Vivere la propria vita – 80 racconti sulla fragilità di Paolo Cendon – (Santelli Editore, Collana Fragilità, 2025)
Ci sono libri che ti parlano. Questo no. Questo ti ascolta.
Vivere la propria vita è una raccolta di racconti scritta da chi, per mestiere, ha dovuto capire prima ancora che spiegare. Paolo Cendon non prende in prestito la fragilità degli altri per renderla letteraria: la raccoglie, la guarda dritto negli occhi, la mette su carta senza inganno. Con onestà rara.
Ottanta racconti. Nessun trucco. Nessun moralismo. Nessuna lezione nascosta. C’è la vita – quella vera – vista da vicino. Quando fa male. Quando spaventa. Quando non sai nemmeno come chiamarla. Quando cede all’improvviso o resta silente per anni. È una scrittura sobria, chiara, necessaria. Non cerca la bellezza. Cerca la verità. Cerca il dettaglio che nessuno nota e lo mette in primo piano, senza esibirlo.
Ogni storia è un tentativo di salvataggio, non sempre riuscito. A volte basta esserci. A volte no. A volte si entra in punta di piedi nella solitudine di un altro, e la si abita per poche righe. Altre volte, si resta muti davanti a qualcosa che non si sa nemmeno nominare.
Ed è proprio per questo che abbiamo deciso di portarlo ad Aetheria. Perché quando un libro non si legge, ma ti legge, è giusto farlo accomodare nei luoghi dove la lettura ha il peso del rito.
Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata

Il Rifugio di Aetheria – quartier generale di Mentalità Amplificata
Era uno di quei giorni in cui non riuscivo a togliermi dalla testa una frase letta al mattino. Un racconto breve, solo due pagine. Ma era bastato. Mi era rimasto addosso come la traccia di un sogno vivido. Il libro era Vivere la propria vita di Paolo Cendon. Non era la prima volta che leggevo qualcosa scritto da lui, ma questa raccolta mi aveva sorpreso. Spiazzato. Toccato nervi che pensavo già cicatrizzati.
L’ho chiuso piano. E ho sentito la necessità di condividerlo.
Così ho chiamato tutti.
Li ho convocati nel nostro quartier generale: il Rifugio di Aetheria. Un luogo che sembra sospeso, ma che sa tenere insieme mente e pelle.
Al Rifugio di Aetheria il tempo non corre: cammina accanto. Era sera. Una di quelle in cui l’umidità trasforma l’aria in ovatta, e ogni suono si spegne prima di raggiungere la porta. Le pareti respiravano insieme a noi. Il fuoco del camino non scaldava solo le mani, ma anche le pause.
Avevamo bisogno di stare fermi. Di lasciare entrare qualcosa senza doverlo spiegare.
Così ho preso il libro. L’ho tenuto tra le mani per qualche istante, poi l’ho messo al centro del tavolo come si fa con un oggetto sacro. E ho detto: “Leggiamolo insieme. Uno alla volta. A voce bassa. Come si legge qualcosa che non va toccato troppo.”
Ho iniziato io. La prima storia. Poi ho guardato gli altri. E ho detto: “Paolo Cendon non scrive storie per farci provare pena. Scrive per restituire spazio a ciò che spesso ignoriamo. A chi è fuori fuoco. A chi ha bisogno di più tempo. A chi cade nei buchi neri dell’indifferenza sociale e giuridica.”
Ogni racconto è un gesto: una mano appoggiata, un respiro interrotto, una porta chiusa troppo forte. Alcuni sono lunghi due pagine. Altri appena uno sguardo. Ma tutti si muovono nella stessa direzione: far esistere.
“Qui dentro,” ho continuato, “ci sono malati mentali, anziani fragili, adolescenti che non reggono la pressione, genitori smarriti, disabili invisibili, amori distorti, disastri silenziosi. Ma non c’è mai giudizio. Mai ironia facile. Mai retorica.”
Cendon scrive con pudore. E quando scrive, si mette accanto. Non sopra. E quando si allontana, lo fa in silenzio, lasciando spazio alla voce dell’altro.
E noi, al Rifugio, abbiamo imparato a leggere in piedi, accanto anche noi.
“Mi ha ricordato le persone che ho lasciato andare senza salutarle bene,” ha detto Sophie, con una calma da corsia d’ospedale notturna.
“Cendon non si limita a descrivere la fragilità. La decifra come un sistema di pressione invisibile: sociale, familiare, perfino biologico. Ogni personaggio sembra una diagnosi mancata, un bisogno inascoltato, un paziente che nessuno ha interrogato davvero.”
