Il diritto di abbaiare di Samuele Viganò – Santelli Editore
Sophie non ricordava esattamente il momento in cui aveva smesso di leggere e aveva cominciato ad ascoltare. Forse era accaduto davanti a un nome, forse davanti a una gabbia, forse quando si era accorta che un abbaio, dentro quelle pagine, non arrivava mai come semplice rumore. Arrivava come qualcosa che chiedeva spazio, e non lo chiedeva con gentilezza letteraria, ma con la testardaggine dei viventi che sono stati messi ai margini troppo a lungo.
Il diritto di abbaiare di Samuele Viganò le aveva fatto questo: aveva trasformato una lettura in una domanda da cui non riusciva più a uscire.
All’apparenza potrebbe sembrare un libro sugli animali, sui cani salvati, sull’attivismo, sulle ragazze di Free Animals, sulle gabbie aperte e sulle vite sottratte alla notte. E lo è, certo. Ma fermarsi lì sarebbe riduttivo, quasi ingiusto. Perché questo libro non parla soltanto di cani, di rifugi, di adozioni, di corpi feriti, di orecchie tagliate, di animali nascosti dove nessuno dovrebbe vivere. Parla del nostro modo di guardare. Parla della differenza tra ciò che esiste e ciò che accettiamo di vedere. Parla del momento esatto in cui una creatura smette di essere un problema, un rumore, un caso, un randagio, un animale da reddito, un cane difficile, e torna a essere qualcuno.
Un nome. Una storia. Una presenza.
Il titolo è già una ferita aperta. Il diritto di abbaiare. Perché abbaiare, nel linguaggio comune, è spesso ciò che disturba. È il rumore del cane del vicino, il fastidio notturno, il segnale da zittire, la voce animale che arriva dove non l’avevamo invitata. Ma Viganò sposta il punto: e se quell’abbaio non fosse rumore? E se fosse una richiesta? E se fosse l’unica forma rimasta a una vita per dire: sono qui, non cancellarmi, non trasformarmi in sfondo?
In questo libro l’abbaio non è solo suono. È testimonianza. È resistenza. È diritto all’esistenza. Per questo non potevamo incontrarlo in un luogo troppo ordinato. Non nel Rifugio di Aetheria, non nella Biblioteca delle Radici Luminose, non in una sala protetta dove le pagine avrebbero potuto restare oggetto di discussione. Questo libro chiedeva un luogo più vivo, più inquieto, più vicino al fango, agli odori, ai rovi, alla paura, al respiro degli animali nascosti. Chiedeva la Foresta di Antràis.
Ma prima di arrivarci, accadde qualcosa nel Giardino Segreto dei Sussurri. Perché non tutti gli incontri cominciano quando si apre un libro. A volte cominciano quando qualcuno, dopo averlo letto, non riesce più a restare uguale.
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Il Giardino Segreto dei Sussurri era silenzioso in quel modo particolare che non appartiene ai luoghi vuoti, ma a quelli che ascoltano. Il bambù oscillava appena, l’acqua dello stagno tratteneva il cielo in una superficie immobile, e le lanterne, ancora spente, sembravano aspettare che qualcuno dicesse una cosa abbastanza vera da meritare luce.
Cima Bue era seduto vicino al bordo dello stagno, con un quaderno aperto sulle ginocchia e una matita tra le dita, anche se da diversi minuti non scriveva nulla. A volte, nel Giardino, scrivere troppo presto era un errore. Le parole avevano bisogno di decantare, come certe tisane troppo calde che preparo fingendo che il dosaggio sia una scienza esatta, quando in realtà lo correggo sempre seguendo qualcosa che assomiglia più all’intuito che alla farmacologia.
Mi fermai a pochi passi da lui.
Non avevo il mio passo abituale. Lo sentivo anch’io. Di solito entro nei luoghi con una certa decisione, magari leggera, ma comunque presente. Quel giorno no. Camminavo più piano, con le mani nelle tasche del camice, i capelli raccolti male e una domanda addosso che non sapevo ancora se consegnare o tenere al riparo per qualche altra ora.
«Prof» dissi.
Lui alzò lo sguardo.
«Dimmi, Sophie».
