Attimi Ritratti Silenzi

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Attimi Ritratti Silenzi di Francesco Lappano (Edizioni Clandestine – Gruppo Santelli 2025)

Un prosimetro intenso e coraggioso, in cui poesia e prosa si fondono in un viaggio nell’animo umano. Tassello dopo tassello, Francesco Lappano trasforma Attimi Ritratti Silenzi in un mosaico emotivo che indaga fragilità, desiderio, solitudine e rinascita. È un libro che non si limita a raccontare una storia personale, ma interroga il nostro tempo: il bisogno di autenticità in un mondo di connessioni effimere, il richiamo ostinato alla terra d’origine, la crisi e la resistenza dell’artista che continua a credere nella bellezza come atto di cura.

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Il Giardino Segreto dei Sussuri

Prima Serata – La chiamata

Sono stata io, Sophie, a portare Cima Bue nel Giardino Segreto dei Sussurri. Non potevo farne a meno. Quel libro — Attimi, Ritratti, Silenzi — mi aveva attraversata come una lama lenta, e non riuscivo a restare sola con tutto ciò che aveva smosso.
Camminavo lungo il sentiero di pietra stringendo il volume al petto, come si stringono le cose che chiedono rispetto. Quando l’ho visto arrivare, ho capito subito che non avrebbe fatto domande inutili. Lui sa riconoscere le mie inquietudini: si leggono persino nel modo in cui respiro.
— Cima, questo libro non si legge: ti entra sotto pelle e ti costringe a camminargli dentro.
Gliel’ho detto senza preamboli. Non potevo. Alcuni libri non concedono introduzioni, né gradualità. Pretendono immersione.
Mi ha osservata in silenzio, poi ha annuito. È una delle qualità che apprezzo di più in lui: non forza mai la verità fuori da te, ma la lascia venire quando è pronta.
— Tre sere, ho continuato. Ce ne serviranno tre. Non una di meno.
Il Giardino sembrava ascoltarci — o forse era solo la mia mente che cercava un rito, una cornice, un luogo sacro che potesse contenere ciò che stavo per dire. Perché questo libro non mi aveva lasciata indenne.
Mi sono seduta sul bordo dello stagno, ho appoggiato il libro sulle ginocchia e ho sentito la necessità di spiegare prima di iniziare.
— È un prosimetro, Cima. Una creatura ibrida. Un mosaico emotivo di attimi, ritratti e silenzi. E mentre lo leggevo… sentivo che non stavo entrando solo nella vita dell’autore, ma anche nelle mie crepe. E forse pure nelle tue.
Lui ha appoggiato il palmo su un tronco, come per radicarsi a terra. Poi mi ha guardata con quella calma che disarma e, quasi sottovoce, mi ha detto che non voleva che portassi quel peso da sola: «Leggiamolo insieme, Sophie. Non lasciarlo scorrere solo addosso a te.»

La prima notte non è scivolata via: ci ha trattenuti. È rimasta lì, sospesa tra la luce che moriva e il silenzio del Giardino che sembrava addensarsi attorno a noi. Ci siamo seduti accanto allo stagno e abbiamo aperto il libro senza parlare. Ogni poesia l’abbiamo letta piano, come si legge qualcosa che non vuole essere attraversato in fretta. A volte leggevo io, a volte lui; altre volte restavamo zitti, con la pagina aperta davanti, incapaci di aggiungere altro. Il Giardino ascoltava insieme a noi. Non c’era distanza, non c’era analisi: c’erano due persone che lasciavano che quelle parole scavassero dove dovevano scavare. E quando finalmente ci siamo alzati, era notte fonda. Non avevamo concluso nulla, ma avevamo iniziato tutto.



Seconda Sera – Il peso dell’uomo che scrive

La seconda sera sono arrivata prima di lui. Il Giardino era più fitto, quasi febbrile. Le lucciole disegnavano scie dorate nell’aria. Avevo il libro aperto sulle ginocchia, come se stessi dialogando con l’autore.
Quando Cima Bue si è seduto accanto a me non ho perso tempo.
È un prosimetro contemporaneo, ma detto così è poco. È un corpo vivo in cui poesia e prosa non si danno il cambio con educazione: si rincorrono, si urtano, si contraddicono e poi si tengono in piedi a vicenda. È un organismo ibrido che rifiuta di essere smontato in parti: se provi a isolarne un pezzo, perdi il battito del resto. Ti trascina dentro un viaggio emotivo a diapositive alterne — ora luce, ora abisso, ora desiderio, ora resa, ora rinascita — finché ti accorgi che non stai più “leggendo un libro”, ma stai guardando in faccia le oscillazioni del tuo stesso cuore.

