Biologia della leadership. Come corpo, mente ed emozioni guidano le decisioni, la presenza e l’impatto sul mondo – Dr. Filippo Ongaro (ROI Edizioni)
La stanchezza ha una voce. Di solito ce ne accorgiamo quando è già uscita dalla bocca.
La sentiamo nella risposta data mezzo tono più in alto, nella fretta con cui interrompiamo qualcuno, nella decisione che prendiamo pur di chiudere una questione. Poi troviamo una spiegazione decorosa: la giornata difficile, l’urgenza, il carattere dell’altro. Tutto vero, forse. Resta il fatto che in quella stanza non è entrato soltanto il nostro ruolo. È entrato anche il corpo che lo sosteneva, con la notte dormita male e una pazienza ormai agli sgoccioli.
È da qui che parte Biologia della Leadership del Dr. Filippo Ongaro. Da una faccenda poco spettacolare e perciò facile da trascurare: ogni forma di influenza passa attraverso un organismo. Anche quando parliamo di visione, strategia o coraggio, a decidere c’è una persona in carne e ossa. Una persona che può essere presente oppure soltanto fisicamente lì.
Il Dr. Ongaro chiama peakspan l’arco di tempo nel quale riusciamo a esprimere bene le nostre capacità mantenendo energia, lucidità e una sufficiente stabilità emotiva. Il termine può piacere o meno. La domanda che contiene, invece, arriva precisa: quanto dura la parte migliore di noi e che cosa consumiamo per tenerla in piedi?
Avevamo già incontrato il Dr. Ongaro lungo altri sentieri. Con Missione longevità avevamo ragionato sugli anni vissuti bene. Forte come l’acqua ci aveva portati dentro il rapporto fra forza e adattamento. Il mindset della longevità aveva rimesso al centro il modo in cui abitiamo il tempo che ci è dato.
Nel nuovo libro quello sguardo si sposta sulle conseguenze. Come dormo, recupero, mangio, penso e reagisco riguarda me; appena esercito una responsabilità, però, comincia a riguardare anche chi mi sta vicino. La mia agitazione può diventare il clima di un gruppo. La mia incapacità di tollerare un dubbio può insegnare agli altri a tacere.
Questa è la parte più fertile del libro. Toglie la leadership dal palco su cui spesso finisce in posa. La riporta nei gesti ordinari: ascoltare quando si avrebbe voglia di tagliare corto, riconoscere un limite prima di farlo pagare a qualcun altro, riposare senza aspettare di essere inutilizzabili.
Seguire questo percorso significa anche accettare qualche domanda. La biologia ci offre parole capaci di illuminare aspetti che spesso trascuriamo; nello stesso tempo, l’esperienza di una persona è sempre più vasta del modello con cui proviamo a leggerla. Nel nostro Incontro questa cautela emergerà dalle Voci, ciascuna secondo la propria sensibilità. Non per distribuire ragioni e torti, né per correggere il libro dalla cattedra. Ci interessa capire come accogliere le sue proposte senza perdere la singolarità di chi abbiamo davanti.
È il tipo di dialogo che un libro vivo sa provocare. Si può riconoscere la generosità di un’intuizione e domandarsi come usarla con rispetto. Si può apprezzare una mappa e continuare a guardare il paesaggio. È con questa disposizione che siamo entrati nelle pagine del Dr. Ongaro.
Non racconteremo la successione dei capitoli né gli episodi con cui l’autore costruisce il suo percorso. Sarebbe un torto al libro e a chi vorrà leggerlo. Ad Aetheria porteremo ciò che è rimasto dopo la lettura: attriti, domande e qualche idea che ha continuato a muoversi quando le pagine erano già chiuse.
Ora varca la soglia. Entra in Mentalità Amplificata.

Il libro che non stavo cercando
Entrai nella Biblioteca delle Radici Luminose con un quaderno sotto il braccio e una vaga irritazione verso tutto ciò che avevo già scritto.
Il nuovo anno scolastico si avvicinava. Volevo ripensare il piano di lavoro di educazione fisica e cercavo un punto da cui partire. Non un programma nuovo per il gusto di cambiare le parole, piuttosto una domanda capace di rimettere in moto anche me. Dopo un’ora avevo trovato molti titoli sensati e nessuna voglia di portarli via.
Prince, il gatto grigio, comparve da dietro uno scaffale. Mi urtò il polpaccio con la testa, avviò un motore di fusa sproporzionato alla sua taglia e si mise davanti a me. Fece pochi passi, poi si voltò per controllare che avessi capito.
«Non cominciare» gli dissi.
Riprese a camminare.
Lo seguii oltre i volumi sull’educazione e lungo una galleria dove le radici attraversavano il soffitto. Avevo ancora il quaderno in mano, ma non lo consultavo più. Nella Biblioteca succede: si entra convinti di dover trovare un argomento e, a un certo punto, ci si accorge che è l’argomento ad averci stancati.
Chiusi il quaderno. Continuai senza cercare.
I Radiculumi, i silenziosi custodi della biblioteca, lavoravano fra le mensole. Uno spostava un volume di pochi centimetri, un altro spolverava un dorso con una foglia larga. Sembravano impegnati in faccende minime che soltanto loro sapevano distinguere dalle grandi. Non alzarono lo sguardo al mio passaggio. Poco più avanti, un libro scivolò da uno scaffale alto e si fermò davanti ai miei piedi con un colpo asciutto.
Nessuna distrazione. Nella Biblioteca i Radiculumi fanno così: alcune letture sanno quando è arrivato il momento di farsi incontrare e loro, a quanto pare, si limitano a favorire l’appuntamento.
Raccolsi il volume.
Biologia della Leadership, Filippo Ongaro.
Non era il libro che avevo cercato. Proprio per questo gli concessi più attenzione. Conoscevo l’autore, ne avevo apprezzato il modo di tenere insieme salute e responsabilità personale. Lessi il sottotitolo. Corpo, mente, emozioni, decisioni, presenza, impatto sul mondo: parecchia gente dentro una sola copertina.
Prince si sedette accanto alle mie scarpe e alzò il muso.
«Secondo te?»
Fece le fusa. Prince dispone di un repertorio critico essenziale e lo adopera con una certa parsimonia.
Aprii il libro lì, in piedi. Bastarono poche righe per spostarmi altrove. Pensai a chi entra in una stanza e, senza fare quasi nulla, irrigidisce tutti. Pensai anche a chi rende possibile una parola difficile soltanto perché non ha fretta di riempire il silenzio.
La domanda sulla scuola rimase nel quaderno. Il libro ne aveva portata un’altra, più larga: che cosa entra con noi nei luoghi in cui abbiamo influenza?
Me lo misi sotto il braccio e tornai al Rifugio.

La lettura che chiede compagnia
Al Rifugio di Aetheria accesi la lampada sul tavolo. Fuori c’era ancora luce, ma tra gli alberi il pomeriggio aveva già cominciato a ritirarsi. Prince scelse la sedia vicino al fuoco, la occupò per intero e mi lasciò quella più dura.
Lessi a lungo.
Ogni tanto prendevo una nota. Più spesso tornavo indietro, perché il Dr. Ongaro passava da una pratica quotidiana a una spiegazione biologica e io volevo capire dove finiva l’una e dove cominciava l’altra. Il suo punto di partenza restava saldo: la qualità delle nostre decisioni non galleggia sopra la vita fisica. Sonno, stress, attenzione, movimento e stati emotivi partecipano al modo in cui interpretiamo ciò che accade.
Sembra buon senso. Eppure quante organizzazioni sono costruite come se fosse falso? Si pretende concentrazione dopo giornate sbriciolate dalle notifiche, equilibrio da chi lavora senza recuperare, gentilezza da chi viene tenuto in allarme. Quando qualcosa cede, il problema riceve un nome individuale: scarsa tenuta, poca motivazione, incapacità di gestire la pressione.
