Un mondo a parte

Un mondo a parte di Jovanotti — una canzone per restare nel mondo

Ci sono canzoni d’amore che arrivano con un impianto enorme, dichiarazioni che sembrano dover reggere il cielo, promesse capaci di far sentire in difetto perfino chi ascolta da sola/o, in macchina, al semaforo. Dicono: se ami davvero, allora devi sapere, decidere, salvare, restare, cambiare tutto. Un mondo a parte fa una cosa diversa. Non chiede all’amore di risolvere il mondo, né di renderlo innocuo. Gli chiede qualcosa di più umano e, forse, più difficile: diventare un luogo nel quale la realtà non smetta di esistere, ma smetta per un momento di obbligarci a stare sempre in guardia.

È una canzone che parla di due persone, ma non usa la coppia come una stanza blindata. Dentro c’è il desiderio di sentirsi scelti, certo, e c’è quella vertigine che arriva quando qualcuno ci conosce abbastanza da farci abbassare le difese. Però non c’è l’idea infantile che basti trovare l’altra persona giusta per mettere a tacere ogni paura, riparare ciò che si è rotto, cancellare la fatica che ciascuno porta con sé.

Ed è proprio qui che il brano mi ha fermata.

Perché quando diciamo che qualcuno è “casa”, spesso rischiamo di chiedergli troppo. Gli chiediamo di essere rifugio, prova della nostra importanza, risposta al nostro passato, garanzia contro l’abbandono, e magari anche un posto dove non dover mai più fare i conti con noi stessi. È un incarico enorme, quasi sempre ingiusto. Nessuno dovrebbe diventare il servizio di pronto intervento permanente dell’anima di qualcun altro.

Eppure esiste un modo più vero di diventare casa.

Non quello in cui l’altro ci nasconde dal mondo, ma quello in cui, grazie all’altro, possiamo tornare nel mondo senza sentirci più piccoli. Non quello in cui spariamo dentro una relazione, ma quello in cui smettiamo di recitare una versione di noi costruita per sopravvivere.

Jovanotti scrive questa canzone dentro Il corpo umano VOL. 1, un album nel quale il corpo non è mai soltanto una figura elegante da mettere in un titolo. È fragilità, desiderio, movimento, ferita, memoria, presenza. In Un mondo a parte, quella presenza prende una forma intima e diretta: non una teoria sull’amore, non un manifesto, piuttosto una canzone che lascia spazio a ciò che succede quando la fiducia smette di essere un’idea astratta e diventa qualcosa che si sente addosso.

Forse per questo non avevo voglia di incontrarla al Rifugio di Aetheria, dove le conversazioni tendono a diventare grandi prima ancora che qualcuno abbia posato la tazza. Non nel Santuario delle Connessioni, dove S.I.S.A. avrebbe potuto ricordarci, con accuratezza incrollabile, che anche l’intimità possiede dinamiche osservabili. E nemmeno nel Campo delle Tracce, perché quella sera non avevo nessuna intenzione di trasformare i sentimenti in una gara di resistenza.

Avevo bisogno del Giardino Segreto dei Sussurri.

Un luogo in cui le cose importanti non arrivano mai con il tono di chi vuole vincere una discussione. Arrivano piano, magari mentre stai cercando di convincerti che non ti riguarda nulla.

Ora varca la soglia, entra in Mentalità Amplificata.


Aetheria, il mondo simbolico di Mentalità Amplificata

Una porta che non si apre da sola

Il Giardino Segreto dei Sussurri ha una cattiva abitudine: si accorge di te prima che tu abbia deciso cosa provare.

È per questo che ci vado quando vorrei essere lasciata in pace, il che non ha nessun senso e, proprio per questo, funziona. Le sue piante non fanno domande esplicite, i bambù non insistono, l’acqua nello stagno non pretende confessioni. Però se arrivi con un pensiero troppo pieno, il Giardino trova il modo di farti sentire che lo stai portando in mano come un bicchiere colmo fino all’orlo.

Quella sera avevo con me il telefono, una borsa con un taccuino, tre fogli stampati, un elenco di domande e una matita che avevo già perso due volte, benché non mi fossi spostata da una panchina di più di quattro metri.

Nei prossimi giorni sarebbe stata aperta la Farmacia Letteraria.

Dirlo così sembrava semplice. Una nuova porta su Mentalità Amplificata, uno spazio digitale nel quale le persone avrebbero potuto entrare, raccontare in poche risposte ciò che stavano attraversando e ricevere tre direzioni di lettura, con un piccolo rituale per accompagnarle. Nessun test per definire qualcuno, nessuna pretesa di sapere chi fosse una persona attraverso una manciata di domande, nessuna formula capace di consegnare il libro perfetto come se esistesse davvero un libro perfetto per tutti.

L’idea era mia.

Ed era esattamente questo il problema.

Quando un’idea appartiene soltanto a te, puoi amarla senza che nessuno la guardi. Puoi tenerla in tasca, cambiarle nome, farla crescere, lasciarla incompleta, difenderla dagli occhi altrui dicendo che non è ancora pronta. Quando invece sta per uscire, quando altre persone potranno entrarci davvero, smette di essere soltanto un posto che hai immaginato e diventa una responsabilità.

Rilessi la prima domanda sul foglio.

La cambiai.

La rilessi di nuovo.

