La città incantata – Un viaggio nell’anima tra il visibile e l’invisibile
Racconto/recensione di Giordano – lo gnomo aureo
Prima di aprire il mio taccuino, permettimi un avviso: se non hai ancora varcato il tunnel che conduce a La città incantata, potresti inciampare in qualche frammento della sua magia rivelata. Io, lo Gnomo Aureo, non svelo per vanità, ma per condividere meraviglia. Prosegui solo se sei pronto a guardare il film con occhi nuovi, anche sapendo dove il vento soffia e dove l’acqua tace.
Mi trovavo lassù, sulla sommità della Collina dei Cappelli a Punta, dove il vento soffia come un flauto di bambù che non smette mai di suonare e la luce del pomeriggio si stende come una carezza sulle tele dei vecchi cappelli. Alcuni sembrano corolle di fiori bagnate di rugiada, altri piccole torce di stoffa che s’accendono al tramonto, diffondendo nell’aria un profumo di lino e memoria. Gli anziani gnomi narrano che ogni cappello custodisce il respiro di chi lo indossò e, se si appoggia l’orecchio alla stoffa, si possono udire risate lontane, passi di danze, sussurri di avventure ormai dimenticate. È un luogo che non appartiene al tempo, ma al ricordo: un archivio di vite vissute che non smettono di respirare.
Siedo sul bordo di un grande albero, le radici intrecciate come dita che mi sostengono. Accanto a me, Prince — il gatto grigio — si accoccola nella quiete. Non parla, ma comunica con il corpo: un battito di coda, una fusa appena accennata, uno sguardo che pesa più di mille parole. È lui a segnare l’inizio della visione: si volta verso l’orizzonte, gli occhi socchiusi come se vedesse proiettarsi nel cielo il film stesso. Lì, sopra la Collina, lo schermo è il firmamento e il cinema diventa rito.

La città incantata di Hayao Miyazaki è una soglia tra sogno e memoria, un varco dove il reale si scioglie nell’immaginazione. Chihiro, dieci anni, attraversa un tunnel con i genitori, convinta di entrare in un vecchio parco abbandonato. Dall’altra parte, però, c’è il mondo degli spiriti. I genitori, abbagliati dall’avidità, si trasformano in maiali; lei resta sola, fragile, impaurita eppure capace di muovere il primo passo verso la metamorfosi. Costretta a lavorare nelle terme di Yubaba per liberarli, perde il suo nome e ne riceve uno nuovo — Sen. Incontra Haku, il ragazzo-drago dal passato smarrito, e No-Face, un’ombra che si nutre dei desideri altrui.
Il vero incantesimo del film non è la trama, ma la trasformazione. Ogni respiro, ogni gesto, ogni pausa di Chihiro è un gradino verso la consapevolezza. Quando trattiene il fiato per attraversare il ponte degli spiriti, compie un atto che nessun adulto osa più tentare: restare in silenzio per ascoltare il mondo. È in quell’attimo che la paura cede il passo al coraggio.
Prince solleva un orecchio e mi guarda. È il suo modo di dire: “Le vere prove non chiedono rumore. Si vincono nel respiro.”
Nel mondo di Yubaba, il lavoro è rito. Chihiro lava, spazza, serve, si piega, si rialza. Ogni gesto ripetuto diventa preghiera. Non è punizione, ma richiamo alla presenza. Kamaji, il vecchio dalla caldaia, le insegna la prima lezione del corpo consapevole: “Il gesto che ripeti diventa ciò che sei.” Nelle terme, il sudore non è sconfitta ma offerta. La bambina scopre che lavorare non significa annullarsi: significa prendersi cura di qualcosa più grande di sé. E così la fatica diventa ritmo, il ritmo diventa identità, e l’identità — finalmente — smette di essere una parola e torna a essere carne. È la stessa musica che sento sulla Collina, quando il vento passa tra i cappelli e ognuno vibra con voce propria: insieme, ma distinto.
Prince si stira, poi si ferma a guardarmi. Le sue pupille strette sono l’immagine del discernimento. Sembra dirmi che la vera crescita non avviene mai nella parola, ma nel gesto che non cerca testimoni.
Yubaba domina togliendo i nomi. Senza nome, nessuno sa più chi è. È un furto dell’anima, una cancellazione dolce e terribile. Chihiro, diventata Sen, impara a riscrivere il proprio nome su un pezzo di carta: un atto minuscolo ma rivoluzionario. In quel gesto c’è la pedagogia dell’identità. Ogni volta che scegliamo di firmarci con un ruolo — “insegnante”, “madre”, “impiegato”, “leader” — e dimentichiamo il nostro nome pieno, un pezzetto di noi si dissolve nel contratto sociale. Chihiro resiste con l’innocenza dei puri. Scrivere il proprio nome è un atto di resistenza poetica, un modo per restare nel proprio centro mentre tutto intorno cambia. È la stessa ribellione che sento quando, sulla Collina, appoggio la mano su un cappello e sento che il mio stesso respiro si intreccia a quello di chi c’è stato prima di me.
Prince, con la coda alta, attraversa i cappelli e si ferma sotto il mio. Mi guarda. Capisco: il suo nome non è mai stato scritto, eppure tutti lo conoscono. È la libertà di chi non deve dimostrare di esistere.