Rimasi per un momento in piedi, guardando lo stagno. Avrei potuto girarci intorno, iniziare da lontano, preparare il terreno con una frase elegante. Invece, forse proprio perché il libro che avevo letto mi aveva tolto un po’ di eleganza, andai dritta al punto.
«In Aetheria esiste un canile?»
Cima Bue non rispose subito. Non per stupore teatrale. Lo conosco abbastanza da sapere quando una domanda lo costringe a rallentare.
«Un canile?»
«Sì. O qualcosa di simile. Un luogo dove ci siano cani da adottare. Cuccioli, adulti, non importa. Qualcuno che abbia bisogno di casa».
Lui chiuse lentamente il quaderno.
«Vuoi adottare un cane?»
Abbassai lo sguardo sulle scarpe, come se per un attimo la risposta fosse lì, tra la punta del piede e il bordo umido del sentiero.
«Credo di sì».
«Credi?»
«No» dissi, correggendomi. «Voglio. Però ho paura di dirlo troppo forte. Quando una cosa la dici forte, poi devi essere all’altezza della tua voce».
Cima Bue appoggiò la matita sul quaderno.
«Mi informerò. Se ad Aetheria c’è un luogo simile, lo troveremo. Se non c’è, troveremo qualcuno che sappia indicarci una strada. Ma posso chiederti perché questa scelta, proprio adesso?»
Inspirai piano.
Per un istante mi sembrò che anche il Giardino trattenesse il respiro con me.
«È stato un libro».
Cima Bue mi guardò meglio.
«Un libro?»
Annuii.
«Il diritto di abbaiare. Di Samuele Viganò».
Il titolo rimase sospeso tra noi con una forza inattesa. Non aveva bisogno di spiegazioni immediate. Certe parole fanno rumore anche quando vengono pronunciate sottovoce.
«Un libro sui cani?» chiese.
Scossi lentamente la testa.
«Anche. Ma non solo. È un libro sui cani, sugli animali salvati, sulle ragazze di Free Animals, su corpi feriti e vite nascoste. Però, più lo leggevo, più sentivo che non parlava soltanto di loro. Parlava di noi. Di quello che vediamo, di quello che chiamiamo rumore, di quello che lasciamo dietro una rete perché non sappiamo cosa farcene. Parlava di quanto è facile trasformare un vivente in problema, in categoria, in peso, in fastidio. E poi, a un certo punto, ho capito che non riuscivo più a pensare ai cani come prima».
«In che senso?»
Mi sedetti accanto a lui, ma non troppo vicino. Tra noi rimase lo spazio giusto per una confessione.
«Nel senso che ho sempre avuto un debole per i cani. Lo sai. Mi inteneriscono, mi fanno sorridere, mi disarmano. Ma questo libro non mi ha intenerita. Non solo. Mi ha messa in difficoltà. Mi ha costretta a guardare il cane non come immagine dolce, ma come creatura con una biografia. Con un passato. Con un corpo che può essere stato usato, tagliato, chiuso, abbandonato, comprato, rivenduto, frainteso. E allora mi sono chiesta: se davvero sento tutto questo, cosa ne faccio? Lo trasformo in un pensiero commosso e poi continuo come prima?»
Cima Bue restò in silenzio.
Continuai, perché ormai fermarmi sarebbe stato più falso che espormi.
«Non voglio adottare un cane per sentirmi buona. Sarebbe una ragione pessima. Non voglio nemmeno farlo perché il libro mi ha emozionata. Le emozioni passano, e un cane resta. Però sento che qualcosa si è spostato. Come se il libro avesse tolto una tenda da una finestra che tenevo chiusa da anni. Adesso vedo. E quando vedi, non puoi fingere con la stessa eleganza di prima».
Cima Bue guardò lo stagno. Una foglia cadde sull’acqua senza produrre quasi rumore.
«Allora questo libro non dovresti tenerlo solo per te» disse.
Mi voltai verso di lui.
«Che intendi?»
«Intendo che dovresti farlo conoscere anche al resto del team. Se un libro ti ha portata fin qui, nel Giardino Segreto dei Sussurri, a chiedere se in Aetheria esiste un cane da adottare, allora non è soltanto una lettura privata. È un incontro che riguarda tutti noi».
