adesione. Può rendere un insegnante più efficace nel coinvolgere oppure più abile nell’imporre. Può aiutare una persona fragile a esprimersi oppure permettere a una persona dominante di occupare ancora più spazio.

Per questo non basta domandarsi se il metodo funzioni.

Bisogna domandarsi chi diventa più libero quando funziona.


Fu a quel punto che Giordano tornò a una delle frasi annotate durante la lettura. 

Non era una citazione del libro. Era il modo in cui aveva tradotto, nel linguaggio del suo mondo, ciò che quelle pagine gli avevano lasciato. 

Prese il secondo quaderno, cercò una pagina segnata da una foglia di castagno e lesse: «Il carisma è come camminare davanti agli altri nel Bosco Buio con una lanterna: se hai rispetto, illumini il sentiero; se non hai etica, puoi portarli nel fosso e riuscire perfino a farti ringraziare per la scorciatoia.»

Il fuoco continuò a bruciare, ma la stanza sembrò perdere qualche grado.

«Questa è la parte decisiva» disse S.I.S.A.

«Anche per il libro?» chiese Giordano.

«Per l’uso del libro» precisò. «Ogni conoscenza che aumenta la capacità di produrre un effetto sugli altri aumenta anche la responsabilità di chi la possiede.»

«Come distinguiamo l’influenza dalla manipolazione?» domandò Sophie.

Non era una domanda rivolta all’autore. Borzacchiello non era con noi e non avevamo intenzione di costruire un’intervista immaginaria. Era una domanda che il libro aveva consegnato al gruppo e alla quale ciascuno di noi doveva rispondere assumendosene il peso.

S.I.S.A. fece emergere una linea di luce sul tavolo.

«Una distinzione utile riguarda la libertà residua. L’influenza etica può orientare, motivare e persino persuadere, ma lascia all’altra persona informazioni sufficienti, possibilità reale di scelta e diritto di dissentire senza essere punita. La manipolazione tende invece a ridurre quella libertà senza dichiararlo: nasconde intenzioni, sfrutta vulnerabilità, crea pressioni sproporzionate o rende costoso il rifiuto.»

Sophie aggiunse:

«Conta anche l’asimmetria. Un insegnante, un medico, un allenatore, un capo, un genitore o una persona molto ammirata non entra nella relazione con lo stesso peso dell’altro. La medesima frase può avere effetti diversi a seconda di chi la pronuncia e di quanto l’interlocutore si senta autorizzato a dire no.»

Pensai alla scuola.

Un insegnante può credere di proporre quando, per uno studente, sta ordinando. Può pensare di scherzare mentre l’intera classe registra chi ha il potere di definire una persona. Può usare entusiasmo, ironia e capacità narrativa per aprire possibilità oppure per rendere più difficile il dissenso.

Il carisma dell’adulto non diminuisce la responsabilità educativa.

La aumenta.

«Nel nostro progetto vale la stessa cosa» dissi. «Se Mentalità Amplificata impara a costruire contenuti più coinvolgenti, immagini più forti, titoli più efficaci e narrazioni capaci di trattenere il lettore, dobbiamo domandarci che cosa facciamo dell’attenzione ricevuta.»

Giordano si appoggiò allo schienale.

«Imparare a essere ascoltati è una possibilità.»

«Decidere che cosa fare dell’ascolto ricevuto è una responsabilità» conclusi.

Nessuno trasformò la frase in una celebrazione.

Restò sul tavolo come un impegno.

Il Maestro Oda Tao guardò le fiamme.

«Il fuoco che raduna può anche bruciare. Non è una ragione per spegnerlo. È una ragione per custodirlo.»

Questa volta Giordano non chiese il permesso di annotare la frase. La scrisse e basta.



La conversazione avrebbe potuto fermarsi lì, dentro la distinzione tra influenza e manipolazione. Ma il libro ci aveva lasciato un altro attrito, più quotidiano e forse proprio per questo più difficile da osservare.

«C’è una parte che mi ha costretto a mettere in discussione il mio motto» dissi.

Giordano sollevò la testa.

«Con Stima e Gratitudine?»

