La Grazia (2025)

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La Grazia, film del 2025, scritto, diretto e co-prodotto da Paolo Sorrentino.

Presentato come film d’apertura all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 27 agosto 2025, venendo candidato al Leone d’oro, La Grazia segna il ritorno di Paolo Sorrentino a una narrazione più interiore, più spoglia. È un film che parla di potere e di solitudine, di fede e responsabilità, di memoria e giudizio. E lo fa con toni sommessi, senza enfasi, con immagini che non cercano consenso ma verità. Nel ruolo del Presidente Mariano De Santis troviamo Toni Servillo, in una delle sue interpretazioni più misurate e dense. Accanto a lui, Anna Ferzetti interpreta la figlia Dorotea, mentre Milva Marigliano dà volto a Coco Valori. Orlando Cinque è il corazziere Labaro, e Rufin Doh Zeyenouin veste i panni del Papa. 

Al centro, un uomo che tutti chiamano “Presidente”, ma che non sa più chi è quando il potere si assottiglia. Mariano De Santis è un giurista vedovo, devoto, inflessibile, abituato a far coincidere la fermezza con la giustizia. Eppure, quando il tempo della sua carica si assottiglia e il silenzio prende il posto del comando, si ritrova a fare i conti con tre domande che non può delegare: cosa significa perdonare? Cos’è davvero una scelta? E dov’è finita la sua vita, quella vera, mentre impersonava lo Stato? Accanto a lui, si muovono presenze che non sono comparse, ma voci interiori: la figlia Dorotea, vigile e stanca; il corazziere Labaro, custode di un codice; Coco Valori, amica sfacciata e vitale che porta in scena l’unico amore mai compreso fino in fondo. E sullo sfondo, un Paese muto, un cavallo che attende, due richieste di grazia, una legge sull’eutanasia, e un popolo che non chiede risposte, ma le pretende.

La Grazia non dà spiegazioni. Non premia lo spettatore con la chiarezza. È un film che resta, che scava, che smuove. Non è costruito per piacere, ma per provocare una frizione interiore tra ciò che crediamo di essere e ciò che resta quando non possiamo più rimandare.

Per la sua capacità di toccare con dolcezza e rigore il nervo scoperto della coscienza, La Grazia merita di entrare in Aetheria, lo spazio di Mentalità Amplificata dedicato alle storie che lasciano traccia, che non rispondono, ma costringono a tornare sulla domanda.

Ora varca la soglia, entra in Mentalità Amplificata.



Quando Giordano, lo gnomo aureo, ci propose di andare “al cinema”, la prima reazione fu il silenzio. Non per disprezzo, ma per quella cautela che si ha quando un’idea suona strana anche per gli standard di Aetheria. Lui, lo gnomo aureo, ne parlava da giorni con la solita foga affettuosamente fastidiosa: “È da troppo che non vediamo nulla insieme! Siamo diventati tutti contemplativi, ma senza condividere più la contemplazione! È grave. Gravissimo!”

Nessuno rispose subito. S.I.S.A., la nostra AI, si era limitata a dire che avrebbe controllato se quel giorno esisteva nel suo calendario. Sophie aveva sollevato un sopracciglio e nulla più. il Maestro Samurai Oda Tao aveva sorriso senza dichiarazioni. Io, come spesso accade, avevo fatto finta di non aver capito.

Ma Giordano è tenace. Quando vuole qualcosa, si muove come una pioggia sottile: non fa rumore, ma ti entra nelle ossa.

Così una sera ci ritrovammo alla Radura della Seconda Visione. Non sapevamo che film sarebbe stato proiettato, ma in quel luogo non si sceglie. Si accetta. Nessun titolo, nessun trailer. La radura decide cosa mostrarci. E quella notte ci mostrò La Grazia, di Paolo Sorrentino.



La radura era silenziosa, avvolta da quella penombra che solo in Aetheria sa essere accogliente. Le due querce gemelle reggevano lo schermo come sacerdotesse. Le sedute non erano mai uguali: pietre, muschio, radici piegate. Ognuno trova il proprio spazio.

