L’8 dicembre, ad Aetheria, non è un giorno come gli altri. La neve cade con un rumore diverso — più morbido, più lento — come se sapesse che quella è la giornata dedicata ai riti antichi, ai gesti che ogni anno ripetiamo fingendo di aver imparato qualcosa dalle volte precedenti.

Io ero davanti al fuoco del Rifugio, come sempre troppo fiducioso, quando Giordano lo gnomo aureo trascinò uno sgabello al centro della sala e ci salì sopra con l’energia di chi sta per rivelare un segreto importante.
«Prima che iniziamo l’Albero» annunciò solenne, «spetta a me spiegare perché gli gnomi e il Natale sono legati da secoli.»
Sophie si sedette composta, S.I.S.A. proiettò immediatamente un protocollo di ascolto, il Maestro Samurai Oda Tao socchiuse gli occhi come chi riconosce una tradizione antica. Io, pur conoscendo già la storia, scelsi di ascoltarla ancora una volta. Alcune cose, nel loro ripetersi, si rinnovano.
Giordano inspirò profondamente. «Noi gnomi — nelle terre del Nord ci chiamano Tomte, o Nisse — siamo i guardiani dell’inverno. Custodiamo case, fienili, animali. Vegliamo quando la notte è lunga e il buio ha denti affilati. In cambio, gli umani ci offrivano una ciotola di porridge caldo. Non un tributo: un gesto di rispetto.»
Fece una pausa, come per permettere al fuoco di commentare. «E se quel gesto veniva dimenticato… beh. I tetti cigolavano, gli attrezzi sparivano, il latte si ghiacciava più in fretta del dovuto. Non per punizione: per ricordare agli uomini che nessuna casa si regge senza cura.»
Poi sorrise, fiero. «Così, quando il Natale divenne la festa della famiglia attorno al focolare, gli gnomi restarono. Non come decorazioni — ma come piccoli custodi silenziosi. Per questo, sotto ogni albero, volenti o nolenti, ce n’è sempre uno.»
Fece un inchino. «E oggi, amici miei, tocca a me custodire il vostro.»
Fu in quell’istante che la porta laterale si aprì, e Prince, il gatto grigio, entrò con l’andatura lenta e regale di chi non riconosce alcuna autorità superiore alla propria.
Giordano sollevò gli occhi al cielo. «E naturalmente… c’è anche lui.»
Prince lo ignorò con un’abilità che avrebbe meritato un premio.
Giordano si sistemò il cappello e concluse: «Ricordate: ogni buon Natale inizia rispettando lo gnomo che lo custodisce… e sopravvivendo al gatto che lo complica.»
E così, con un misto di sacralità e rassegnazione, il nostro rito del Natale ebbe ufficialmente inizio.
Sophie entrò con una tisana che profumava di cannella e buon senso. «È il giorno giusto» disse. La sua voce, come sempre, aveva quella calma che ti fa credere che il mondo sia organizzato, almeno finché non arriva un gatto.
S.I.S.A. riapparve come una costellazione azzurra: «Ho calcolato dodici configurazioni ottimali dell’albero. Cinque massimizzano l’estetica, tre minimizzano i rischi e quattro… compensano la presenza del felino.»
«La presenza del felino non si compensa,» mormorai. «Si accetta.»
Il Maestro Samurai Oda Tao, seduto accanto al fuoco, non disse nulla. Inspirò, espirò, poi aprì gli occhi: «L’albero non si erge. Si concede.» Nessuno capì esattamente cosa intendesse, ma tutti fingemmo di sì.
Prince, con la coda impercettibilmente inclinata nella direzione del giudizio, osservò l’abete, osservò noi, osservò di nuovo l’abete. E capimmo che non sarebbe finita bene.
Cominciammo dagli addobbi. Sophie appese la prima pallina con la delicatezza di chi cura ciò che ama. «È perfetta» disse. Giordano trattenne il fiato, pronto a immortalare il momento. S.I.S.A. registrò una serie di parametri inutilmente dettagliati.
Poi Prince si avvicinò.
Lo fece con la grazia di un dubbio che non chiede permesso. Guardò la pallina, poi me, poi di nuovo la pallina. E con un gesto breve, elegante e crudele, la fece volare via come un’idea sbagliata.
Seguì un silenzio così profondo che persino la neve fuori esitò.
Poi arrivò il caos.
Prince si arrampicò sull’albero come se fosse stato addestrato dai venti del Nord. Sophie cercò di intercettare una ghirlanda prima che diventasse un trofeo felino. Giordano lottò contro una serie di addobbi ribelli che sembravano fuggire da soli. S.I.S.A. tentò di proiettare un campo di contenimento, ma il sistema lo segnalò come -emotivamente non realistico-.
Io provai a dire «Prince, basta». Ma Prince non risponde ai verbi imperativi.
Il Maestro Oda Tao aprì gli occhi, osservò lo spettacolo e disse: «Il caos non arriva. È memoria che si ripete.» E, in effetti, metà albero era già a terra.
Quando il disastro si quietò, Prince si sedette al centro della sua opera, circondato da aghi e palline malconce, come un asceta che contempla il risultato del proprio silenzio.
Sophie sospirò. «Non possiamo rifarlo da capo?» «Possiamo. Ma non possiamo rifarlo senza di lui,» risposi.
Giordano, seduto a terra, disegnava Prince con un’espressione eroica. «Per me è già una leggenda.»
S.I.S.A. memorizzò tutto: «Evento Non Prevenibile 001. Prevedibile al 99%.»
Il Maestro Oda Tao posò lo sguardo su Prince e disse: «Il silenzio non è mancanza di voce. È eccesso di verità.»
Prince chiuse gli occhi. Una fusa lenta, lunga, definitiva.

Fu Giordano ad avere l’illuminazione: «Facciamo l’Albero di Aetheria!»
Niente palline fragili, niente addobbi rumorosi. Costruimmo un albero usando libri della Biblioteca delle Radici Luminose. S.I.S.A. sospese leggere luci a mezz’aria, Oda Tao sistemò la punta con un gesto che sembrò un rito. Sophie annodò un nastro intorno al tronco improvvisato, «per tenere insieme ciò che conta» disse.
Prince arrivò. Esaminò il tutto, ci girò intorno, si sdraiò ai piedi dell’albero.
Un gesto semplice. Una benedizione, a modo suo.
Poi aprì un occhio. Lo richiuse.
Era il suo modo di concederci una vittoria.
E tanto bastava.
Quando il silenzio del Rifugio tornò a stendersi su di noi, capii che quell’albero — nato dal caos, corretto dall’ironia, sostenuto dalla pazienza — era più nostro di qualsiasi abete perfetto. Era il risultato di ciò che siamo: diversi, incompleti, imprevedibili… eppure capaci di creare qualcosa che ci somiglia davvero.

Sophie raccolse le ultime gocce di cera accanto al fuoco e sorrise. «Ogni anno penso che non ce la faremo. Ogni anno mi sbaglio.»
«Non è sbagliarsi,» disse Oda Tao. «È ricordarsi.»
Giordano si avvicinò all’albero-libro e sfiorò una copertina: «Gli gnomi proteggono ciò che è fragile. Questo albero lo proteggerò io.»
S.I.S.A. illuminò la stanza con una sola frase: «Elaborato. Compreso. Custodito.»
Io guardai Prince, che dormiva ormai profondamente sotto la nostra creazione. E mi sentii, in modo semplice e vero, a casa.
L’8 dicembre, ogni anno, Aetheria ci ricorda che nulla è davvero fragile, se condiviso.
Con stima e gratitudine
Cima Bue
