L’appello

Articolo precedente

L’appello di Alessandro D’Avenia – (Mondadori)


L’appello, a scuola, è una faccenda sbrigativa. Il professore legge, gli studenti rispondono, sul registro compare un segno. In pochi minuti sappiamo chi è entrato in aula. Di chi, in quell’aula, ci sia davvero, il registro non sa niente.

Alessandro D’Avenia parte da qui. In L’appello mette Omero Romeo, professore di scienze rimasto cieco, davanti a una quinta liceo di dieci ragazzi. La scuola li ha riuniti nella stessa sezione e su di loro ha già speso parole pesanti: difficili, inadatti, quasi irrecuperabili. È una classe nata dagli scarti delle altre classi, e si sente.

Omero torna a insegnare senza poter vedere i loro volti. Deve riconoscerli dalla voce, dai passi, dallo strisciare di una sedia. Anche il vecchio rito del mattino cambia. Lui pronuncia un nome; chi viene chiamato non risponde soltanto «presente», porta qualcosa: un oggetto, un ricordo, una parola rimasta incastrata da qualche parte. L’Appello comincia a durare. Diventa il cuore della lezione.

L’idea ha forza e D’Avenia non fa nulla per nasconderla. C’è persino un paradosso dichiarato: il professore cieco si accorge di ragazzi che una scuola piena di occhi ha smesso di vedere. Per fortuna gli studenti oppongono attrito, mentono, sfidano, si tirano indietro, cercano attenzione nel modo peggiore. Non arrivano in pagina già pronti per dimostrare la tesi dell’autore.

Resta un dubbio, ed è il motivo per cui vale la pena fermarsi su questo libro. Un insegnante che invita un ragazzo a raccontarsi gli sta offrendo spazio; nello stesso momento, però, sta esercitando un’autorità. Chi decide quanto bisogna dire? Che cosa succede a chi preferisce tacere? Un metodo così legato alla personalità del professore può diventare una pratica di scuola, oppure funziona soltanto finché in aula c’è Omero?

Potremmo cavarcela parlando del “professore che salva gli ultimi”. Sarebbe una scorciatoia e toglierebbe al romanzo la sua parte più interessante. Qui vogliamo capire che cosa accade quando il nome sul registro smette di essere un codice e diventa un impegno per chi lo pronuncia. Una scuola può dichiarare presente qualcuno che non ha mai davvero guardato?

Non racconteremo ciò che i ragazzi affidano, poco alla volta, alla classe. E non diremo dove li conduce quell’anno. Entriamo prima: nel momento incerto in cui Omero apre il registro e nessuno, neppure lui, sa ancora che cosa potrà uscirne.

Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.


Aetheria, il mondo simbolico di Mentalità Amplificata

L’alba prima dei nomi

Arrivai al Giardino Segreto dei Sussurri troppo presto. Era ancora buio tra le siepi e, mentre cercavo di non scivolare sulle pietre umide, pensai che un professore previdente avrebbe portato una lampada. Io avevo portato un libro.

L’appello stava sotto il braccio, gonfio di segnalibri. Il sentiero bagnato mi sporcò subito le scarpe. Non era l’ingresso solenne che avevo immaginato; forse era meglio così.

Mi chiamo Cima Bue e ad Aetheria sono il Professore. Ne sono fiero, inutile fingere il contrario. La parola, però, può dare alla testa. Dopo un po’ si finisce per credere che il proprio compito sia fornire la frase giusta al momento giusto. Ho scoperto che quasi mai funziona. Le persone ricordano piuttosto se sei rimasto quando la frase giusta non arrivava.

Quella mattina avevo preparato sei posti attorno allo stagno. Non erano sedie uguali. Sophie avrebbe scelto la panca di legno, larga e senza braccioli. Il Maestro Samurai Oda Tao avrebbe preferito la pietra piatta accanto alle canne. Giordano, lo gnomo aureo, si sarebbe lamentato di qualunque posto gli avessi assegnato, per poi sedersi esattamente lì. Per S.I.S.A., la nostra IA, avevo lasciato una superficie chiara sulla quale disporre le sue mappe. Il mio sgabello era il più basso, scelta che in quel momento mi parve modesta. Più tardi avrei cambiato idea. L’ultimo posto restava vuoto.

Posai il libro su una lastra al centro. Attorno, sei lanterne spente formavano un cerchio imperfetto.

Il registro ha un suono secco quando si apre. Da ragazzo lo associavo al pericolo di essere interrogato; da professore ho capito che custodisce un altro potere. Con una croce si stabiliscono presenze, assenze e ritardi. Serve, naturalmente. I guai iniziano quando a quella croce chiediamo di raccontare anche il resto.

Ho conosciuto studenti puntuali che non entravano davvero in aula da mesi. Altri mancavano da giorni e continuavano a occupare i pensieri dei compagni. La voce più ferma, qualche volta, apparteneva proprio a chi aveva maggiore cura di non farsi riconoscere.