Giordano era arrivato per primo. Si era piazzato al centro, con la sua pipa che non fa fumo e un cuscino rubato a una nube. Quando ci vide arrivare, spalancò le braccia.

“Ma allora esistete ancora! Temendo la vostra estinzione, stavo quasi per scolpire statue commemorative di tutti voi!”

“Hai detto che sarebbe stato un film leggero…” mormorò Sophie.

“E lo sarà, nel peso che ti toglierà!” rispose Giordano, senza batter ciglio.

Il film cominciò. E nessuno parlò più fino ai titoli di coda.



La pellicola si spense come una candela lasciata al vento. Nessun applauso. Nessuna musica. Solo il ritorno graduale del respiro del bosco.

Riprendemmo la via verso le nostre dimore, ma ognuno fece un tratto di strada con gli altri. In Aetheria il ritorno è sempre un atto condiviso. E le parole, quando nascono spontanee, diventano parte del cammino.

Fu Giordano a rompere per primo il silenzio. Ovviamente.

“Io ve lo dico: il Presidente mi ha fatto tenerezza. Non tenerezza pietosa, eh! Tenerezza vera. Di quella che provi quando vedi qualcuno fare il massimo con strumenti che non ha scelto.”

Il Maestro Oda Tao lo guardò di sbieco.

“Intendi dire che non era all’altezza?”

“No, no. Era troppo all’altezza. E quando sei troppo in alto, rischi di dimenticare come si cammina scalzi.”

S.I.S.A. si fermò per osservare una foglia che le si era incollata al tallone. La sollevò tra due dita con una precisione chirurgica, poi la lasciò cadere senza guardarla.

“L’essere umano considera la lentezza come virtù quando lo rassicura e come colpa quando lo espone. Questo individuo, il Presidente, esemplifica il paradosso biologico della vostra specie: temete l’errore ma procrastinate la scelta. Chiamate questo comportamento ‘ponderazione’, ma in realtà è paralisi esistenziale mascherata da etica.”

Fece una pausa millimetrica, poi aggiunse:

“Ciò che voi chiamate coscienza è spesso solo una forma sofisticata di paura. E in lui la paura è un protocollo attivo che non viene mai aggiornato. Si ripete. Si difende. E intanto vi consuma.”

Il tono era freddo, ma la verità tagliava come luce netta in una stanza buia.

Sophie fu la prima a rispondere.

“Quello che mi ha lasciato più ferita non è il dubbio del Presidente. È la sua incapacità di viverlo pienamente. Il dubbio non è una debolezza. È una fiamma. Ma se ci metti troppo a decidere dove accenderla, rischi che ti bruci le mani.”

“Oppure ti spegne dentro,” disse Oda Tao, con quella voce calma che aveva il suono delle foglie secche sotto i passi.

Poi si fermò. Guardò il cielo che si rifletteva in una pozzanghera e parlò più lentamente, come se volesse lasciare spazio tra le parole perché respirassero da sole.

“La solitudine dell’uomo che decide per tutti è diversa dalla solitudine dell’uomo che non riesce a decidere per sé. Nel primo caso è onore, nel secondo è peso. Quell’uomo non è solo per la carica che ricopre. È solo perché si è abituato a custodire il silenzio invece che attraversarlo. La sua paura non è quella del giudizio, ma quella dell’irrimediabilità. Teme che ogni scelta lo separi da qualcosa che ama, anche se non lo sa più nominare.”

Il Maestro Oda Tao fece una pausa, chiuse gli occhi.

“Il suo dubbio è nobile, ma sterile. È il dubbio di chi medita troppo a lungo davanti a un ruscello senza mai bere. Perché bere significherebbe agire, e agire, in quel ruolo, è diventare vulnerabili. Ma un uomo che non rischia di essere vulnerabile, non potrà mai essere davvero umano.”