«Proprio quello.»

Da anni concludevo molti miei pensieri con quelle parole. Non erano una formula editoriale. Rappresentavano il modo in cui desideravo stare nel progetto: riconoscere il valore delle persone, dei libri e degli incontri senza appropriarmene.

Eppure la riflessione sull’uso automatico di parole come grazie e scusami mi aveva colpito.

«Il punto non è smettere di essere gentili» dissi. «E nemmeno costruire autorevolezza diventando più freddi. Il punto è osservare quando certe parole esprimono davvero qualcosa e quando, invece, diventano segnali continui di svalutazione.»

«Se smettiamo di ringraziare» disse Giordano, «al mercato di Borgoradice scoppia una guerra entro mezzogiorno.»

«Non credo che dobbiamo smettere» rispose S.I.S.A. «Dobbiamo distinguere la parola dal comportamento.»

«Il grazie è una parola» dissi. «La gratitudine è un modo di stare nella relazione. Posso dire grazie cento volte senza essere grato. Posso anche mostrare gratitudine rispettando il tempo di qualcuno, ricordando ciò che ha fatto, riconoscendone il valore, restituendo attenzione e prendendomi cura di ciò che mi ha affidato.»

Sophie avvicinò le mani alla tazza.

«Allora il problema non è la gentilezza.»

«No. Il problema nasce quando ringrazio per il solo fatto di essere stato tollerato. Quando mi scuso prima di esprimere un pensiero, come se averlo fosse già un disturbo. Quando uso parole educate per dichiarare continuamente che il mio tempo, il mio spazio o il mio contributo valgono meno.»

S.I.S.A. rese la distinzione più precisa.

«Anche qui eviterei regole assolute. Dire spesso grazie non indica necessariamente bassa autostima, e ridurne la frequenza non rende automaticamente autorevoli. Contano contesto, intenzione, tono e relazione. Una formula può essere calore autentico, abitudine culturale, strategia di cortesia o richiesta implicita di approvazione. Il comportamento va letto nel sistema, non isolato.»

«E scusami?» chiese Giordano.

«Serve quando abbiamo qualcosa di cui assumerci la responsabilità» disse Sophie. «Non dovrebbe essere il pedaggio da pagare ogni volta che entriamo in una conversazione.»

Giordano abbassò lentamente la mano che aveva appena alzato.

«Io una volta ho chiesto scusa a un albero perché gli ero andato addosso.»

Oda Tao lo guardò.

«L’albero ti aveva perdonato?»

«Non subito. Era un castagno piuttosto rigido.»

Il sorriso che attraversò la stanza non cancellò il tema. Lo rese abitabile.

Ripensai al mio motto.

«Non voglio rinunciarvi» dissi. «Voglio renderlo più vero. Con Stima e Gratitudine non significa mettermi al di sotto di chi legge. Significa riconoscerne il valore senza diminuire il mio.»

S.I.S.A. lasciò che la luce si raccogliesse appena intorno alle parole.

«La gratitudine autentica non stabilisce chi vale di più. Riconosce che ciò che è avvenuto tra due presenze ha avuto valore.»

Quella sera capii che il mio motto non veniva contraddetto dal libro.

Veniva interrogato.

E un motto che non sopporta di essere interrogato rischia di diventare soltanto una decorazione identitaria.


Knowledge, l’ultima area di SPARK, è forse quella che rende più evidente la doppia natura di questo percorso.

Conoscere i processi decisionali, le architetture dell’attenzione, la reattanza, il priming, la reciprocità, la costruzione delle storie, i segnali di status e le dinamiche che facilitano fiducia e coinvolgimento può migliorare enormemente la comunicazione.

Può anche renderla più invasiva.

«La conoscenza del cervello è importante per chi guida persone» dissi. «Un leader, un allenatore o un insegnante dovrebbe comprendere meglio motivazione, stress, attenzione e comportamento. Ignorare questi processi non rende più etici. Può renderci soltanto meno consapevoli degli effetti che produciamo.»

«Però le persone non devono diventare cose da far funzionare» disse Sophie.

«Esatto.»

