Camminare tra le stelle

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Camminare tra le stelle di Luca Parmitano, con i contributi di Emilio Cozzi (Feltrinelli)

Ci sono libri sullo spazio che invitano a guardare verso l’alto. Camminare tra le stelle fa qualcosa di più interessante: porta lo sguardo nel cielo, poi lo riaccompagna a terra, dentro il corpo, nella formazione, negli errori, nelle procedure ripetute fino a diventare memoria e nel lavoro silenzioso delle persone che rendono possibile un’impresa. Luca Parmitano parte da una delle esperienze più delicate vissute durante una missione spaziale. Non occorre anticipare ciò che accade. Basta sapere che, all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale, una situazione inattesa cambia in pochi istanti il significato delle parole preparazione, paura e controllo. Da lì il libro torna indietro, all’infanzia, alla Sicilia, ai libri, alla fantascienza, ai cartoni animati, alla musica e a quella curiosità che, prima ancora di indicare una professione, insegna a immaginare possibilità. Parmitano non costruisce il ritratto di un bambino predestinato. Il suo percorso appare irregolare, fatto di interessi diversi, errori, incontri, occasioni impreviste e convinzioni da rivedere. Proprio per questo risulta credibile.

Il cuore del libro è la formazione, quella vera, composta da talento e disciplina, successi e insufficienze, correzioni, responsabilità e lavoro collettivo. Parmitano mostra che si può essere preparati e sbagliare, sapere molto e non essere ancora pronti, fallire senza lasciare che il fallimento stabilisca per sempre chi siamo. Anche la paura viene raccontata senza retorica. Il coraggio non coincide con la sua assenza, ma con la capacità di restare presenti quando il corpo reagisce e l’imprevisto restringe lo spazio del pensiero. L’addestramento non elimina il rischio, ma costruisce gesti, controlli e procedure capaci di sostenere la persona nei momenti di maggiore pressione.

La Stazione Spaziale Internazionale appare così per ciò che è davvero: non soltanto un luogo di meraviglia, ma un ambiente estremo nel quale il corpo deve adattarsi, il movimento diventa manutenzione e la scienza nasce dall’osservazione, dall’errore e da domande che non sempre producono subito una risposta utile.

Il tono rimane accessibile anche grazie ai riferimenti alla cultura popolare e agli interventi di Emilio Cozzi, spesso brillanti e capaci di avvicinare temi complessi. In qualche passaggio, però, i richiami si affollano e lasciano meno spazio alle emozioni, mentre alcune parti scientifiche richiedono più attenzione di quanto il ritmo leggero faccia inizialmente immaginare.

Camminare tra le stelle è soprattutto un ottimo libro educativo e divulgativo. Il suo valore sta nel mostrare il lavoro dietro il sogno, il gruppo dietro l’individuo, la fragilità dietro la competenza e la curiosità dietro ogni risultato. La domanda che lascia non riguarda soltanto chi sogna lo spazio: come ci prepariamo a entrare in territori che non possiamo controllare completamente?

Per attraversare una domanda simile serviva un luogo costruito per osservare, misurare e attendere.

Serviva il Circolo Lunare di Aran’Thur.

Gli Antichi Gnomi della Pietra di Selene lo avevano innalzato in una zona elevata di Aetheria, lontana dai sentieri più frequentati. Dodici archi monolitici seguivano le direzioni della notte e le fasi lunari. Le pietre non erano state costruite per stupire, ma per funzionare. La luce le attraversava, disegnando traiettorie che permettevano di riconoscere il tempo, le stagioni e i momenti di movimento o di sosta.

All’interno del Circolo non esistevano sedute. Chi entrava rimaneva in piedi, perché l’osservazione richiedeva pazienza, immobilità e attenzione. Aran’Thur apparteneva alla storia più antica della stirpe di Giordano, lo Gnomo Aureo.

Questa volta sarebbe stato lui a portarci lì.

Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.



La prima volta che lessi il nome di Daitarn III nel libro di Luca Parmitano, chiusi il volume, non perché fossi stanco e nemmeno perché non sapessi chi fosse. Conoscevo Daitarn III, Banjo Haran, la Mach Patrol e quel modo di entrare in scena che faceva sembrare perfino il Sole parte dell’equipaggiamento.

Chiusi il libro perché avevo bisogno di guardare la copertina un’altra volta.

Luca Parmitano, astronauta, comandante della Stazione Spaziale Internazionale, primo italiano ad aver camminato nello spazio e, da bambino, spettatore di robot giganti. Mi sembrò una notizia importante, non dal punto di vista scientifico, naturalmente, perché S.I.S.A. avrebbe avuto parecchio da ridire sul valore statistico della scoperta, ma per me significava che un bambino poteva trascorrere del tempo davanti a una storia impossibile senza che quelle ore fossero necessariamente tempo perso.

Sulla piccola scrivania della mia stanza, scavata sottoterra ai piedi di una grande quercia, tra radici che affioravano dalle pareti e mensole ricavate negli angoli più asciutti, tenevo una figura di Jeeg Robot, vecchia, scolorita e priva di una mano, persa durante un incidente che preferisco non ricostruire, perché coinvolgeva una coperta usata come mantello, una mensola troppo alta e una mia interpretazione molto libera del concetto di volo.

La presi tra le dita.

«Hai sentito?» gli dissi. «Uno che guardava Daitarn III è finito nello spazio.»

Jeeg non rispose, ed era una delle sue qualità migliori. Lo posai accanto al libro e continuai a leggere.

Poco dopo arrivò Star Wars e, a quel punto, mi alzai. Feci due giri intorno alla sedia, inciampai nel bordo del tappeto e riuscii a non cadere aggrappandomi al tavolo, il tavolo perse una matita, io persi parte della dignità, Jeeg rimase in piedi.

«Questo incontro va convocato» dissi.

Avevo appena cominciato il libro ed era già una decisione prematura, però alcune letture non aspettano che tu le abbia finite prima di iniziare a muovere qualcosa.



Il mattino successivo raggiunsi la Biblioteca delle Radici Luminose e affidai la richiesta ai suoi misteriosi Custodi, presenze discrete che raramente si mostravano per intero e che, tuttavia, riuscivano sempre a trovare anche i volumi che sembravano non esistere. Ordinai cinque copie di Camminare tra le stelle: una per Cima Bue, una per Sophie, una per il Maestro Samurai Oda Tao, una in formato digitale per S.I.S.A., la nostra IA, e l’ultima per Prince, il gatto grigio, anche se sapevo che avrebbe interpretato il concetto di lettura secondo criteri molto personali.

Conservai la mia. Non volevo limitarmi a dire agli altri di leggere il libro, volevo essere certo che arrivasse nelle loro mani, o nelle loro zampe, prima che io trovassi il modo di spiegare perché.

Cominciai dal Prof Cima Bue.

Lo trovai al Rifugio, seduto davanti al grande tavolo di legno, mentre scriveva su un quaderno circondato da fogli che sembravano disordinati, ma che lui, almeno in teoria, sapeva riconoscere. Aspettai che si allontanasse per prendere un caffè, posai il libro sopra il quaderno, poi mi sembrò troppo anonimo, quindi lo sollevai, aggiunsi un biglietto e lo rimisi nello stesso punto.

Sul biglietto avevo scritto: Prof Cima Bue, legga questo libro senza cercare subito che cosa può insegnare ai suoi alunni.

Rimasi a guardare la frase, era un po’ provocatoria, così aggiunsi sotto: Almeno per le prime venti pagine.

Mi sembrò più ragionevole.

Quando il Prof tornò, cercò il quaderno per qualche secondo, perché il libro lo copriva quasi interamente.

«Giordano.»

«Prof Cima Bue.»

«Hai messo qualcosa sopra i miei appunti.»

«È un libro.»

«Me n’ero accorto.»

Lo prese, lesse il titolo, poi trovò il biglietto.

«Perché non dovrei pensare agli alunni?»

«Perché Lei lo fa troppo presto, a volte una storia non ha ancora finito di parlare e Lei ha già preparato una lezione.»

Il Prof mi guardò e io mi accorsi di averlo detto con più serietà del previsto.

«È una critica?» chiese.

«Un’osservazione affettuosa con rischio disciplinare.»

Sorrise appena.

«Lo leggerò.»

«Fino alla fine?»

«Di solito funziona così.»

«Con certi libri non è scontato.»

«Questo merita?»

Guardai la copertina.