La riportai quasi com’era prima.

«Se continui così, alla fine avrai inventato una Farmacia Letteraria specializzata nella cura delle virgole.»

Alzai lo sguardo.

Cima Bue era in piedi poco distante, con una mano nella tasca della giacca e l’altra intorno a una tazza da viaggio che, a giudicare dal vapore, aveva avuto la prudenza di arrivare provvista di qualcosa di caldo. 

Mi guardò per un istante, con un’attenzione quasi eccessiva, poi aggrottò appena la fronte. 

«Mi perdoni,» disse. «Lei è nuova da queste parti?» 

Lo fissai da sopra gli occhiali, una montatura nera, spessa e squadrata che mettevo quando le lentine diventavano insopportabili. 

«Cima Bue.» 

«No, davvero. Sto cercando Sophie. Di solito arriva con un taccuino, tre fogli, una matita scomparsa e l’aria di chi sta discutendo con una virgola.» 

«Sono Sophie.» 

Lui inclinò appena la testa, come se la notizia gli chiedesse ancora una verifica. 

«Ah.» 

«Ah?» 

«Gli occhiali. Per un momento ho pensato che il Giardino avesse mandato una Sophie più pericolosa.» 

«Più pericolosa?» 

«Con quella montatura hai l’aria di una che ha già letto il regolamento, trovato tre incongruenze e deciso di parlarne direttamente con chi l’ha scritto.» 

«È un complimento?» 

«È prudenza preventiva.» 

«Le lentine mi davano fastidio.» 

«Capisco. Quindi non sei una sostituta.» 

«Purtroppo per te.» 

«Non direi. Però mi hai fatto perdere qualche secondo di sicurezza nelle mie capacità di osservazione, e per me è una cosa seria.» 

«Ti riprenderai.» 

«Non senza conseguenze.» 

Guardò i fogli che avevo sparso sulla panchina, le frecce, le parole cerchiate, una domanda riscritta due volte e la matita che, nel frattempo, non riuscivo più a vedere. 

«Se continui così, alla fine avrai inventato una Farmacia Letteraria specializzata nella cura delle virgole.» 

«Non stavo curando le virgole.» 

«No?» 

«Stavo valutando la densità emotiva di una domanda.» 

Lui inclinò appena la testa. 

«Questa è una frase che si può pronunciare soltanto dopo aver riletto la stessa riga sei volte.» 

«Cinque.» 

«La quinta era già una rilettura emotiva.»

«E tu come fai a saperlo?»

«Insegno da anni. Ho visto ragazzi fissare la stessa consegna con un’espressione molto simile alla tua, di solito pochi secondi prima di dire che il compito era formulato male.»

«Il compito era formulato male?»

«Quasi mai. Ma la domanda, qualche volta, faceva paura.»

La risposta arrivò senza voler fare effetto. Era questo che Cima Bue faceva quando era serio: non alzava mai la voce, non preparava il terreno, lasciava una frase dove serviva e poi sembrava quasi disposto a far finta che non fosse importante.

Si sedette all’altra estremità della panchina, abbastanza lontano da non invadere il piccolo caos dei miei fogli, abbastanza vicino da rendere evidente che non aveva intenzione di lasciarmi lì a discuterne da sola con una matita.

«Apri nei prossimi giorni?»

Annuii. «Nei prossimi giorni.»

La frase avrebbe dovuto darmi soddisfazione. Invece mi si fermò addosso come una porta che, all’improvviso, pesa più di quanto sembrasse quando l’avevi disegnata.

«E hai l’aria di qualcuno che sta decidendo se scappare attraverso una finestra molto piccola.»

«Non c’è nessuna finestra.»

«Il Giardino è pieno di uscite non ufficiali. Non sottovalutare le siepi.»

«Mi sembra un incoraggiamento discutibile.»

«È una verifica di sicurezza. Se la tua idea sopravvive anche all’ipotesi di fuga, è una buona idea.»

Lo guardai.

«Cima Bue.»

«Sophie.»

«Nei prossimi giorni entreranno persone vere.»

Lui non sorrise più. Non perché avessi detto qualcosa di tragico, ma perché aveva capito finalmente qual era la frase che stavo cercando di evitare.

«Lo so.»

«Persone che magari non sanno bene cosa stanno cercando. Persone stanche, confuse, arrabbiate, persone che hanno bisogno di un posto nel quale non debbano giustificare subito quello che sentono. E io darò loro tre libri.»

«Tre direzioni di lettura,» corresse con calma.

«Sì, ma capisci cosa intendo.»

«Sì.»

Abbassai lo sguardo sui fogli. Alcune parole erano cerchiate, altre avevano frecce, accanto a una domanda avevo scritto “troppo?” e poi ci avevo messo sopra un’altra freccia, perché evidentemente persino il mio dubbio aveva bisogno di una segnaletica.

«E se sbagliassi?» dissi. «E se una persona arrivasse con qualcosa di importante e io le proponessi un libro che non la incontra affatto? Se le facessi credere di aver capito, mentre non ho capito niente?»

Cima Bue rimase zitto per qualche secondo. Non cercava la frase brillante, e glielo riconobbi subito. Le frasi brillanti gli venivano bene, ma nei momenti importanti aveva imparato a non usarle come una tenda.

«Tu non hai mai detto che la Farmacia Letteraria curerà qualcuno.»

