L’Amore, a volte, non basta

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E ti vengo a cercare, Battiato e il punto in cui l’amore non basta più


Non so esattamente quando ho cominciato ad ascoltare Franco Battiato. So solo che c’era. C’era quando ero piccolo e il mondo mi sembrava più grande delle mie tasche, quando camminavo con le tasche piene di sassi inutili e domande troppo grandi per me. C’era mentre crescevo, io che non sono mai diventato davvero alto, e cominciavo a intuire che le domande importanti non avevano risposte rapide. C’era nei momenti in cui non capivo bene cosa stavo provando, ma sentivo con chiarezza che qualcuno, da qualche parte, stava dicendo parole vere al posto mio. Non parole consolatorie. Parole necessarie.

I miei coetanei, quelli della mia specie, ascoltavano altro. Antiche canzoni gnomiche, tramandate a voce, che si cantavano battendo i piedi sulla terra umida e facendo tintinnare piccoli sonagli di rame. Erano canti circolari, senza inizio né fine, accompagnati da danze lente attorno al fuoco: la Rota delle Radici, la chiamavano. Si ballava piegati in avanti, con le mani vicino al suolo, per ricordare da dove veniamo. La musica serviva a restare uniti, a tenere il tempo delle stagioni, a non perdersi. Io partecipavo, certo. Ma mentre gli altri sentivano il ritmo, io ascoltavo anche il silenzio tra un passo e l’altro.

Non l’ho mai studiato davvero, Battiato. Non come fanno quelli bravi, che sanno citare album, date, influenze. Io l’ho ascoltato. L’ho lasciato entrare. Come si ascolta il vento quando passa tra le foglie o un ruscello che non chiede di essere capito, solo seguito. Le sue canzoni non mi spiegavano la vita: mi insegnavano a starci dentro senza irrigidirmi.

Per questo, quando decisi di recarmi dal Maestro Samurai Oda Tao, sapevo già cosa avrei portato con me. Non un libro. Non una domanda scritta bene. Non una teoria. Ma una canzone.



La Valle del Respiro Antico è il luogo dove il pensiero si arrende alla presenza, dove il silenzio diventa maestro e ogni suono trova il suo posto naturale nel mondo. Qui anche una voce può entrare senza rompere l’equilibrio, se nasce dal punto giusto. Chi vi entra non torna con risposte, ma con un respiro più lento — e la certezza che la pace non si cerca: si ricorda.

Il Maestro Samurai Oda Tao dimora nella parte più silenziosa della valle, dove il vento non si ferma ma non disturba. Quando arrivai, era seduto come sempre: immobile, eppure presente in un modo che mi faceva sentire immediatamente fuori posto. Io, con la mia corona d’alloro leggermente storta, le mani sempre un po’ troppo vive, il passo che tradiva l’emozione e una certa goffaggine che non riuscivo mai a nascondere del tutto.

Mi inchinai.

«Maestro Oda Tao», dissi. «Spero di non disturbare

Lui non rispose subito. Aprì lentamente gli occhi e li posò su di me come si posa una tazza sul tavolo: senza fretta, senza rumore, senza giudizio.

«Il disturbo nasce dal rifiuto», disse. «Chi arriva con rispetto è già silenzio.»

Annuii, anche se non ero sicuro di aver capito del tutto. Con il Maestro era sempre così: prima sentivi, poi, forse, capivi.

Posai a terra lo strumento che avevo portato con me. Era un oggetto strano, anche per i nostri mondi. Un antico strumento di riproduzione usato dagli Antichi Gnomi della Pietra di Selene: aveva la tromba di un grammofono, ma al posto dei dischi c’erano piccole lastre di metallo incise, e al suo interno una tecnologia che nessuno aveva mai davvero spiegato. Antico e moderno insieme. Un ponte. Proprio come certe canzoni.

«Maestro», dissi, schiarendomi la voce. «Io ascolto spesso Franco Battiato. Da quando ero bambino. Non saprei dire perché, ma mi accompagna. Sempre. Quando sono confuso, quando sono calmo, quando credo di aver capito qualcosa e quando mi accorgo che non è così.”

Esitai un istante, poi aggiunsi, con il rispetto che si deve a chi sa stare nel silenzio più di me: «Lei… lo conosce?»

Il Maestro non rispose subito. Guardò il braciere, poi il filo di fumo che saliva diritto prima di dissolversi nell’aria.

«Ci sono voci», disse infine, «che non appartengono a un uomo soltanto. Passano attraverso di lui, come il vento attraverso una gola di montagna. Alcuni le chiamano musica. Altri, ricordo.»

Non capii davvero cosa intendesse. Ma annuii. E mi parve sufficiente.

Azionai lo strumento.

La voce cominciò a diffondersi nella valle con una delicatezza che mi fece trattenere il fiato. Non riempiva lo spazio. Lo attraversava. Sembrava rispettarlo. La musica non si impose: trovò posto.