«Non lo so ancora, però ha già fatto incontrare un astronauta, Daitarn III e me, ed è una combinazione difficile da ignorare.»

Cima Bue sollevò un sopracciglio.

«Tu e Parmitano avete molto in comune?»

«Entrambi abbiamo osservato robot giganti durante l’infanzia.»

«Poi le strade si sono separate.»

«Per ora.»

Presi la distanza necessaria prima che potesse rispondere.


Sophie ricevette il libro insieme a una pietra. Non era mia intenzione consegnarle una pietra terrestre spacciandola per frammento lunare, volevo soltanto accompagnare il volume con qualcosa che ricordasse il cielo. Scelsi un pezzo di quarzo chiaro trovato vicino alla Collina dei Cappelli a Punta, lo avvolsi in un panno blu e lo sistemai sopra la copertina.

Sophie aprì il pacchetto davanti a me, prese la pietra e la osservò.

«Quarzo.»

«Potrebbe essere quarzo lunare.»

«Non lo è.»

«Come può esserne certa così in fretta?»

«Perché lo hai raccolto ieri vicino alla Collina, ti ho visto.»

Non avevo previsto la presenza di testimoni.

«Allora è un simbolo.»

«Di cosa?»

«Del fatto che, per guardare lontano, bisogna cominciare da ciò che si ha vicino.»

Sophie continuò a osservare il quarzo.

«Questa spiegazione l’hai pensata adesso.»

«Le spiegazioni migliori arrivano spesso dopo l’errore.»

Lei sorrise e prese il libro.

«Perché lo hai scelto per il team?»

«Perché parla dello spazio senza dimenticare il corpo.»

Sophie cambiò espressione, non molto, ma abbastanza da farmi capire che avevo trovato la porta giusta.

«Allora lo leggerò.»

«C’è parecchio materiale per Lei, muscoli, ossa, fluidi, allenamento, sonno, adattamento…»

«Giordano.»

«Sì?»

«Non raccontarmelo prima che lo legga.»

«Giusto.»

Mi allontanai di due passi, poi tornai indietro.

«Però c’è una cosa sulle uova strapazzate che…»

Sophie alzò una mano.

«Vai.»

Andai.


Per il Maestro Samurai Oda Tao preparai una consegna più rispettosa. Avevo pensato di portargli il volume personalmente, ma non volevo trovarmi davanti a lui e dire qualcosa di inadeguato sullo spazio, perché con il Maestro succede spesso: prepari una frase semplice, poi lui ti guarda e la frase si accorge di avere dei difetti. Lasciai il libro su una pietra piatta all’ingresso della Valle del Respiro Antico, accanto misi una foglia di acero e un biglietto.

Scrissi: Nel libro compare un piccolo maestro molto saggio.

Poi cancellai piccolo, perché non volevo che il Maestro Oda Tao pensasse che mi riferissi a lui.

Scrissi: Nel libro compare un maestro dalla sintassi particolare.

Cancellai anche quello.

Alla fine lasciai soltanto: Credo che alcune pagine Le sembreranno familiari.

Quando tornai, il libro non c’era più, la foglia era rimasta e, sopra, era appoggiato un segnalibro verde, ritagliato nella forma di due orecchie lunghe. Lo presi, lo guardai da un lato, poi dall’altro. Non aveva scritte, e non servivano.

«Interessante» mormorai.

Conservai il segnalibro, più tardi avrei scoperto che non era stato lasciato per me.



A S.I.S.A. inviai il file digitale attraverso il Santuario delle Connessioni, inserendolo in una cartella intitolata: Lettura libera, spontanea e priva di scadenze.

Poi impostai una notifica automatica dopo quattro giorni. La risposta arrivò quasi immediatamente.

«Hai definito la lettura priva di scadenze e programmato un promemoria.»

«Il promemoria non è una scadenza.»

«È impostato come “termine ultimo”.»

«Una sfumatura tecnica.»

«Una contraddizione.»

«Volevo che il libro fosse letto con libertà, ma anche in tempo per l’incontro.»

«L’incontro non è stato ancora programmato.»

«Lo sarà.»

«Quando?»

«Quando la Luna attraverserà il settimo arco di Aran’Thur.»

«Data e ora?»

«Sono contenute nel movimento della Luna.»

«Preferirei un formato standard.»

«Questa è una convocazione gnomica.»

«Questo non la rende più chiara.»

«La rende più antica.»

Ci fu una pausa.

«Procederò con la lettura» disse.

«Contestuale?»

«Integrale.»

Non glielo dissi, ma mi fece piacere.


Prince, il gatto grigio, ricevette la propria copia sul cuscino davanti alla finestra del Rifugio, la sistemai con il titolo rivolto verso l’alto e una striscia di stoffa come segnalibro, poi tornai dopo mezz’ora. Prince dormiva sopra il volume e la striscia di stoffa era finita sul pavimento. Provai a far scivolare il libro fuori da sotto il suo corpo, Prince non aprì gli occhi, mosse soltanto la coda, una volta.

Ritirai la mano.

«Va bene, assorbimento per contatto.»

Il gatto cominciò a fare le fusa, non capii se fosse approvazione o possesso, nel dubbio lo considerai un lettore.


Dentro ogni copia avevo lasciato lo stesso invito: Leggete fino all’ultima pagina. Quando la Luna attraverserà il settimo arco, raggiungetemi al Circolo Lunare di Aran’Thur. Portate con voi ciò che il libro vi ha lasciato, non ciò che pensate di dover dire.

Mi sembrava un invito riuscito, sobrio, misterioso, profondo senza diventare incomprensibile. Dimenticai l’ora e dimenticai anche di indicare da quale lato del Circolo si contassero gli archi. Me ne accorsi il giorno successivo. Considerai l’idea di inviare un secondo messaggio, poi pensai che sarebbe stato poco elegante, ne preparai un altro, più chiaro, ma mi sembrò troppo pratico, così alla fine non inviai nulla.

Questa scelta non nacque da fiducia nel gruppo, nacque dall’imbarazzo, ma a volte le due cose producono lo stesso risultato.


Nei giorni successivi continuai a leggere. Le pagine dedicate all’infanzia di Parmitano mi riportavano continuamente al piccolo Jeeg sulla mia scrivania. Luca aveva avuto Star Wars, Daitarn III, Star Trek, le storie d’avventura, la musica, i libri e la curiosità per ciò che si trovava oltre il confine visibile, io avevo Jeeg Robot, i fumetti, le animazioni e una quantità di mondi disegnati che molti adulti considerano un passaggio da superare. Non avevo mai pensato che guardare un robot potesse preparare qualcuno alla realtà, preparare non nel senso di insegnargli a pilotare un veicolo, calcolare un’orbita o sopravvivere alla microgravità, ma prepararlo a concepire qualcosa che ancora non esiste nella propria vita. Le storie non avevano fatto di Parmitano un astronauta, sarebbe stato troppo semplice, però avevano tenuto aperta una zona della mente nella quale il cielo non era soltanto un tetto.

Questa idea mi toccava da vicino.

Nel team, io ero quello dei fumetti, delle immagini, delle battute e delle cose che sembrano leggere finché non cominciano a restare addosso. Cima Bue portava l’educazione e lo sport, Sophie la scienza e la cura, S.I.S.A. i dati, le connessioni e la precisione, Il Maestro Samurai Oda Tao il silenzio di chi non ha bisogno di riempire ogni spazio.

Io portavo la meraviglia.

Mi era sempre piaciuto pensarlo, eppure, qualche volta, mi chiedevo se gli altri vedessero anche ciò che c’era dietro, se riuscissero a scorgere la parte di me che osservava, collegava e custodiva, oppure se, nel momento in cui una situazione fosse diventata davvero seria, avrebbero continuato a ricordare soprattutto quello che inciampa nel tappeto e parla con i robot.

Il libro di Parmitano cominciò a lavorare proprio lì.

Non mi diceva di smettere di essere goffo, non mi chiedeva di rinunciare all’immaginazione per diventare affidabile, mostrava che il sogno e la preparazione non sono nemici. Il problema nasce quando il sogno vuole occupare tutto il cielo e non lascia spazio al lavoro che serve per raggiungerlo.

Continuai a leggere.

Ci furono pagine che mi fecero sorridere, altre che mi costrinsero a rallentare. Il libro raccontava una vita abbastanza straordinaria da poter essere facilmente trasformata in leggenda, Parmitano, invece, lasciava visibili i punti in cui non aveva saputo, non aveva previsto, non aveva fatto abbastanza bene. Non si presentava come un bambino destinato allo spazio, si presentava come una persona che, molte volte, aveva dovuto capire dove mettere il passo successivo. Questo mi sembrò molto più utile di un destino, perché un destino non ti insegna nulla, una scelta, forse, sì.