«No.»

«E non deve farlo.»

Inspirai piano.

«Però si chiama Farmacia.»

«Sì, ma i libri non sono medicine travestite da metafora. Non sostituiscono cure mediche, psicologiche o percorsi che chiedono competenze diverse. Possono fare un’altra cosa.»

«Quale?»

Lui guardò il Giardino. Una foglia gialla si era appoggiata sul bordo dello stagno e galleggiava con un’ostinazione che, per qualche ragione, mi commosse più del necessario.

«Possono fare compagnia a una domanda. Possono dare una lingua a qualcosa che una persona sente e non sa ancora nominare. Possono dire: non sei l’unica persona passata di qui, guarda, qualcuno ha lasciato una traccia, magari per un tratto puoi camminare accanto a quella.»

«E se il libro è sbagliato?»

«Allora non avrai tolto niente a quella persona. Le avrai aperto una strada che non era la sua. Ma se sei onesta, se non prometti miracoli, se le lasci la libertà di dire “non è questo”, non stai consegnando una sentenza. Stai offrendo un incontro.»

Avrei potuto rispondergli che sembrava facile, ma non lo sembrava. Sembrava possibile. Era diverso.

«Ti sei preparato questo discorso?» gli chiesi.

«No.»

«Troppo lineare per essere improvvisato.»

«Sophie, ti ricordo che io faccio l’insegnante. Ho l’istinto professionale di mettere in fila le cose quando qualcuno sta per farle cadere.»

«E io ti ricordo che non sono una tua alunna.»

«Per fortuna. Avresti molte domande da fare sul criterio di valutazione.»

«Le avrei già scritte in triplice copia.»

«Con frecce?»

«Con frecce.»

Rise, e io con lui. Poco, ma abbastanza da far scendere le spalle di qualche centimetro.

Il Giardino, che fino a quel momento aveva ascoltato con la pazienza di chi non può essere impressionato da niente, lasciò passare una corrente d’aria tra i bambù. I fogli provarono a partire. Cima Bue ne fermò uno con la mano prima che finisse nello stagno.

Non lesse quello che c’era scritto. Lo rimise in pila, dritto, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Fu un gesto minuscolo.

Rimasi a guardarlo un secondo di troppo, poi finsi di cercare la matita.



La canzone che arriva quando serve

«Vuoi distrarti?» chiese.

«No.»

«Vuoi continuare a pensare alla stessa cosa fino a trasformarla in un convegno internazionale?»

«Forse.»

«Allora ti prescrivo cinque minuti senza analisi.»

«Ah, adesso fai anche il farmacista letterario.»

«No. Ho troppo rispetto per la professione e troppo poca capacità di usare un camice senza sembrare qualcuno che sta cercando di fuggire da una commedia scolastica.»

«Questa cosa voglio vederla.»

«Non accadrà.»

«La paura è un sentimento umano, Prof. Cima Bue.»

«E la dignità pure.»

Sorrisi, presi il telefono e lo sbloccai. Avevo bisogno di fare una cosa che non servisse a niente, almeno non nel modo in cui le cose servono quando stai per aprire un progetto e ti senti responsabile di ogni suo dettaglio. Scorsi qualche brano senza ascoltarne nessuno, poi mi fermai su Un mondo a parte.

«Conosci questa?» gli chiesi.

Lui diede un’occhiata allo schermo.

«Jovanotti. Certo che la conosco.»

«Non ho chiesto se conosci Jovanotti. Ho chiesto se conosci questa.»

«È una distinzione che mi mette sotto esame?»

«È una distinzione che evita risposte da intervista.»

Cima Bue si portò la tazza alle labbra, poi disse: «Sì. La conosco. E mi piace proprio perché non sembra voler dimostrare niente.»

Premetti play.

La musica uscì bassa dallo smartphone, abbastanza bassa da non trasformare il Giardino in un locale con pretese estetiche, abbastanza presente da farci stare zitti. A un certo punto il silenzio non è l’assenza di parole; è il momento in cui le parole si fanno da parte perché qualcun altro sta dicendo qualcosa meglio.

Ascoltammo.

Non commentai subito. Nemmeno lui.

Quando arrivò il ritornello, Cima Bue guardò verso l’acqua, e io pensai che certe canzoni non chiedono permesso. Ti prendono in un momento in cui stavi parlando d’altro, ti mettono davanti una frase, un’immagine, una possibilità, e poi se ne stanno lì a vedere cosa ne fai.

«Questa canzone ha un problema,» dissi.

Lui si voltò.

«È di Jovanotti, non un problema.»

«Non fare il pedante.»

«Era una battuta. Una piccola, ben educata.»

«Questa canzone mi fa pensare che qualcuno possa diventare un luogo.»

La sua espressione cambiò appena. Era ancora quella di prima, però si era fatta più attenta, come se avessi aperto una porta della quale non si aspettava di dover parlare.

«Qualcuno può diventare un luogo,» disse infine. «Il punto è capire che tipo di luogo.»

«Spiegati, Professore.»

«Non chiamarmi Professore quando vuoi che mi esponga. È una tecnica scorretta.»

«Funziona?»

«Purtroppo sì.»

La canzone continuava, discreta, fra noi.

«Un luogo può essere una casa,» disse. «Oppure un bunker. Da fuori, a volte, si somigliano. Entrambi proteggono, entrambi chiudono una porta, entrambi ti fanno sentire lontano da quello che c’è fuori.»