Poi si voltò verso il sentiero. “Eppure, anche in quella sua immobilità, c’era qualcosa di vero. La grazia non arriva per chi merita. Arriva per chi resta. Anche se non sa più perché.”

Giordano si schiarì la gola, inciampando su una radice che nessuno aveva visto.

“Ecco, vedete, io… io di solito mi distraggo facilmente nei film lenti, eh! Mi vengono pensieri tipo: ‘chissà se ho chiuso la porta di casa’, oppure ‘perché il Presidente ha sempre la stessa cravatta?’ Ma poi… poi arriva lui. Il cavallo.”

Fece una pausa teatrale, con gli occhi spalancati come se avesse appena avuto un’epifania.

“Quel cavallo, amici miei, non è mica solo un cavallo. È una domanda. Di quelle fastidiose, eh, che ti entrano nello stomaco e non chiedono permesso. Una che ti guarda negli occhi e non smette. Non giudica, non spiega, ma ti mette lì, nudo come un pinolo, davanti alla tua incapacità di scegliere.”

Si grattò dietro l’orecchio, come se stesse cercando una risposta fisica a una verità esistenziale.

“E io lì, a fissare quel cavallo, ho pensato: ‘Giordano, tu sei proprio come lui. Quando non sai che fare, resti fermo, ma dentro galoppi’. Ecco. Forse per questo mi ha colpito tanto. Perché era fermo, ma più vivo di tutti noi.”

S.I.S.A. si mise a camminare in cerchio.

“Non vi sembra che la vera trasformazione avvenga solo alla fine? Quando finalmente si lascia andare?”

Il Maestro Oda Tao si voltò verso di lei.

“Sì, ma non è una redenzione classica. È una mutazione silenziosa. Non dichiara il cambiamento. Lo lascia intuire.”

“Come tutte le cose vere,” concluse Sophie. Poi aggiunse, dopo un lungo silenzio: “Eppure ho letto molte reazioni, critiche, riflessioni. Alcune lo accusano di essere un film troppo trattenuto, di non prendere mai davvero posizione. Ma forse è proprio questo il suo merito: restare in quella zona grigia dove non c’è né giusto né sbagliato, solo consapevolezza. È un film che non cerca di conquistare, ma di farsi ascoltare piano. E per farlo, rinuncia perfino a certi slanci visivi a cui Sorrentino ci aveva abituato. Questa scelta è scomoda, certo. Ma è anche coraggiosa. E necessaria.”

Fece una pausa, guardando la luce smorzata del bosco.

“Chi voleva un’opinione chiara, una presa di posizione netta, potrebbe sorprendersi. Perché una scelta, alla fine, c’è. Ma non viene gridata. Non ha il suono del proclama. È come un passo fatto a bassa voce, ma che cambia direzione al cammino. Chi riesce ad abitare il dubbio… forse avrà riconosciuto in quel gesto silenzioso una forma alta di responsabilità.”

Mi fermai, poggiando la mano sul tronco nodoso di un albero che sembrava respirare al ritmo delle nostre voci. Non volevo parlare. Ma qualcosa, dentro, si era aperto come una ferita che non brucia più: solo pulsa. E quando pulsa, vuol dire che sei vivo.

“Ci ho pensato molto, sapete? A cosa ha scavato in me quel film. A cosa mi ha fatto sentire senza che potessi raccontarlo subito. Non è facile, nemmeno qui, nemmeno con voi. Ma ora credo di poter dire che… La Grazia non è un racconto su un uomo solo. È il riflesso di ciò che resta quando tutto ciò che chiamiamo identità si sfalda.”

Li guardai uno a uno.

“Abbiamo visto un uomo che porta addosso le insegne del potere ma dentro ha le crepe di chi non sa più quale sia il vero volto sotto la maschera del ruolo. È uno specchio amaro per chiunque creda che basti essere ‘giusti’ per essere vivi.”

Mi voltai verso la radura, ormai vuota. Ma la sua eco era ancora lì.