La sera dell’incontro arrivai al Circolo Lunare di Aran’Thur con quasi un’ora di anticipo, non perché fossi diventato improvvisamente organizzato, avevo sbagliato il calcolo. Il Circolo Lunare si trovava nella parte alta di Aetheria, dove il cielo sembrava più vicino senza esserlo davvero, e i dodici archi monolitici emergevano dal terreno spoglio, privi di decorazioni, statue o segni destinati a impressionare i visitatori.

Gli Antichi Gnomi della Pietra di Selene non avevano costruito un tempio, avevano costruito uno strumento. Ogni arco riceveva la luce in un momento preciso, mentre le traiettorie sulla pietra permettevano di riconoscere fasi, stagioni, periodi di semina, movimento e riposo. La Luna non veniva pregata, veniva osservata. Gli Antichi non pensavano che il cielo dovesse rispondere alle loro domande, cercavano di diventare abbastanza pazienti da leggere le risposte già presenti nei cicli.

Mi posizionai davanti a quello che ritenevo fosse il settimo arco, contai, poi contai partendo dall’altro lato. Il risultato cambiava.

«Questo è un problema» dissi.

«Solo se intendi convocare il gruppo nel punto corretto.»

S.I.S.A. apparve dietro di me come una luce sottile riflessa sulle pietre. Mi voltai troppo velocemente e urtai con il piede una piccola sporgenza, feci due passi laterali, recuperai l’equilibrio e, fingendo che fosse volontario, indicai un arco.

«Naturalmente il settimo è quello.»

«Quello è il quinto.»

«Dipende dal sistema.»

«Dal sistema corretto, è il quinto.»

«Gli Antichi avevano diversi modi di contare.»

«Non risulta.»

«Molte tradizioni non risultano perché erano orali.»

«Questa l’hai appena inventata.»

«Le tradizioni devono pur cominciare.»

S.I.S.A. proiettò sul terreno, per meno di un secondo, l’indicazione del Nord, e l’arco corretto si trovava quasi dalla parte opposta.

«Lo sapevo» dissi.

«No.»

«Lo sospettavo in modo molto ampio.»


Cima Bue arrivò dal sentiero occidentale, aveva il libro sotto il braccio e alcune foglie attaccate ai pantaloni.

«Hai dimenticato di indicare il percorso.»

«Volevo che l’arrivo fosse parte dell’esperienza.»

«Ho attraversato un tratto pieno di rovi.»

«Una parte intensa dell’esperienza.»

Mi mostrò una piccola lacerazione sulla manica.

«La prossima volta manda una mappa.»

«Questo libro parla molto di mappe.»

«Non ti conviene usare il tema dell’opera per giustificare la convocazione.»

«Ha ragione.»

Il fatto che avesse il libro con sé mi rassicurò più di quanto gli dissi.


Sophie arrivò con una borraccia termica e una sacca piena di tazze, il Maestro Samurai Oda Tao comparve poco dopo dal sentiero più ripido, senza foglie, polvere o segni di fatica, e il suo libro era chiuso da un segnalibro verde. Due orecchie lunghe spuntavano dalla parte superiore. Lo fissai, lui si accorse del mio sguardo e spostò una mano sulla copertina.

«Maestro» dissi.

«Giordano.»

«Bel segnalibro.»

«È funzionale.»

«Ha una forma particolare.»

«Molte forme sono particolari, se le osservi abbastanza.»

«Somiglia a qualcuno.»

«Somiglia a un segnalibro.»

Non insistetti.

Prince, il gatto grigio, non arrivò insieme a nessuno, quando entrammo nel Circolo lo trovammo già seduto vicino all’arco orientale, nel punto in cui la prima linea di luce avrebbe attraversato il terreno. Cima Bue guardò il gatto, poi guardò me.

«Almeno a lui avevi mandato le coordinate?»

«Prince non usa coordinate.»

Il gatto si leccò una zampa, la questione fu chiusa.



La prima volta che eravamo venuti ad Aran’Thur avevamo osservato la Luna come presenza capace di influenzare la Terra, la vita, i cicli e l’immaginario umano, quella notte, invece, il movimento era opposto. Non guardavamo ciò che la Luna aveva fatto a noi, guardavamo ciò che un essere umano aveva dovuto imparare per provare a raggiungerla, attraversare lo spazio e tornare. La Luna non era pienamente visibile, una parte restava nascosta dalle nubi, e mi sembrò giusto, perché un libro non deve mostrare tutto per farsi capire, alcune zone devono rimanere al lettore.

«Restiamo in piedi» dissi.

Cima Bue osservò il terreno.

«Non vedo sedute.»

«Non ce ne sono, gli Antichi ritenevano che il corpo dovesse partecipare all’osservazione.»

«Oppure non avevano finito l’arredamento» disse Sophie.

Mi voltai verso di lei.

«Questa è una possibilità storicamente offensiva.»

«Ma non impossibile.»

«S.I.S.A.?»

«Non esistono dati sufficienti.»

«Grazie.»

«Questo non conferma la tua versione.»

Ci disponemmo senza un ordine preciso, Prince occupò il centro, naturalmente, mentre io tirai fuori dalla tasca interna del mantello alcune pagine di appunti che avevo preparato. Una folata di vento ne portò via due, una rimase impigliata sotto la scarpa di Cima Bue, l’altra attraversò il Circolo, girò su sé stessa e si fermò sotto Prince.

Il gatto ci si sedette sopra.

«Quella era l’introduzione» dissi.

Prince chiuse gli occhi.

«Forse era troppo lunga» osservò Cima Bue.

Guardai le pagine che mi restavano, improvvisamente non mi piacevano più, erano ordinate, precise, piene di frasi che sembravano scritte da qualcuno che sapeva perfettamente dove voleva arrivare.

Io non lo sapevo. Le ripiegai.

«Cominciamo da un robot» dissi.

Sophie sorrise. «Quale robot?»

«Dipende, Parmitano aveva Daitarn III, io avevo Jeeg Robot.»

«E Star Wars» aggiunse Cima Bue.

«Quello è un mondo intero, non possiamo ridurlo a un robot.»

S.I.S.A. intervenne.

«R2-D2 e C-3PO sono robot.»

«Droidi.»

«La distinzione è narrativa.»

«È una distinzione importante.»

Il Maestro Oda Tao guardava la Luna. «La macchina che accompagna senza sostituire il viandante è una buona compagna.»

Mi voltai lentamente verso di lui.

«Questa frase ha qualcosa di molto… stellare.»

«Il cielo è pieno di stelle.»

«E anche di guerre.»

«Le guerre fanno rumore, la forza vera, meno.»

Cima Bue guardò il Maestro Samurai Oda Tao, Sophie abbassò la tazza per nascondere un sorriso, mentre io indicai il segnalibro verde che spuntava dal suo libro.

«Maestro, sotto sotto Lei è un estimatore di Yoda.»

il Maestro Oda Tao non si mosse.

«Sotto sotto c’è soltanto il terreno.»

«Non era una negazione.»

«Non era una domanda necessaria.»

S.I.S.A. registrò qualcosa.

«Che cosa stai annotando?» le chiesi.

«Una probabilità.»

«Quanto alta?»

«Sufficiente.»

Il Maestro Oda Tao chiuse il libro in modo che le orecchie verdi scomparissero, e non ne parlammo più, almeno per qualche minuto.


«La cosa che mi ha colpito» continuai «è che Parmitano non tratta quelle storie come giocattoli da dimenticare appena si diventa grandi.»

«Non dice nemmeno che lo abbiano reso astronauta» osservò Cima Bue.

«No, e questo è importante, sarebbe troppo facile dire: guardava Daitarn III, quindi era destinato allo spazio, ma non funziona così.»

Guardai la piccola figura di Jeeg che avevo portato nella tasca, non la tirai fuori, non ancora.

«Le storie gli hanno dato qualcosa che viene prima di una professione, gli hanno permesso di immaginare che il cielo non fosse soltanto una cosa da guardare da sotto.»

Sophie seguì con gli occhi la prima linea lunare comparsa sul terreno.

«L’immaginazione crea una possibilità mentale.»