«E qual è la differenza?»

«Una casa ha finestre.»

Aspettai.

«E una casa non ti chiede di restarci dentro per dimostrarle che l’ami.»

Mi appoggiai allo schienale della panchina. Il Giardino era pieno di verde, ma la sera cominciava a infilare ombre morbide tra le foglie. Per un istante ebbi l’impressione che tutto fosse più vicino, perfino le cose che non sapevo dire.

«Quindi per te un mondo a parte non è sparire dal resto?»

«No. Se sparisci dal resto per poter stare con qualcuno, alla lunga smetti anche di stare davvero con te stesso. E l’altro si ritrova accanto una persona che gli chiede di tenerla in piedi.»

«Detta così l’amore sembra un esame molto faticoso.»

«Lo diventa quando gli chiediamo di correggere tutto quello che non abbiamo il coraggio di guardare.»

«Tu sei sempre così tranquillo quando dici cose che fanno un po’ male?»

«No. Sto solo facendo finta molto bene.»

Lo guardai.

«Questa è nuova.»

«Non abituarti.»

«Non stavo per farlo.»

«Bene.»

«Però mi piace.»

La frase mi uscì prima che potessi metterle addosso un vestito più prudente. Non era una dichiarazione, non nel modo in cui le persone usano quella parola per rendere tutto più semplice o più pericoloso. Era soltanto vera.

Cima Bue abbassò lo sguardo sulla tazza.

«Anche a me,» disse.

Poi aggiunse, troppo in fretta: «La canzone. Intendo la canzone.»

Risi, e la risata mi salvò dalla tentazione di chiedere qualunque cosa.

«Certo. Sarebbe stato strano pensare il contrario.»

«Sophie.»

«Sto scherzando.»

«Lo so.»

«Solo che hai quella faccia.»

«Quale faccia?»

«Quella di quando scopri che una frase può essere interpretata in due modi e, improvvisamente, vorresti tornare a parlare di regolamenti scolastici.»

«I regolamenti scolastici sono sottovalutati.»

«Non da te.»

«Mai da me.»

La canzone terminò. Nessuno dei due fece il gesto di fermare il silenzio che arrivò dopo.



Un mondo a parte non è una fuga

«Sai cosa mi inquieta?» dissi dopo un po’.

«Molte cose, immagino. Spero di essere in una posizione favorevole nella classifica.»

«Non sempre tutto deve riguardarti.»

«È una frase dura, ma la accetto.»

«Mi inquieta il fatto che certe persone cerchino una relazione come se fosse il posto in cui smettere finalmente di esistere da sole.»

Cima Bue non si mosse.

«Nel senso buono o nel senso pericoloso?» chiese.

«Nel senso pericoloso. Quello in cui dici: finalmente qualcuno mi vede, quindi adesso può vedermi al posto mio. Può scegliere per me, rassicurarmi, spiegarmi chi sono, decidere se vado bene.»

«È una fame comprensibile.»

«Sì.»

«Ma resta fame.»

Fu allora che capii perché avevo fatto partire proprio quella canzone. Non per trasformarla in un’analisi, e nemmeno perché avessi bisogno di attribuirle una lezione che forse non le apparteneva. L’avevo scelta perché mi permetteva di stare vicino a una domanda senza doverla rendere subito utile.

Che cosa significa essere accolti da qualcuno senza trasformare quell’accoglienza in dipendenza?

Che cosa significa avere un posto nel quale poter dire la verità, senza chiedere a quel posto di proteggerci per sempre dalla vita?

«Forse il problema è che siamo abituati a pensare all’amore come a una cura totale,» dissi. «Come se una persona potesse risolvere l’inquietudine, l’infanzia, la paura, la solitudine, le cose che non abbiamo scelto e quelle che abbiamo sbagliato.»

«Una persona può stare accanto a tutto questo,» rispose lui. «Non può sostituirsi a tutto questo.»

«È una distinzione importante.»

«È anche una distinzione scomoda. Perché ci toglie l’alibi della favola.»

«La favola piace a tutti.»

«Sì, finché non comincia a chiederti di viverci dentro.»

Mi voltai verso di lui. Il modo in cui teneva la tazza, con entrambe le mani, era quasi ridicolo per quanto fosse composto. Cima Bue ha un talento naturale per sembrare sotto controllo persino quando sta dicendo qualcosa che lo riguarda molto più di quanto vorrebbe.

«Hai mai avuto qualcuno che fosse casa?» gli chiesi.

Lui non rispose subito.

«Domanda personale.»

«Hai una risposta personale?»

«Ne ho una cauta.»

«Le tue sono sempre le più sospette.»

«Perché mi fai queste domande?»

«Perché hai cominciato tu a parlare di finestre.»

«Le finestre erano una metafora generale.»

«Le metafore generali sono il modo elegante in cui gli uomini cercano di non rispondere.»

«Gli uomini?»

«Alcuni uomini. Non vorrei mai essere imprecisa davanti a un insegnante.»

Lui mi lanciò uno sguardo che avrebbe potuto essere severo, se non gli fosse scappato un sorriso proprio alla fine.

«Sì,» disse.

La risposta era piccola. Non abbastanza da soddisfare la curiosità, ma abbastanza da non essere una fuga.