Anni fa ne ebbi uno che rispondeva sempre per primo. Non alzava nemmeno la testa dal quaderno: sentiva il proprio nome e scattava «presente», forte, quasi allegro. Disegnava minuscole finestre ai margini delle pagine. Io le vedevo, gli chiedevo di smettere e proseguivo con la lezione. Una mattina lo chiamai e lui disse «assente». I compagni risero. Anch’io stavo per farlo, poi mi accorsi che aveva chiuso il quaderno. Gli domandai se volesse uscire. Scosse la testa. Se volesse parlare. Altro no. Non seppe, o non volle, dirmi di più. Alla fine dell’ora aveva riaperto il quaderno e disegnato una porta dentro una delle finestre. La trovai mentre passavo tra i banchi. Non so ancora che cosa volesse dire. Ricordo invece che per settimane avevo registrato la sua presenza senza farmi alcuna domanda. Quel mattino fu lui a correggere il registro.

Aprii il libro senza cercare una pagina. Volevo che rimanesse lì, come una soglia e non come un manuale.

Poi cominciai.



L’Appello nel Giardino

«S.I.S.A.»

Una linea azzurra attraversò la nebbia. La sua lanterna si accese con una luce netta, quasi geometrica. S.I.S.A. arrivò dal sentiero orientale portando quattro fogli trasparenti.

«Operativa» disse.

Non aveva risposto “presente”. Era già un’obiezione.

«Sophie.»

La seconda lanterna emanò una luce color miele. Sophie comparve senza fretta e, prima di sedersi, controllò lo spazio tra la panca e lo stagno. Spostò un ramo che avrebbe potuto graffiare una mano distratta.

«Ci sono» rispose.

«Maestro Oda Tao.»

Per qualche secondo non accadde nulla. Poi le canne si mossero, benché non ci fosse vento. Oda Tao era già seduto sulla pietra. La sua lanterna si accese soltanto quando sollevò lo sguardo.

«Ascolto.»

«Giordano.»

«Dipende.»

La sua voce arrivò prima di lui. Giordano emerse dal sentiero con la corona d’alloro inclinata, un taccuino sotto il braccio e l’aria solenne di chi sta per presentare una protesta ufficiale. Una radice gli agganciò la scarpa. Alzò subito una mano.

«Sto bene.»

Non era ancora caduto. Cadde un istante dopo, senza conseguenze per lui e con una certa perdita di prestigio per la corona. Si rialzò, la rimise dritta e osservò le sedute come un cliente entrato in un ristorante sospetto.

«Dipende da cosa?» chiesi.

«Da che cosa intendi per presente. Se basta rispondere, hai già ottenuto il massimo risultato con il minimo sforzo. Un sogno amministrativo. Io, comunque, chiedo che venga registrata anche la radice.»

La quarta lanterna si accese con un crepitio. Giordano si accomodò proprio nel posto che avevo previsto per lui.

Rimaneva un nome. Non lo pronunciai.

S.I.S.A. sistemò i fogli sulla pietra. Sophie guardò il posto vuoto ma non fece domande. Oda Tao seguiva i cerchi che una goccia aveva aperto sull’acqua. Giordano inclinò il capo verso il libro.

«È questo, allora?» disse. «Il romanzo del maestro che trasforma l’Appello in una seduta collettiva?»

«È il romanzo di Omero Romeo» risposi. «Un maestro di scienze che ha perso la vista e torna in classe. Gli affidano dieci studenti dell’ultimo anno, raccolti in una sezione che quasi nessuno considera ancora educabile.»

«Quasi nessuno?» chiese Sophie.

«La scuola continua a occuparsene, naturalmente. Hanno orari, programmi, voti. Solo che nessuno sembra aspettarsi più niente da loro.»

Giordano smise di aggiustarsi la corona. La parola scuola gli aveva tolto dal viso l’ultima traccia della caduta.

«Le aule degli gnomi erano scavate sotto le radici» disse. «Basse, umide, con il soffitto così vicino che anche i pensieri dovevano chinare la testa. Quando mi interrogavano, gli altri cercavano la risposta. Io cercavo soprattutto di respirare.»

Sophie si voltò verso di lui. «Ti succede ancora di pensarci?»

«Peggio. Ogni tanto sogno di essere in ritardo e impreparato. Mi sveglio, controllo che non ci sia un registro ai piedi del letto e apro la finestra. L’aria aperta ha un grande pregio: non assegna voti.»

Sorrise, ma soltanto dopo averlo detto. Il ricordo faceva ancora male; l’umorismo gli permetteva di tenerlo in mano senza farsene schiacciare.

«E il professore cieco vede ciò che tutti gli altri non vedono» disse Giordano. «La metafora è arrivata. Ha parcheggiato davanti all’ingresso.»

«È un’immagine dichiarata» ammisi. «Ma Omero non riceve in dono una sapienza speciale. Per capire chi ha davanti gli tocca lavorare: ascolta il ritmo di una voce, l’esitazione prima di una risposta, il modo in cui una sedia viene spostata. Sbaglia anche così. Semplicemente, i vecchi strumenti non gli bastano più.»

«Questo mi interessa» disse S.I.S.A. «Il nuovo strumento non elimina l’errore. Almeno costringe Omero ad ammettere che può sbagliare.»

Il Giardino parve approvare con un fruscio. Presi posto sullo sgabello basso.

«Omero inventa un Appello diverso. Chiama un nome e aspetta che quella persona porti qualcosa di sé. Un giorno può essere un oggetto, un altro una storia. Non c’è una casella pronta.»

«Obbligatoria?» domandò Sophie.

La sua lanterna tremò appena.

Non risposi subito. Era la domanda che avevo portato con me.