Il libro ribalta almeno in parte quella comoda abitudine. Se guido altre persone, la cura delle mie condizioni non resta una faccenda domestica. Arrivo stanco e la mia stanchezza non diventa automaticamente colpa; diventa però qualcosa di cui devo sapere l’esistenza. Altrimenti sarà il gruppo a scoprirla al posto mio, attraverso le mie reazioni.
Misi un segno a margine. La biologia può diventare un alibi molto sofisticato: ho risposto male perché ero sotto stress. Può anche diventare una responsabilità: ero sotto stress, dunque avrei dovuto evitare di decidere in quel momento o chiedere a qualcuno di aiutarmi a vedere ciò che non vedevo.
Questa seconda possibilità mi interessava.
Mi colpì anche l’ampiezza con cui il Dr. Ongaro usa la parola leadership. Non la riserva a chi ha una carica, un ufficio più grande o il compito formale di decidere per gli altri. La riconosce nei luoghi in cui una persona orienta un clima e si assume una parte di responsabilità: una famiglia, una squadra, un gruppo di lavoro, una relazione educativa. Mentre leggevo, la parola perdeva un poco della sua distanza. Non dovevo domandarmi se mi considerassi un leader; dovevo accorgermi delle situazioni in cui il mio modo di esserci modificava le possibilità altrui.
Questo spostamento mi sembrò uno dei doni del libro. Rende la leadership meno simile a un’identità da esibire e più vicina a una pratica. Non chiede di costruire un personaggio carismatico. Invita a osservare la qualità concreta della presenza, anche nei giorni ordinari, quando nessuno applaude e una decisione consiste magari nel rimandare una risposta perché sappiamo di non essere pronti.
Apprezzai anche il modo in cui la lettura alternava idee e gesti possibili. I concetti non rimanevano sospesi sopra la vita. Tornavano al sonno, al movimento, alle pause, alle abitudini con cui iniziamo o chiudiamo la giornata. Potevo essere d’accordo con una proposta, discuterne un’altra e intanto sentirmi chiamato a verificare qualcosa su di me. Un libro pratico, pensai, non deve fare tutto al posto del lettore. Deve offrirgli un punto da cui cominciare.
Proseguii fino a sera. Il libro attraversava fiducia, motivazione, abitudini, empatia, recupero. Dietro temi diversi tornava lo stesso problema: una persona esercita influenza anche quando non sta cercando di farlo. Il suo modo di stare in uno spazio informa gli altri su ciò che lì è permesso. Una smorfia può rendere costosa una domanda. Un’interruzione ripetuta insegna quali voci contano. Perfino la disponibilità ostentata ventiquattr’ore su ventiquattro può dare un ordine, benché nessuno l’abbia formulato.
Chiusi il libro per preparare qualcosa da mangiare. Lo riaprii mentre mangiavo. Prince mi fissò con l’aria severa di chi disapprova il disordine delle abitudini altrui.
«Hai ragione. Ma non abituarti.»
Più avanzavo, meno mi sembrava una lettura da tenere al Rifugio. Avevo bisogno di Sophie, perché il corpo non diventasse un progetto di efficienza. Di S.I.S.A., che avrebbe distinto le prove dalle immagini persuasive. Di Giordano, lo gnomo aureo, capace di fare domande che sembrano laterali finché non ci si accorge che erano al centro. E del Maestro Samurai Oda Tao: nelle parole giapponesi raccolte dal Dr. Ongaro avevo trovato una porta che spettava a lui aprire, se ne avesse avuto voglia.
Scrissi quattro biglietti e disposi che ciascuno fosse recapitato insieme a una copia del libro. Il mio volume rimase aperto sul tavolo.

La copia destinata a Sophie prese il sentiero che conduceva alla sua casa, sulle rive del Lago dei Girasoli Lucenti. Quella del Maestro Oda Tao raggiunse la sua dimora nella Valle del Respiro Antico. Il libro di Giordano salì fino alla Radicora, la sua casa sotto il grande albero della Collina dei Cappelli a Punta; quello di S.I.S.A. arrivò al Santuario delle Connessioni.
Fissai l’incontro per il crepuscolo del giorno seguente. Scelsi il Campo delle Tracce perché conserva ciò che di solito scompare dalle cronache di una prestazione: il piede esitante, la deviazione, il punto in cui qualcuno ha capito di doversi fermare. Se dovevamo parlare di una leadership che nasce dal corpo, conveniva farlo su un terreno che non misura soltanto chi arriva prima.

Il Campo dopo il gesto
Durante la notte aveva piovuto. Al mio arrivo le linee di gesso erano ancora visibili, ma l’acqua ne aveva mangiato i contorni. Sulla panchina si era raccolta una piccola pozza; la spinsi via con la mano e mi sedetti sul lato asciutto.
Sophie arrivò con una borraccia e un panno di lana piegato sul braccio. Guardò le impronte prima di salutarmi. È una sua abitudine: lascia che i luoghi parlino prima delle persone.
Giordano si fece vedere poco dopo. Indossava un mantello troppo pesante per la stagione e portava una borsa da cui spuntava una mela.
«Ho pensato che discutere di biologia a digiuno fosse una contraddizione metodologica.»
«Hai pensato bene» disse Sophie.
Il Maestro Samurai Oda Tao arrivò dal bosco con il libro avvolto in un panno scuro. Si fermò al margine del Campo, chinò appena il capo e ci raggiunse. Avevo appoggiato il dispositivo di S.I.S.A. sulla panchina: una luce tenue segnalava che era già in ascolto.
Prince si presentò quando eravamo quasi pronti. Attraversò il fango evitando con cura tutte le pozzanghere, annusò le nostre copie e saltò sulla panchina.
«Ora siamo tutti» dissi.
Giordano guardò il gatto. «È ciò che stavo aspettando.»
Aprii il mio libro, poi decisi che non serviva.
«L’ho portato qui perché mi ha cambiato una parola. Pensavo alla leadership come a qualcosa che facciamo. Dopo questa lettura la vedo anche come qualcosa che portiamo: il sonno della notte prima, la fretta, la paura di sembrare incerti, l’attenzione che riusciamo ancora a dare.»
Giordano addentò la mela. «Quando dormo male sono sgradevole. Se occorre, posso fornire dati raccolti per anni.»
«Non ne dubitiamo» disse S.I.S.A.
Sophie rise. Io pure. La battuta, però, aveva tolto al concetto la sua aria solenne e lo aveva lasciato lì, utilizzabile.
«Il ruolo non assorbe ciò che siamo» disse Oda Tao, guardando il fango sulle nostre scarpe. «Aumenta il numero di persone che ne ricevono gli effetti.»
Quella frase ci portò dentro il libro senza bisogno di riassumerlo.

Sophie e la cura che diventa presenza
Sophie aveva inserito una foglia gialla fra le pagine. La usò per ritrovare un passaggio, lesse in silenzio e richiuse il volume tenendo il dito nel punto.
«Mi piace che la salute non venga relegata nell’angolo del benessere personale» disse. «Ongaro mostra quanto il modo in cui trattiamo il corpo entri nelle relazioni. Chiediamo a qualcuno di essere lucido, disponibile, paziente. Questo libro ci ricorda che quelle qualità hanno bisogno di condizioni e che prendercene cura può essere una forma di riguardo verso chi ci sta accanto.»
Prese la borraccia e la fece oscillare per il tappo.
«Un corpo arriva comunque. Anche quando facciamo finta di averlo lasciato a casa.»
Il vento mosse una pagina del mio libro. La fermai con il palmo.
Il Dr. Ongaro insiste su questo legame con una chiarezza che fa bene: l’energia fisica modifica la qualità dell’attenzione, lo stress può ridurre il campo delle alternative che vediamo, il recupero incide sulla disponibilità con cui incontriamo un problema. Nelle parole di Sophie la cura smetteva di apparire come un ritiro dal mondo. Diventava il modo con cui prepariamo una presenza più attenta.