— Quest’uomo non scrive, Cima. Questo uomo sanguina.
Mi ha guardata con quella calma che riesce a darmi solo lui.
— Parlami, ha detto.
E allora ho parlato. Di lui. Dell’autore. Dell’uomo prima del poeta.
Ho raccontato di quanto senta troppo. Di quanto sia uno di quelli che non conoscono la via di mezzo, che vivono sempre al massimo o al precipizio.
 Ha fame, gli ho spiegato. Una fame disperata di autenticità. In un mondo che offre solo scorciatoie, chat veloci, promesse leggere, relazioni lampo. E quando hai così tanta fame… finisci per divorare ciò che non ti nutre.
Cima Bue ha chiuso gli occhi un secondo. L’ho visto riconoscere qualcosa.
Ho continuato.
Gli ho parlato della solitudine nascosta dietro il desiderio.
Gli ho raccontato che questo autore non sta solo narrando sé stesso, ma sta interrogando noi, il nostro tempo, un’epoca che scorre veloce, che promette connessioni e offre solo effimeri contatti. Ho visto in lui la crisi dell’artista contemporaneo, uno che ancora crede nella forza della parola quando il mondo sembra averla dimenticata. Della ricerca ossessiva di qualcuno che colmasse il vuoto. Della devastazione delle attese. Della dipendenza emotiva. Del bisogno di contatto che a volte è più forte del bisogno di aria.
— E le donne? mi ha chiesto.
— Le donne sono specchi, gli ho risposto. In ognuna trova una versione di sé. A volte migliore. A volte peggiore. A volte solo più nuda. E quando ama… ama fino a farsi male. Ma non smette. Non si risparmia. Non si protegge.
E mentre parlavo sentivo che il libro aveva toccato corde mie, non solo dell’autore.
Ho parlato anche della sua terra.
E del modo in cui questo richiamo viscerale — parte memoria, parte ferita, parte resistenza — diventa la sua bussola emotiva. Un ritorno non geografico, ma identitario. Lì dove la bellezza non è ornamento, ma resistenza. Una presenza invisibile ma costante. Un richiamo che arriva da sotto la pelle. Una radice che non consola, ma tiene in vita.
Ho parlato della crisi dell’artista. Del coraggio di cercare bellezza in un Paese che sembra dimenticare il valore dell’arte.
— Cima… lui non racconta. Lui resiste.
Quando ho chiuso il libro, il silenzio tra noi era denso. Un silenzio che non segnava fine, ma attesa.
— Domani lo chiudiamo, gli ho detto. Domani capirai perché ho avuto bisogno di te.


Terza Sera – La luce che non salva, ma restituisce

La terza sera il Giardino non sembrava più lo stesso. Le sue ombre erano più profonde, ma la sua luce più dolce. Avevo deciso di non portare il libro tra le mani: lo lasciavo chiuso accanto a me, come se fosse finalmente diventato parte del terreno.
Quando Cima Bue è arrivato, si è seduto senza parlare. Sapeva che quella sarebbe stata la serata decisiva.
– Ora ti dico come finisce, gli ho sussurrato.

E gli ho raccontato.

Gli ho detto che dopo tutta quella fame, quella caduta, quel rovistare nel buio… qualcosa si muove.

— Non è redenzione, gli ho spiegato. È qualcosa di più umile. Più umano. Una fessura minuscola che basta a far passare aria. Non una salvezza: un ritmo diverso. Un respiro che non vuole bruciare il mondo, ma imparare ad abitarlo.

Gli ho parlato di una fede che non si spezza, ma si incrina. Di una tensione continua verso l’amore — non quello che esplode, ma quello che insiste. Quello che vibra in ogni pagina, che cade e si rialza, che domanda troppo e a volte si accontenta di niente. Una tensione che resta, come certe cicatrici: non guarisce, ma orienta.

Gli ho parlato del ritorno alla propria terra. Non come nostalgia, ma come gesto di riconoscimento: ciò che ti ha fatto soffrire, a volte, è lo stesso che ti tiene in piedi.

E poi gli ho detto la cosa più dura, ma più vera: — La fragilità non è una condanna, Cima. È l’unico varco da cui si passa davvero.