Sorrisi, ma questa volta il sorriso fu più stabile.
«Dove?»
Cima Bue non ebbe dubbi.
«Nella Foresta di Antràis».
Abbassai appena lo sguardo, come se quel nome avesse confermato qualcosa che sapevo già.
«Sì» dissi. «Non potrebbe essere altrove».

Qualche giorno dopo, la Foresta di Antràis sembrava più scura del solito.
Non era una notte completa, ma nemmeno un pomeriggio. Era una di quelle ore in cui la luce fatica a decidere se restare o andarsene, e proprio per questo ogni cosa appare più vera: i tronchi, il fango, le radici, i muschi, le foglie basse, i rami piegati, le ombre che non minacciano ma interrogano.
Arrivai per prima.
Avevo il libro tra le mani e lo tenevo non come si tiene un oggetto, ma come si tiene qualcosa che ha già cominciato a lavorarti dentro. Poco dopo arrivò Cima Bue, con il passo di chi sa che certi incontri non vanno guidati troppo. S.I.S.A. era presente nella sua forma più discreta, una presenza luminosa e quasi impercettibile tra le linee dell’aria, capace di rendere più nitidi i pensieri prima ancora che fossero pronunciati. Il Maestro Samurai Oda Tao camminava senza spezzare un ramo, come se la foresta gli avesse concesso un permesso che agli altri ancora negava. Giordano lo gnomo aureo arrivò con un piccolo taccuino sotto il braccio e una prudenza sospetta nei confronti di ogni radice, mentre Prince il gatto grigio, naturalmente, comparve da un punto impossibile, senza aver seguito il sentiero e senza dover spiegare nulla a nessuno.

«Siamo tutti?» chiese Cima Bue.
Giordano alzò una mano.
«Io ci sono, anche se vorrei mettere a verbale che questa foresta ha un modo molto personale di accogliere le caviglie».
S.I.S.A. intervenne.
«La foresta non ti aggredisce. Sei tu che sottovaluti la complessità del terreno».
«Grazie» disse Giordano. «Ora mi sento molto più responsabile e leggermente offeso».
Sorrisi appena, ma non lasciai che il sorriso spostasse il tono della serata.
«Vi ho chiesto di venire qui perché questo libro non poteva essere raccontato al tavolo del Rifugio. Aveva bisogno di terra, di buio, di rami, di qualcosa che non fosse troppo addomesticato».
Prince annusò l’aria e poi si sedette vicino a una radice, con l’espressione di chi aveva già capito tutto e non intendeva aiutare gli altri a recuperare.
Cima Bue indicò il libro.
«Raccontacelo, Sophie».
Lo aprii, ma non iniziai subito a parlare. Rimasi in ascolto.
Da qualche parte, molto lontano, si sentì un abbaio.
Non era forte.
Non era minaccioso.
Era un suono quasi spezzato, come se arrivasse da un punto della foresta che non voleva essere trovato troppo in fretta.
Chiusi gli occhi.
«Ecco» dissi piano. «Questo libro comincia così, almeno per me. Non con una teoria. Non con una posizione. Con un abbaio che potremmo scambiare per rumore, se fossimo troppo occupati a proteggerci dal disturbo».
S.I.S.A. rispose con la sua precisione abituale.
«L’essere umano chiama rumore ciò che non vuole interpretare».
Nessuno aggiunse nulla.
Guardai il libro.
«Il diritto di abbaiare racconta le storie di Bianca, Linda, Alessia, Maria e Sarah, le fondatrici di Free Animals, ma soprattutto racconta le vite degli animali che hanno incontrato: Thor, India, Bambie, Artù, Zoe, Jack, Bimbo, Paco, Zack, e molti altri. Non tutti hanno lo stesso spazio, non tutti entrano nella pagina allo stesso modo, non tutti lasciano la stessa traccia. Ed è proprio qui che il libro diventa più onesto: non usa la cura come consolazione facile, ma come gesto concreto, fragile, esposto, mai garantito».
Giordano si sistemò meglio sul tronco dove aveva deciso di sedersi, controllando prima che non si trattasse di una creatura viva, perché dopo certe letture anche un ramo morto merita cautela.