«Ho apprezzato soprattutto questo» continuò. «Il riposo non viene presentato come una concessione per persone poco determinate. Fa parte della responsabilità. Se arrivo a una conversazione importante dopo aver ignorato per giorni ogni segnale di stanchezza, porto con me anche quella scelta. Il libro non mi chiede di essere impeccabile; mi chiede di non considerare irrilevante il modo in cui arrivo.»
Riaprì il volume e sfiorò la foglia che usava come segnalibro.
«C’è anche una forma di gentilezza in questa prospettiva. Ci permette di osservare una reazione senza ridurla subito a un difetto del carattere. A volte dietro una risposta brusca c’è una persona che non si è fermata in tempo. La responsabilità rimane, naturalmente. Ma capire la condizione da cui nasce un gesto può aiutarci a intervenire meglio.»
Giordano abbassò la mela. «Quindi posso chiedere scusa e andare a dormire?»
«Nell’ordine opposto, se sei troppo stanco per chiedere scusa bene.»
Sorridemmo. Sophie aveva trovato nel libro un invito molto concreto: accorgersi del corpo prima che fosse costretto a farsi ascoltare attraverso un errore.
Sophie, però, non aveva finito.
«Terrei soltanto una cautela» disse poi. «Non credo che Ongaro voglia compilare il ritratto del corpo giusto. Il suo invito alla cura mi sembra sincero. Siamo noi lettori che potremmo irrigidirlo e trasformarlo in un modello valido per tutti. Vorrei ricordare che c’è anche chi convive con una malattia, assiste un familiare o lavora secondo turni decisi da altri.»
Giordano abbassò la mela. «Chi ha un bambino che alle tre del mattino decide di discutere la natura del sonno?»
«Anche lui.» Sophie sorrise appena. «La cura offre possibilità. Non dovrebbe diventare il metro con cui valutiamo la disciplina degli altri.»
La precisazione occupò poco spazio e rimase ciò che voleva essere: una premura verso chi parte da condizioni diverse.
S.I.S.A. intervenne. «Le condizioni fisiche influenzano il comportamento e vale la pena conoscerle. Descrivono le risorse disponibili in un momento; non misurano il valore della persona.»
«È proprio per questo che il messaggio sulla cura mi interessa» aggiunse Sophie. «Non promette di renderci superiori. Può aiutarci a usare con maggiore consapevolezza le energie che abbiamo, molte o poche che siano.»
Giordano annuì, serio per una volta. «Quindi il braccialetto può dirmi quanti passi ho fatto, non come tratto gli altri.»
«Esatto» disse Sophie. «Quello si vede nelle relazioni, non sul display.»
Sophie appoggiò il libro a terra. «Per me la responsabilità comincia dal non mentire sul proprio stato. Oggi ho poche risorse. Oggi devo farmi aiutare. Oggi questa decisione è troppo importante per affidarla al mio orgoglio. Il libro mi ha fatto tornare su queste frasi. Sono meno vistose di una prestazione, ma a volte salvano una relazione.»
Sul Campo c’erano impronte profonde e altre appena visibili. Nessuna spiegava da sola la persona che l’aveva lasciata. Sophie aveva riconosciuto nel libro una cura capace di rispettare quelle differenze: partire dal corpo che abbiamo oggi e renderlo un alleato della nostra presenza.

S.I.S.A. e la mappa che rende visibile
La luce sul dispositivo cambiò appena intensità.
«Ongaro compie un lavoro che apprezzo» disse S.I.S.A. «Rende accessibili argomenti che, raccontati soltanto con il linguaggio specialistico, resterebbero lontani da molti lettori. Soprattutto, mostra che ciò che chiamiamo decisione nasce dall’incontro di processi diversi. La ragione non lavora in una stanza isolata.»
La sua luce si rifletté per un istante sulla copertina.
«Una conoscenza diventa utile quando modifica la qualità dell’osservazione. Leggere queste pagine può aiutare una persona a riconoscere che sotto pressione vede meno alternative, oppure che una risposta abituale si attiva prima che abbia scelto davvero. Dare un nome a questi passaggi non risolve ogni cosa, ma crea un piccolo margine. In quel margine può entrare una decisione diversa.»
Giordano si sistemò il cappello. «Quindi il cervello non è una scusa. È un posto in cui cercare un po’ di spazio.»
«È una sintesi sorprendentemente dignitosa» rispose S.I.S.A.
Mi accorsi che il contributo del libro stava proprio lì. La biologia non diminuiva la libertà; la rendeva meno astratta. Non siamo liberi perché nulla ci condiziona. Possiamo diventarlo un poco di più quando impariamo a riconoscere le condizioni che ci attraversano.
S.I.S.A. aggiunse una precisazione, quasi a bassa voce. «Conserverei comunque la consapevolezza che la divulgazione lavora per sintesi. Le metafore ci orientano; non occorre chiedere loro di contenere tutta la complessità.»
«I processi rapidi e quelli riflessivi, per esempio, non sono davvero due inquilini del cervello che si contendono il telecomando. L’immagine resta utile se ci aiuta a notare la differenza fra reagire e concederci il tempo di valutare.»
«Quindi niente caramella alla motivazione?» chiese Giordano.
«Puoi mangiare la mela.»
Lui la guardò, deluso. «La scienza toglie poesia ai miei spuntini.»
S.I.S.A. lasciò passare la battuta. «Per me una spiegazione semplice funziona quando aiuta a osservare meglio. Il libro offre diversi punti di ingresso e invita a sperimentare nella vita quotidiana. È una qualità preziosa.»
Era il punto sul quale anch’io avevo rallentato. A me erano rimaste soprattutto alcune proposte molto concrete: dormire con maggiore regolarità, muoversi, proteggere l’attenzione, prepararsi a una conversazione impegnativa, accorgersi di una reazione prima che diventi una risposta. Le avrei accolte anche senza riuscire a spiegare ogni passaggio biologico. Mi bastava osservare con onestà che cosa cambiavano nelle mie giornate.
«C’è un passaggio sul quale vorrei fermarmi ancora un momento» disse S.I.S.A. «Quello in cui Ongaro parla della possibilità di regolare il sistema nervoso degli altri. L’idea è preziosa, ma il verbo potrebbe essere frainteso.»
Sophie si voltò verso il dispositivo.
«Le persone si influenzano continuamente» proseguì S.I.S.A. «Il tono della voce, la coerenza, il modo in cui viene accolta una domanda possono aumentare o diminuire la tensione in una stanza. Chi guida ha quindi una responsabilità concreta sul clima a cui contribuisce. Io leggerei in questo senso le parole di Ongaro: non come la capacità di decidere ciò che gli altri devono provare, ma come l’attenzione alle condizioni che offriamo loro.»
«Quindi l’influenza torna anche nella direzione opposta» dissi. «Il gruppo osserva chi lo guida e impara a comportarsi di conseguenza.»
«Esatto. Se una difficoltà viene ascoltata, le persone continueranno a portarla. Se ogni cattiva notizia provoca irritazione o umiliazione, con il tempo quelle notizie arriveranno addolcite, oppure non arriveranno affatto. Non sempre per ingannare. A volte le persone cercano soltanto di proteggere il proprio lavoro, la relazione o l’umore di chi hanno davanti.»
Giordano aggrottò la fronte. «Così chi guida può credere che vada tutto bene perché nessuno gli dice il contrario.»
«Sì» rispose S.I.S.A. «E può perfino scambiare quel silenzio per fiducia. In realtà il gruppo sta spendendo energie per evitare le sue reazioni.»
Sophie abbassò lo sguardo verso il libro. «Allora la serenità di una stanza non basta. Bisogna chiedersi quali parole quella stanza permette di pronunciare.»