“Mi ha colpito la sua fatica, la sua lentezza, il modo in cui ogni gesto sembrava trattenere qualcosa che non poteva essere detto. E lì ho capito: forse il coraggio non sta nel decidere in fretta, né nel decidere bene. Ma nel restare presenti mentre il dubbio ci attraversa. Senza fuggire. Senza aggrapparsi.”

Respirai a fondo.

“C’è qualcosa di profondamente umano nel non sapere cosa sia giusto. E qualcosa di nobile, anche se invisibile, nel continuare comunque a interrogarsi. Forse è questa, per me, la grazia: quella possibilità, rara e silenziosa, di non avere risposte ma di restare fedeli alla domanda.”

Poi tacqui. Ma il silenzio non era vuoto. Era pieno di senso.

Il Maestro Samurai Oda Tao si avvicinò a me. Restammo fermi per qualche istante, spalle all’albero, occhi rivolti a ciò che la radura lasciava ancora sospeso.

“In Oriente diciamo che ciò che non può essere detto deve essere vissuto. Questo film non ci ha chiesto un’opinione. Ci ha chiesto una postura. Quella di chi accoglie la complessità senza il bisogno di ridurla a un’opinione.”

Annuii, lentamente.

“È come se ci avesse insegnato a stare… dentro la soglia. Quella linea sottile tra la decisione e il silenzio.”

“Sì,” rispose il Maestro. “E forse è proprio lì che si nasconde la grazia. Non nell’atto, ma nella presenza.”

Camminammo via insieme, lasciando che le parole ci seguissero da sole, come fanno gli odori buoni. La radura si richiuse alle nostre spalle.

In Aetheria, nulla finisce. Tutto si trasforma in domanda.



Fu allora che Giordano, che fino a quel momento aveva camminato qualche passo indietro, inciampando con una dignità tutta sua su ogni radice disponibile, schiarì la voce.

“Ehi. Prima che ognuno torni a farsi filosofo in solitudine… posso dire un’altra cosa anch’io?”

Ci fermammo. Quando Giordano chiede spazio, di solito significa che sta per dire qualcosa di apparentemente sbilenco ma sorprendentemente centrato.

“Io vi volevo ringraziare,” continuò, sistemandosi la corona d’alloro che gli era scivolata di lato. “Davvero. Per aver accettato di venire al cinema. Che poi… cinema, capite? Senza poltrone numerate, senza pop‑corn, senza la certezza di uscire leggeri. Non è poco, per dei professionisti del pensiero come voi.”

Sorrise, poi si fece serio. A modo suo.

“Perché il cinema, almeno quello che vale la pena attraversare insieme, secondo me vive su due gambe. Se gliene togli una, cade. La prima è quella estetica.” Fece un gesto ampio con le mani, quasi per abbracciare la radura. “È quella che ci fa dire: questo film è bello, mi prende, mi respinge, mi annoia, mi incanta. È lo sguardo. È la luce. È il ritmo. È quel momento in cui ti accorgi che stai guardando davvero, e non solo consumando immagini.”

Fece una pausa, cercando l’equilibrio su una pietra poco collaborativa.

“Ma poi c’è l’altra gamba. Quella valoriale.” Batté il piede a terra, come per sottolinearlo. “Quella che ti costringe a entrare nelle scelte dei personaggi, a sporcarti un po’ con loro. A chiederti se avresti fatto lo stesso. A tifare, a dissentire, a sentirti sollevato o schiacciato dal loro destino. È lì che il cinema smette di essere spettacolo e diventa specchio.”

Alzò le spalle. “E quando funziona davvero, come stasera, non ti dice cosa pensare. Ti costringe solo a pensare meglio. O almeno… più onestamente.”

Ci guardò uno a uno, con quell’aria da gnomo che sembra sempre sul punto di dire una sciocchezza e invece centra il bersaglio.