«Quindi non è un libro che consola?»
«No» dissi. «Non davvero. Ma nemmeno un libro che schiaccia. È un libro che obbliga a stare davanti a qualcosa. A guardare. A nominare. A chiedersi che cosa facciamo delle vite che non entrano nel nostro campo visivo».
Cima Bue annuì.
«Mi hai detto che il tema del nome è centrale».
«Sì. Perché nel libro nominare significa rendere visibile. Un cane chiuso in una gabbia può esistere per anni senza essere davvero visto. Può abbaiare, respirare, tremare, ammalarsi, invecchiare, eppure restare invisibile. Poi qualcuno lo trova, lo guarda, lo chiama per nome, e qualcosa cambia. Non tutto, ma qualcosa. Il cono d’ombra si assottiglia».
Il Maestro Oda Tao sollevò lo sguardo verso le fronde.
«Ciò che non ha nome resta nella nebbia. Ma la nebbia non cancella la vita».
Lo guardai con gratitudine.
«Esatto. Questo libro mi ha fatto pensare che il primo gesto di cura non sia sempre prendere in braccio, nutrire, medicare. A volte il primo gesto è dire: ti vedo. Tu non sei una massa, non sei un caso, non sei un problema generale. Sei tu».

Un altro abbaio arrivò dalla foresta, più vicino.
Giordano si strinse nel mantello.
«Quando dici così, mi viene da pensare che anche le parole sbagliate siano gabbie».
S.I.S.A. intervenne subito.
«Lo sono. “Animale da reddito”, “cane aggressivo”, “inadottabile”, “randagio”, “scarto”, “problema”. Le categorie possono essere strumenti, ma spesso diventano dispositivi di riduzione. Una creatura complessa viene trasformata in funzione».
Cima Bue mi guardò.
«E il libro insiste molto su questo?»
«Sì. Soprattutto quando parla degli animali da reddito, degli allevamenti, dei santuari. C’è un passaggio molto forte: nei santuari, gli animali non esistono per produrre, ingrassare, servire, rendere. Vivono. Hanno un nome, una biografia. Non servono a qualcosa. Sono. E detta così sembra una cosa semplice, quasi banale. Ma nel nostro tempo è rivoluzionaria».
Oda Tao parlò senza enfasi.
«Non servire è una libertà che l’uomo ha paura di concedere».
Prince mosse appena un orecchio.
Giordano lo indicò.
«Lui su questo ha costruito un’intera filosofia».
Prince non reagì, confermando la tesi.
Ripresi.
«Il libro non parla solo dei cani che suscitano tenerezza. Anzi, fa una cosa più difficile. Ci porta davanti agli animali meno presentabili, quelli che spaventano, puzzano, ringhiano, perdono pelo, hanno dermatiti, cicatrici, paura, rabbia. India con le orecchie tagliate. Bambie ferita mentre tenta di fuggire. Artù nascosto in fondo a un recinto. Zoe, femmina usata e abbandonata. Jack, cieco. Paco, arrivato troppo tardi. E lì la domanda cambia: siamo capaci di riconoscere dignità solo a ciò che ci piace?»
La foresta sembrò farsi più fitta intorno a quella domanda.
Cima Bue lasciò passare qualche secondo.
«India mi è rimasta addosso già da come me l’hai raccontata» disse. «La domanda sulle orecchie tagliate è terribile».
Abbassai lo sguardo.
«Sì. “Dove sono le orecchie di India?” È una domanda quasi infantile, e proprio per questo taglia. Perché non c’è una risposta accettabile. Le orecchie e la coda non sono accessori. Sono corpo, comunicazione, identità. Tagliarle per estetica, per mercato, per costruire un’immagine più aggressiva, significa imporre a un vivente una forma decisa da altri. E poi pretendere che quel corpo continui a fidarsi».
S.I.S.A. parlò con freddezza, ma non senza peso.
«L’illegalità non elimina una pratica quando il mercato continua a desiderarla».
«E quando l’immaginario la giustifica» aggiunse Cima Bue. «Perché un certo tipo di cane deve sembrare forte, duro, minaccioso. Come se anche la violenza avesse un’estetica da rispettare».