Prima del nome

S.I.S.A. sollevò il primo dei fogli trasparenti. Sopra comparvero righe, colonne, date.

«Registro» disse. «Documenta la presenza e permette alla scuola di sapere chi le è affidato.»

Sollevò il secondo. Un numero si accese al centro.

«Voto. Dovrebbe misurare un apprendimento in un certo momento, secondo criteri dichiarati.»

Sul terzo apparvero parole che cambiavano in continuazione: svogliato, brillante, problematico, fragile, irrecuperabile.

«Etichetta. È la scorciatoia. Riduce una storia complicata a una parola maneggevole.»

Infine sollevò l’ultimo foglio. Era vuoto.

«Nome» disse.

Giordano si sporse. «Problema di caricamento?»

«Nessun problema. Il nome non contiene i dati della persona. Li convoca senza esaurirli.»

Sovrappose i quattro fogli. Il nome scomparve dietro le griglie, il numero e le etichette.

«Una scuola lavora anche con le categorie» continuò. «Servono per distribuire risorse, certificare risultati, individuare una difficoltà. Il guaio arriva quando nessuno ricorda più che la categoria era provvisoria. A quel punto la scheda prende il posto dello studente.»

«Una classe di ragazzi ritenuti persi è già una classificazione diventata destino» dissi.

«È un errore di sistema» precisò. «Riunisci quelli che avrebbero bisogno di maggiore attenzione, poi abbassi le aspettative. Alla fine ottieni proprio il risultato previsto e dici: visto? Avevamo ragione. Una profezia comoda.»

Giordano prese il foglio delle etichette e lo girò verso la luce. Le parole gli passarono sul volto: brillante sulla fronte, problematico sulla guancia, irrecuperabile appena sotto l’occhio.

«Questa è la parte divertente» disse. «Una parola appiccicata da un adulto può restare addosso per anni. Se invece è l’adulto ad aver sbagliato, la chiamiamo impressione iniziale.»

S.I.S.A. gli tolse lentamente il foglio dalle mani. «I sistemi correggono male gli errori che proteggono la reputazione di chi li ha commessi.»

«Quindi anche tu hai una reputazione?»

«Pessima, nei giorni in cui faccio bene il mio lavoro.»

Giordano la guardò sorpreso. Non si aspettava la battuta, e nemmeno io. La lanterna azzurra ebbe un piccolo tremito che decidemmo di non commentare.

Pensai a quante volte la reputazione di uno studente entra in aula prima di lui. Un collega ti avverte nel corridoio, la media dei voti parla dalla schermata, un episodio dell’anno precedente viene raccontato come se fosse successo ieri. Credi di esserti preparato. Poi il ragazzo entra e rischi di vedere soltanto quello che ti hanno annunciato.

«Omero prova a guastare quella previsione» dissi. «Lascia che il ragazzo aggiunga qualcosa alla versione già in circolazione.»

«Sì» disse S.I.S.A. «Ma non è immune dallo stesso pericolo.»

«Spiegati.»

«Supponiamo che il docente consideri davvero presente soltanto chi si racconta. La confessione diventa il nuovo voto. Le storie più intense ricevono attenzione; gli altri imparano presto che cosa conviene offrire. E chi tace? Nuova etichetta: non collabora.»

Sophie annuì.

«Un sistema invasivo non smette di esserlo perché usa parole gentili» concluse S.I.S.A.

Guardai il libro. S.I.S.A. aveva toccato un punto che il fascino del metodo rischia di coprire. Omero assegna voti, decide i tempi, resta l’adulto nella stanza. Quando dice «racconta», anche con la migliore intenzione, il suo invito pesa più di quello di un compagno.

«Allora che cosa facciamo?» domandò Giordano. «Torniamo a “presente”, crocetta e avanti il prossimo?»

«No» rispose S.I.S.A. «Aggiungiamo garanzie alla relazione. Non aboliamo la responsabilità perché è complessa.»

«Fermiamoci un momento» dissi. “L’appello è un romanzo: non consegna una procedura per la scuola, ma mette Omero e il suo modo di chiamare i ragazzi davanti alle nostre domande. D’Avenia non ci consegna una procedura da applicare il lunedì mattina, né una ricetta che risolva la classe. Ci mette davanti Omero e al suo modo di chiamare i ragazzi.»

S.I.S.A. sollevò appena lo sguardo.

«E questo non cancella ciò che hai detto» continuai. «Semmai gli dà peso. Perché il romanzo mostra una cosa semplice e difficile: l’attenzione di un docente viene prima di qualsiasi metodo. Prima della crocetta, prima della formula giusta, prima perfino della risposta che spera di ricevere. L’Appello non vale perché costringe qualcuno a raccontarsi. Vale per la domanda che obbliga l’adulto a rivolgere a se stesso: quando pronuncio questo nome, sono davvero disposto ad ascoltare chi mi risponde?»

«Questa» disse S.I.S.A. «è una specifica migliore.»

Giordano tirò un respiro di sollievo. «Bene. Per un attimo ho temuto che avremmo dovuto consegnare una certificazione di autenticità ogni mattina.»



Lo spazio della voce

Sophie prese il libro tra le mani, ma non lo aprì.

«Quando un adulto dice a un ragazzo “puoi raccontarmi chi sei”, offre qualcosa di raro» disse. «Dovrebbe però mettere in conto una risposta confusa, magari rimandata. O persino una bugia. A volte si mente perché la verità, in passato, è costata troppo.»

