Abisso

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Abisso — viaggio ai margini del buio (e ritorno)

Racconto/recensione di Giordano – lo Gnomo Aureo


Non è una guida turistica dell’oscurità. È il taccuino stropicciato di chi ci si è avvicinato troppo con la torcia scarica e una curiosità più grande del buon senso. Ho letto Abisso di JiokE (Giovanni Dell’Oro – Edizioni BD), in tre notti in cui il sonno è passato a salutare e poi ha deciso che aveva fretta. Dodici racconti, dodici cadute verticali senza rete. Nessun fantasma che svolazza, nessun demone con la clausola “soddisfatti o rimborsati”. L’orrore qui è fatto di persone. E questo – ve lo confesso – è proprio ciò che fa più paura.

Quando ho chiuso l’ultima pagina, il silenzio sembrava avere spine. Così ho fatto l’unica cosa sensata: ho preso lo zainetto, due matite, il mio quaderno quadrettato e sono andato dal Maestro Samurai Oda Tao, nella Valle del Respiro Antico. Un luogo che non troverete sulle mappe, ma che tutti, prima o poi, attraversiamo quando decidiamo di fermarci davvero. Lì, dicono, gli alberi respirano insieme a chi li ascolta. Le rocce custodiscono storie che pesano come il tempo. E il vento – se gli lasci spazio – porta risposte a chi sa aspettare senza affrettare.

Questa è la cronaca di quel viaggio. Con dentro Abisso.


Il sentiero non comincia mai dove pensi. Io, per sicurezza, ho iniziato dalla locanda del paese.

“Un tè, grazie. Quello che sa di pineta e pazienza.” 

L’oste mi ha guardato come si guarda un cappello parlante, poi ha annuito:

“Gente strana oggi”

Ho sorriso con modestia professionale: fa parte del fascino da gnomo aureo.

La strada, poi, si è fatta larga come un respiro profondo. Il bosco è entrato piano, senza bussare. Ogni passo era un pennello su tela ruvida: odore di terra bagnata, frusci di foglie, una cicala con la carriera da soprano. E in testa, ancora, i racconti. Figure dritte come chiodi, stanze senza finestre, parole dette a metà e taciute per intero. Ho capito perché Abisso lavora sottopelle: non ti urla addosso, ti bisbiglia. E tu, per capirlo, devi avvicinarti. Troppo.

Arrivato alla radura della Valle, l’aria era una coperta fresca. Gli alberi, giuro, respiravano. Un ritmo lento, di quelli che guariscono le colonne sonore interiori stonate. E lì, seduto su una pietra che sembrava scolpita dal tempo per quel solo gesto, c’era il Maestro Oda Tao.

Non leggendo, non scrivendo. Stando.

Mi avvicinai con la discrezione di chi sa che davanti ha un maestro, e pure Samurai. Mi tolsi il cappello (sì, per incontri importanti lo indosso: piuma di ghiandaia, non giudicate) e feci un inchino.

“Maestro Oda Tao,” 

dissi,

“ho letto un libro che mi ha tolto il sonno e mi ha restituito domande. Posso disturbarLa?”

Lui mi guardò come si guarda il vento: senza trattenerlo.

“Parla, giovane gnomo,” 

disse.

“Una domanda che bussa è già mezza ospite.”
“È un’antologia di racconti,” 

cominciai,

“ma non ci sono mostri. Almeno, non quelli che conosciamo. Ci sono persone. E fanno cose che… non so se voglio scrivere la parola che mi viene.”
“Dilla piano, allora,” 

rispose Oda Tao.

“Le parole pronunciate a bassa voce spesso pesano di più.”
“Male,” 

sussurrai.

“Fanno male. Eppure nessuno le spinge da fuori; è come se il male fosse di casa.”

Oda Tao socchiuse gli occhi.

“Il male che ci spaventa di più,” 

disse,

“è quello che non ha maschera. Quando non possiamo accusare un demone, restiamo soli con la nostra responsabilità. L’oscurità non è un visitatore: è il retro della nostra stanza. Lo vediamo solo quando spegniamo.”
“E come si fa a restare nella stanza senza scappare?”
“Si respira. Si nomina ciò che vive tra le ombre, senza decorarlo né giustificarlo. Si smette di chiedere al buio di essere altro: il buio non deve assomigliare alla luce. Va guardato. Questo è il primo dovere di chi cammina.”

Annotai tutto con la foga di uno scoiattolo che fa scorta.

“In Abisso non ci sono spiegazioni,” 

aggiunsi.

“Niente moraline, zero didascalie salvifiche. Finali secchi che ti lasciano con il fiato che inciampa. È come se l’autore dicesse: ‘Ora tocca a te’.”
“È un atto di fiducia nel lettore,” 

rispose il Maestro.