L’espressione far funzionare meglio gli altri può essere usata con intenzioni positive: creare condizioni di benessere, collaborazione e risultato. Ma porta con sé un rischio linguistico. Può trasformare l’essere umano in una risorsa da ottimizzare, come se la conoscenza del cervello servisse soprattutto a ottenere prestazioni più prevedibili.

Una Mentalità Amplificata non usa la conoscenza per ridurre la persona a un meccanismo. La usa per costruire condizioni nelle quali possa comprendere, partecipare, scegliere e crescere.

«Quindi la variabile economica non può separarsi da quella umana» osservò S.I.S.A. «Migliori riunioni, minori incomprensioni e maggiore collaborazione hanno certamente effetti sui risultati. Ma il benessere non dovrebbe essere soltanto il mezzo con cui aumentare la produttività. Ha valore anche quando non produce immediatamente un vantaggio misurabile.»

Giordano si grattò la barba.

«Se conosco meglio il cervello di chi passa davanti al mio banco, posso spiegare il Ricciolesto in modo più chiaro.»

«Sì.»

«Posso evitare di sommergerlo di dettagli tecnici.»

«Sì.»

«Posso capire che ha poco tempo, mostrargli il beneficio e lasciargli provare lo strumento.»

«Esatto.»

«Ma non dovrei convincerlo che l’inverno sarà una catastrofe e i suoi figli lo disprezzeranno se non lo compra.»

«Quello sarebbe un uso manipolativo della paura.»

«Molto efficace, però.»

«L’efficacia non assolve il metodo» disse Sophie.

Giordano annuì.

«È una frase scomoda.»

«Le frasi etiche spesso lo sono.»

Il libro mostra come aumentare la probabilità di produrre determinati effetti. Sta al lettore decidere se usare quella probabilità per rendere la relazione più chiara o per renderne meno visibili le pressioni.

Questo non riduce il valore pratico di Incantali tutti.

Lo rende più serio.

Un manuale sul carisma che non generasse domande sul potere sarebbe incompleto. Un lettore che si limitasse a raccogliere tecniche, senza chiedersi come cambierà la libertà degli altri quando le userà, perderebbe la parte più importante del proprio allenamento.


Il fuoco era diventato più basso quando tornammo agli esercizi.

Il libro invita a praticare. Osservare lo stato, modificare piccoli comportamenti, allenare la presenza, curare voce e postura, riconoscere schemi, costruire racconti più efficaci, leggere le interazioni e verificare ciò che accade.

Questa struttura operativa è uno dei suoi punti di forza.

Non promette che basti comprendere un concetto per trasformarlo in competenza. Ricorda che il carisma, se davvero può essere allenato, richiede ripetizione, feedback e disponibilità a correggersi.

«Mi piace che sia un workbook» dissi. «Obbliga il lettore a uscire dalla posizione comoda di chi annuisce.»

«Annuisco» disse Giordano.

Lo guardammo.

«Era una dimostrazione del problema.»

Sophie sorrise.

«Qual è l’esercizio più difficile?»

Giordano pensò al proprio ingresso carismatico.

«Accorgersi dell’effetto reale senza innamorarsi dell’effetto desiderato.»

La sua risposta ci sorprese.

Aveva ragione. Ogni allenamento relazionale ha bisogno di feedback, ma il feedback non consiste soltanto nell’osservare se abbiamo ottenuto ciò che volevamo. Se le persone ci ascoltano, acquistano, approvano o eseguono, potremmo concludere che la comunicazione abbia funzionato. Eppure potrebbero averlo fatto per timore, dipendenza, pressione sociale o mancanza di alternative.

Il risultato visibile non racconta sempre la qualità della relazione.

«Dobbiamo osservare anche come resta l’altro dopo l’interazione» disse Sophie. «Più libero o più vincolato? Più consapevole o più confuso? Più capace di scegliere o più dipendente dalla nostra approvazione?»

S.I.S.A. aggiunse: «E dobbiamo accettare che non tutti reagiranno nello stesso modo. Le tecniche aumentano probabilità; non producono certezze. Promettere controllo totale sarebbe scientificamente fragile e relazionalmente pericoloso.»