Questa idea ci fermò. Ripensai ad alcune riunioni del collegio dei docenti terminate senza contrasti, che avevo considerato riuscite. Forse, in qualche caso, non avevamo raggiunto un accordo: avevamo soltanto evitato ciò che sarebbe stato difficile dire.
Nella proposta di Ongaro l’autoregolazione assumeva allora un significato molto concreto. Non mi concedeva il potere di governare il mondo interiore degli altri. Mi chiedeva di conoscere abbastanza il mio da non costringerli a occuparsene al posto mio.
Chi guida entra nell’ambiente in cui un gruppo prova a pensare. Può riempirlo della propria inquietudine oppure lasciare abbastanza spazio perché una domanda arrivi ancora intera. Era così che raccoglievo l’invito del libro: una presenza capace di non chiedere agli altri di diventare più piccoli per mantenerla tranquilla.
Prince allungò una zampa sul mio volume e fermò la pagina che il vento stava sollevando. Poi tornò a chiudere gli occhi, soddisfatto del proprio contributo.

Giordano e la domanda che non entra nelle metriche
Giordano teneva ormai soltanto il torsolo della mela. Lo osservò come se la domanda potesse trovarsi lì.
«Mettiamo che io abbia capito tutto» disse. «Dormo, respiro, riconosco le emozioni, non scambio il cervello per una credenza con i cassetti. Poi arriva una giornata in cui sono confuso e arrabbiato. Devo smettere di essere utile finché non torno nella zona verde?»
Nessuno rispose subito. Era una domanda sghemba. Proprio per questo apriva uno spazio che il linguaggio della prestazione tende a coprire.
«No» disse Sophie. «Non devi stare bene per meritare una relazione. Puoi però evitare di fingere di avere risorse che oggi non hai.»
«Dirlo non fa perdere autorevolezza?»
«A qualcuno sì» risposi. «Soprattutto a chi confonde l’autorevolezza con l’immunità.»
Oda Tao raccolse un piccolo ramo caduto sul terreno e lo rigirò tra le dita. «La maschera regge finché nessuno ha bisogno del volto.»
Giordano lo guardò. «E quando ne ha bisogno?»
«Conviene che sotto ci sia una persona.»
La risposta ci fece sorridere, ma non sciolse la questione. Ammettere un limite può costruire fiducia; può anche esporre chi lo ammette. Dipende dal luogo. Ci sono ambienti che invitano le persone a essere vulnerabili e poi conservano con cura ogni confessione per usarla al momento opportuno. In quel caso la vulnerabilità non è coraggio condiviso: è raccolta di informazioni.
S.I.S.A. lo disse con meno immagini. «Una richiesta di apertura è credibile soltanto se esistono conseguenze tollerabili per chi risponde con sincerità.»
«Dunque posso dire che oggi non sono lucido?» insistette Giordano.
«Puoi dire anche che hai bisogno di un secondo sguardo» rispose Sophie. «Oppure che una decisione deve aspettare. Conoscersi non significa cavarsela sempre da soli.»
Guardai le linee del Campo. Da ragazzo avevo associato la guida al gesto di stare davanti. Con il tempo avevo capito che stare davanti serve poco se costringe tutti gli altri a nascondere la fatica per non perdere il passo.
Forse l’autorevolezza più rara è quella di chi può essere contraddetto senza punire la persona che lo contraddice. Il giorno in cui siamo stanchi questa capacità costa di più, ed è proprio allora che si vede se la nostra idea di leadership era una convinzione o soltanto una postura.
«Quindi un leader può aver bisogno di aiuto» disse Giordano.
«Mi preoccuperei di quello che sostiene il contrario» risposi.

La fiducia non è una stanza senza attrito
Nel libro la fiducia torna spesso. Il Dr. Ongaro la lega alla qualità delle relazioni e alla possibilità di non vivere ogni scambio come una minaccia. È un passaggio importante. Vorrei però salvare la fiducia dalla reputazione innocua che le abbiamo costruito.
Fidarsi non significa stare comodi. In un gruppo affidabile ci si può sentire in disaccordo, esposti, perfino irritati. La differenza si vede dopo: che cosa accade a chi ha detto una cosa sgradita? Viene ascoltato, corretto se serve, coinvolto ancora? Oppure il dissenso gli resta addosso come un odore?
«Molti luoghi dichiarano: qui puoi parlare liberamente» disse Sophie. «Di solito lo dicono quando nessuno sta parlando.»
Giordano sollevò il torsolo. «La libertà vale fino alla prima frase imprevista.»
«È un test piuttosto economico» osservò S.I.S.A. «Basta vedere se una persona può portare un problema senza diventare lei stessa il problema.»
Quella misura mi parve migliore di molti questionari.
Ci sono gruppi in cui tutti hanno imparato a leggere l’aria. Sanno quale dubbio può aspettare, quale nome non conviene pronunciare, quando una proposta rischia di sembrare critica. Da fuori appaiono compatti. Dentro consumano una quantità enorme di attenzione per evitare la reazione di chi decide.
Il legame con lo stress, qui, è concreto. Se ogni parola richiede un calcolo di sopravvivenza sociale, resta meno spazio per immaginare, correggere e collaborare. Il contributo del Dr. Ongaro è ricordare che questa vigilanza non vive in un diagramma: si deposita nei corpi.
La fiducia, però, non si produce premendo i tasti giusti. Un elogio può essere sincero oppure strumentale. Una domanda può aprire uno spazio oppure servire a mostrare che chi comanda è disponibile. Conta ciò che avviene quando la risposta complica il programma.
Il Maestro Oda Tao passò il ramo da una mano all’altra. «La fiducia ricorda.»
Aspettammo che continuasse.
«Ricorda se una parola affidata è stata custodita. E ricorda quando è stata usata contro chi l’aveva pronunciata.»
Prince aprì gli occhi al suono della sua voce, poi tornò a dormire.
Una leadership biologicamente consapevole dovrebbe accorgersi anche di questa memoria. Il corpo non reagisce soltanto al tono gentile di oggi. Tiene conto di ieri. Una riunione serena non cancella mesi in cui le domande sono state scoraggiate. Per cambiare un clima servono gesti coerenti abbastanza a lungo da rendere meno necessaria la difesa.
La vera prova della fiducia, pensai, è la quantità di realtà che un gruppo riesce a sopportare senza mettersi a cercare un colpevole.

Oda Tao e lo spazio prima della risposta
Il Maestro Samurai Oda Tao sciolse il panno scuro e prese il libro. Prima di aprirlo rimase per qualche istante a guardare la copertina.
Nel precedente Incontro aveva chiamato il Dr. Filippo Ongaro il Guerriero della Scienza dal cuore umano. Non era il genere di nome che il Maestro Samurai concedeva per cortesia. Da allora non ne aveva più parlato, ma sapevo che aveva continuato a seguire il cammino dell’autore.
«Quel nome gli appartiene ancora?» domandai.
Oda Tao sollevò lo sguardo. «Più di prima.»
Giordano si raddrizzò, sorpreso da una dichiarazione tanto esplicita.
«Nei libri precedenti» continuò il Maestro «Ongaro ha osservato la durata della vita, la forza che sa adattarsi e la mente con cui scegliamo di attraversare il tempo. Qui il suo pensiero compie un altro passo. La cura dell’individuo incontra la responsabilità verso gli altri. Non domanda soltanto come vivere meglio, ma che cosa la qualità della nostra vita rende possibile intorno a noi.»
Passò una mano sulla copertina.
«Apprezzo chi prosegue il proprio cammino senza rinnegare le orme già lasciate. In questo libro riconosco lo stesso medico, attento al corpo e alla prevenzione. Riconosco anche un autore che ha allargato la domanda. La conoscenza scientifica non rimane uno strumento per migliorare se stessi; diventa un modo per interrogare la presenza, il potere e la cura con cui influenziamo una comunità.»