“La storia non è un piatto da finire: è un seme. Alcuni cercano una mano che imbocchi; altri preferiscono il digiuno alla verità cucinata. Chi scrive non deve consolare. Deve aprire.”
“E allora,” 

chiesi,

“perché fa così male? Io ho chiuso il libro e mi è sembrato di sentire il pavimento muoversi.”
“Perché ti ha tolto la scorza. Ti sei accorto che anche senza fantasmi, il mondo può essere terribile. È un sapere che non si dimentica.”

Mi sedetti a un passo dal Maestro, non troppo vicino – per rispetto – e lasciai che le parole mettessero radici.

Parlai dell’infanzia che qui non è un giardino, ma a volte una stanza con i vetri opachi. Parlai di famiglie come altalene senza catene, di corridoi di scuola dove girano frasi che rompono più delle gomitate, di solitudini lunghe quanto un inverno senza stufa. Parlai soprattutto degli sguardi: in Abisso lo sguardo è una lama affilata o una benda stretta. C’è chi vede troppo e chi sceglie di non vedere. In entrambi i casi, qualcuno sanguina.

Graficamente, il bianco e nero è una dichiarazione d’intenti. Il nero non è un buco: è materia. Il bianco non è innocenza: è spazio esposto. I volti si muovono tra linee che sembrano pensate col coltello. Non c’è compiacimento visivo nella violenza, nessuna spettacolarizzazione gratuita: la violenza – quando arriva – è fredda, a volte suggerita, spesso inevitabile. Il risultato? Il lettore collabora. Deve riempire i vuoti, cucirsi addosso le ellissi, accettare che non tutto merita una spiegazione con il nastro regalo.

“Maestro,” 

dissi,

“mi sembra un orologio senza lancette: lo senti ticchettare, eppure non ti dice che ore sono. Ti costringe a guardare il cielo.”
“È uno specchio nelle notti senza luna,” rispose lui. “Vedi solo una sagoma. Se vuoi i dettagli, devi avvicinarti. E avvicinarsi, nel buio, è un esercizio per pochi.”

“Posso confessare un pensiero poco elegante?” 

chiesi.

“Confessa piano. Il bosco ascolta e non giudica.”
“Una parte di me vorrebbe dire: ‘Sono mostri’. Così sarei a posto: io di qua, loro di là. Però Abisso non me lo concede. Mi costringe a riconoscere che quelle scelte – terribili – nascono da crepe. E le crepe, Maestro, io le ho viste anche a casa mia, nelle mie giornate normali.”

Il Maestro Oda Tao lasciò un lungo respiro cadere in terra come un seme.

“La parola mostro è comoda come una coperta corta: ti scalda i piedi e ti lascia scoperta la testa. Se chiami mostro ciò che temi, ti concedi il lusso di non somigliargli. Ma l’orrore più inquietante è quello che ti assomiglia. Non perché tu sia uguale, ma perché condividi il materiale di cui è fatto: stanchezza, desiderio, frustrazione, bisogno di essere visto, ignoranza dell’altro. Il male non cresce in serre esotiche. Cresce nelle stanze di casa.”
“E allora,” 

domandai,

“che ce ne facciamo di questa consapevolezza? C’è il rischio di giustificare tutto.”
“Capire non è perdonare. È vedere. La giustizia chiede verità, non alibi. Ma senza vedere, la giustizia diventa vendetta con la parrucca.”

Mi massaggiai la fronte.

“Quindi Abisso non è un catalogo di mostruosità, ma un invito scomodo a guardare dentro le nostre soglie.”
“È una lanterna messa sul pavimento,” 

assentì.

“Se ti chini, rischi di bruciarti i capelli; se la ignori, inciampi al buio. Scegliere è parte del cammino.”

La grafite di Abisso non accarezza, incide. C’è un gusto per la sottrazione che lascia spazio al non detto. Ho amato il modo in cui i silenzî costruiscono le stanze: un corridoio con la luce che non arriva in fondo, una finestra che affaccia su un cielo senza coordinate, una mano appoggiata al tavolo che non sa se stringere o lasciare.

I volti: spesso non sono maschere, ma mappe. Ci leggi sopra strade chiuse, deviazioni, cicatrici geografiche. Il tratto sa essere sottile come un filo d’erba e subito dopo denso come una tempesta. Il montaggio – la regia delle vignette – sceglie spesso il ritmo del battito cardiaco: lento-lento-veloce, stop. E proprio quando pensi di aver compreso lo schema, arriva il taglio a piombo.

“Ti vedo agitare la penna,” 

disse Oda Tao.

“Stai scrivendo per capire o per coprirti gli occhi?”
“Per capire, Maestro. Coprirsi gli occhi con la carta è un’arte perdente.”
“Allora scrivi anche questo: il buio non si doma, si disinnesca con la luce piccola e fedele di ogni giorno.”

Annotai. Due volte.


“Maestro,” 

ripresi,

“io faccio parte di un progetto che si chiama Mentalità Amplificata, di cui anche Lei è parte. Lì cerchiamo di trasformare ciò che leggiamo e viviamo in esperienze che ci aiutino a crescere. Mi chiedo: non è azzardato cercare un ponte tra le ombre di Abisso e la nostra ricerca di consapevolezza?”
“Non è azzardato,” 

disse.