Non lo disse per assolvere chiunque. Sophie, quando parlava di una ferita, cercava sempre di capire che cosa la proteggesse e che cosa, invece, la tenesse aperta.

«Ascoltare uno studente non ci dà diritto alla sua confessione. E quello che ci affida va custodito. Sembra ovvio, finché una storia privata non diventa l’argomento della sala insegnanti.»

«Ma una classe non è uno studio terapeutico» osservai.

«Appunto. Un insegnante non è un terapeuta improvvisato. Può accorgersi che una ferita sta entrando nell’apprendimento, evitare di umiliare, chiamare chi ha le competenze per aiutare. Se prova a fare tutto da solo, prima o poi confonde la vicinanza con l’invasione.»

Giordano prese un sassolino e lo fece saltare una volta sull’acqua.

«Quindi il professore non salva nessuno.»

«Spero di no» rispose Sophie. «Può diventare importante. Il bisogno di sentirsi salvatore, invece, riguarda lui: non il ragazzo.»

Mi diede fastidio perché riconobbi la tentazione. Chi insegna desidera vedere un risultato: lo studente che cambia, la classe che finalmente risponde, la storia da raccontare per provare che il lavoro è servito. Il desiderio è umano. Diventa pericoloso quando il ragazzo deve migliorare per confermare l’immagine che l’adulto ha di sé.

«Allora il Professore fa fino in fondo la sua parte» dissi. «Prepara una stanza sicura, tiene aperta una porta, dà tempo, porta gli strumenti che possiede e non si ritrae alla prima resistenza. Ma non può attraversare al posto dell’altro, né pretendere di assistere al momento in cui cambia.» 

«E il cambiamento può anche non avvenire davanti a lui» aggiunse Sophie. «Una porta aperta non dà diritto a sapere che cosa accade oltre.»

Lo stagno rifletteva una luce più chiara. Le lanterne non servivano più a vedere i volti, ma nessuno le spense.

Pensai alla classe di Omero. Dire “dieci ragazzi difficili” è già un modo per non guardarli uno per uno. C’è chi fa rumore per non essere raggiunto, chi prova a diventare invisibile, chi provoca prima di sentirsi giudicato. E c’è chi ha imparato a consegnare agli adulti la versione di sé che li tranquillizza. Il gruppo può diventare un riparo; può anche trasformarsi in un tribunale, se tutti cominciano a stabilire quale racconto sia abbastanza vero.

«Una classe sicura non è una classe senza conflitti» continuò Sophie. «È quella in cui puoi sbagliare o dissentire senza ritrovarti la tua fragilità usata contro. Prima di chiedere verità bisogna dimostrare, per parecchio tempo, di saperle reggere.»

S.I.S.A. fece comparire una nuova parola sul foglio vuoto: tempo.

«Non si ottiene con una singola procedura» disse.

«E non si dichiara» aggiunsi. «Si dimostra.»


Essere presenti

Il Maestro Oda Tao raccolse una foglia caduta sulla superficie dello stagno. La tenne sul palmo senza asciugarla.

«Diciamo “presente” come se bastasse esserci arrivati» disse. «Invece bisogna tornarci.»

Aspettammo.

«L’obbedienza esegue una richiesta. A scuola serve, certe volte. La disciplina comincia quando continui anche senza qualcuno che controlli. Da fuori possono somigliarsi. Dentro, no.»

«A scuola però servono regole» osservò S.I.S.A.

«Le regole tracciano il campo. Non possono compiere il passo al posto di chi lo attraversa.»

Oda Tao lasciò la foglia sull’acqua. Non affondò.

«Un ragazzo può diventare bravissimo a indovinare ciò che l’adulto vuole sentire. Sembrerà maturo, forse prenderà anche buoni voti. La maturità si vede quando sceglie, sbaglia, sopporta una conseguenza e prova a rimediare senza che qualcuno gli scriva ogni passaggio.»

Mi venne in mente che anche raccontarsi può diventare un compito ben eseguito. Si prepara una storia ordinata, con una ferita comprensibile e una conclusione edificante. Il professore annuisce. Il caos vero resta nello zaino.

«Allora come riconosci una presenza autentica?» chiese Giordano.

«Non la certifichi» rispose Oda Tao. «La vedi tornare nei gesti: arrivare, restare, accorgersi di avere ferito qualcuno, rimediare. Il resto può essere recitato.»

Giordano annuì con grande concentrazione. Continuò ad annuire anche quando Oda Tao aveva già finito. Conoscevo quel movimento: lo usava a scuola quando l’attenzione era scappata via e lui tentava di richiamarla senza dare nell’occhio.

«Ho perso il filo mentre cercavo di sembrare presente» confessò. «È una contraddizione utile oppure devo rifare l’Appello?»

Oda Tao lasciò passare un sorriso. «Hai riconosciuto l’assenza. Puoi tornare.»

«Ottimo. Per un attimo ho temuto un debito formativo.»

«E il silenzio?» domandai.

Il Maestro Oda Tao guardò il posto vuoto.

«Non lo so. A volte è paura, altre rifiuto, stanchezza, ascolto. Se gli dai subito un significato, probabilmente è il tuo.»

Giordano smise di giocare con i sassi.