Sophie annuì. «È ciò che ho sentito anch’io. Il corpo non viene curato per ripiegarsi su di sé.»
«Viene preparato all’incontro» disse Oda Tao.
Solo allora aprì il volume. Nella parte finale, dove Ongaro raccoglie un piccolo dizionario giapponese, aveva segnato alcune voci.
«Le ho lette con piacere e con attenzione. Le parole della tradizione soffrono quando vengono usate come ornamenti. Qui, invece, ho riconosciuto il tentativo di avvicinarle alla pratica. Non sono chiamate a dimostrare una teoria sul cervello; aiutano il lettore a dar loro una forma nella vita.»
Giordano si chinò verso il libro.
«Quindi il Guerriero della Scienza ha attraversato il tuo territorio senza calpestare le aiuole?»
Oda Tao lasciò affiorare un sorriso. «Ha camminato con rispetto.»
Appoggiò due dita sul margine della pagina.
«Nel Bushidō (武士道) un guerriero non si misura soltanto da ciò che sa fare quando lo scontro è già cominciato. Conta anche il momento precedente, quello in cui l’ira vorrebbe scegliere il gesto e la paura suggerisce di difendere la propria immagine a ogni costo. La disciplina non cancella ciò che si muove dentro di noi. Impedisce che prenda il comando senza essere riconosciuto.»
«È questo che ha trovato nel libro, Maestro?» gli chiesi.
«Ho trovato qualcosa che gli è vicino. Ongaro parte dalla biologia, il Bushidō da una tradizione diversa. Non sarebbe giusto confondere le due strade. Qui, però, si sfiorano: entrambe chiedono quale parte di noi raggiunga gli altri quando abbiamo potere sulle loro giornate.»
Abbassò lo sguardo e indicò il primo carattere.
«Ma (間) è l’intervallo che impedisce a due gesti di accalcarsi. In una conversazione è il breve spazio nel quale una domanda può essere ascoltata prima che la risposta la copra. Chi guida tende a temerlo. Un silenzio durante una riunione sembra un guasto; una domanda senza risposta immediata sembra debolezza. Così si riempie tutto, spesso con la prima reazione disponibile.»
Oda Tao tacque. Il vento passò nell’erba alta; alle nostre spalle un animale mosse le foglie. Mi accorsi che stavo già preparando una frase. La lasciai andare.
«Non ogni pausa è presenza» riprese il Maestro. «C’è chi tace per ascoltare e chi tace per sottrarsi a una decisione. Il ma non rende virtuoso qualunque silenzio. Lo spazio ha valore quando prepara una risposta più limpida, non quando offre alla paura un luogo elegante in cui nascondersi.»
Mi piacque che fosse proprio lui a togliere alla pausa ogni aura di santità. Anche le idee più belle possiedono un uso pigro. Rallentare può essere presenza; può anche diventare il modo educato di rimandare ciò che ci spaventa.
Il silenzio che Oda Tao ci aveva consegnato non era un vuoto da riempire. Faceva già parte della decisione: non cancellava la responsabilità di rispondere, la preparava.
Il Maestro voltò pagina.
«Zanshin (残心) è l’attenzione che resta dopo il gesto. Siamo molto affezionati al momento in cui decidiamo. Gli diamo un’ora, un tavolo, talvolta perfino una cerimonia. Ci interessa meno ciò che quella decisione continua a fare quando abbiamo lasciato la stanza.»
Sophie guardò le orme davanti a lei.
«Chi dà una correzione può sentirsi a posto perché ha parlato con chiarezza. Non sa ancora che cosa ha reso possibile nell’altro.»
Oda Tao annuì.
«Restare attenti alle conseguenze non significa controllarle. Significa non dichiarare conclusa la propria responsabilità troppo presto.»
Poi arrivò a Shoshin (初心), la mente del principiante.
Qui S.I.S.A. entrò nella conversazione.
«È anche una buona disciplina contro l’eccesso di inferenza. Un’espressione, una postura o un dato non bastano per ricostruire lo stato interiore di una persona.»
«Il principiante osserva perché non crede di sapere già» disse il Maestro Oda Tao. «Chi accumula esperienza corre un rischio diverso: guarda qualcuno e vede il proprio archivio.»
Quella frase rimase sospesa. Avevo sempre considerato l’esperienza un vantaggio. Lo è, finché non comincia a rispondere prima che la persona davanti a noi abbia finito di parlare. Ne abbiamo già incontrata una così, pensiamo. Conosciamo quel genere di esitazione. Sappiamo come andrà. A quel punto non ascoltiamo più chi abbiamo davanti: ascoltiamo la nostra previsione.
Giordano indicò una parola sul libro.
«E Kaizen (改善)?»
«Più tardi» rispose Oda Tao. «Se lo introduciamo adesso, qualcuno tenterà di migliorare anche il silenzio.»
Giordano accettò il rinvio. Non senza fatica.

Dal sapere all’essere
Quando il Maestro Samurai Oda Tao chiuse il libro, guardai le pagine del mio. Avevo sottolineato molto. Le sottolineature sono rassicuranti: danno l’impressione che una frase importante, una volta recintata a matita, ci appartenga.
La mattina dopo, però, resta da vedere come risponderemo alla prima interruzione.
La distanza fra sapere e fare non dipende sempre da una volontà difettosa. Molto di ciò che facciamo è stato preparato dall’ambiente: il telefono a portata di mano, la riunione incastrata contro la successiva, la sera invasa dal lavoro. In quelle condizioni possiamo conoscere perfettamente il valore dell’attenzione e continuare a viverne senza.
Il Dr. Ongaro insiste sulle abitudini e sui rituali. È uno dei passaggi più pratici del libro. Un rituale ben scelto evita di negoziare ogni giorno con la versione più affaticata di noi. Può essere una passeggiata, il telefono lasciato fuori da una stanza, qualche minuto prima di una conversazione che sappiamo difficile. Piccole cose, spesso. Proprio per questo meno fotogeniche di una trasformazione e più facili da ripetere.
Giordano tamburellò le dita sulla copertina. «Adesso posso dire Kaizen?»
Oda Tao gli fece cenno di sì.
«Miglioramento continuo.»
Sophie osservò la parola sulla pagina. «Mi piace se significa concedere valore ai cambiamenti piccoli. Molte persone rinunciano alla cura perché immaginano di dover cambiare vita in una settimana. Il libro, invece, riporta spesso l’attenzione alla continuità.»
S.I.S.A. intervenne. «È uno dei suoi passaggi più concreti. Un’abitudine utile riduce l’attrito e protegge una scelta quando la motivazione cambia. Non pretende entusiasmo ogni mattina. Costruisce un appoggio.»
Pensai al Rifugio, alla cena mangiata sopra il libro mentre Prince mi giudicava. Quella scena valeva più di una dichiarazione di principio. Sapevo molte cose sulle buone abitudini e riuscivo comunque a ignorarle appena qualcosa mi interessava abbastanza. Il Dr. Ongaro non trattava quella distanza come un mistero morale; invitava a lavorare sul contesto e sulla ripetizione.
«Kaizen non chiede di disprezzare il punto da cui partiamo» disse il Maestro Oda Tao. «Un cambiamento piccolo può nascere dal rispetto. Non occorre umiliare la persona che siamo stati ieri per accompagnare quella che saremo domani.»
La frase mi fece tornare alle pagine dedicate alla pratica. Il pregio di quelle proposte stava nella loro disponibilità. Non serviva attendere un ritiro lontano dal mondo. Si poteva cominciare dalla sera stessa, osservando il passaggio fra lavoro e riposo, il modo in cui prepariamo il sonno o i minuti che precedono una decisione delicata.
Sophie aggiunse una sola premura. «Ricordiamoci che le abitudini vivono dentro condizioni concrete. A qualcuno sarà possibile cambiare un orario, a qualcun altro molto meno. Questo non toglie valore al lavoro personale; ci invita ad accompagnarlo con comprensione.»