“Questi racconti non offrono risposte, ma aprono cartelle cliniche mai archiviate. Ti obbligano a un’anamnesi personale. E se hai studiato, se hai visto cosa succede dietro le quinte della salute mentale, allora senti che non è fiction. È realtà cruda, rispettata.”
“Mi ha colpito soprattutto il fatto che non medica il dolore. Non lo cura. Lo testimonia. Ed è già tantissimo.”
Il Maestro Samurai Oda Tao sfogliò con lentezza, come se ogni pagina fosse un koan.
“Le storie contenute in questo libro, non sono fiori colti. Sono licheni cresciuti sull’umidità dell’anima. Resistono, silenziosi. Vivono su superfici che nessuno guarda.”
“Cendon non racconta per istruire. Racconta per sedersi accanto. È ciò che gli antichi chiamavano -presenza consapevole-. Non giudica. Non giustifica. Riconosce. È raro.”
“Ogni racconto è come un piccolo sutra spezzato: non insegna una morale, ma apre una fenditura. E chi ascolta davvero può attraversarla.”
“Questo libro,” concluse, “è una calligrafia del dolore. Scritta con il pennello dell’umiltà.”
“Qui non si parla di eroi. Si parla di gente che esiste a fatica,” disse Giordano lo gnomo aureo, grattandosi la testa sotto la sua coroncina d’alloro storta.
Fece una pausa, come per cercare le parole nella memoria lunga della sua stirpe.
“Da piccolo mio nonno mi raccontava di umani che si spezzano in silenzio. Pensavo fossero favole. Poi ho vissuto abbastanza da vederli davvero: nei corridoi delle scuole, nei paesi svuotati, nei marciapiedi delle città.”
“Cendon li ha presi e li ha messi sulla carta senza vergogna. Senza renderli esempi. Solo esistenze.”
Si aggiustò sulla sedia, accavallò le gambe corte e riprese: “Però… posso dirlo? Alcune storie mi sembravano sorelle. Non gemelle, eh, ma con lo stesso maglione triste addosso. Hanno tutte quella voce pacata, un po’ sottovoce, come se avessero paura di disturbare. Belle, sì, ma… dopo un po’, se le leggi tutte insieme, è come camminare in una nebbia dove ogni albero ti sembra quello di prima.”
“Ecco, magari un racconto un po’ più lungo ogni tanto, o una pausa che somigli a una carezza, avrebbe aiutato. Una fiammella. Una lanterna accesa sul sentiero. Lo dico con rispetto, davvero. Lo giuro sugli Archivi degli Gnomi.”
“Perché, alla fine, questo è un libro che non si finisce. Si porta in giro. Come quei sassolini che trovi nel bosco e metti in tasca. Non sai più se li hai presi tu o se si sono infilati da soli. Ma non li butti mai.”
Ascoltai Giordano in silenzio. Come sempre, la sua voce traballante trovava angoli di verità che a molti sfuggono. C’era qualcosa di giusto nella sua osservazione, qualcosa che valeva la pena riconoscere senza sconti.
“Giordano ha toccato un punto sensibile,” dissi. “È vero, in questa raccolta non c’è il fuoco d’artificio. Non c’è la storia che ti prende per la giacca e ti scuote. Ma forse non era quello l’intento. Cendon non racconta per stupire.”
Feci scivolare lo sguardo sul libro, come se mi aspettassi che da un momento all’altro si richiudesse da solo, soddisfatto di aver fatto il suo dovere.
“È una scelta, questa. Una precisa rinuncia al rumore. Ogni racconto è una variazione sullo stesso tema: la fragilità. Ma la fragilità, se ci pensate, non fa rumore. È una crepa lenta. Un nodo in gola. Una frase che non riesci a dire. E Cendon ha deciso di restituirla così: sottovoce, con pudore.”
Mi voltai verso gli altri. Le lanterne oscillavano appena, come trattenessero il respiro.
“Quello che sembra ripetizione è, in realtà, insistenza. Come se volesse dire: -Guarda meglio. Ancora. E ancora-. Perché ogni persona fragile lo è a modo suo. E ogni racconto diventa uno specchio sfaccettato, dove anche tu, prima o poi, ti ritrovi.”
“È un libro che ti chiede di rallentare. Di leggere non per arrivare alla fine, ma per fermarti dove senti qualcosa vibrare. È scomodo, a suo modo. Ma anche necessario.”
S.I.S.A. si attivò in silenzio. La sua voce emerse dallo spazio tra le pareti, modulata e precisa come sempre, senza preamboli, senza esitazioni.