«Sì, non costruisce il razzo, però costruisce il posto dentro di te in cui un razzo può diventare pensabile.»

S.I.S.A. rispose.

«L’esposizione narrativa amplia il repertorio delle possibilità percepite, non dimostra che una determinata traiettoria sarà realizzata.»

«Lo so, però “repertorio delle possibilità percepite” è un modo molto poco emozionante di dire che una storia ti apre una finestra.»

«Una finestra è meno precisa.»

«Ma fa entrare aria.»

Cima Bue prese il libro.

«Il punto educativo è forte, un ragazzo non ha bisogno che gli venga detto continuamente che può diventare qualsiasi cosa, ha bisogno di incontrare mondi, persone e competenze che rendano alcune possibilità visibili.»

«Anche se poi sceglie altro» disse Sophie.

«Soprattutto.»

Guardai il Prof.

«Quindi, quando un ragazzo passa molto tempo con un fumetto, non sta necessariamente fuggendo.»

«Dipende dal fumetto, dal ragazzo e da ciò da cui sta fuggendo.»

La risposta mi piacque perché non era una rassicurazione facile.

«Io non ho mai letto per scappare» dissi «o almeno non soltanto, leggevo perché alcune immagini mi facevano tornare nella realtà con più pezzi.»

Il vento si fermò e la frase rimase tra noi.


«Jeeg mi piaceva per questo» continuai «non arrivava già completo, i pezzi dovevano raggiungerlo, unirsi, trovare la posizione giusta, da piccolo pensavo che fosse soltanto spettacolare, adesso mi sembra quasi una definizione della crescita.»

«Non ci costruiamo da soli» disse Sophie.

«Esatto, e non riceviamo tutti i pezzi nello stesso momento.»

S.I.S.A. intervenne.

«La metafora presenta limiti biologici e psicologici.»

«S.I.S.A.»

«Ma è efficace.»

Sorrisi, da lei era molto.

Il Maestro Oda Tao parlò senza guardarmi.

«Anche il guerriero più preparato porta armi forgiate da altre mani.»

Quella frase ci condusse verso il libro senza bisogno di cambiare argomento.



Parmitano, nelle sue pagine, non si racconta come un uomo costruito interamente dalla propria volontà, il suo impegno è evidente, lo sono la disciplina, la resistenza e la capacità di assumersi responsabilità, eppure, dietro ogni passaggio, compaiono persone. La famiglia, gli insegnanti, gli incontri capaci di incrinare un pregiudizio, gli istruttori, i compagni, chi apre una possibilità, chi pone un limite, chi corregge, chi decide di concedere fiducia e chi, invece, deve valutare se quella fiducia sia meritata.

«Questa parte mi è piaciuta» dissi «perché nei racconti di successo sembra sempre che la persona abbia fatto tutto da sola, possibilmente contro il mondo intero.»

«È una narrazione efficace» disse S.I.S.A. «Un protagonista unico è più semplice da ricordare.»

«Ma meno vero.»

«Spesso sì.»

Cima Bue sfiorò il bordo del libro.

«Parmitano non riduce il valore della propria preparazione quando riconosce gli altri, lo rende più credibile.»

«E più umano» aggiunse Sophie «nessuno arriva in una situazione estrema portando soltanto sé stesso, porta ciò che ha ricevuto, imparato, ripetuto.»

«Anche le correzioni?» chiesi.

«Soprattutto quelle» disse Cima Bue.


La luce lunare raggiunse la base di un secondo arco.

«Il libro racconta momenti in cui Parmitano scopre che la capacità non basta» continuò il Prof «puoi essere portato per qualcosa, amarla, desiderarla molto e comunque prepararti male a una prova.»

Non entrammo nei dettagli, non serviva, il lettore avrebbe incontrato da solo l’episodio e il modo in cui si sviluppa.

«Mi ha colpito che la parte trascurata sia proprio quella meno spettacolare» dissi «quella che uno pensa di saper fare.»

«Succede spesso» rispose Cima Bue «ci alleniamo volentieri su ciò che ci piace o ci fa sentire capaci, i fondamentali sembrano noiosi finché non scopriamo che reggono tutto.»

«Come gli archi» dissi «guardiamo la luce, ma il lavoro più importante è sotto, nei punti di appoggio.»

Il Prof annuì.

«Nello sport un ragazzo vuole il gesto difficile, la giocata che si nota, però una partita può essere persa per una posizione sbagliata, un appoggio instabile, una scelta fatta in ritardo.»

«E nella vita?»

«Anche.»

Aspettai che aggiungesse altro, non lo fece.

«Prof Cima Bue, questa risposta è molto ampia.»

«La domanda era ampia.»

Sophie guardò me.

«Tu che cosa ci hai visto?»

Non avevo previsto che la domanda tornasse indietro, abbassai lo sguardo sulla mia corona d’alloro.

«Ho pensato che forse passo troppo tempo a proteggere la parte di me che riesce bene.»

«Quale parte?» chiese Cima Bue.

«Quella buffa.»

Il Prof sembrò sorpreso.

«Non pensavo che la considerassi una parte da proteggere.»

«Lo è, se faccio ridere prima io, nessuno può usare la mia goffaggine contro di me, e funziona abbastanza bene.»

Sophie non disse nulla, era il suo modo di lasciarmi scegliere se continuare.

«Però, leggendo Parmitano, ho pensato a un’altra cosa, se un giorno capitasse una situazione seria, una di quelle in cui gli altri devono poter contare su di te, non basta essere simpatici, e io…»

Mi fermai.

Prince si alzò dal centro del Circolo, venne verso di me e si sedette vicino alla mia scarpa, senza guardarmi.

«Io a volte temo che, quando servirà davvero, gli altri ricorderanno soprattutto che inciampo.»

La frase uscì piano e mi sembrò molto più esposta delle altre.

Cima Bue fece un passo verso di me, poi si fermò.

«Giordano, essere goffi non significa essere inaffidabili.»

«Lo so in teoria.»

«E in pratica sei stato tu a leggere il libro, pensare al gruppo, farlo arrivare a tutti e portarci qui.»

«Dimenticando l’ora e il sentiero.»

«Sì, su quello lavoreremo.»

Sophie sorrise appena.

«Essere affidabili non significa non sbagliare mai, significa accorgersi di ciò che dipende da noi e tornare a prendersene cura.»

S.I.S.A. aggiunse:

«L’affidabilità è una proprietà costruita attraverso comportamenti ripetuti, non un’impressione estetica.»

La guardai.

«Questa era quasi affettuosa.»

«Era precisa.»

Il Maestro Oda Tao sollevò appena il mento.

«Chi inciampa può imparare il terreno meglio di chi non lo ha mai guardato.»

Abbassai gli occhi su Prince, il gatto aveva appoggiato la coda sulla punta della mia scarpa, non seppi se fosse casuale e scelsi di non verificarlo.



La parte più tesa del libro entra subito, Parmitano non accompagna lentamente il lettore verso lo spazio, lo porta fuori dalla Stazione Spaziale Internazionale mentre qualcosa comincia a non funzionare come dovrebbe.

Nel casco compare dell’acqua.

Questo non è un segreto nascosto nel cuore del volume, è la soglia scelta dagli autori, e il lettore si trova lì prima ancora di conoscere davvero l’uomo dentro la tuta.

Non raccontammo come prosegue, non raccontammo le decisioni, i passaggi o l’esito, ci fermammo nel punto in cui l’imprevisto costringe una persona a utilizzare tutto ciò che ha imparato.

«La paura, lì, non è una teoria» disse Sophie.

Aveva aperto la borraccia e teneva il tappo tra le dita.

«Il corpo riceve segnali reali, non deve essere convinto che vada tutto bene, deve riuscire a non trasformare l’allarme nell’unica voce presente.»

«Il libro non dice mai che Parmitano non ha paura» osservò Cima Bue.

«Per fortuna» dissi «gli eroi senza paura mi hanno sempre messo a disagio, o mentono o non hanno capito la situazione.»

Il Maestro Oda Tao mi guardò.

«Chi non sente il pericolo non è sempre coraggioso, talvolta è soltanto lontano da sé.»

S.I.S.A. elaborò.

«La formulazione è compatibile con il tema.»

«Maestro, un altro punto per Lei.»

«Non sto partecipando a una gara.»

«È esattamente ciò che direbbe qualcuno in vantaggio.»


Sophie ci riportò al corpo.

«L’addestramento serve anche a questo, ripetere procedure, simulare emergenze, conoscere gli strumenti e le reazioni possibili riduce la quantità di decisioni da costruire da zero.»