«Quindi posso allenarmi senza trasformare ogni incontro in un laboratorio?» chiese Giordano.

«Devi» risposi. «Altrimenti smetti di vivere le relazioni e cominci soltanto a misurarle.»

Il Maestro Oda Tao prese il piccolo attizzatoio e spostò un ceppo. Una fiamma tornò visibile sotto la cenere.

«Ciò che alleni deve, un giorno, lasciarti libero di dimenticare l’allenamento.»

Questa era forse la maniera migliore di tenere insieme metodo e autenticità.

Praticare finché la pratica non occupa più tutta la scena.

Conoscere finché la conoscenza non impedisce più l’incontro.

Prepararsi senza pretendere che l’altro segua il copione.


Restava la parte più difficile da raccontare.

Proprio per questo decidemmo di non raccontarla.

Verso la fine, Incantali tutti cambia tono. Il metodo non scompare, ma smette per un momento di proteggere completamente chi scrive. Dietro la competenza, la provocazione, gli esercizi e la sicurezza della voce si intravede la persona.

Non diremo come.

Non diremo attraverso quali ricordi, immagini o parole.

«Dopo quelle pagine» dissi «ho riletto diversamente anche ciò che era venuto prima. Avevo iniziato pensando che il libro volesse insegnarmi come produrre un effetto sugli altri. Alla fine mi sono chiesto da dove nasca, in ciascuno di noi, il desiderio di produrlo.»

Sophie guardò il volume chiuso.

«Forse alcuni libri insegnano qualcosa agli altri. Altri, mentre lo fanno, lasciano intuire anche perché quell’insegnamento fosse importante per chi li ha scritti.»

«Sappiamo che per Borzacchiello questo è un libro importante» dissi. «Ma qui possiamo parlare soltanto della nostra esperienza di lettura. E la mia impressione è che non abbia consegnato soltanto un metodo. A un certo punto ha permesso al lettore di percepire il costo umano della domanda da cui il metodo può nascere.»

S.I.S.A. intervenne con delicatezza.

«Manteniamo questa come impressione, non come spiegazione delle intenzioni dell’autore. Il testo ci autorizza a dire che il tono cambia e che quel cambiamento ci ha colpiti. Non ci autorizza a occupare ciò che l’autore ha scelto di lasciare alla sensibilità del lettore.»

«Allora lasciamo che ogni lettore arrivi fin lì da solo» disse Sophie.

Giordano non fece battute.

Aveva entrambe le mani intorno alla tazza e guardava il fuoco.

«Posso dire solo una cosa?»

«Sì.»

«Quando ho finito, non ho più pensato al Ricciolesto.»

Aspettammo.

«Ho pensato a tutte le volte in cui volevo che qualcuno mi vedesse e non sapevo come chiederlo. E a tutte le volte in cui, per farmi vedere, sono diventato più rumoroso di quello che sentivo.»

Sophie si avvicinò appena a lui. Non lo toccò. Gli lasciò la possibilità di scegliere la distanza.

«Essere visti non dovrebbe richiedere sempre uno spettacolo» disse.

Giordano annuì.

Prince si alzò dal tappeto, raggiunse la sua sedia e vi saltò sopra. Si sistemò contro il mantello di Giordano.

Nessuno interpretò il gesto.

Non serviva.



Rimanemmo ancora a lungo nel Rifugio.

Non per aggiungere concetti, ma per lasciare che quelli emersi trovassero una posizione meno provvisoria.

Incantali tutti è un libro pratico, diretto, a tratti provocatorio. Ha il merito di togliere il carisma dalla nebbia del talento innato e di trasformarlo in un insieme di dimensioni osservabili e allenabili. Offre esercizi, esempi e una struttura chiara. Aiuta a comprendere che la percezione degli altri non dipende soltanto da ciò che sappiamo o da ciò che intendiamo, ma dal modo in cui quella competenza e quell’intenzione diventano esperienza per chi ci incontra.