Annuii.
“India non chiedeva di essere guardata secondo i nostri criteri di bellezza. Chiedeva, anche senza poterlo dire, che il suo corpo smettesse di essere considerato un luogo su cui l’uomo può decidere”.
Giordano rimase in silenzio. Poi disse, più piano del solito:
«È strano. Quando leggo storie così, mi vergogno un po’ della fantasia umana. Perché noi immaginiamo mondi bellissimi, draghi, castelli, astronavi, eroi, e poi nella realtà usiamo la stessa immaginazione per decidere che un cane deve sembrare più feroce, che un animale deve valere di più se ha una certa forma, che un corpo si può correggere per piacere al nostro sguardo».
Il Maestro Oda Tao lo osservò.
«L’immaginazione senza compassione diventa lama».
Giordano abbassò la testa.
«Questa la scrivo».
E la scrisse davvero.
La foresta si aprì poco più avanti in una radura bassa, umida, attraversata da rovi. Guidai il gruppo verso un intreccio fitto di rami e spine, uno di quei punti in cui la foresta sembra chiudersi su qualcosa che non vuole essere trovato troppo in fretta. In Aetheria, a volte, i luoghi non comparivano come oggetti, ma come sensazioni: un varco negato, una presenza nascosta, un confine che non aveva bisogno di ferro per sembrare una prigione.
«Qui entra Artù» dissi.
Il nome fece cambiare l’aria.
«Artù è il cane a cui Viganò affida una parte della narrazione. Lo sa, l’autore, che far parlare un cane è un artificio. Lo dichiara. Sa che non possiamo davvero tradurre il suo pensiero. Eppure ci prova, con cautela. Non per fingere di sapere cosa pensa un cane, ma per spostare il centro. Per un momento non sono più gli umani a raccontare il cane da fuori. È il cane, o ciò che possiamo intuire della sua esperienza, a raccontare il mondo umano da dentro la propria ferita».
S.I.S.A. intervenne.
«È un’operazione rischiosa, ma necessaria. La rappresentazione dell’altro non umano è sempre imperfetta. Tuttavia l’alternativa, spesso, è lasciarlo senza voce narrativa».
«Sì» dissi. «E Artù porta dentro il libro una delle sue zone più buie. Non dirò troppo della sua storia, perché va incontrata nelle pagine, poco alla volta. Dirò soltanto che attraverso di lui il racconto ci costringe a guardare una verità scomoda: anche i luoghi nati per accogliere, se perdono misura, competenza e responsabilità, possono trasformarsi in spazi dove la vita si consuma nel silenzio. Questo è uno dei punti più scomodi del libro: la cura può fallire. Può perdere misura. Può diventare accumulo. Può trasformarsi in un’altra forma di abbandono».
Cima Bue incrociò le braccia.
«Questa è una verità dura. Ma va detta».
«Sì» risposi. «Perché il libro non divide il mondo in buoni e cattivi. Mostra che anche dietro il desiderio di salvare possono nascondersi deliri, incapacità, limiti non riconosciuti. Non basta voler bene. Non basta voler salvare tutti. Se non sai fermarti, se non sai chiedere aiuto, se non sai riconoscere che non hai più spazio, tempo, forze, competenze, rischi di trasformare la salvezza in un’altra gabbia».
Giordano guardò i rovi.
«Ci sono prigioni nate da cattiveria e prigioni nate da incapacità» disse. «Ma per chi resta dentro, cambia poco».
Lo fissai.
«Questa è una frase che dovremmo tenere».
Giordano abbassò gli occhi, come sempre quando una cosa seria gli usciva senza preavviso.
«Allora la tengo anch’io».
Dai rovi arrivò un suono basso, non proprio un abbaio, più una vibrazione spezzata.
Prince si alzò.
Non fece nulla. Non avanzò, non soffiò, non graffiò. Rimase immobile. A volte il suo silenzio aveva una precisione che noi umani possiamo soltanto imitare male.
Mi avvicinai ai rovi, ma non li toccai.