«Sì cosa?»

«Sì, credo di aver avuto qualcuno così.»

«E com’è andata?»

Cima Bue guardò di nuovo lo stagno. L’acqua non dava consigli, non ne dava mai, ed era probabilmente per questo che tante persone finivano per fidarsi di lei.

«Non lo so. Credo che le case, per essere vere, non debbano per forza avere sempre la stessa forma. A volte una persona resta casa anche quando non abiti più nella stessa stanza.»

La frase non chiedeva di essere scavata. Lo capii dal suo modo di dirla, non chiuso, ma attento a non trasformare un ricordo in materiale per una conversazione che non gli apparteneva più.

Annuii.

«Mi sembra triste.»

«Può esserlo.»

«E può essere bello?»

«Può esserlo. Dipende da quanto riesci a non chiamare fallimento tutto ciò che cambia.»

Restammo in silenzio. Questa volta non era il silenzio imbarazzato di chi non ha più argomenti. Era un silenzio con dei confini, e dentro quei confini c’era posto per entrambi.

Poi Cima Bue indicò i fogli sulle mie ginocchia.

«Vedi? Anche la Farmacia Letteraria parte da qui.»

«Da una relazione finita?»

«No, Sophie. Da una cosa che cambia forma senza per questo perdere valore. Tu offrirai libri, domande, rituali, possibilità. Non dovrai pretendere che restino nella vita di una persona per sempre. Magari un libro le sarà utile per una settimana, poi smetterà di parlarle. Magari tornerà dopo anni. Magari sarà il libro sbagliato, ma proprio quell’errore le farà capire cosa stava cercando.»

«Stai cercando di convincermi che l’imperfezione è parte del progetto.»

«Sto cercando di convincerti che l’imperfezione è già dentro il progetto, anche se fai finta di non saperlo.»

«Io non faccio finta.»

«Hai corretto una domanda cinque volte.»

«Sei rimasto bloccato sulla quinta.»

«Era un numero narrativamente efficace.»

«Senti come parli quando vuoi vincere?»

«Non voglio vincere.»

«No?»

«Voglio che tu smetta di trattare questa apertura come un esame nel quale devi dimostrare di meritarti l’idea.»

Quella volta non risposi.

Perché aveva ragione, e io detesto quando Cima Bue ha ragione senza nemmeno sembrare soddisfatto di averla.



Ciò che non si prescrive

Aprii di nuovo il taccuino. Non per correggere, stavolta. Solo per guardare quello che avevo scritto prima di venire al Giardino.

Accogliere.

Ascoltare.

Non sostituirsi.

Non promettere ciò che un libro non può promettere.

Offrire una possibilità, non una risposta definitiva.

Sotto avevo aggiunto, in una grafia più veloce: Ricordati che anche chi entra ha diritto a dire no.

«Questa l’hai scritta tu?» chiese Cima Bue.

Gli mostrai la pagina.

«Sì.»

«È la più importante.»

«Più importante di accogliere?»

«Fa parte dell’accogliere. Accogliere davvero qualcuno non significa convincerlo a restare. Significa lasciargli spazio anche per capire che non è il suo posto, non è il suo momento, non è il suo libro.»

«Hai intenzione di trasformare ogni mia ansia in un principio educativo?»

«Non ogni ansia. Solo quelle che hanno una struttura utilizzabile.»

«Questo era un tentativo di umorismo?»

«Era un tentativo di essere vicino senza fare il saggio.»

Mi voltai di scatto, sorpresa dalla sua onestà. Lui si accorse di aver detto una frase meno protetta del solito e fece quello che fa quasi sempre in questi casi: cercò una via laterale.

«Comunque, se la Farmacia Letteraria dovesse avere bisogno di una commissione di controllo, posso occuparmi della disposizione delle sedie.»

«Non ci saranno sedie.»

«È un progetto digitale. Certo. Questo complica il mio incarico.»

«Potresti controllare che nessuno metta tre punti esclamativi di seguito.»

«Finalmente un ruolo alla mia altezza.»

«Non ti montare la testa.»

«Troppo tardi, ho già immaginato un distintivo.»

La battuta ci riportò in superficie, ma non cancellò quello che aveva detto. Essere vicino senza fare il saggio. Era una frase che non potevo tenere in mano troppo a lungo, perché avrei rischiato di guardarla con un’attenzione che non sapevo gestire.

Così feci ciò che faccio quando Cima Bue lascia intravedere qualcosa e subito dopo prova a richiuderla: gli offrii una via d’uscita dignitosa.

«Sai qual è la cosa più irritante?»

«Che ho un ottimo rapporto con le sedie?»

«Che tu hai davvero ragione. La Farmacia Letteraria non deve essere perfetta. Deve essere onesta. Se prova a sembrare una soluzione per tutto, tradisce proprio l’idea da cui è nata.»

«Esatto.»

«Non dire esatto con quell’aria.»

«Quale aria?»

«Quella di chi ha appena corretto il compito senza dover mettere il voto.»

«Sophie, io non metto voti ai tuoi pensieri.»

«Perché?»

Lui ci pensò.

«Perché sono già abbastanza vivi da non aver bisogno di un numero accanto.»

La frase rimase tra noi.

Non la accompagnò con un gesto, non la rese più grande di quello che era. E fu proprio questo a renderla difficile da ignorare.