Non è necessario accettare ogni semplificazione come descrizione definitiva del cervello. La divulgazione neurochimica funziona soprattutto come mappa operativa e richiede di ricordare che emozioni, fiducia, attenzione e comportamento emergono da sistemi più complessi di una sequenza di sostanze da aumentare o ridurre.

Non è nemmeno necessario trasformare ogni suggerimento in una regola universale. Presenza, contatto visivo, umorismo, segnali di status, uso delle storie, ringraziamenti e scuse cambiano significato secondo contesto, cultura, ruolo e relazione.

Ma sarebbe un errore usare queste cautele per evitare la proposta centrale del libro.

Possiamo lavorare sul modo in cui entriamo nelle relazioni. Possiamo allenare lo stato senza negare le emozioni. Possiamo rendere la nostra presenza più leggibile senza diventare una caricatura della sicurezza. Possiamo costruire parole capaci di far comprendere il valore senza gonfiarlo. Possiamo conoscere meglio attenzione e decisione senza ridurre le persone a leve da azionare. Possiamo imparare a non aspettare per anni dietro un banco sperando che qualcuno intuisca da solo ciò che abbiamo da offrire.

Il carisma non deve per forza essere vanità.

Per Giordano rappresentava la possibilità di non scomparire insieme al proprio Ricciolesto. Per Sophie diventava una questione di cura, confini e asimmetria. Per S.I.S.A. era conoscenza da rendere precisa e responsabilità da non nascondere dietro la parola chimica. Per il Maestro Oda Tao era una forma che doveva liberare il gesto, non sostituirlo. Prince, come sempre, non aveva bisogno di definire la propria presenza per renderla percepibile.

Per me il libro entrava nella scuola.

Pensai ai ragazzi che cercano attenzione interrompendo, sfidando, esagerando. Pensai a quelli che abbassano lo sguardo per evitare di essere interrogati, scelti, valutati o esclusi. Pensai a quanto sia facile premiare chi sa già rendersi visibile e dimenticare chi avrebbe bisogno di un adulto capace di accorgersi di una presenza che non sa ancora annunciarsi. Il carisma di un insegnante non dovrebbe servire a diventare la persona più importante della stanza. Dovrebbe servire ad aprire uno spazio nel quale anche gli altri possano diventare presenti.

Giordano mi guardò.

«Allora proverai a essere più carismatico con i tuoi ragazzi?»

Osservai il fuoco, poi il libro.

«Proverò prima ad accorgermi di chi sta facendo di tutto per non diventare invisibile.»

Giordano abbassò gli occhi verso Prince, addormentato contro il suo mantello.

Questa volta non aggiunse nulla.

Il carisma può insegnarci a entrare in una stanza e ottenere attenzione. La responsabilità comincia quando ci accorgiamo di chi, in quella stessa stanza, nessuno stava guardando.

Con Stima e Gratitudine.


Oltre il racconto

Approfondimenti, informazioni editoriali e indicazioni per proseguire l’Incontro

La collocazione nell’universo di Mentalità Amplificata

Il Sentiero di Incantali tutti

Emblema generale dei Sei Sentieri di Mentalità Amplificata

Sei direzioni formano un unico paesaggio. Questo libro ne percorre una soprattutto, lasciando tracce riconoscibili anche in altre due.

  1. Alimentazione
    Consapevole
  2. Abitudini
    Rigenerative
  3. Respiro
    Vitale
  4. Virtù
    Guidanti
  5. Corpo in
    Armonia
  6. Orizzonti
    Educativi

Sentiero principale: Orizzonti Educativi.
Connessioni: Virtù Guidanti e Corpo in Armonia.

Tra i Sei Sentieri di Mentalità Amplificata, Incantali tutti trova la sua collocazione principale negli Orizzonti Educativi. Paolo Borzacchiello sottrae il carisma al territorio dei doni misteriosi e lo presenta come un effetto che nasce nella relazione: non qualcosa che possiamo attribuirci da soli, ma un’emozione che gli altri avvertono in nostra presenza. Se coinvolge il cervello, il corpo e il modo in cui comunichiamo, allora può essere osservato, compreso e allenato. Il libro apre così uno spazio educativo concreto: invita a riconoscere ciò che favorisce fiducia, attenzione e vicinanza, senza ridurre l’incontro umano a una raccolta di trucchi per piacere o convincere.