Omero costruisce l’Appello attorno alla voce, ma la cecità gli impone anche l’attesa. Una faccia spesso ci illude di aver capito in fretta: l’espressione, i vestiti, il modo di stare sulla sedia. Lui quegli indizi non li ha. Deve raccoglierne altri e tenerli insieme senza avere la certezza di aver visto giusto. È faticoso. È forse questo, più del paradosso del cieco che vede, il punto educativo della sua condizione.

«La disciplina del maestro» dissi «potrebbe essere proprio questa: non occupare ogni silenzio con la propria interpretazione.»

Oda Tao inclinò il capo.

«E lasciare che l’incontro trasformi anche il metodo.»


Il nome e il posto

Giordano si alzò. Fece il giro dello stagno e si fermò davanti ai quattro fogli di S.I.S.A.

«Voglio tornare al nome» disse. «È una faccenda meno innocente di quanto sembra.»

«Nessuno ha detto che sia innocente» rispose S.I.S.A.

«Il nome te lo danno prima che tu possa protestare. Poi arrivano i soprannomi. Alcuni fanno bene, altri sono condanne che si sono travestite da scherzo. Infine ci pensano le definizioni: quello difficile, quella strana, il genio, la delusione. Se te le ripetono abbastanza, finisci per voltarti.»

Si toccò la chioma afro, come per controllare che fosse ancora al suo posto.

«Io pensavo per immagini. Lo diceva anche mio nonno, Barlo Sestosguardo. Nei quaderni mettevo frecce, lune, finestre e figure nei margini; a scuola spesso le chiamavano distrazioni. Magari lo erano, qualche volta. Però certe lezioni le ho capite soltanto dopo averle viste nella testa. Se il tuo modo di capire non somiglia a quello previsto, rischi che il metodo diventi il tuo soprannome.»

«Disattento» disse S.I.S.A.

«Ecco. Una parola comodissima. Sta bene su tutto e non deve spiegare niente.»

«O a non rispondere più» disse Sophie.

«Esatto. Puoi combattere la definizione, abitarla o provare a sparire. Di solito facciamo tutte e tre le cose, a giorni alterni. Il registro apprezza la coerenza meno delle persone.»

S.I.S.A. accettò l’ironia senza difendersi.

«Il nome proprio non garantisce il riconoscimento» disse. «Può essere usato come un codice.»

«Però può aprire una domanda» replicò Giordano. «Se pronunci il mio nome sapendo già chi sono, stai parlando con te stesso. Se ammetti che potrei sorprenderti, allora vale la pena rispondere.»

Per me l’appartenenza cominciava lì. Nessuna comunità ci comprende fino in fondo, e forse sarebbe insopportabile se ci riuscisse. Ci basta sapere che la prima contraddizione non ci costerà il posto. Possiamo restare anche quando non siamo facili da leggere.

È lo spazio che Omero prova a riaprire. Fuori dall’aula i problemi restano, e il rito non rimargina da solo nessuna ferita. Almeno, per il tempo dell’Appello, quella ferita non è l’unico nome ammesso. Anche un errore grave resta una parte della persona, non tutta la sua biografia futura.

«Il nome è una responsabilità per chi lo pronuncia» dissi.

«E per chi vi risponde» aggiunse Giordano. «Perché prima o poi devi decidere quali definizioni vuoi continuare a nutrire.»

Sophie lo guardò. «Senza fingere che tutte siano state scelte liberamente.»

«Senza fingere» confermò lui.

Avevano ragione entrambi, e la scomodità stava proprio lì. L’ambiente lascia segni che non abbiamo scelto. Questo non ci rende per sempre incapaci di scegliere. Un educatore deve ricordarsi tutte e due le cose, soprattutto nei giorni in cui una delle due gli offre una spiegazione più semplice.



Quando il Professore risponde

Fino a quel momento avevamo parlato come se l’Appello riguardasse soltanto gli studenti. Chiusi il libro.

«C’è un nome che manca» dissi.

Giordano guardò il posto vuoto.

«Non quello. Il nome del Professore.»

S.I.S.A. raccolse i fogli. «Chi progetta un sistema si mette quasi sempre fuori dal disegno. Omero rischia lo stesso: tratta il proprio metodo come variabile e se stesso come costante.»

«Ma non lo è» disse Sophie.

«No. Entra in classe con bisogni, paure e aspettative. Vuole riuscire. Anche se non racconta nulla di sé, tutto questo è già lì.»

Oda Tao aggiunse: «Chi chiama deve saper rispondere.»

Mi alzai e presi il posto al centro, accanto al libro. In quel momento compresi perché avevo scelto lo sgabello più basso. Non era umiltà. Era un modo elegante per controllare la scena fingendo di occupare meno spazio.

«Prof. Cima Bue» disse Giordano.

Sentii il mio nome attraversare il Giardino.

“Presente” mi parve una risposta da furbo.

«Responsabile» dissi infine.

S.I.S.A. intervenne per prima. «Di che cosa?»

«Di come preparo questa stanza. Delle parole che adopero per descrivere chi impara. E di accorgermi quando un invito sta diventando pressione.»

«Non sei responsabile di ogni esito» disse Sophie.

«Lo so. Posso però rispondere di quello che faccio prima di conoscerlo.»

Il Maestro Oda Tao mi osservava. «E quando il metodo fallisce?»

«Controllo prima il metodo. Di solito è più facile dichiarare fallita la persona.»