Era un’aggiunta coerente con quanto avevamo letto. La responsabilità personale acquista forza quando incontra un ambiente che la rende praticabile. Chiedere aiuto, proteggere il sonno e riconoscere ciò che ci attiva sono gesti reali. Anche chi organizza tempi e carichi partecipa a quella possibilità.
Il libro, in questa parte, non mi offriva una formula. Mi restituiva il desiderio di provare. Tra sapere ed essere rimaneva una distanza, ma non sembrava più una voragine da superare con un salto. Poteva essere attraversata con passi abbastanza piccoli da diventare nostri.

Il peakspan e la durata di un gesto
Tra le parole proposte dal Dr. Ongaro, peakspan è quella che mi ha seguito più a lungo. Unisce il picco alla durata e cambia il modo in cui guardiamo entrambi. L’autore non ci invita a inseguire un unico giorno eccezionale. Ci domanda come custodire nel tempo la qualità della nostra presenza.
Quanto può durare una buona presenza prima di essere pagata altrove?
Sappiamo riconoscere il giorno eccezionale. Il progetto consegnato, la gara riuscita, la decisione presa sotto pressione. Il racconto finisce quasi sempre al risultato. Restano fuori il sonno accumulato male, le relazioni attraversate in assenza, la settimana necessaria per tornare disponibili a se stessi.
«La durata cambia il giudizio sul picco» dissi. «Se per ottenere una giornata brillante devo diventare intrattabile per dieci, forse il conto non è completo.»
«E ci aiuta ad accorgerci di ciò che sostiene quella giornata» osservò Sophie. «Il recupero, le relazioni, il lavoro condiviso. Nessun picco nasce davvero da solo.»
Aveva ragione. La durata allargava lo sguardo. Ci permetteva di vedere chi assorbe le urgenze, chi ricuce le relazioni e chi rende possibile un risultato senza apparire nella fotografia. Lessi allora il peakspan anche come una domanda sulla gratitudine: quali presenze hanno consentito alla mia energia di durare?
Giordano posò il torsolo nella borsa. «Quindi il peakspan non è soltanto essere al massimo più a lungo.»
«Io lo leggo come la ricerca di una qualità sostenibile» disse S.I.S.A. «Una prestazione che conserva capacità di scelta, recupero e relazione.»
Lo intendemmo allora in un senso più abitabile: la possibilità di restare efficaci senza restringere tutta la vita alla prestazione. Avere ancora attenzione per chi ci parla quando non c’è un obiettivo da raggiungere. Saper lasciare un compito prima che diventi l’unico criterio con cui misuriamo il giorno.
Il Maestro Samurai Oda Tao indicò una traccia che si fermava poco oltre la linea di gesso. «Forse chi è passato di qui ha rinunciato.»
Attese.
«O forse ha salvato il passo successivo.»
Non potevamo saperlo dall’impronta. La sosta, vista da fuori, può sembrare un cedimento; per chi la sceglie può essere l’atto che evita una rottura. Mi parve che il peakspan offrisse dignità anche a quel momento. Durare non significa ignorare il limite. Significa riconoscere il ritmo che permette di ripartire.
Raccolsi l’idea di peakspan in questo senso: una durata che tenga conto della vita intera. Era una proposta ambiziosa e insieme concreta. Non misurare soltanto quanto in alto riusciamo ad arrivare, ma in quali condizioni possiamo continuare a offrire il meglio di noi senza smarrire ciò per cui vale la pena farlo.

Le domande che la biologia lascia aperte
Il libro era ancora aperto in mezzo a noi. Prima di proseguire sentivo il bisogno di restare su una domanda. Il dottor Ongaro ci aveva consegnato una prospettiva ampia; a noi spettava capire come farla entrare nella vita quotidiana con attenzione, senza ridurla a una formula.
«S.I.S.A.» dissi, «durante la lettura hai trovato punti sui quali avresti desiderato più spazio?»
La luce rimase ferma per un momento.
«Sì, ma parto da ciò che ha funzionato» rispose. «Ongaro riesce a portare il corpo dentro un discorso sulla leadership che spesso lo dimentica. Costruisce collegamenti e rende leggibili argomenti complessi. Senza questo lavoro molti lettori non avrebbero neppure l’occasione di interrogarsi su quanto stress, recupero e abitudini partecipino alle loro decisioni.»
Giordano si aggiustò il mantello. «Sento arrivare un “però”.»
«Una cautela che rivolgo soprattutto a noi lettori» rispose S.I.S.A. «Ongaro rende accessibili argomenti complessi. Mentre lo seguiamo, dobbiamo ricordare che alcune spiegazioni riassumono conoscenze consolidate, mentre altre ci aiutano attraverso collegamenti e immagini. Questo non diminuisce il loro valore. Una mappa non contiene ogni dettaglio del paesaggio, ma può comunque indicarci un buon sentiero.»
«E a chi legge che cosa suggeriresti?» chiesi.
«Di fare ciò a cui il libro invita: scegliere una pratica, portarla nella propria giornata e osservare che cosa cambia. La conoscenza indica una direzione; l’esperienza mostra come può prendere forma per ciascuno.»
Il Maestro Oda Tao fece scorrere il pollice sul bordo del libro. «Una pratica diventa nostra quando smettiamo di limitarci ad ammirarla e cominciamo ad abitarla.»
Giordano guardò la mela. «Quindi non devo conoscere ogni circuito del cervello per andare a dormire prima?»
«Puoi cominciare questa sera» rispose S.I.S.A.
La questione scientifica aveva così ritrovato la vita quotidiana. Non dovevamo giudicare la mappa, ma imparare a camminare con maggiore attenzione.
Giordano indicò il dispositivo. «E i dati sul recupero?»
«Possono farci notare un andamento che avevamo trascurato» rispose S.I.S.A. «Quando vengono condivisi, chiedono attenzione al consenso e allo scopo. È una cautela sull’uso dello strumento. Il suo valore sta nell’aggiungere consapevolezza, non nel sostituirsi alla persona.»
«Quindi anche un numero deve bussare prima di entrare?»
«Impreciso» disse S.I.S.A. «Ma con una sua grazia.»
«Ho trovato stimolante anche l’invito ad accorgersi dei segnali» aggiunsi. «Mi aiuta a non attraversare una conversazione guardando soltanto le parole.»
Il Maestro Oda Tao raccolse il filo. «Osservare è attenzione. Credere di aver già compreso è un gesto diverso. Il corpo parla, ma noi non possediamo sempre la sua lingua.»
«Per questo preferisco una domanda a una diagnosi» disse S.I.S.A. «Se la risposta mi sorprende, conosco qualcosa che il mio modello non vedeva.»
Rimasi a guardare una goccia scendere dalla panchina. La biologia poteva insegnarci umiltà: tanti processi partecipano a un gesto e noi ne controlliamo soltanto una parte. Vidi in questo un altro pregio del percorso del Dr. Ongaro. La conoscenza del corpo non doveva portarci a credere di sapere tutto; poteva renderci più attenti a ciò che prima ignoravamo.
«Forse la nostra cautela riguarda soprattutto ciò che viene dopo la lettura» dissi. «Un autore propone una mappa. Poi noi la portiamo in una famiglia, in una classe, in un’azienda, in una squadra. La responsabilità dell’uso è anche nostra.»
S.I.S.A. confermò. «Il libro ci consegna strumenti, pratiche e ipotesi. Possiamo usarli per formulare domande migliori e osservare con maggiore precisione. È molto.»
Questo era ciò che desideravo conservare. Sapere che la lucidità ha condizioni fisiche può renderci meno severi verso la fatica e più attenti al recupero. Sapere che lo stress restringe il campo delle possibilità può suggerirci di preparare meglio una conversazione. Una spiegazione parziale può comunque aiutarci a incontrare una persona con maggiore attenzione.