Abbassai gli occhi sul taccuino, ma non scrissi niente.

«Questa non era una risposta da insegnante,» dissi piano.

«No.»

«Era una risposta da Cima Bue.»

«Spero sia una cosa buona.»

«Non ti montare la testa.»

«Di nuovo troppo tardi.»

Quella volta ridemmo entrambi, e il Giardino fece quello che fa quando decide che una conversazione è arrivata abbastanza lontano: lasciò cadere una foglia proprio tra le nostre scarpe.

Non era un segno. Le foglie cadono.

Però rimase lì come se avesse una sua opinione.



La parte più difficile della canzone

Ripresi il telefono. Il brano era terminato da un pezzo, ma non avevo ancora chiuso l’app.

«La riascoltiamo?» chiesi.

Cima Bue fece un piccolo cenno con la testa.

Nel Giardino Segreto dei Sussurri

Un mondo a parte

Jovanotti · Il corpo umano VOL. 1 · 2025

A volte una canzone non risponde alle domande, si siede accanto a noi finché non smettiamo di averne paura.

Premi play, il resto può aspettare qualche minuto.

Questa volta non parlammo subito dopo. Non c’era bisogno di sovrapporre le nostre interpretazioni a ogni passaggio, né di trasformare tre minuti di musica in una seduta pubblica di chiarimento emotivo, cosa che sarebbe stata terribile per entrambi e probabilmente divertentissima per Giordano, lo gnomo aureo, se fosse stato presente.

Ascoltando di nuovo, mi accorsi che la canzone non mi sembrava più soltanto una dichiarazione. Mi sembrava una domanda fatta con dolcezza: è possibile amare qualcuno senza chiedergli di diventare tutto? È possibile lasciarsi cambiare da una persona, senza consegnarle il compito di completarti? È possibile dire “qui sto bene” senza intendere “qui mi nascondo”?

Forse la parte più difficile di un amore non è trovarlo.

Forse è imparare a non usarlo contro l’altro.

Non usarlo per chiedere prove continue. Non usarlo per evitare le proprie ferite. Non usarlo come ragione per rinunciare a crescere, uscire, cambiare, dire no. Non usarlo come gabbia dorata, con la scusa che fuori c’è troppo rumore.

Un mondo a parte può esistere, ma soltanto se non diventa un mondo chiuso.

Lo dissi a Cima Bue quando il brano finì di nuovo.

«Credo che il vero rischio sia questo. Pensare che l’intimità debba proteggerci da tutto.»

«Sì.»

«Mentre forse dovrebbe renderci più capaci di stare fuori.»

«Sì.»

«Hai intenzione di rispondere solo sì per il resto della serata?»

«No. Sto cercando di non rovinare una frase buona.»

«È quasi commovente.»

«Non esagerare.»

«Non sto esagerando. Mi sto allenando a riconoscere i progressi.»

Lui rise sottovoce.

«Allora aggiungo una cosa. Una relazione buona non ti chiede di essere meno te stesso per essere più facile da amare. E non ti chiede di rinunciare al mondo per dimostrarle fedeltà. Ti dà un posto da cui partire, non un posto in cui smettere di andare.»

«Un posto da cui partire,» ripetei.

«Sì.»

«Mi piace.»

«Anche a me.»

Quella volta aspettò un secondo, come se volesse verificare se dovesse aggiungere la frase, intendo la frase. Non lo fece.

Io non lo aiutai.

Non per crudeltà. Per rispetto.

Ci sono cose che, se le nomini troppo presto, si irrigidiscono. Diventano un oggetto da guardare, da misurare, da decidere. Con Cima Bue sentivo che c’era qualcosa di così, senza un nome preciso, eppure troppo importante per lasciarlo in mano alla superficialità.

Il Giardino era abbastanza grande per custodire anche questo.



Quando la canzone finisce

Raccolsi i fogli, questa volta senza rimetterli nell’ordine perfetto. Cima Bue mi passò la matita, quella che avevo cercato prima e che evidentemente era rimasta incastrata sotto il bordo della panchina.

«L’hai trovata.»

«Era qui.»

«Da quanto?»

«Da prima che iniziassi a sospettare un sabotaggio del Giardino.»

«Io non ho mai sospettato un sabotaggio.»

«Hai guardato una felce con grande diffidenza.»

«Aveva un’aria colpevole.»

«Le felci non hanno un’aria colpevole.»

«Questa era particolarmente espressiva.»

«Sophie.»

«Va bene, forse ero un po’ agitata.»

La sua voce cambiò tono.

«Lo sei ancora?»

Guardai il taccuino chiuso.

«Sì. Però adesso non mi sembra più un difetto.»

«Non lo è.»

«Mi sembrava di dover arrivare all’apertura senza paura, come se l’emozione potesse dimostrare che non sono pronta.»

«L’emozione dimostra che ci tieni. È diverso.»

«Potresti ripetere questa frase ogni volta che mi vedi entrare in crisi?»

«Posso preparare un messaggio preregistrato.»

«Sarebbe inquietante.»

«Lo sospettavo.»

Mi alzai dalla panchina. L’aria della sera aveva rinfrescato il Giardino, e per la prima volta da quando ero arrivata mi accorsi che non stavo più stringendo il telefono come se contenesse l’esito di qualcosa.