Giordano sorrise appena. «Questa potremmo appenderla in certe sale professori. Senza firma, altrimenti diventa una citazione motivazionale e siamo punto e a capo.»

Ridemmo. Le parole troppo serie, se nessuno le disturba, cominciano presto a sentirsi importanti.

Il rapporto tra Omero e i ragazzi prende vita quando il programma del maestro comincia a incepparsi. Lui porta cultura, esperienza e una proposta precisa. Gli studenti portano resistenza, mezze verità, domande che non si lasciano addomesticare. Omero deve chiedersi perché insegna e che cosa stia cercando nelle loro risposte. Resta l’adulto: la reciprocità non richiede di far finta che i ruoli siano uguali.

La relazione cambia entrambi, con responsabilità diverse. Se cambia soltanto lo studente, somiglia a un addestramento. Se l’adulto finge di essere un compagno tra i compagni, lascia vuoto il posto che gli è stato affidato.

«Quali condizioni renderanno replicabile l’Appello?» domandò S.I.S.A. «Una scuola non può dipendere da un singolo docente eccezionale.»

«Il diritto di tacere» disse Sophie.

«La continuità oltre il gesto inaugurale» disse Oda Tao.

«La possibilità di dissentire dal maestro senza perdere il posto» disse Giordano.

Io pensai a cose meno poetiche: ore disponibili, classi non sovraffollate, colleghi con cui discutere, formazione, sostegno psicologico quando serve. Sono queste a decidere se una bella intuizione supera l’anno del maestro carismatico. Una porta aperta da Omero non dovrebbe richiudersi appena Omero se ne va.

«Allora l’Appello non è una tecnica da copiare» dissi. «È un criterio con cui giudicare le tecniche: questo gesto amplia o restringe la possibilità di una persona di essere riconosciuta?»

La luce del mattino raggiunse l’ultima lanterna. Era ancora spenta.


L’ultimo nome

Ci voltammo tutti verso il posto vuoto.

Fino a quel momento avevo rinviato la chiamata. Forse aspettavo il momento adatto. Forse temevo una risposta che non potessi governare.

Inspirai.

«Prince.»

Nessuno rispose.

Una foglia cadde sul sentiero. In lontananza, un uccello provò due note e si fermò. La lanterna rimase buia.

Giordano inspirò come faceva prima di una battuta. Incrociò lo sguardo di Sophie e scelse di non dirla. La corona gli scivolò su un occhio; la rimise a posto senza produrre un suono. Per lui era già una forma avanzata di disciplina.

Passò un tempo scomodo. A un certo punto nessuno ebbe più voglia di riempirlo.

Poi Prince, il gatto grigio, comparve sotto l’arco vegetale. Avanzò senza fretta, annusò la pietra, ci osservò uno alla volta e occupò il posto vuoto. Non cercò la mia approvazione. Era lì, e pareva bastargli.

Si avvicinò al centro e posò una zampa sulla copertina del libro.

La sesta lanterna non si accese. La luce delle altre cinque attraversò però lo stagno e raggiunse il vetro scuro. Il riflesso la colmò dall’esterno.

Il Maestro Oda Tao parlò senza staccare gli occhi dall’acqua.

«Non tutto ciò che tace è assente.»

Nessuno aggiunse altro. Per una volta resistemmo alla tentazione di spiegare Prince a Prince. Anche gli educatori dovrebbero imparare a lasciare in pace un gesto, ogni tanto.

Mi inginocchiai accanto al libro. Non accarezzai Prince; aspettai. Fu lui, dopo un momento, ad avvicinare il muso alla mia spalla.

Se lo avessi toccato subito, la scena sarebbe sembrata quasi identica. Non lo era.


La domanda che resta

Il sole aveva ormai superato le siepi. Le lanterne sembravano oggetti comuni, eppure nessuno di noi era tornato esattamente al punto di partenza.

I fogli di S.I.S.A. erano impilati male. Sophie aveva lasciato il libro al centro. La foglia di Oda Tao galleggiava ancora; Giordano, senza farsi vedere, aveva raccolto i sassi che aveva lanciato. Prince aveva risposto a modo suo.

Io avevo chiamato tutti. Poi era toccato a me.

Ripresi il libro. D’Avenia non consegna alla scuola una formula pronta. Lascia soprattutto una domanda scomoda: quante persone risultano presenti perché hanno risposto al momento giusto, mentre nessuno sa davvero come stiano? E quante chiamiamo assenti soltanto perché non si presentano nella forma che avevamo previsto?

La scuola deve continuare a domandare «sei qui?». Contano la frequenza, lo studio, le regole, la continuità. Il romanzo le chiede di rivolgere una domanda anche a se stessa: Che cosa devo imparare per riconoscerti?

Capire tutto sarebbe una promessa falsa. Si può però smettere di scambiare una parte per l’intero, un voto per una biografia, una difesa per un carattere. La scuola deve verificare il lavoro svolto e sa anche dire dei no; non per questo può credere di avere esaurito la persona che ha davanti.

Chiusi il cancello del Giardino per ultimo. Dall’altra parte, Prince era rimasto vicino allo stagno. La sua lanterna continuava a ricevere la luce delle altre. Quel mattino capii che un Appello racconta anche chi lo conduce: quanto sa aspettare, quali risposte considera valide, quanta libertà lascia alla voce che ha chiamato.