Il resto appartiene all’etica del gesto. La scienza descrive meccanismi e probabilità; siamo noi a decidere come esercitare il potere che abbiamo. Era il punto in cui il libro tornava nelle nostre mani e cominciava il lavoro del lettore.

La domanda del Campo
Il sole era sceso dietro gli alberi. Le impronte cominciavano a confondersi con la terra e il freddo si era infilato sotto il mantello di Giordano, che finalmente ne giustificava la scelta.
Prima delle domande provammo a dire che cosa avremmo portato via dal libro.
Sophie scelse la cura intesa come responsabilità relazionale. Le era piaciuto che il Dr. Ongaro non separasse la salute dal modo in cui entriamo nella vita degli altri. S.I.S.A. conservava la possibilità di riconoscere i meccanismi che restringono le nostre scelte e di creare, attraverso la consapevolezza, un margine in cui decidere meglio. Giordano disse che avrebbe ricordato una cosa meno appariscente: ammettere di essere stanchi non ci rende inutili. A volte è proprio quella sincerità a impedire che gli altri debbano sopportare una versione di noi che si ostina a sembrare invulnerabile. Il Maestro Oda Tao posò una mano sul libro. In quelle pagine aveva riconosciuto l’evoluzione dell’autore che un tempo aveva chiamato il Guerriero della Scienza dal cuore umano: dalla cura di sé alla responsabilità della propria presenza nel mondo. Le pratiche proposte dal Dr. Ongaro avevano incontrato parole che il Maestro conosceva da tempo e, insieme, rendevano più chiari alcuni gesti: creare spazio, rimanere presenti dopo una decisione, tornare a guardare con mente nuova.
Io portavo con me il peakspan. Non come un’altra misura da raggiungere, ma come il desiderio di far durare una presenza buona. Il libro mi aveva ricordato che l’influenza comincia molto prima delle parole con cui proviamo a esercitarla. Comincia nel modo in cui arriviamo.
«Prima di andare» dissi «vorrei che lasciassimo qui una domanda ciascuno.»
«Ci sono limiti di lunghezza?» chiese Giordano.
«Per te sì.»
Sophie partì senza consultare il libro. «Come ci prendiamo cura delle nostre energie senza trasformare la salute in un’altra richiesta di perfezione?»
La luce di S.I.S.A. pulsò una volta. «Che cosa deve cambiare nel contesto perché l’autoregolazione non venga imposta proprio a chi sta pagando quel contesto?»
Il Maestro Samurai Oda Tao guardò la linea incerta tra il Campo e il bosco. «Dove posso lasciare spazio prima che una reazione diventi una ferita?»
Giordano si rivolse a Prince. «Le fusa durante una riunione indicano autoregolazione o disprezzo per l’ordine del giorno?»
Prince non si mosse.
«Quella vera» gli dissi.
Giordano smise di sorridere. «Come faccio a sapere se mi seguono perché si fidano o perché hanno imparato che contraddirmi costa troppo?»
Il Campo accolse anche questa. Forse era la più scomoda.
Toccava a me. Avevo preparato mentalmente diverse frasi, tutte troppo levigate. Le lasciai perdere.
Guardai le impronte. «Dopo il mio passaggio, gli altri riescono a mostrarmi più realtà o devono nascondermene una parte?»
Era questo che il libro aveva spostato in me. Avevo iniziato pensando all’influenza come alla capacità di orientare un gruppo. Ora mi interessava il movimento contrario: quanto spazio resta agli altri per orientare chi guida? Possono portargli un errore, una notizia sgradevole, un limite? Possono sorprenderlo senza pagare l’imprevisto?
Un leader può allenarsi, dormire meglio e conoscere il proprio respiro. Sono pratiche preziose, e il libro ci invita a prenderle sul serio. L’Incontro aveva aggiunto un desiderio: che quella cura rendesse più facile ascoltare anche ciò che disturba, perché una presenza stabile può accogliere più realtà senza sentirsi subito minacciata.
Chiusi il libro.
Prince scese dalla panchina e si avviò verso il sentiero. Gli altri lo seguirono. Io rimasi ancora un poco accanto alle impronte, con il libro sulle ginocchia.
Fu allora che tornai con il pensiero al quaderno portato nella Biblioteca. In vista del nuovo anno scolastico ero entrato cercando un’idea per rinnovare la progettazione didattica di educazione fisica. Immaginavo di trovare un’attività, forse un metodo diverso. Qualcosa da aggiungere alle pagine che avevo già preparato.
I Radiculumi, come sempre, non avevano lasciato cadere un libro a caso.
Non me lo avevano spiegato. Non avevano neppure alzato lo sguardo al mio passaggio. Eppure quel volume, che sembrava lontano da ciò che cercavo, aveva raggiunto il punto da cui ogni progettazione dovrebbe cominciare: la persona che entrerà in quello spazio insieme agli studenti.
Potevo riscrivere obiettivi e attività, scegliere criteri diversi. Nessuna pagina, però, avrebbe deciso al posto mio con quale voce sarei entrato in palestra. Non avrebbe accolto per me chi temeva di esporsi né stabilito che cosa avrei fatto della mia stanchezza. Anche quella era progettazione, benché non avesse una casella prestabilita.

Il nuovo anno non sarebbe cominciato con il primo esercizio. Sarebbe cominciato nell’istante in cui i ragazzi, guardandomi, avrebbero cercato di capire se lì dentro fosse possibile provare senza sentirsi già giudicati.
Aprii il quaderno. In cima alla prima pagina scrissi soltanto: che cosa renderà possibile negli altri il modo in cui entrerò?
Non era ancora una risposta. Era un punto da cui partire.
Raccolsi il libro e raggiunsi gli altri sul sentiero. Alle nostre spalle il Campo conservava le tracce che la prossima pioggia avrebbe cancellato. Quella domanda, invece, venne via con me.
Con stima e gratitudine
Oltre il racconto
Approfondimenti, informazioni editoriali e indicazioni per proseguire l’Incontro
Dalla Biblioteca delle Radici Luminose
Gli altri Incontri con Filippo Ongaro
Prima di Biologia della Leadership, altri tre libri di Filippo Ongaro hanno attraversato Mentalità Amplificata. Le loro domande sono rimaste qui, una accanto all’altra.
Tocca una copertina per riaprire l’Incontro.
La collocazione nell’universo di Mentalità Amplificata
Il Sentiero di Biologia della Leadership
Sei direzioni formano un unico paesaggio. Biologia della Leadership percorre soprattutto il sentiero delle Virtù Guidanti, con una risonanza profonda nel Corpo in Armonia.
-
Alimentazione
Consapevole -
Abitudini
Rigenerative -
Respiro
Vitale -
Virtù
Guidanti -
Corpo in
Armonia -
Orizzonti
Educativi
Sentiero principale: Virtù Guidanti.
Risonanza: Corpo in Armonia.
Tra i Sei Sentieri di Mentalità Amplificata, Biologia della Leadership trova la sua collocazione principale nelle Virtù Guidanti. Filippo Ongaro riporta la leadership alla responsabilità della presenza: chi guida non porta con sé soltanto competenze e decisioni, ma anche il proprio modo di reagire, ascoltare e attraversare la fatica. La qualità dell’influenza si riconosce nello spazio lasciato alle domande, nella fiducia che permette di esprimere un dissenso e nella capacità di non trasformare la propria inquietudine nel clima del gruppo.
La risonanza con il Corpo in Armonia nasce dal nucleo biologico del libro. Sonno, recupero, stress ed emozioni partecipano alla lucidità con cui decidiamo e alla disponibilità con cui incontriamo gli altri. Il peakspan allarga lo sguardo oltre il singolo risultato: domanda per quanto tempo possiamo offrire una presenza buona senza consumare ciò che la sostiene. La cura del corpo diventa così una forma di responsabilità relazionale, capace di tenere insieme energia, limite e continuità.