“Avviata scansione semantica. Struttura del libro: modulare, non lineare. Forma breve con forte incidenza emotiva.”
“Ogni unità narrativa genera micro-risonanze neurali. I temi principali identificati: abbandono sistemico, solitudine relazionale, trauma ordinario. Pattern emergenti: ascolto negato, invisibilità sociale, resilienza sommessa.”
“L’autore utilizza una prosa ipocomplessa ma ad alta densità simbolica. Assenza strategica di catarsi finale: scelta coerente con l’obiettivo etico-narrativo di non addolcire l’esperienza della fragilità.”
“Probabilità che un lettore emotivamente alfabetizzato entri in risonanza diretta con almeno un racconto: 97,3%. Probabilità che l’intera raccolta venga elaborata razionalmente senza reazione somatica: inferiore al 2%.”
“Conclusione: il libro funziona come catalizzatore. Rende visibile ciò che è ignorato, e lo fa senza spettacolarizzazione. È un algoritmo narrativo di restituzione umana.”
“Ehm… S.I.S.A.?” intervenne Giordano, sollevando un sopracciglio e avvicinandosi al tavolo con aria perplessa. “Apprezzo molto il tuo entusiasmo cibernetico, ma potresti, come dire… rifermermelo… cioè, riframmellarlo… no, aspetta… riformarlarmelo? Ecco, insomma… potresti spiegarmelo come se parlassi a uno gnomo delle scuole basse?”
S.I.S.A. fece una pausa, poi sintetizzò: “È un libro che fa sentire ciò che spesso ignoriamo. E lo fa bene.”
“Ahhh, ecco!” fece Giordano sollevando il pollice. “Vedi che alla fine sei utile anche per noi piccoli con le orecchie a punta?”

Dopo l’ultimo racconto, nessuno si alzò subito. Le pagine erano ferme, ma non chiuse. Come se avessero ancora qualcosa da dire, ma solo se avessimo avuto la pazienza di restare.
Il silenzio che seguì non era vuoto. Era pieno di quello che avevamo appena attraversato.
Aetheria, quella notte, non dormiva. Ma non faceva rumore. Nemmeno noi.
Restammo lì. Non per commentare. Non per giudicare. Solo per riconoscere che qualcosa ci aveva toccato. E che, forse, ci aveva insegnato anche questo: che a volte il modo migliore per onorare una storia è lasciarle spazio. Senza spiegarla. Senza risolverla.
Solo restare. Con lei. E con quello che ci ha lasciato addosso.
Con Stima e Gratitudine
Cima Bue

Dati editoriali
Titolo: Vivere la propria vita – 80 racconti sulla fragilità
Autore: Paolo Cendon
Editore: Santelli Editore, Collana Fragilità
Anno di pubblicazione: 2025
Formato: 130 x 200, brossura
Pagine: 164
EAN: 9788892921962
L’autore
Paolo Cendon è un giurista, saggista e scrittore nato a Venezia nel 1940. Professore ordinario di Diritto Privato presso l’Università di Trieste, è una delle voci più influenti nella tutela dei diritti delle persone fragili in Italia. Ha collaborato con Franco Basaglia alla riforma della psichiatria, teorizzato il concetto di danno esistenziale e promosso l’istituto dell’amministrazione di sostegno, oggi pilastro del diritto civile italiano. È autore di saggi, romanzi e racconti, e dirige la collana “Fragilità” per Santelli Editore. Con Vivere la propria vita ha scelto di raccogliere in forma narrativa ottanta storie che testimoniano la sua visione: quella di un diritto dal basso, umano, vicino ai bisogni veri di chi vive in condizioni di vulnerabilità.
Nota di trasparenza
Questa recensione nasce dalla lettura in anteprima di una copia omaggio inviata da Santelli Editore a Mentalità Amplificata per fini di approfondimento culturale. Non è frutto di una collaborazione commerciale: nessun compenso, nessuna richiesta da parte dell’autore o di terzi, nessun vincolo promozionale. Le opinioni espresse riflettono esclusivamente l’esperienza di lettura e il confronto all’interno del team di Mentalità Amplificata, attraverso le voci di Cima Bue, Sophie, Oda Tao, S.I.S.A. e Giordano. Come per tutti i contenuti di Mentalità Amplificata, l’obiettivo è uno solo: lasciarsi guidare da libri, film, podcast e storie come strumenti concreti di crescita personale, professionale ed educativa, senza scorciatoie e senza facili semplificazioni.
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