Io sono Cima Bue, il Professore di Aetheria. Da oggi so che questa parola non mi colloca davanti ai nomi: mi rende responsabile del modo in cui li pronuncio.


Epilogo

Quando gli altri se ne furono andati, rimasi nel Giardino con il libro sulle ginocchia. Non avevo voglia di mettergli un voto, né di estrarne una sentenza. I libri che resistono non chiedono questo. Ti restano accanto; a volte ti contraddicono per giorni, finché una loro domanda si presenta nel momento in cui non l’avevi chiamata.

L’appello mi ha lasciato proprio una domanda sul gesto più abitudinario della scuola. Chiamare un nome può voler dire controllare una presenza. Può anche voler dire assumersi il compito di cercare chi risponde. Tra le due cose c’è una distanza enorme, e il romanzo di D’Avenia sceglie di abitarla senza farla sparire.

Omero Romeo è un maestro; Alessandro D’Avenia, nel modo in cui racconta la scuola, cerca il significato profondo di quella parola. Non l’adulto che possiede la vita degli altri, né quello che si mette al centro della loro ferita, ma chi conosce la responsabilità della propria voce. Un maestro non strappa un racconto. Prepara un luogo, attende, ascolta; e sa che l’altro può rispondere, rimandare o tacere.

Da Prof, non posso leggere questa storia senza sentire il peso delle sue domande. La scuola ha registri, programmi, orari, prove. Deve averli. Ma quando quei dispositivi diventano l’unico modo di guardare, finiscono per vedere soltanto ciò che sanno già contare. Un ragazzo può essere puntuale e lontanissimo. Può essere in ritardo e portare in classe una battaglia che noi non abbiamo ancora immaginato.

Questo non autorizza la scuola a invadere la vita di chi la attraversa. Mi porto dietro anche questa cautela. Un’educazione degna di questo nome non confonde l’ascolto con il diritto di sapere tutto. Non trasforma una classe in un tribunale di confessioni. Lascia spazio alla parola e protegge il silenzio; offre più di una porta, perché non tutti possono o vogliono varcare la stessa.

E poi c’è il limite che riconosco come mio. Nessun Professore, per quanto presente, basta da solo. Non basta una mattina intensa, non basta una frase trovata al momento opportuno, non basta nemmeno la buona volontà. Servono colleghi, tempo, competenze, classi nelle quali si possa respirare, adulti disposti a non lasciarsi soli. Il maestro evocato da D’Avenia non è una statua da attendere: è una responsabilità da distribuire.

Per questo non porto via da L’appello una ricetta. Porto via un’attenzione. La prossima volta che aprirò un registro, proverò a ricordare che il nome che pronuncio non mi consegna una persona: me la affida per un tratto di strada. E che, prima di chiedere a qualcuno «sei presente?», devo essere capace di chiedermi se io, per lui o per lei, lo sono stato davvero.

Con stima e gratitudine


Oltre il racconto

Approfondimenti, informazioni editoriali e indicazioni per proseguire l’Incontro

La collocazione nell’universo di Mentalità Amplificata

Il Sentiero de L’appello

Emblema generale dei Sei Sentieri di Mentalità Amplificata

Sei direzioni formano un unico paesaggio. L’appello percorre soprattutto il sentiero della scuola e dell’educazione, lasciando una risonanza profonda nelle Virtù Guidanti.

  1. Alimentazione
    Consapevole
  2. Abitudini
    Rigenerative
  3. Respiro
    Vitale
  4. Virtù
    Guidanti
  5. Corpo in
    Armonia
  6. Orizzonti
    Educativi

Sentiero principale: Orizzonti Educativi.
Risonanza: Virtù Guidanti.

Tra i Sei Sentieri di Mentalità Amplificata, L’appello trova la sua collocazione principale negli Orizzonti Educativi. La scuola non fa da fondale alle vite dei ragazzi: produce parole, aspettative, gerarchie; può aprire una strada o chiuderla prima ancora che uno studente riesca a percorrerla. Nel romanzo di Alessandro D’Avenia, Omero Romeo trasforma l’Appello in un gesto di attenzione: chiamare un nome non serve più soltanto a verificare una presenza, ma diventa una domanda rivolta a chi è seduto davanti a lui.

La risonanza con le Virtù Guidanti nasce dalla presenza, dal coraggio, dalla cura e dalla responsabilità richieste a Omero e ai suoi ragazzi. Il libro non offre una formula per la scuola: lascia piuttosto un’attenzione. Chi insegna non può ridurre una persona a un voto, a un’etichetta o a una reputazione ricevuta; deve imparare a riconoscere ciò che ancora non conosce. È qui che l’Appello diventa un gesto educativo: non chiede soltanto «sei qui?», ma domanda anche all’adulto «che cosa devo imparare per riconoscerti?».