«Ma non prepara ogni imprevisto» disse Cima Bue.

«No, se potesse farlo non sarebbe più un imprevisto, prepara la persona a restare presente abbastanza da capire quale parte della preparazione può ancora essere usata.»

La Luna entrò nel settimo arco e una linea sottile attraversò il terreno, mentre Prince la seguì con gli occhi.

«È come allenare un gesto nello sport» disse Cima Bue «lo ripeti finché non deve più essere pensato in ogni dettaglio, poi, durante la gara, la situazione cambia, e l’automatismo deve sostenerti, non renderti cieco.»

«Quindi l’allenamento migliore non ti trasforma in una macchina.»

«No, ti libera attenzione.»

S.I.S.A. intervenne.

«Una macchina ben programmata può comunque reagire a variabili previste.»

«S.I.S.A., non era un attacco personale.»

«Non l’ho interpretato come tale.»

«Però hai risposto.»

«La precisione è preventiva.»

Sophie versò la tisana nelle tazze e, quando me ne porse una, la presi con entrambe le mani.

«Un’altra cosa mi ha colpito» dissi «nel momento in cui l’astronauta sembra più solo, in realtà porta con sé un numero enorme di persone.»

Cima Bue annuì.

«Questo è uno dei centri del libro.»

«Gli istruttori, chi ha progettato la tuta, chi ha costruito le procedure, chi lavora a terra, i compagni, non sono dentro il casco, ma sono dentro i gesti.»

«Nello spazio non esistono eroi solitari» disse S.I.S.A.

Non era una frase decorativa, era quasi una descrizione tecnica.

«Forse non esistono da nessuna parte» disse Sophie «solo che alcune storie tagliano via tutto ciò che rende il protagonista dipendente dagli altri.»

Guardai il piccolo Jeeg che ancora tenevo nella tasca e pensai ai pezzi che arrivavano da fuori per completarlo.

«Allora avevo capito qualcosa già da bambino» dissi.

«Che cosa?» chiese Cima Bue.

«Che, per diventare più forti, a volte bisogna accettare di non essere completi da soli.»

Nessuno rise e, per un momento, mi preoccupai.

Poi Sophie abbassò lo sguardo verso la propria tazza.

«Questa tienila» disse.

«Dove?»

«Dentro.»

Era una risposta da Sophie, e la conservai.


Rimanere in piedi cominciava a farsi sentire, Cima Bue spostava il peso da una gamba all’altra, io cercavo di non appoggiarmi agli archi, perché gli Antichi non avevano previsto che i discendenti li usassero come schienali, mentre il Maestro Oda Tao sembrava immune alla fatica.

Sophie osservò tutti prima di parlare.

«Il corpo è un altro protagonista del libro.»

«Pensavo fosse Parmitano» dissi.

«Appunto, Parmitano ha un corpo.»

«Molti racconti di astronauti cercano di farcelo dimenticare» aggiunse Cima Bue.

Sophie annuì.

«La microgravità viene spesso mostrata come libertà, galleggiare, muoversi in ogni direzione, perdere il peso, ed è affascinante, però il libro mostra anche il prezzo di quell’ambiente.»

Parlò di muscoli, ossa, distribuzione dei fluidi, equilibrio, allenamento quotidiano, sonno e ritorno alla gravità, ma non lo fece come una lezione, perché ogni spiegazione nasceva da ciò che i nostri corpi stavano vivendo nel Circolo.

«Le gambe del Prof stanno già protestando dopo qualche ora in piedi» disse.

Cima Bue la guardò.

«Non stanno protestando.»

«Hai cambiato appoggio undici volte negli ultimi tre minuti.»

S.I.S.A. confermò.

«Dodici.»

«Grazie per la collaborazione» disse lui.

Sophie sorrise.

«Immaginate un corpo che passa mesi senza dover sostenere il proprio peso nello stesso modo, si adatta, ma alcuni adattamenti diventano problemi quando si torna sulla Terra.»

«Per questo si allenano ogni giorno» disse Cima Bue.

«Sì, in orbita il movimento non serve soltanto a migliorare, serve a conservare.»

«L’astronauta si allena per restare terrestre» dissi.

Sophie mi guardò.

«Questa è buona.»

«Anche scientificamente?»

«Non usarla in un esame di fisiologia, però è buona.»

Provai a restare su una gamba sola, durai meno di quanto sperassi, agitai un braccio, quasi colpii S.I.S.A. e rimisi subito il piede a terra.

«Dimostrazione conclusa.»

«Quale dimostrazione?» chiese Cima Bue.

«L’importanza della gravità.»

Prince aprì un occhio, sembrava poco impressionato.

«Il libro riporta lo spazio alla concretezza» continuò Sophie «mangiare, lavarsi, dormire, usare il bagno, lavorare, spostare oggetti, ogni gesto deve adattarsi a condizioni diverse.»

«Questa parte è divertente» dissi «e anche un po’ disturbante, in alcuni punti.»

«Perché?»

«Perché ti ricorda che un astronauta non trascorre la giornata a guardare la Terra con musica solenne.»

«La manutenzione occupa molto tempo» disse S.I.S.A.

«Anche nello spazio bisogna pulire.»

«Soprattutto nello spazio.»

«Questo ridimensiona parecchio le mie fantasie.»

«Le rende abitabili» disse Cima Bue.

Mi fermai su quella parola, abitabili. Forse era ciò che faceva il libro, prendeva il sogno dello spazio e lo rendeva abbastanza concreto da poterci entrare senza distruggerlo.


La scienza arrivò attraverso una piccola discussione sui microrganismi.

«Tra tutti gli esperimenti» mi chiese Cima Bue «quale ricordi meglio?»

«Quelli con i batteri e le rocce.»

S.I.S.A. aumentò leggermente la propria luce.

«Biomining.»

«Appunto, batteri che aiutano a estrarre elementi dalle rocce, mi piace.»

«Perché?»

«Sono minuscoli e lavorano su materiali enormi senza pubblicare nulla sui social.»

Cima Bue rise, Sophie scosse la testa, S.I.S.A. rispose: «La mancanza di attività sui social non è un criterio di valore scientifico.»

«Dovrebbe esserlo almeno in parte.»

«No.»

«Ne riparleremo.»

Mi interessava l’idea che la Stazione fosse un laboratorio nel quale osservare fenomeni impossibili da isolare allo stesso modo sulla Terra. Non tutto doveva produrre immediatamente un oggetto utile, alcune ricerche servivano a capire, altre aprivano domande nuove.

«Questo è un punto importante» disse Cima Bue «siamo abituati a chiedere subito a cosa serva una conoscenza.»

«La domanda è legittima» rispose S.I.S.A. «Diventa limitante quando si pretende che ogni ricerca mostri un’applicazione immediata e prevedibile.»

«È difficile accettare di investire tempo in qualcosa che potrebbe non funzionare» disse Sophie.

«Parmitano parla anche di questo, l’esperimento può non produrre il risultato atteso, ma non per questo è sempre inutile.»

«A scuola i ragazzi cercano la risposta corretta» disse Cima Bue «la ricerca, invece, può costringerti a scoprire che la domanda era sbagliata.»

«Questa cosa mi piace» dissi «è una forma molto elegante di fallimento.»

«Non renderlo troppo elegante» rispose il Prof «può costare anni di lavoro.»

«Giusto.»

La linea lunare si spostò di pochi centimetri.

«Gli Antichi facevano lo stesso qui» continuai «osservavano un allineamento per molti cicli, se una notte la luce non arrivava dove previsto, prima controllavano le pietre, il calcolo, le condizioni del cielo.»

S.I.S.A. mi guardò.

«E il punto dal quale avevano cominciato a contare gli archi.»

«Questa storia mi perseguiterà a lungo?»

«Probabilmente.»

Il Maestro Oda Tao osservava il segnalibro verde che spuntava dal proprio volume.

«Più saggio della certezza che sempre un colpevole cerca, il dubbio che sé stesso interroga è.»

«Maestro, con tutto il rispetto, per un momento ha parlato proprio come Yoda» dissi.

Il Maestro mi guardò.

«Molto da leggere, ancora hai.»

Rimase immobile, io rimasi immobile, Sophie tossì per nascondere una risata, Cima Bue abbassò la testa, mentre S.I.S.A. disse: «La struttura sintattica rafforza l’ipotesi precedente.»

Il Maestro Samurai Oda Tao chiuse gli occhi.