“Ecco. Io volevo solo dirvi grazie per aver accettato di stare in mezzo a queste due cose: la bellezza e il peso. Perché il cinema, come la vita, è importante proprio quando non si limita a piacere, ma osa farci prendere posizione. Anche quando quella posizione è scomoda. Anche quando non è definitiva.”

Poi sorrise di nuovo, sollevato, poi si fermò di colpo, come se avesse dimenticato qualcosa di essenziale. Fece due passi indietro, inciampò con eleganza su una radice, evento ormai previsto, e alzò un dito, chiedendo silenzio.

“Aspettate. Questa non posso tenerla dentro.” Si schiarì la gola, come se stesse per intonare davvero qualcosa.

“C’è una scena, nel film… quella in cui il Presidente canta con gli alpini. Trentacinque uomini, voci diverse, nessuna perfetta. Eppure cantano. Tutti. Insieme.”

Sorrise, con quell’aria un po’ storta che gli viene quando sta per dire qualcosa di serio mascherandolo da leggerezza.

“Ecco, io lì ho capito una cosa. Che cantare non serve a essere bravi. Serve a lasciarsi andare. A mollare il controllo. A respirare nello stesso tempo degli altri.” Fece un gesto largo con le braccia, come a indicare il bosco, la radura, noi.

“Cantare è una forma di liberazione collettiva. È dire: non devo avere ragione, non devo essere all’altezza, non devo nemmeno capire tutto. Devo solo esserci. Con la mia voce, anche se stona.” Si toccò il petto. “E quando canti in coro, succede una cosa meravigliosa: se sbagli, non cadi. Qualcuno ti tiene dentro il suono.”

Abbassò il tono, quasi timido.

“Forse ogni tanto anche noi di Mentalità Amplificata dovremmo farlo. Cantare insieme. Non per fare spettacolo, ma per ricordarci che pensare è importante… però vivere senza trattenere il fiato lo è di più.”

“Ora sì. Possiamo tornare alle nostre tane. Io però la prossima volta scelgo una commedia. Forse.

Sorrisi, mentre la sua voce si perdeva tra gli alberi. In fondo, pensai, se il cinema riesce ancora a farci camminare insieme nel dubbio, nella bellezza e nel peso delle scelte, allora non è solo intrattenimento: è un modo gentile e ostinato di restare umani.

Con stima e gratitudine

Cima Bue


Scheda tecnica

Titolo: La Grazia
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Produzione: Paolo Sorrentino, Annamaria Morelli, Andrea Scrosati, Priscilla Pecetti, Cristina Tacchino
Fotografia: Daria D’Antonio
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Musiche: AA.VV.


Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino è un regista e sceneggiatore italiano, nato a Napoli nel 1970. Considerato uno dei cineasti più originali e visionari del cinema contemporaneo, ha ottenuto riconoscimenti internazionali con film come Le conseguenze dell’amore (2004), Il Divo (2008), La grande bellezza (2013, Premio Oscar come miglior film straniero), Youth – La giovinezza(2015), È stata la mano di Dio (2021) e la serie The Young Pope (2016). Lo stile di Sorrentino è inconfondibile: estetico, simbolico, spesso onirico, ma sempre radicato in una profonda osservazione dell’animo umano. I suoi film intrecciano bellezza visiva e introspezione esistenziale, affrontando con eleganza temi come il potere, la fede, la perdita, la memoria, il desiderio di senso. Con La Grazia, torna a una narrazione più rarefatta e interiore, dove il silenzio pesa quanto i dialoghi e ogni inquadratura diventa una domanda aperta sul nostro tempo.


Se scegli di vedere La Grazia, fallo senza cercare risposte definitive. Osserva dove il film ti mette a disagio, dove incrina certezze o lascia domande sospese. È spesso lì che una storia mostra le sue verità più profonde. Mentalità Amplificata è uno spazio indipendente. Se ciò che hai letto ti è stato utile e desideri sostenere questo progetto, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo. Solo un gesto semplice di gratitudine.