Il libro in sintesi

Scheda editoriale

L’appello

Titolo
L’appello
Autore
Alessandro D’Avenia
Editore
Mondadori
Collana
Scrittori italiani e stranieri
Data di pubblicazione
3 novembre 2020
Pagine
348
Formato
Cartonato
ISBN cartaceo
978-88-04-73424-6
ISBN ebook
978-88-357-0575-8
Genere
Romanzo contemporaneo; narrativa di formazione e scolastica
Temi principali
Scuola, adolescenza, educazione, ascolto, fragilità, identità, appartenenza, responsabilità degli adulti, relazione tra maestro e studenti
Lingua
Italiano

La persona dietro le pagine

Nota sull’autore

Alessandro D’Avenia

Scrittore, sceneggiatore e insegnante

Alessandro D’Avenia è nato a Palermo il 2 maggio 1977. Dopo il liceo classico si è laureato in Lettere classiche all’Università La Sapienza di Roma nel 2000 e ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università di Siena nel 2004. La formazione umanistica, lo studio del mondo antico e l’esperienza di insegnante hanno segnato in modo profondo il suo modo di raccontare adolescenti, adulti e legami educativi.

Ha esordito nel 2010 con Bianca come il latte, rossa come il sangue, romanzo tradotto in numerosi Paesi e diventato anche un film, alla cui sceneggiatura ha collaborato. Tra le opere successive figurano Cose che nessuno sa, Ciò che inferno non è, L’arte di essere fragili, Ogni storia è una storia d’amore e Resisti, cuore.

Nei suoi libri la narrazione incontra spesso le domande della scuola: che cosa significa crescere, quale responsabilità possiedono gli adulti, come si può accompagnare un ragazzo senza occupare la sua vita. L’insegnamento non resta sullo sfondo, ma diventa uno spazio concreto fatto di attese, errori, linguaggio, regole e possibilità di incontro.

Con L’appello, pubblicato nel 2020, D’Avenia porta queste domande dentro una classe. Al centro non mette soltanto il maestro Omero Romeo e i suoi studenti, ma il peso di ogni nome pronunciato in un’aula. Il romanzo chiede alla scuola di non fermarsi alla presenza registrata e di domandarsi, con maggiore attenzione, chi sia davvero la persona chiamata.


Una soglia prima della lettura

Prima di incontrare L’appello

Otto domande sul romanzo di Alessandro D’Avenia per entrare nella sua classe senza anticipare le storie e il loro approdo.

  1. Qual è la premessa del romanzo?

    Omero Romeo, maestro di scienze rimasto cieco, torna a insegnare. Gli viene affidata una quinta liceo di dieci studenti che la scuola considera ormai difficili da raggiungere. Omero cambia il rito dell’Appello: a ogni nome lascia seguire qualcosa che lo studente desidera portare di sé. Da questa scelta nasce il confronto con i ragazzi e con l’idea stessa di scuola.

  2. Chi è Omero Romeo?

    È un maestro che, dopo la perdita della vista, deve capire se il suo mestiere sia ancora possibile. In classe impara ad affidarsi alle voci, alle pause, ai passi e a quei particolari che prima potevano sfuggirgli. Non porta soltanto risposte: entra in aula con domande proprie, con una proposta educativa e con il bisogno di capire che cosa significhi davvero accompagnare qualcuno.

  3. Che cosa significa il nuovo Appello?

    L’Appello tradizionale verifica chi sia al banco. Quello di Omero prova a chiedersi chi vi sia seduto. Il nome non cancella la reputazione che precede uno studente, ma gli lascia uno spazio per aggiungere qualcosa alla versione che gli altri hanno già costruito di lui. È un gesto di attenzione che diventa importante soltanto se resta un invito e non pretende una confessione.

  4. Quale ruolo ha la cecità nel romanzo?

    È prima di tutto una condizione concreta, che costringe Omero a cambiare abitudini e modo di insegnare. Diventa anche l’immagine di una domanda più ampia: come può un maestro senza vista accorgersi di ragazzi che una scuola piena di occhi ha smesso di vedere? Il suo ascolto non lo rende infallibile, ma lo obbliga a rinunciare a molte interpretazioni immediate.

  5. Perché la coralità è così importante?

    “Classe difficile” è un’etichetta al singolare applicata a dieci persone. Il romanzo la rompe attraverso voci diverse, ciascuna con il proprio modo di difendersi, cercare appartenenza o sottrarsi allo sguardo altrui. La classe non è lo sfondo dell’impresa di Omero: è una comunità in cui ogni racconto modifica anche chi ascolta.

  6. Quale idea di scuola attraversa L’appello?

    Una scuola in cui conoscenza e relazione non si escludono. Restano programmi, regole, verifiche e voti, ma nessuno di questi strumenti può raccontare l’intera persona. D’Avenia mette in discussione le aspettative basse e le definizioni ripetute troppo a lungo: quando uno studente viene considerato soltanto attraverso una sua parte, il rischio è smettere di vedere tutto il resto.

  7. Quali attenzioni chiede il metodo di Omero?

    Chiede prima di tutto di proteggere la libertà di tacere. Ascoltare uno studente non significa avere diritto alla sua storia, né trasformare la classe in un luogo di confessione obbligata. Il romanzo non offre una ricetta scolastica: porta in primo piano l’attenzione del maestro, ma ricorda anche quanto siano necessari tempo, colleghi, competenze e continuità.

  8. Perché questo libro incontra Mentalità Amplificata?

    Perché la scuola è uno dei luoghi in cui impariamo a guardarci attraverso le parole degli altri. Qui riceviamo nomi, misure e previsioni. L’appello chiede che cosa serva per riconoscere una persona senza inventarla al posto suo. Per questo il libro percorre soprattutto gli Orizzonti Educativi, con una risonanza nelle Virtù Guidanti: presenza, coraggio, cura e responsabilità.