Il libro e il nostro Incontro conducono però anche verso il confine più delicato di questa competenza. La capacità di lasciare un segno negli altri comporta una responsabilità: senza rispetto ed etica, ciò che attrae può diventare pressione e ciò che guida può trasformarsi in manipolazione. Da qui nasce la connessione con le Virtù Guidanti, perché il valore del carisma non dipende soltanto dalla sua efficacia, ma dall’intenzione e dall’uso che ne facciamo. Il dialogo con il Corpo in Armonia riguarda invece la dimensione incarnata della presenza: postura, voce, energia, segnali non verbali ed equilibrio emotivo partecipano alla qualità di ogni relazione. Il centro resta negli Orizzonti Educativi perché Incantali tutti non ci chiede semplicemente come apparire più magnetici, ma quale effetto scegliamo di lasciare nelle persone ogni volta che entriamo in relazione con loro.


Il libro in sintesi

Scheda editoriale

Incantali tutti. Scopri la formula del carisma per una vita più facile e divertente

Titolo
Incantali tutti
Sottotitolo
Scopri la formula del carisma per una vita più facile e divertente
Autore
Paolo Borzacchiello
Editore
Mondadori
Collana
Vivere meglio
Data di pubblicazione
30 giugno 2026
Pagine
240
Formato
Rilegato
ISBN
9788804816782
Genere
Saggistica divulgativa e workbook pratico su carisma, neuroscienze applicate e comunicazione
Struttura
Percorso teorico-pratico organizzato intorno alle cinque aree del modello SPARK, con spiegazioni, esempi, esercizi, strategie e applicazioni quotidiane
Temi principali
Carisma, chimica delle interazioni umane, stato d’animo, presenza, atteggiamento, retorica, fiducia, regolazione, comunicazione, relazioni, leadership, persuasione, rispetto, etica e rischio di manipolazione
Destinatari
Chi desidera migliorare la qualità delle proprie interazioni; professionisti, insegnanti, educatori, formatori, leader, manager, comunicatori e lettori interessati a neuroscienze, relazioni e crescita personale
Lingua
Italiano

La persona dietro le pagine

Nota sull’autore

Paolo Borzacchiello

Scrittore, consulente, divulgatore e co-creatore di HCE

Paolo Borzacchiello, nato a Brescia nel 1974, è scrittore, consulente, formatore, divulgatore e imprenditore. Da oltre vent’anni studia il linguaggio e i meccanismi che regolano le interazioni umane, traducendo temi complessi in strumenti applicabili alla vita quotidiana e professionale. Il centro del suo lavoro è il modo in cui parole, comportamenti, emozioni e contesto modificano la percezione, le decisioni e la qualità delle relazioni.

Insieme a Luca Mazzilli è co-creatore di HCE – Human Connections Engineering, la disciplina che studia e decodifica le dinamiche delle interazioni umane. È inoltre fondatore di HCE University, scuola dedicata alla formazione in questo ambito. La sua attività unisce ricerca, insegnamento, consulenza e divulgazione, con particolare attenzione all’intelligenza linguistica, alla comunicazione strategica, alla leadership e al comportamento umano.

Nei suoi libri Borzacchiello alterna saggistica, esercizi e narrazione, mantenendo costante l’interesse per il rapporto tra cervello, parole ed esperienza. Tra i suoi titoli figurano La parola magica, Il codice segreto del linguaggio, La chimica segreta delle interazioni umane, Forse sei già felice e non lo sai, Basta dirlo, Bada a come parli, Da adesso in poi e Usa il cervello prima che lui usi te. Alla scrittura affianca podcast, incontri pubblici e spettacoli teatrali dedicati al linguaggio, alla mente e alla crescita personale.