Ascoltammo in silenzio.



Durante l’ascolto mi accorsi che il tè fumava ancora, che il vento si era fatto più lento, che persino i miei pensieri sembravano sedersi accanto a noi, invece di correre in avanti come facevano di solito.

Quando la canzone finì, mi accorsi di avere le mani intrecciate davanti a me, come se stessi aspettando un verdetto. O una benedizione.

«Maestro», dissi piano. «Posso farle una domanda?»

«Le domande non si chiedono», rispose. «Accadono.»

Deglutii. «Allora… accade che io non ho mai capito una cosa. In “E ti vengo a cercare”, Battiato… chi sta cercando davvero?»

Il Maestro chiuse gli occhi, come se stesse ascoltando la domanda più che le parole.

«Colui che cerca», disse lentamente, «è il testimone della separazione originaria. È l’essere che, avendo intuito l’Uno, soffre la frattura della molteplicità e tenta il ricongiungimento attraverso la forma dell’altro.»

Lo guardai. Poi lo riguardai.

«Maestro», dissi con grande rispetto, ma anche con una certa disperazione. «La prego. Io sono solo uno gnomo. Potrebbe… usare parole un po’ più piccole?»

Per un istante, ebbi l’impressione che stesse sorridendo. Non con la bocca, ma con il tempo.

«Ascolta allora», disse. «E dimentica le parole grandi.»

Si alzò lentamente e fece qualche passo nella valle, come se stesse cercando il punto giusto da cui parlare.

«il tuo Battiato», riprese, «sta parlando del desiderio di tornare a casa. Ma non sa più dov’è casa.»

Sentii qualcosa muoversi dentro di me. Non forte, non rumoroso, ma reale.

«Quando dice “E ti vengo a cercare”», continuò il Maestro, «non sta parlando di un cammino fisico. Sta parlando di una nostalgia. Tutti noi, a volte, sentiamo che manca qualcosa. E spesso crediamo che quel qualcosa sia una persona.»

Annuii. Sì. Questo lo capivo. Fin troppo.

«Ma quella persona», disse il Maestro Oda Tao, «diventa il volto di qualcosa di più grande. Non è solo amore. È un ricordo confuso di interezza. Un richiamo che passa attraverso il cuore perché il cuore è l’unico luogo che ascoltiamo ancora.»

Rimasi in silenzio, lasciando che le parole si posassero.

«Per questo la canzone è dolce e inquieta allo stesso tempo», aggiunse. «Perché l’essere umano ama, ma mentre ama intuisce che l’amore non basta. E invece di scappare da questa intuizione, Battiato la canta. Non la risolve. La abita.»

Mi accorsi che stavo sorridendo. Un sorriso goffo, probabilmente. Ma sincero.

«Quindi», azzardai, «non sta sbagliando a cercare una persona?»

Il Maestro scosse il capo.

«No. Sta solo sbagliando se crede che quella persona sia la destinazione finale.»

Silenzio.

«L’amore», concluse Oda Tao, «è un ponte. Ma molti si siedono sul ponte e dimenticano di attraversarlo.»

Restammo lì ancora a lungo. Senza parlare. Senza spiegare. Lasciando che il respiro facesse il suo lavoro.

Quando mi alzai per andarmene, mi inchinai di nuovo.

«Grazie, Maestro», dissi. «Credo di aver capito. O almeno… di aver smesso di dover capire tutto.»

Lui annuì.

«Chi smette di afferrare», disse, «comincia ad ascoltare.»

Mentre ridiscendevo la valle, la canzone tornava a suonarmi dentro. Diversa. Più semplice. Più vera.

E pensai che forse cercare non è un errore. L’errore è dimenticare perché abbiamo cominciato.

Chi sa meravigliarsi, ha già cominciato a capire.

Giordano, lo gnomo aureo


Franco Battiato

(Ionia, 23 marzo 1945 – Milo, 18 maggio 2021) – Cantautore, compositore, regista e pittore.

Ospite di passaggio in Aetheria

Franco Battiato non è entrato in Aetheria con il rumore dei grandi nomi. È arrivato come arrivano quelli che sanno ascoltare: senza chiedere spazio. La sua voce ha attraversato generi, epoche e linguaggi senza mai fermarsi davvero. Pop, musica colta, spiritualità, ironia, silenzio: tutto è stato per lui materia viva, mai etichetta. Non cercava di spiegare il mondo, ma di accordarsi a una frequenza più sottile, dove le parole smettono di rassicurare e cominciano a interrogare. In Aetheria non dimora stabilmente. Compare quando qualcuno smette di afferrare e prova ad ascoltare. Le sue canzoni non offrono risposte: aprono spazi. Non consolano: orientano. Non promettono: ricordano. Chi lo incontra non torna con certezze nuove, ma con una domanda più pulita. E con il sospetto, sempre gentile, che l’amore da solo non basti, se non diventa anche ricerca.


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