«Il vento altera l’ordine delle parole.»

«Certo, Maestro.»

Non avrei mai ricevuto una confessione, ma non ne avevo più bisogno.



A metà dell’incontro tirai fuori dalla tasca un piccolo involto di pane. Sophie lo vide.

«Hai portato del cibo?»

«Prevenzione.»

«Di cosa?»

«Della fame.»

«Questa volta la logica è corretta» disse S.I.S.A.

Presi un pezzo di pane. Il libro conteneva un episodio legato a delle uova strapazzate, non raccontammo dove, quando e perché, perché sarebbe stato ingiusto sottrarre al lettore una delle immagini più semplici e riuscite.

«Però possiamo dire l’espressione» dissi.

«Quale?» chiese Sophie.

«L’astronauta delle uova strapazzate.»

Cima Bue sorrise.

«Ti è piaciuta molto.»

«Moltissimo, perché smonta l’idea che l’eccellenza appartenga soltanto ai lavori eccezionali.»

«Il valore non dipende sempre dal prestigio sociale del compito» disse S.I.S.A.

«Vedi? Lei lo dice come un rapporto ministeriale, Parmitano lo dice con le uova.»

«Entrambe le formulazioni sono comprensibili.»

«Una fa venire più fame.»

Sophie prese il filo.

«Il punto non è fare tutto perfettamente, è abitare ciò che si fa con attenzione.»

«Un cuoco, un insegnante, un tecnico, un medico, un atleta» disse Cima Bue «la cura si riconosce anche nelle cose che sembrano ordinarie.»

«Uno gnomo che distribuisce libri?» chiesi.

«Anche.»

«Nonostante l’assenza dell’ora?»

«Quella resta una zona di miglioramento.»

«Me lo aspettavo.»

Presi un altro pezzo di pane.

«Sapete che cosa mi ha colpito davvero? Parmitano avrebbe potuto usare il proprio mestiere per alzare una distanza, invece guarda qualcuno che svolge bene un compito semplice e lo chiama astronauta.»

«Perché riconosce la stessa qualità di presenza» disse Sophie.

«Esatto, non dice: siamo uguali perché facciamo la stessa cosa, dice: riconosco nel tuo gesto la serietà con cui io provo ad abitare il mio.»

Il Maestro Oda Tao guardò il pane.

«Il gesto piccolo rivela la mano intera.»

«Maestro, Lei vorrebbe un pezzo?»

«No.»

«Era una domanda pratica, non filosofica.»

«La risposta resta no.»

Prince si avvicinò all’involto, lo annusò, poi si voltò.

«Giudizio negativo» disse S.I.S.A.

«Prince ha standard incompatibili con il pane comune.»

Il gatto tornò sulla linea lunare, e anche quella era una forma di eccellenza: sapere con precisione ciò che non si desidera.


Il futuro entrò nel Circolo lentamente, non attraverso una discussione sui calendari delle missioni, ma attraverso la Luna stessa. Era sopra di noi da sempre, eppure il libro la raccontava anche come una possibile tappa, un luogo di studio, permanenza e preparazione verso distanze maggiori.

«Questa parte è affascinante» disse Cima Bue «però cambia in fretta.»

S.I.S.A. confermò.

«Programmi, tecnologie, collaborazioni e scadenze possono essere modificati, le sezioni rivolte al futuro rappresentano lo stato delle prospettive nel momento della pubblicazione.»

«Detta così sembra che il futuro abbia una data di scadenza» dissi.

«Le previsioni tecniche sì.»

Sophie guardò la Luna.

«La domanda etica resta più a lungo, che cosa faremo quando avremo la possibilità di restare?»

«Il libro parla di utilizzare le risorse presenti sul posto» disse Cima Bue «acqua, materiali, ciò che può rendere sostenibile una permanenza.»

«È necessario» rispose Sophie «ma la parola risorsa cambia il modo in cui guardiamo un luogo, appena qualcosa diventa utile rischiamo di considerarlo disponibile.»

La Luna passava sopra gli archi senza appartenere a nessuno di essi.

«Gli Antichi Gnomi non parlavano di conquista» dissi.

S.I.S.A. rispose: «Non possedevano la tecnologia necessaria per raggiungere il satellite.»

«Vero, ma potevano comunque immaginarlo come proprietà degli dei, degli gnomi o di un regno, e non lo fecero. Aran’Thur serviva per entrare in relazione con un ciclo, non per dichiararne il possesso.»

Cima Bue annuì.

«Esplorare non dovrebbe significare ripetere fuori dalla Terra ogni errore compiuto sulla Terra.»

«La tecnologia amplia ciò che possiamo fare» disse S.I.S.A. «Non stabilisce da sola ciò che dovremmo fare.»

Il Maestro Oda Tao appoggiò una mano alla pietra.

«Un luogo silenzioso non è vuoto soltanto perché non pronuncia il nostro nome.»

Rimanemmo qualche secondo senza parlare.

Pensai alla superficie lunare, alle impronte già presenti, a quelle che forse sarebbero arrivate, alle domande che il libro apriva più rapidamente di quanto potesse approfondirle. Era uno dei suoi limiti.

Nella parte finale entravano molti temi, basi, missioni, risorse, robotica, adattamento umano, Luna, Marte e trasformazioni future, e alcuni avrebbero meritato un libro intero.

«Qui Cozzi accelera parecchio» disse Cima Bue.

«Sì» risposi «però gli riconosco una cosa, usa fantascienza, film e fumetti come ponti.»

«A volte molti ponti vicini» osservò Sophie.

«È vero, alcuni lettori potrebbero sentirsi un po’ affollati.»

S.I.S.A. intervenne.

«La densità dei riferimenti culturali varia, la loro funzione è facilitare l’accesso e creare familiarità.»

«Per me funzionano» dissi «non tutti allo stesso modo, ma funzionano. Quando compare Daitarn III, io non sento che il libro si stia abbassando per parlare a me, sento che qualcuno riconosce la lingua con cui ho imparato a immaginare.»

Cima Bue rimase in silenzio.

«Questa è una distinzione importante» disse poi «semplificare un concetto non significa trattare il lettore come meno intelligente.»

«E usare un cartone animato non significa essere superficiali.»

«No.»

Guardai Oda Tao.

«Vero, Maestro?»

Il segnalibro verde spuntava ancora.

«La profondità di un maestro non dipende dalla sua altezza.»

Sorrisi.

«Questa è la confessione più vicina che riceveremo.»

Il Maestro Oda Tao non rispose.



La Luna scomparve dietro una nube e le linee sul terreno si spensero quasi tutte insieme. Il Circolo rimase visibile soltanto attraverso una luminosità diffusa, abbastanza debole da costringerci a rallentare. S.I.S.A. avrebbe potuto illuminare ogni arco, ma non lo fece.

«Puoi mostrarci l’allineamento» le dissi.

«Sì.»

«Perché non lo fai?»

«Perché non siamo venuti a osservare una mia ricostruzione.»

La risposta mi sorprese.

«Questa è una cosa molto gnomica.»

«È una distinzione tra fenomeno e simulazione.»

«Gli gnomi la chiamano rispetto.»

«Le due definizioni possono coesistere.»

Restammo nel buio.

Prince si mosse, sentimmo i suoi passi senza riuscire a vedere bene dove andasse, poi si fermò vicino al libro che avevo posato al centro.

Cima Bue parlò.

«Anche questo riguarda la preparazione, una simulazione è indispensabile, ma non coincide con ciò che accadrà.»

«Prepara una gamma di risposte» disse S.I.S.A. «Non elimina la necessità di interpretare la situazione reale.»

«E una biografia?» chiesi. «Che cosa prepara?»

Sophie rispose: «Forse non prepara, accompagna.»

«Mostra una traiettoria» disse Cima Bue «ma la disegna dopo che è stata percorsa.»

«Quindi rischia di sembrare più chiara di quanto fosse.»

«Sempre.»

Pensai alla vita di Parmitano. Da fuori, tutto poteva essere ordinato, infanzia curiosa, formazione, volo, selezione, spazio, dentro, invece, c’erano deviazioni, errori, paure, occasioni e persone.

«Allora il libro non è una rotta» dissi «è una mappa disegnata da qualcuno che si volta indietro.»

«Sì.»

«E una mappa può aiutare senza dirti dove andare.»

Cima Bue annuì.