Ho sentito il Giardino respirare mentre pronunciavo quelle parole. Come se anche lui riconoscesse quella verità.
Ho pensato all’autore, un aedo senza tempo, uno capace di incidere segni profondi con incisioni lievi o feroci. E mentre lo raccontavo a Cima Bue, ho capito che era vero: quest’uomo canta con una voce antica, ma vive in un mondo che non sa più ascoltare.
— E l’ultima lezione? ha chiesto Cima Bue.
L’ho guardato dritto negli occhi.
— La fine non chiude: apre. E quello che apre… riguarda l’amore, ma in una forma che ognuno dovrà raggiungere da sé.
E lì ho capito perché avevo voluto Cima Bue con me.

Perché certe letture non si possono portare da soli.



Prima di lasciare il Giardino, io e Cima Bue abbiamo fatto quello che facciamo sempre quando un libro ci attraversa davvero: lo abbiamo guardato di lato, nei suoi squilibri, nelle sue fragilità strutturali.

È stato lui a rompere il silenzio, con quella franchezza che taglia senza mai ferire.

— Sophie… questo libro è potente, ma a volte si perde. Si stringe troppo addosso alle stesse emozioni, si avvita sulle stesse ferite. Ripete, insiste, non concede spazio al respiro. È come se avesse paura del vuoto tra una parola e l’altra.

Ha sfiorato la copertina con le dita, come si fa con qualcosa che rispetti ma che non temi di interrogare.

— E poi trabocca, ha aggiunto. A volte eccede. È talmente carico che rischia di sovraccaricare anche il lettore. A tratti ti sembra di affogare nella stessa onda che ti aveva salvato due pagine prima. È vero, Sophie: questo libro brucia. Ma non sempre modula la fiamma.

Io ascoltavo e annuivo. Perché aveva ragione. Ma mentre il Giardino respirava attorno a noi, ho capito un’altra cosa.

Gliel’ho detta con calma, come si dicono le verità che non vogliono ferire:

— Cima, la forza di questo libro sta proprio qui. Nella sua imperfezione. Nella sua fame. Nel suo urlare piano. Nel suo non voler essere mediato. Questo libro vive così: troppo. Ed è per questo che funziona. Quelle “eccedenze” sono la traccia esatta dell’uomo che lo ha scritto, di ciò che brucia e vuole dire, di ciò che non riesce a contenere. Se fosse più ordinato, più misurato, più “corretto”, perderebbe la sua ragione d’essere. Questo libro non è fatto per piacere: è fatto per arrivare. Ti tende un filo che non è sempre dritto, ma è sempre vero.

Cima ha sorriso. Quel sorriso che affiora solo quando riconosce una verità che non aveva ancora detto ad alta voce.

Perché ogni storia ci cura, se sappiamo ascoltarla.

Sophie


Dati editoriali

Titolo: Attimi Ritratti SilenziAutore: Francesco LappanoEditore: Edizioni Clandestine/Gruppo SantelliAnno di pubblicazione: 2025 – Genere: Prosimetro (prosa e poesia)Pagine: 173ISBN: 9791259871701Data di uscita: 24 novembre 2025


L’autore

Francesco Lappano è performer eclettico, coreografo, insegnante di danza e presentatore. Ha lavorato in importanti produzioni teatrali e musicali in Italia e all’estero, muovendosi tra palcoscenico, televisione e ricerca artistica. Dottore magistrale in Linguaggi dello Spettacolo, del Cinema e dei Media, affianca al lavoro scenico una scrittura profondamente incarnata, in cui parola, corpo e immagine dialogano in continuo. Dopo Il bilico. Tra illusione e certezza (2013), con Attimi Ritratti Silenzi rinnova la sua esplorazione della poesia come atto fisico e spirituale, alla ricerca di lampi di verità dentro le contraddizioni dell’esistenza.


Nota di trasparenza

Questa recensione nasce dalla lettura in anteprima di una copia omaggio inviata da Gruppo Santelli a Mentalità Amplificata per fini di approfondimento culturale. Non è una collaborazione commerciale: nessun compenso, nessun vincolo promozionale. Le opinioni espresse sono libere, indipendenti e fondate sull’esperienza diretta di lettura. Tutti i contenuti pubblicati su Mentalità Amplificata rispondono alla stessa etica: trasformare la lettura in occasione di crescita, autenticità e ascolto.

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