No-Face, l’essere senza volto, è l’eco di un mondo che divora per paura di tacere. Assorbe desideri, restituisce caos. Rappresenta la fame insaziabile che ci abita: quella di conferme, di attenzione, di riconoscimento. Miyazaki lo disegna con un tratto morbido ma inquieto, e in lui si riflette l’intero Occidente contemporaneo, incapace di distinguere il bisogno dall’eccesso. Chihiro non lo sconfigge, non lo giudica: lo attraversa. Lo conduce fuori, nel paesaggio spoglio, e nel farlo lo riconcilia con se stesso. È compassione attiva, non pietà. È la distanza giusta tra empatia e annullamento.
Prince sbadiglia, mostrando i denti con un’eleganza che non appartiene agli umani. È il suo modo di dirmi che anche la fame ha bisogno di un confine. Chi non lo trova, finisce per ingoiare la propria ombra.
Il treno sull’acqua è il respiro silenzioso del film. Le sue carrozze scivolano su un mare di luce. I passeggeri sono ombre che salgono e scendono senza parole, e la musica di Joe Hisaishi accompagna come un respiro che non si interrompe mai. È la scena della sospensione, dell’attesa pura. Il mondo si ferma e il tempo diventa contemplazione. Sulla Collina, anche i cappelli si muovono come passeggeri silenziosi. Le loro punte ondeggiano al passaggio del treno invisibile. Il vento cambia direzione, e per un attimo sembra che tutto — erba, stoffa, anima — respiri all’unisono. Io resto immobile, e in quella quiete trovo la pace che la mente rincorre invano.
Lo Spirito Puzzolente che Chihiro purifica è l’immagine più potente dell’ecologia interiore. L’acqua si libera dalla spazzatura e torna a essere fiume. È la rappresentazione più chiara del mondo che si redime solo quando smettiamo di considerarlo nostro. Il gesto collettivo di tirare la corda insieme a Kamaji e agli altri è una parabola della cooperazione. Tutti contribuiscono, nessuno emerge. È una metafora del lavoro educativo: il bene comune non nasce dalla forza di uno, ma dalla somma delle mani che non vogliono apparire.
Prince si scuote e fa cadere una foglia dal dorso. La guarda rotolare giù per la Collina. Forse vuole ricordarmi che anche il superfluo ha diritto a un’ultima danza prima di scomparire.
Yubaba e Zeniba sono lo stesso volto visto da due specchi diversi. Una impone, l’altra accoglie. Una insegna con la paura, l’altra con la gentilezza. Entrambe servono allo stesso scopo: insegnare il limite. Non si cresce solo nel calore: si cresce anche nel fuoco. Sulla Collina, ogni cappello reagisce al vento in modo diverso. Quelli rigidi resistono, quelli morbidi danzano. Nessuno sbaglia. Sono due strategie della stessa sopravvivenza.
Prince si infila sotto un cappello rosso e lascia fuori solo la coda, come un punto esclamativo. È il suo modo per ricordarmi che anche nella protezione bisogna lasciare aperta una fessura al mondo, altrimenti la sicurezza diventa prigione.
Alla fine, Chihiro attraversa di nuovo il tunnel. Il mondo umano la accoglie identico, ma lei è cambiata. Porta con sé una consapevolezza che non ha bisogno di parole: ha imparato a ricordare chi è, anche quando tutto attorno dimentica. Scendo dall’albero e cammino tra i cappelli che sussurrano di vento e inchiostro. Sfioro la stoffa di uno di loro e sento, dentro, un’eco di musica lontana. È la voce del film che non smette di vibrare. Prince mi segue in silenzio, posa la fronte sulla mia caviglia e resta fermo. È il suo modo per dire che il viaggio è compiuto e che, come Chihiro, anch’io ho imparato qualcosa che non so ancora spiegare.
La città incantata è una soglia dove il visibile si piega all’invisibile, un varco in cui il reale si dissolve nella meraviglia, chiedendoci ogni volta di rinascere. È il respiro di un mondo sospeso tra infanzia e consapevolezza, dove il tempo si scioglie e l’anima si ricompone. Ogni dettaglio è una carezza al visibile, ogni suono un richiamo a ciò che dimentichiamo di ascoltare. Non spiega, non predica: accompagna, come una mano silenziosa che ci conduce oltre la forma verso il senso. È l’arte che educa senza dire, che commuove senza chiedere, che ci restituisce, infine, a noi stessi — più semplici, più veri, e un poco più vivi.
“Chi sa meravigliarsi, ha già cominciato a capire.”
Giordano – lo gnomo aureo

Dati di produzione
Titolo: La città incantata
Titolo originale: Sen to Chihiro no kamikakushi (Spirited Away)
Regia: Hayao Miyazaki
Produzione: Studio Ghibli
Anno di uscita: 2001
Durata: 125 minuti
Nazionalità: Giappone
Musiche: Joe Hisaishi
Formato: Animazione tradizionale, colore
Premi principali: Orso d’Oro al Festival di Berlino 2002 · Oscar come Miglior Film d’Animazione 2003
Il regista
Hayao Miyazaki, fondatore insieme a Isao Takahata dello Studio Ghibli, è uno dei maestri assoluti dell’animazione mondiale. Nato nel 1941 a Tokyo, ha costruito un linguaggio che unisce poesia visiva, filosofia ecologica e riflessione umanistica. Le sue opere — da Il mio vicino Totoro a Principessa Mononoke, da Nausicaä della Valle del vento a Si alza il vento — esplorano la relazione tra uomo e natura, tecnologia e spiritualità, infanzia e crescita. La città incantatarappresenta la sua vetta simbolica: un viaggio iniziatico che trascende i confini dell’età, capace di parlare al bambino e al saggio con la stessa voce limpida e misteriosa.
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