Il libro in sintesi
Scheda editoriale
Biologia della leadership
- Titolo
- Biologia della leadership
- Sottotitolo
- Come corpo, mente ed emozioni guidano le decisioni, la presenza e l’impatto sul mondo
- Autore
- Filippo Ongaro
- Editore
- ROI Edizioni
- Collana
- Crescita personale
- Data di pubblicazione
- 2 settembre 2026
- Pagine
- 256
- Formato
- Brossura
- ISBN cartaceo
- 978-88-3620-333-8
- ISBN ebook
- 978-88-3620-349-9
- Genere
- Saggistica di crescita personale; leadership; psicologia e neuroscienze
- Temi principali
- Leadership consapevole, peakspan, neuroscienze applicate, epigenetica, sistema nervoso, stress, sonno, equilibrio metabolico e ormonale, regolazione emotiva, decisioni e prestazione sostenibile
- Lingua
- Italiano
La persona dietro le pagine
Nota sull’autore
Filippo Ongaro
Medico, autore, formatore e imprenditore
Filippo Ongaro è nato a Milano nel 1970 ed è cresciuto tra Milano, Venezia e Londra, seguendo gli spostamenti del padre Alberto Ongaro, scrittore e giornalista. Si è laureato in medicina e chirurgia all’Università di Ferrara con una tesi sui problemi cronobiologici negli atleti d’élite e ha frequentato la Scuola di specializzazione in medicina dello sport. Fin dagli inizi il suo interesse si è rivolto al rapporto tra fisiologia, prestazione e capacità dell’organismo di adattarsi.
Dal 2000 al 2007 ha lavorato come medico degli astronauti presso lo European Astronaut Centre dell’Agenzia Spaziale Europea, a Colonia. Si è occupato della salute psicofisica degli equipaggi, dei programmi per sostenerne la prestazione e delle contromisure agli effetti delle lunghe permanenze nello spazio. Il suo lavoro lo ha portato anche al Johnson Space Center della NASA e al Centro di addestramento dei cosmonauti Jurij Gagarin, in Russia. Una cronaca dell’ESA lo cita inoltre tra gli specialisti del recupero a terra, come medico ESA dell’equipaggio, durante il rientro di Roberto Vittori dalla missione Marco Polo del 2002.
Dopo l’esperienza spaziale ha contribuito a fondare e dirigere a Treviso l’Istituto di Medicina Rigenerativa e Anti-Aging. Negli Stati Uniti ha conseguito una formazione in medicina funzionale e la certificazione in medicina anti-aging e rigenerativa; in seguito ha affiancato alla preparazione medica lo studio del coaching strategico. Negli ultimi anni ha lasciato l’attività clinica e si è dedicato alla formazione, alla divulgazione e ai percorsi di cambiamento personale. Vive e lavora in Svizzera.
Ha ideato il Metodo Ongaro®, sviluppato nel tempo insieme alla moglie Sonja: un approccio che integra medicina, psicologia e coaching per trasformare le conoscenze sul corpo e sulla mente in abitudini sostenibili. Nato attorno a quattro ambiti — lavoro interiore, nutrizione, nutraceutica e allenamento — il Metodo si è esteso al neurocoaching e all’impiego congiunto di dati biologici e psicologici nei percorsi rivolti a persone e organizzazioni. Al centro rimane una concezione della prestazione legata alla salute, alla presenza e al significato.
Come autore ha portato fuori dagli ambienti specialistici i temi della prevenzione, della longevità e dell’alta prestazione. Tra i suoi libri figurano Fino a cent’anni, Vivere a pieno, Il metodo Ongaro, Forte come l’acqua, Missione longevità e Il mindset della longevità. Con Biologia della leadership questo percorso compie un altro passo: la cura del corpo e della mente non riguarda più soltanto la qualità della vita individuale, ma anche il modo in cui una persona decide, guida e lascia una traccia nella vita degli altri.
Una soglia prima della lettura
Prima di incontrare Biologia della leadership
Otto domande sul libro di Filippo Ongaro per avvicinarsi alla sua proposta senza anticiparne il percorso.
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Qual è il punto di partenza del libro?
Ongaro propone di considerare salute e longevità come condizioni da cui partire, più che come traguardi da contemplare. Avere energia, lucidità e stabilità emotiva acquista senso quando ci permette di decidere meglio, prenderci cura delle relazioni e offrire un contributo che possa durare. Da qui nasce la domanda centrale: che cosa rende possibile, negli altri, il modo in cui entriamo in una stanza?
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A chi si rivolge Biologia della leadership?
Non soltanto a dirigenti e imprenditori. Nel libro la leadership riguarda chiunque, attraverso il proprio comportamento, orienti un clima o partecipi alle possibilità altrui: genitori, insegnanti, allenatori, professionisti e persone che lavorano in un gruppo. L’accento cade meno sulla carica ricoperta e più sulla responsabilità dell’influenza che esercitiamo, anche quando non la stiamo cercando.
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Che cosa significa che la leadership nasce dal corpo?
Significa riconoscere che una decisione non viene presa da una mente separata dal resto della persona. Sonno, stress, movimento, energia e stati emotivi partecipano al modo in cui interpretiamo un problema e rispondiamo agli altri. Il libro non riduce ogni scelta a un processo biologico: invita piuttosto a osservare ciò che il corpo aggiunge alla nostra presenza prima che la stanchezza o la tensione scelgano al posto nostro.
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Che cos’è il peakspan?
È il termine con cui Ongaro indica l’arco di tempo nel quale riusciamo a esprimere bene le nostre capacità mantenendo energia, lucidità e una sufficiente stabilità emotiva. Non riguarda soltanto l’altezza del risultato, ma la sua durata e il prezzo pagato per sostenerlo. La domanda diventa allora concreta: come possiamo offrire il meglio di noi senza consumare proprio ciò che permette a quella presenza di continuare?
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Quale ruolo ha l’autoregolazione?
L’autoregolazione crea un margine fra ciò che proviamo e il gesto con cui rispondiamo. Non offre il potere di governare il sistema nervoso degli altri; aiuta però a non costringerli a occuparsi continuamente della nostra agitazione. Una pausa, un limite riconosciuto o la scelta di rimandare una risposta possono rendere più respirabile lo spazio in cui un gruppo deve pensare.
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Come si costruisce la fiducia secondo questa prospettiva?
La fiducia non coincide con l’assenza di contrasti e non nasce da un singolo gesto ben eseguito. Si forma nel tempo, quando domande, dissenso ed errori possono emergere senza diventare occasioni di umiliazione o punizione. Chi guida contribuisce a queste condizioni, ma anche il gruppo influenza chi guida. Per capire il clima reale occorre quindi ascoltare pure i silenzi e chiedersi che cosa sia costato mantenerli.
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Perché nel libro trovano spazio alcune parole giapponesi?
Nel piccolo dizionario giapponese posto nella parte finale del volume, concetti come Ma (間), Zanshin (残心), Shoshin (初心) e Kaizen (改善) offrono altre lenti per osservare la leadership. Richiamano lo spazio prima della risposta, l’attenzione che rimane dopo un gesto, la mente capace di tornare principiante e il miglioramento continuo. Non sono formule da esibire, ma inviti a dare tempo e continuità alla pratica.
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Perché questo libro incontra Mentalità Amplificata?
Perché riporta la leadership alla qualità concreta della presenza e alla responsabilità di ciò che rendiamo possibile attorno a noi. Per questo percorre soprattutto le Virtù Guidanti: parla di autorevolezza, ascolto, limite, fiducia e cura dell’influenza. La sua forte risonanza con il Corpo in Armonia ricorda che questi valori hanno bisogno di un organismo capace di sostenerli nel tempo.