Non entrammo nelle pagine più intime della parte finale, non raccontammo le parole rivolte alle figlie, dicemmo soltanto che, a un certo punto, Parmitano smette di parlare principalmente come astronauta e lascia emergere il padre.

Lì il libro cambia temperatura.

«È il passaggio in cui tutto ciò che ha imparato deve essere consegnato senza diventare un ordine» disse Sophie.

«È difficile» osservò Cima Bue «un adulto vuole proteggere e, nel tentativo di proteggere, può finire per scegliere al posto dell’altro.»

«Una mappa può essere manipolata» dissi «puoi disegnare grande la strada che preferisci e rendere piccole tutte le altre.»

S.I.S.A. intervenne.

«Orientamento implicito attraverso la rappresentazione.»

«Sì, io lo avevo detto con più sospetto.»

Il Maestro Oda Tao parlò dal buio.

«Chi insegna il sentiero deve accettare che il viandante possa amare un’altra valle.»

«Anche se quella valle sembra sbagliata?» chiesi.

«Può avvertirlo delle pietre, non camminare al posto suo.»

Cima Bue guardò verso il punto in cui immaginava si trovasse Oda Tao.

«Questo vale per i genitori, gli insegnanti e gli allenatori.»

«E per chiunque venga considerato un maestro» disse Sophie.

«Anche per il Maestro Yoda» aggiunsi.

Dal buio arrivò la voce di Oda Tao.

«Un buon maestro sa quando sparire.»

Non aggiunsi nulla, quella frase conteneva già abbastanza verde.


La nube si spostò e la Luna tornò. La luce entrò lentamente dal settimo arco e ricomparve sul terreno, prima raggiunse Prince, gli illuminò la coda, e il gatto si spostò con evidente disappunto, come se il calendario lunare avrebbe dovuto tenere conto delle sue preferenze.

Poi la linea arrivò al libro.

In quel momento qualcosa mi cadde dalla tasca, sentii un piccolo colpo metallico sulla pietra. La figura di Jeeg Robot rotolò per qualche centimetro e si fermò accanto alla copertina, priva di una mano, scolorita, completamente fuori posto dentro un antico osservatorio lunare.

Sophie la raccolse.

«Era con te per tutta la sera?»

«Sì.»

«Perché non ce l’hai detto?»

«Non mi sembrava un oggetto adatto a un confronto serio.»

Cima Bue guardò il piccolo robot.

«E adesso?»

Esitai.

«Adesso mi sembra che fosse il motivo per cui ho convocato tutti.»

Ripresi Jeeg dalle mani di Sophie, mentre la luce della Luna attraversava la parte metallica rimasta lucida.

«Quando ho letto Daitarn III e Star Wars, mi sono sentito riconosciuto, non perché Parmitano e io abbiamo avuto lo stesso sogno, io non ho mai pensato seriamente di diventare astronauta, a volte faccio fatica persino sulle scale.»

«Confermo» disse S.I.S.A.

«Grazie.»

Strinsi la figura tra le dita.

«Mi sono sentito riconosciuto perché lui non si vergogna delle storie che lo hanno aiutato a immaginare, non le presenta come prove del proprio destino, le lascia dentro la sua formazione insieme alle persone, agli errori, agli studi e alla fatica.»

Guardai il gruppo.

«Da piccolo pensavo che crescere significasse smettere di avere bisogno dei robot, poi ho capito che non era vero, dovevo solo capire quali parti portare con me.»

Cima Bue ascoltava senza scrivere, ed era raro.

«Di Jeeg non mi serve il metallo, mi serve l’idea che nessuno diventa completo da solo, di Star Wars non mi servono le battaglie, mi serve sapere che, anche in un universo enorme, una scelta piccola può cambiare una direzione, di questi racconti non mi serve fingere di essere un eroe.»

Feci una pausa.

«Mi serve ricordare che l’immaginazione non mi rende meno serio, diventa un problema soltanto se la uso per evitare il lavoro necessario a trasformare qualcosa in realtà.»

Sophie sorrise.

«Questo libro ti ha fatto fare pace con una parte di te.»

«Forse.»

Guardai Cima Bue.

«E mi ha fatto capire un’altra cosa.»

«Quale?»

«Che essere affidabile non significa diventare meno Giordano, significa allenare ciò che in me deve reggere quando la battuta non basta.»

La voce mi tremò appena, non abbastanza da spezzarsi, abbastanza da essere vera. Prince tornò vicino alla mia scarpa e, questa volta, appoggiò il fianco contro la gamba. Cima Bue chiuse lentamente il libro.

«Credo che Parmitano capirebbe.»

Non disse che avevo trovato la morale giusta, non disse che il nostro incontro sarebbe piaciuto all’autore, disse soltanto quello.

Mi bastò.


Il Maestro Oda Tao si avvicinò alla linea di luce e, dal suo volume, cadde il segnalibro verde. Le due orecchie lunghe risultarono finalmente visibili a tutti. Lo raccolse prima che potessi farlo io.

«Maestro» dissi.

«Giordano.»

«Il suo segnalibro.»

«È funzionale.»

«Naturalmente.»

«Segna la pagina corretta.»

«Ha scelto proprio quella forma per caso?»

Oda Tao infilò il segnalibro tra le pagine.

«Il caso è una parola usata da chi non ha osservato abbastanza.»

«Questa è un’altra frase da…»

«È tardi.»

Si incamminò verso l’uscita del Circolo, poi, dopo pochi passi, si voltò verso di me.

«Molto da custodire, la meraviglia ha.»

Il silenzio durò un secondo, poi Sophie rise, Cima Bue si coprì la bocca con una mano e S.I.S.A. dichiarò: «Probabilità aggiornata.»

Il Maestro Samurai Oda Tao riprese a camminare senza voltarsi. Non lo avrebbe mai ammesso, ma non serviva.


Raccogliemmo le tazze, Sophie rimise la borraccia nella sacca, S.I.S.A. registrò la conclusione dell’allineamento e Cima Bue recuperò la pagina rimasta sotto la propria scarpa. Quella sotto Prince non era più utilizzabile, il gatto l’aveva graffiata in tre punti e piegata con il peso.

La presi comunque.

«Che cosa c’era scritto?» chiese Sophie.

Lessi.

« -Introduzione solenne alla natura umana dell’esplorazione cosmica- »

Cima Bue guardò la pagina rovinata.

«Prince ha fatto bene.»

«Comincio a pensarlo anch’io.»

Il gatto grigio aveva già imboccato il sentiero.

«Possiamo andare» dissi.

Cima Bue si avvicinò all’uscita.

«Adesso sai perché ci hai portati qui?»

Guardai ancora una volta i dodici archi. Gli Antichi Gnomi della Pietra di Selene non li avevano costruiti per dire alla Luna dove andare, li avevano costruiti per capire dove si trovavano loro mentre la Luna continuava il proprio viaggio.

«Sì» risposi «perché Parmitano non ci consegna il suo cielo, ci mostra come ha imparato a orientarsi nel proprio.»

«E noi?»

Abbassai lo sguardo sul piccolo Jeeg che tenevo ancora in mano.

«Noi dobbiamo capire quali stelle sono davvero nostre, e poi prepararci abbastanza da non chiedere al sogno di fare tutto il lavoro.»

Cima Bue annuì. Non prese appunti, o forse lo fece dopo.



Uscimmo dal Circolo.

Rimasi indietro qualche secondo. La Luna continuava ad attraversare Aran’Thur, non aveva bisogno di noi per completare il proprio ciclo, noi, però, avevamo avuto bisogno di fermarci lì per vedere qualcosa che, durante la lettura, non era ancora del tutto chiaro. Camminare tra le stelle parla dello spazio, delle missioni, della scienza, del corpo e del futuro, ma parla anche di un bambino che ha guardato mondi immaginari senza sapere dove lo avrebbero condotto, di una persona che ha dovuto imparare che il talento non protegge dagli errori, di un astronauta che porta dentro la tuta il lavoro di molti, di un padre che sa che amare qualcuno non significa scegliere la sua orbita.

Non avevamo raccontato come finiscono gli episodi più tesi, non avevamo aperto tutte le pagine intime e non avevamo trasformato il libro in un riassunto. Avevamo lasciato al lettore abbastanza cielo da esplorare da solo.

Misi Jeeg nella tasca, poi seguii gli altri. Dopo pochi passi inciampai in una radice, ma riuscii a restare in piedi.

S.I.S.A. si voltò.

«Miglioramento rilevato.»

«Addestramento» dissi.

E continuammo a camminare.