«Nei prossimi giorni aprirò una porta,» dissi.

Cima Bue si alzò a sua volta.

«E tu, Sophie, entrerai?»

La domanda non aveva niente di teatrale. Era semplice, e forse per questo mi arrivò più vicino.

Guardai verso il sentiero che portava fuori dal Giardino.

«Non lo so.»

Lui annuì.

«Bene.»

«Bene?»

«Chi ha paura delle soglie almeno sa che sta attraversando qualcosa.»

«Questo sarebbe un incoraggiamento?»

«Il migliore che mi è venuto.»

Lo osservai per un momento. Avrei potuto ringraziarlo. Avrei potuto dirgli che, senza di lui, quella sera avrei probabilmente corretto la stessa domanda fino a consumare la carta. Avrei potuto dirgli che quando parla in quel modo, senza fare il professore e senza cercare di aggiustare tutto, mi fa sentire meno sola nelle cose che non riesco ancora a capire.

Non gli dissi nulla di tutto questo.

«Allora non te la cavi male, Cima Bue.»

Lui abbassò lo sguardo per un istante, come se la frase gli avesse dato più fastidio di un complimento e più piacere di quanto fosse disposto ad ammettere.

«Ne terrò conto quando compilerò la prossima griglia di valutazione di educazione fisica. Alla voce “gestione delle distanze” scriverò: argomento delicato, da approfondire con cautela.»

«Non esagerare.»

«Mai.»



Ci avviammo verso l’uscita. Non camminavamo appiccicati, non ci sfiorammo le mani, non successe niente di quelle cose che nei film vengono usate per dire al pubblico ciò che i personaggi non hanno il coraggio di dire da soli.

Eppure, prima di uscire dal Giardino, Cima Bue rallentò appena per aspettarmi.

Non si voltò.

Non fece una scena.

Fece spazio.

Forse un mondo a parte comincia proprio così.

Non quando qualcuno promette di salvarti dal resto, ma quando, nel rumore del resto, trova il passo giusto per camminarti accanto.

Perché ogni storia ci cura, se sappiamo ascoltarla.

Ritratto illustrato di Sophie

Sophie

La Farmacista — corpo, salute e cura


Oltre il racconto

Approfondimenti, informazioni editoriali e indicazioni per proseguire l’Incontro

La collocazione nell’universo di Mentalità Amplificata

Il Sentiero di Un mondo a parte

Emblema generale dei Sei Sentieri di Mentalità Amplificata

Sei direzioni formano un unico paesaggio. Un mondo a parte attraversa soprattutto le Virtù Guidanti, interrogando fiducia, libertà, confini e cura nella relazione; il Respiro Vitale e gli Orizzonti Educativi ne custodiscono le risonanze.

  1. Alimentazione
    Consapevole
  2. Abitudini
    Rigenerative
  3. Respiro
    Vitale
  4. Virtù
    Guidanti
  5. Corpo in
    Armonia
  6. Orizzonti
    Educativi

Sentiero principale: Virtù Guidanti.
Risonanze: Respiro Vitale; Orizzonti Educativi.

Tra i Sei Sentieri di Mentalità Amplificata, Un mondo a parte trova la sua collocazione principale nelle Virtù Guidanti. L’Incontro non usa l’amore come una promessa di salvezza, né come una stanza chiusa nella quale sparire dal resto della vita. Sophie e Cima Bue si chiedono invece quale forma di fiducia renda una relazione abitabile senza trasformarla in dipendenza: rispetto, libertà, cura, responsabilità e il coraggio di non chiedere all’altra persona di riparare ogni nostra ferita. Il loro “mondo a parte” non è un bunker, ma una presenza che lascia finestre, soglie e possibilità di tornare nel mondo senza diventare più piccoli.

La risonanza con il Respiro Vitale nasce dal movimento più quieto della canzone e del racconto: fermarsi, ascoltare, non scambiare la paura per un difetto e ritrovare uno spazio nel quale non essere sempre in difesa. Non è una tecnica di respirazione, ma il ritorno a una presenza più ampia e meno costretta dall’allarme. Gli Orizzonti Educativi emergono invece dalla domanda che l’Incontro lascia aperta: come impariamo a stare accanto a qualcuno senza possederlo, proteggerlo da tutto o chiedergli di risolvere ciò che non abbiamo ancora guardato in noi? Il centro resta nelle Virtù Guidanti: la canzone diventa un invito a domandarci non chi possa salvarci dal mondo, ma che tipo di presenza scegliamo di essere per chi amiamo.


Il brano in sintesi

Scheda discografica

Un mondo a parte

Titolo del brano
Un mondo a parte
Artista e interprete
Jovanotti
Nome anagrafico
Lorenzo Cherubini
Album
Il corpo umano VOL. 1
Posizione in tracklist
Traccia 3 di 15
Durata
4:00
Autore
Lorenzo Jovanotti Cherubini
Produzione
Dardust
Etichetta
Island Records / Universal Music Italia
Pubblicazione dell’album
31 gennaio 2025
Radio date del singolo
14 febbraio 2025
Genere
Pop, ballad d’amore
Temi principali
Amore, fiducia, vulnerabilità, libertà, intimità, confini, relazione
Lingua
Italiano

L’artista dietro il brano

Nota sull’artista

Jovanotti

Lorenzo Cherubini — cantautore, rapper, disc jockey e autore

Jovanotti è il nome d’arte di Lorenzo Cherubini, nato a Roma il 27 settembre 1966. La sua storia musicale comincia come disc jockey, tra radio e locali, negli anni in cui l’hip hop e la musica dance stavano ridefinendo il linguaggio popolare. Debuttò con il singolo Walking nel 1987 e, l’anno seguente, con l’album Jovanotti for President, prodotto da Claudio Cecchetto.