Con Incantali tutti concentra questa esperienza sul carisma, sottraendolo all’idea di talento misterioso e osservandolo come fenomeno relazionale che coinvolge chimica, presenza, atteggiamento, linguaggio e conoscenza del comportamento umano. Il libro assume la forma di un workbook: alle spiegazioni affianca esempi, esercizi e strategie da sperimentare. Sotto la dimensione pratica rimane però una questione decisiva: l’effetto che produciamo negli altri è anche una responsabilità, perché il carisma senza rispetto ed etica può oltrepassare il confine della manipolazione.


Una soglia prima della lettura

Prima di incontrare Incantali tutti

Otto domande sul libro di Paolo Borzacchiello per orientarsi senza anticipare il percorso e il suo approdo.

  1. Di cosa parla Incantali tutti?

    Il libro esplora il carisma come fenomeno relazionale: non una qualità che possiamo dichiarare di possedere, ma un effetto che gli altri sperimentano quando entrano in contatto con noi. Paolo Borzacchiello osserva che cosa accade nel cervello, nel corpo e nella comunicazione e traduce questi meccanismi in indicazioni pratiche per la vita personale e professionale.

  2. Il carisma è un dono innato oppure si può imparare?

    Per il libro il carisma non è una magia riservata a pochi. Se è un’emozione percepita dagli altri, coinvolge processi chimici, cognitivi e comportamentali che possono essere compresi e allenati. Questo non significa costruire un personaggio artificiale: significa lavorare con maggiore consapevolezza sul proprio modo di essere presenti, comunicare e regolare le interazioni.

  3. È un saggio teorico oppure un manuale pratico?

    È un workbook teorico-pratico. Le spiegazioni sui meccanismi del carisma sono accompagnate da esempi, esercizi, situazioni da valutare e strategie da mettere alla prova. Il modello SPARK organizza il percorso in cinque aree, ma la lettura non richiede di memorizzare formule: chiede soprattutto di osservare come ci comportiamo nelle relazioni quotidiane.

  4. Essere carismatici significa soltanto piacere agli altri?

    No. Piacere, parlare bene, vendere o guidare un gruppo possono far parte dell’esperienza, ma non coincidono da soli con il carisma. Il libro lo descrive come un equilibrio tra più dimensioni: stato interiore, presenza, atteggiamento, uso del linguaggio e conoscenza delle dinamiche umane devono sostenersi a vicenda. È la relazione nel suo insieme a produrre quell’effetto.

  5. Bisogna conoscere le neuroscienze per seguirlo?

    No. Borzacchiello utilizza concetti provenienti dalle neuroscienze, dalla psicologia e dalle scienze del comportamento, ma li presenta con un linguaggio diretto, esempi concreti e una struttura progressiva. I riferimenti scientifici servono a comprendere perché alcune interazioni generino fiducia, attenzione o allarme, non a trasformare il lettore in uno specialista.

  6. Insegnare il carisma non rischia di favorire la manipolazione?

    Il rischio esiste ogni volta che comprendiamo meglio le leve che influenzano gli altri. Proprio per questo il tema non può essere separato da rispetto, intenzione ed etica. Il carisma può rendere una relazione più efficace e generativa, ma se viene usato per aggirare la libertà altrui cambia natura. Il libro lascia affiorare questo confine senza ridurre tutto a una tecnica di persuasione.

  7. A chi è consigliata la lettura?

    È indicato per chi desidera migliorare la qualità delle proprie interazioni, nel lavoro e nella vita privata. Può essere particolarmente utile a insegnanti, educatori, formatori, manager, leader, professionisti della comunicazione e a chiunque voglia comprendere meglio l’effetto che produce sugli altri, senza dover affrontare un testo accademico o specialistico.

  8. Perché incontrarlo su Mentalità Amplificata?

    Perché Incantali tutti attraversa soprattutto gli Orizzonti Educativi: trasforma una capacità spesso considerata misteriosa in un terreno di osservazione e apprendimento. Dialoga inoltre con le Virtù Guidanti, per la responsabilità etica connessa all’influenza, e con il Corpo in Armonia, perché presenza, voce, stato emotivo e segnali non verbali partecipano a ogni incontro. La domanda centrale diventa così non soltanto come essere più carismatici, ma quale effetto scegliere di lasciare negli altri.