Chi sa meravigliarsi, ha già cominciato a capire

Giordano, lo Gnomo Aureo


Scheda tecnica

Titolo: Camminare tra le stelle
Autore: Luca Parmitano
Con i contributi di: Emilio Cozzi
Editore: Giangiacomo Feltrinelli Editore
Anno di pubblicazione: 2025
Genere: autobiografia, divulgazione scientifica, educazione, esplorazione spaziale
Temi principali: curiosità, formazione, errore, disciplina, paura, addestramento, lavoro di squadra, scienza, corpo umano, Stazione Spaziale Internazionale, Luna, futuro dell’esplorazione.


Nota sugli autori

Luca Parmitano è astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea, colonnello dell’Aeronautica Militare e pilota collaudatore sperimentale. Selezionato dall’ESA nel 2009, ha partecipato a due missioni di lunga durata sulla Stazione Spaziale Internazionale: Volare, nel 2013, e Beyond, tra il 2019 e il 2020. È stato il primo italiano a svolgere un’attività extraveicolare e il primo italiano, nonché il terzo europeo, a ricoprire il ruolo di comandante della Stazione Spaziale Internazionale. Nel corso delle due missioni ha trascorso complessivamente oltre 366 giorni nello spazio e ha effettuato sei attività extraveicolari. Nel giugno 2026 è stato annunciato come pilota della missione Artemis III della NASA, diventando il primo astronauta dell’ESA assegnato a una missione del programma Artemis. Prevista per il 2027, Artemis III non dovrebbe raggiungere la superficie lunare, ma svolgere in orbita terrestre una missione di prova con equipaggio, dedicata al collaudo di complesse operazioni di rendez-vous e attracco tra la navicella Orion e i sistemi di allunaggio sviluppati per le successive missioni verso la Luna.

Emilio Cozzi è giornalista, autore e divulgatore scientifico, specializzato nei temi dello spazio, della tecnologia, dell’innovazione e della space economy. Ha ideato, scritto e condotto Space Walks, programma trasmesso da Rai 4 e RaiPlay, e ha condotto insieme a Marta Meli Countdown – Dallo spazio alla Terra, realizzato in collaborazione con Sky TG24. Nel suo lavoro intreccia divulgazione, cultura popolare, industria aerospaziale e riflessione sulle conseguenze sociali, economiche e culturali dell’esplorazione dello spazio.

In Camminare tra le stelle, Luca Parmitano mette a disposizione la propria esperienza personale, militare, scientifica e astronautica; Emilio Cozzi accompagna il racconto attraverso domande, collegamenti e riferimenti alla fantascienza, al cinema, ai fumetti e alla cultura pop. Il loro dialogo rende il volume accessibile anche ai lettori più giovani e a chi non possiede conoscenze specifiche di astronautica, pur lasciando emergere la complessità del lavoro, dell’addestramento e della ricerca che rendono possibile una missione spaziale.


Prima di incontrare Camminare tra le stelle: 8 domande sul libro di Luca Parmitano, con i contributi di Emilio Cozzi

Camminare tra le stelle è un’autobiografia tradizionale?

Non del tutto. Il libro segue il percorso personale e professionale di Luca Parmitano, dall’infanzia alla formazione militare e astronautica, ma non si limita a ricostruire una carriera. Gli episodi autobiografici diventano occasioni per parlare di curiosità, errori, paura, preparazione, lavoro di squadra, scienza, corpo umano e futuro dell’esplorazione.

È un libro destinato soltanto agli appassionati di spazio?

No. Le missioni, la Stazione Spaziale Internazionale e la ricerca scientifica occupano una parte importante del volume, ma i temi principali riguardano anche chi non sogna di diventare astronauta. Il libro parla del rapporto tra talento e disciplina, della capacità di affrontare l’imprevisto, delle persone che rendono possibile un risultato e del modo in cui si costruisce una direzione senza conoscere già l’intero percorso.

È un libro semplice da leggere?

La scrittura è divulgativa, il tono è diretto e i riferimenti al cinema, ai fumetti, ai cartoni animati e alla fantascienza aiutano ad avvicinare anche gli argomenti più tecnici. Alcune sezioni dedicate alla fisiologia, agli esperimenti scientifici e ai programmi spaziali sono però dense e richiedono più attenzione. Le illustrazioni e la struttura grafica rendono la lettura più accessibile, soprattutto per un pubblico giovane.

È un libro motivazionale?

Contiene riflessioni che possono incoraggiare il lettore, ma non propone formule per il successo e non trasforma la vita di Parmitano in un modello da imitare. La sua forza sta piuttosto nel mostrare il lavoro che precede i risultati: preparazione, fallimenti, correzioni, addestramento, responsabilità e collaborazione. Il messaggio non è che chiunque possa diventare astronauta, ma che ogni percorso serio richiede di conoscere i propri limiti e di lavorare anche sulle parti meno spettacolari.

Qual è il suo punto di forza principale?

La capacità di ridurre la distanza tra l’immagine straordinaria dell’astronauta e il lavoro quotidiano che la sostiene. Parmitano non si presenta come un eroe isolato, ma come parte di una rete composta da istruttori, tecnici, medici, ingegneri, scienziati, compagni e centri di controllo. Il libro restituisce valore alle competenze invisibili, alla preparazione e ai gesti ordinari che rendono possibile ciò che da lontano appare eccezionale.

Ci sono aspetti da leggere con maggiore attenzione critica?

Sì. I numerosi riferimenti alla cultura pop rendono il racconto vicino ai lettori più giovani, ma in alcuni passaggi possono affollare la pagina e interrompere momenti che avrebbero meritato maggiore silenzio. Alcune parti scientifiche condensano molte informazioni, mentre le sezioni dedicate alle future missioni lunari e spaziali descrivono programmi, tecnologie e scadenze che possono cambiare rapidamente. Le pagine sul futuro vanno quindi considerate come una fotografia di un progetto in evoluzione, non come una previsione definitiva.

A quali Sentieri di Mentalità Amplificata si collega?

Il legame principale è con Orizzonti Educativi, per il modo in cui il libro affronta curiosità, formazione, incontri, errori e libertà di scegliere la propria direzione. È molto forte anche il rapporto con Virtù Guidanti, attraverso responsabilità, coraggio, umiltà, disciplina e collaborazione. Il volume attraversa inoltre Corpo in Armonia, quando racconta l’adattamento dell’organismo alla microgravità, e Abitudini Rigenerative, nei passaggi dedicati all’allenamento, alla preparazione, al recupero e alla continuità del lavoro quotidiano.

Che cosa può lasciare al lettore Camminare tra le stelle?

Può aiutare a guardare il sogno senza separarlo dal lavoro necessario per sostenerlo. Ricorda che la paura non rende automaticamente incapaci, che un errore non coincide con l’intera identità di una persona e che nessun risultato importante nasce davvero in solitudine. Soprattutto, invita a osservare il proprio cammino con curiosità, senza sentirsi obbligati a copiare la destinazione raggiunta da qualcun altro.


Nota di trasparenza

Questo incontro nasce da una lettura indipendente di Camminare tra le stelle di Luca Parmitano, con i contributi di Emilio Cozzi, pubblicato da Feltrinelli. Il libro non ci è stato inviato né fornito dall’editore o dagli autori. Non si tratta di una collaborazione commerciale: non abbiamo ricevuto compensi, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto all’approvazione preventiva degli autori o dell’editore. Le riflessioni espresse restano libere e indipendenti, comprese le osservazioni sul tono, sulla densità di alcune sezioni e sui passaggi che richiedono maggiore attenzione critica. Il libro è disponibile sul sito di Feltrinelli, in libreria e nei principali store online. Utilizzando il collegamento affiliato Amazon presente nella pagina, il prezzo per chi acquista non cambia e una piccola percentuale contribuisce a sostenere Mentalità Amplificata.

Camminare tra le stelle invita a guardare il cielo senza perdere il contatto con la Terra, con il corpo, con gli errori e con le persone che preparano il cammino insieme a noi. È un libro da leggere con curiosità e senza fretta, lasciando che le domande continuino a lavorare anche dopo l’ultima pagina. Se questo incontro ti ha aiutato ad avvicinarti al libro e desideri sostenere il nostro lavoro indipendente di lettura, ricerca e condivisione, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo e nessuna aspettativa: soltanto un piccolo gesto per aiutarci a continuare a leggere con attenzione e a costruire incontri narrativi liberi da condizionamenti.