Nel corso di una carriera avviata alla fine degli anni Ottanta, ha attraversato rap, pop, funk, dance, rock, world music e canzone d’autore, senza restare legato a una sola forma. Dai dischi più immediati degli inizi, il suo repertorio ha progressivamente accolto scritture più personali, riflessioni sociali e ambientali, brani di viaggio, canzoni per il ballo e ballad. Questa mobilità di linguaggi è una delle caratteristiche più riconoscibili del suo percorso.

Tra i suoi album più noti figurano Lorenzo 1992, Lorenzo 1994, L’albero, Capo Horn, Safari, Ora, Oh, vita! e Il disco del Sole. Ha lavorato anche per il cinema, vincendo nel 2010 il David di Donatello per la migliore canzone originale con Baciami ancora, brano dell’omonimo film di Gabriele Muccino.

Un mondo a parte è incluso in Il corpo umano VOL. 1, pubblicato da Island Records nel 2025. È la terza traccia dell’album, dura quattro minuti ed è accreditata a Lorenzo Jovanotti Cherubini, con produzione di Dardust. Il progetto riunisce quindici brani e affida la produzione delle diverse tracce anche a Dardust, CanovA e Luca Nardelli.

In questa canzone la sua scrittura sceglie una dimensione raccolta, lasciando che l’amore venga ascoltato non come risposta assoluta, ma come relazione, fiducia e possibilità di restare nel mondo senza smarrire se stessi. È una lettura proposta da Mentalità Amplificata, non una dichiarazione sulle intenzioni dell’artista: ogni ascolto può aprire un significato diverso.


Una soglia prima dell’ascolto

Prima di incontrare Un mondo a parte

Otto domande sulla canzone di Jovanotti per ascoltarla con attenzione, senza ridurla a un’unica interpretazione e senza togliere spazio a ciò che può dire, in modo diverso, a ogni persona.

1 Di che cosa parla Un mondo a parte?

È una canzone d’amore, costruita intorno al desiderio di trovare nell’altra persona vicinanza, fiducia e uno spazio di verità. Non offre una definizione teorica dell’amore: lascia emergere l’intensità di un legame che sembra rendere il mondo più abitabile.

2 In quale album è contenuta?

È la terza traccia di Il corpo umano VOL. 1, album di Jovanotti pubblicato da Island Records il 31 gennaio 2025. Il brano dura quattro minuti ed è stato successivamente promosso come singolo radiofonico dal 14 febbraio 2025.

3 Chi ha scritto e prodotto il brano?

Nei crediti dell’album, Un mondo a parte risulta accreditata a Lorenzo Jovanotti Cherubini come compositore e autore del testo, con Dardust alla produzione. Dardust è il nome d’arte del pianista, compositore e produttore Dario Faini.

4 È una canzone che idealizza l’amore?

Il linguaggio della canzone è intenso e romantico, quindi può essere ascoltato come una dichiarazione. L’Incontro di Mentalità Amplificata sceglie però di restare davanti a una domanda più delicata: un amore è davvero un luogo sicuro quando ci separa dal mondo, oppure quando ci aiuta a tornarci senza perderci?

5 Che cosa significa “un mondo a parte” in questo Incontro?

Non un bunker nel quale smettere di esistere fuori dalla coppia, ma una relazione in cui si può abbassare la difesa senza rinunciare a sé. Una casa, in questa lettura, non è un luogo che chiede di restare chiusi: ha porte e finestre, lascia entrare aria e permette di ripartire.

6 Perché fiducia e libertà devono stare insieme?

La fiducia non è controllo travestito da protezione. In una relazione buona, l’altra persona non deve diventare il rimedio a ogni paura, né dimostrare continuamente il proprio amore rinunciando ai propri spazi. Affetto e libertà non si escludono: si rendono più credibili a vicenda quando nessuno dei due deve rimpicciolirsi per restare.

7 Perché la canzone incontra Sophie e Cima Bue?

Perché tra loro esiste un affetto che non viene mai dichiarato in modo esplicito. Si conoscono abbastanza da sostenersi e da stuzzicarsi, ma non usano le parole per anticipare ciò che non è ancora pronto a diventare definizione. La canzone permette loro di parlare dell’amore senza costringerli a parlare direttamente di sé.

8 Perché questa canzone incontra Mentalità Amplificata?

Perché invita a riflettere su che tipo di presenza scegliamo di essere per chi amiamo. L’Incontro attraversa soprattutto le Virtù Guidanti, attraverso rispetto, cura, confini e responsabilità; entra in risonanza con il Respiro Vitale, per il ritorno a una presenza meno difensiva, e con gli Orizzonti Educativi, per la possibilità di imparare relazioni più libere e consapevoli.

Alcune canzoni non chiedono di essere spiegate fino in fondo. Chiedono di restare un momento nel silenzio che lasciano, finché una parola, una relazione o una domanda cominciano a suonare diversamente.