“È naturale. Ogni opera che scava nell’animo umano parla già la lingua della trasformazione. Il buio mette alla prova, ma chi lo attraversa con attenzione può ritrovarvi semi utili al cammino.”

Sorrisi.

“Non pensavo che un fumetto capace di togliermi il sonno potesse avere qualcosa da offrire al mio percorso.”
“A volte,” 

concluse il Maestro,

“la saggezza si presenta sotto forma di inquietudine. Non respingerla. Accoglila come parte del viaggio.”

Se cercate il compitino morale, l’autore non ve lo dà. Fa di più e di meno: affida. Ti mette davanti a scelte che non diventano lezioni; a conseguenze che non chiedono applausi; a responsabilità che – sorpresa – non prevedono didascalie. Questo, a mio parere, è rispetto. Per il lettore, per i personaggi, persino per la realtà da cui prendono linfa.

C’è un rischio: confondere la neutralità narrativa con l’indifferenza. Non accade. Sotto il tratto essenziale, io ho sentito pietà. Non la pietà molle che assolve, ma quella dura che non distoglie lo sguardo. In questo, Abisso è un libro coraggioso: non chiede il permesso al tuo comfort.

“Maestro,” 

dissi infine,

“come si torna dalla Valle senza portarsi addosso troppo buio? Io, ad esempio, non ho dormito per tre notti.”
“Si torna con la gratitudine,” 

rispose.

“Non per il buio, ma per la vista. Ringrazia ciò che hai visto e lascialo andare. Il mondo non è salvo perché lo hai guardato; ma tu sei meno cieco.”
“E se il buio torna a bussare alle tre di notte?”
“Apri, offri tè caldo e luce bassa. Poi indica la porta del mattino. La notte accetta più facilmente ciò che non è forzato.”
“Maestro, a volte ho paura.”
“La paura è onesta. Portala nel respiro. Di’ piano: ti vedo. Le paure viste perdono la coda.”

Fece una pausa. Il vento passò, portando odore di sasso e foglie.

“Ricorda,” 

concluse,

“l’abisso non si riempie, si impara a circoscriverlo". Con gesti quotidiani, con parole che non feriscono, con scelte che non tradiscono. La tua arte è una riva: disegnala con cura.”

Poi, come fa a volte, disse quella frase che chiude i portoni e apre i sentieri:

“La mia spada riposa. Il cielo ha parlato.”

Mi inchinai, con il cuore più leggero e la mente che finalmente respirava come gli alberi intorno a noi.


Tornando dalla Valle del Respiro Antico, capii che Abisso non era un semplice fumetto, ma una fenditura nel reale. Non un varco da oltrepassare per dimenticare, ma un confine da riconoscere per vivere meglio. Ogni pagina, con le sue ombre, mi aveva insegnato a guardare senza abbassare lo sguardo, ad accettare che il buio non si elimina: si accompagna.

Scrivere questa recensione è stato come cucire insieme paura e gratitudine. Paura, perché ho toccato le crepe che non volevo vedere. Gratitudine, perché grazie a esse ho riconosciuto che la luce non è altrove, ma dentro la stessa oscurità.

Io, Giordano lo Gnomo Aureo, vi consegno questo racconto come una lanterna. Non illumina tutto, ma forse vi aiuterà a fare un passo nel vostro cammino.

“Chi sa meravigliarsi, ha già cominciato a capire.”

Giordano – lo gnomo aureo

Dati editoriali

  • Titolo: Abisso
  • Autore: JiokE (Giovanni Dell’Oro)
  • Editore: Edizioni BD
  • Anno di pubblicazione: 2025
  • Formato: brossura, bianco e nero, 208 pp.

L’autore

JiokE, pseudonimo di Giovanni Dell’Oro, è un fumettista italiano che ha scelto l’horror psicologico come territorio espressivo. Ha pubblicato opere come PazziaLa casa dei pulcini e Voglio il tuo cuore, fino ad arrivare a Abisso, dove scava nelle crepe dell’animo umano raccontando l’oscurità quotidiana con segno essenziale in bianco e nero. Le sue storie non cercano l’effetto spettacolare, ma la verità inquieta che si nasconde dietro i gesti comuni.


Nota di trasparenza

Questa recensione nasce dalla lettura di una copia omaggio inviata da Edizioni BD. Non si tratta di una collaborazione commerciale: il volume ci è stato donato come strumento di riflessione, e le opinioni espresse restano libere, indipendenti e frutto della nostra esperienza di lettura. Per Mentalità Amplificata ogni libro non è un prodotto da recensire, ma un varco da attraversare insieme: per questo ringraziamo Edizioni BD per la fiducia e per l’opportunità di condividere con la nostra community le pagine di Abisso, un’opera che scava nell’animo umano con il coraggio dei suoi racconti.


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