«Artù non è una figura da riassumere. È una presenza da ascoltare. La sua parte del libro lavora lentamente, senza concedere al lettore una commozione comoda. Ci ricorda che la speranza, quando arriva dopo una ferita profonda, non somiglia quasi mai a un’esplosione. Somiglia piuttosto a un micromovimento: qualcosa che torna a vibrare dove sembrava essersi spento. E forse è così anche per molte ferite umane. Non si guarisce subito. Prima si riprende a percepire qualcosa».
Cima Bue annuì.
«Questo vale anche nell’educazione. Anche nello sport. Anche nella vita. Prima di rialzarti, spesso devi tornare a sentire che vale la pena non lasciarti andare».
Oda Tao fissò l’intreccio scuro dei rovi.
«La speranza non rompe la gabbia. Prima sveglia il corpo che aveva smesso di cercare l’uscita».
Chiusi il libro per un momento.
«Ed è qui che le ragazze di Free Animals diventano importanti. Non perché siano perfette. Non lo sono. Si arrabbiano, sbagliano, discutono, si consumano, rischiano di cadere nel troppo. Ma agiscono. Tornano. Portano crocchette, antiparassitari, pettorine, contatti, veterinari, telefoni, stalli, post, raccolte fondi, pazienza. La loro cura non è una parola bella. È logistica. È fango. È domenica lavorativa. È benzina. È sonno perso. È dire “può venire da me” quando tutti gli altri dicono “non posso”».
S.I.S.A. intervenne con voce più bassa del solito.
«La compassione priva di organizzazione produce sollievo emotivo. La compassione organizzata produce possibilità».
«Eppure anche l’organizzazione non basta» dissi. «Perché loro stesse rischiano di consumarsi. Il libro insiste molto sulla parola “abbastanza”. Quando dire basta? Quando fermarsi? Quando accettare che non si può salvare tutti? Per chi vive una causa fino al collo, questa parola sembra un tradimento. Ma senza limite anche il bene diventa ingestibile».
Cima Bue guardò la foresta.
«Questo è un punto che dovremo trattare con molta attenzione nell’incontro. Perché non possiamo celebrare il sacrificio senza parlare del rischio di bruciarsi».
«Esatto» dissi. «Il libro è potente proprio perché non trasforma l’attivismo in santità. Mostra la fatica mentale, l’euforia dei salvataggi, il crollo dopo, la frustrazione, il senso di colpa, il desiderio di potenza, la tentazione di voler essere ovunque. E poi mostra la necessità di cambiare postura: restare, ma con paletti. Continuare, ma senza farsi divorare».
Giordano sospirò.
«Quindi salvare non è solo aprire una gabbia».
«No» dissi. «A volte è anche non aprirne troppe tutte insieme, se poi non sai dove portare chi ne esce».
Quella frase rimase dura, ma necessaria.
Camminammo ancora.
La Foresta di Antràis sembrava cambiare a ogni nome pronunciato. Thor, India, Bambie, Artù, Zoe, Jack, Bimbo, Paco, Zack: ogni nome apriva un varco diverso. Alcuni portavano addosso ferite visibili, altri paure più antiche, altri ancora una fiducia da ricostruire con lentezza. Non erano simboli da usare, né esempi da sistemare dentro una morale. Erano presenze. E proprio per questo chiedevano di essere nominate senza essere consumate dal racconto.
Ogni nome accendeva qualcosa tra gli alberi.
Non una luce spettacolare.
Piuttosto una piccola resistenza al buio.
«Il libro ha un’altra forza» dissi. «Non parla solo dei cani. Parla anche degli animali che non siamo abituati a pensare come individui: maiali, galline, conigli, capre, pecore. Il santuario del Mulino è una delle parti più importanti. Lì gli animali non esistono per produrre, per rendere, per diventare altro. Esistono. Hanno un nome, una storia, una biografia. Non servono a qualcosa. Sono».
Cima Bue sorrise appena.
«Questa parte mi interessa molto anche sul piano educativo».
«Lo so» dissi. «Perché Viganò porta lì anche gli studenti. Fa esperienza. Non resta nella teoria antispecista, nei concetti, nei libri, anche se i concetti ci sono. Va sul campo. Incontra un luogo dove la relazione con il vivente cambia forma. E lì la domanda diventa educativa: cosa succede a un ragazzo quando vede una capra, una gallina, un maiale non come funzione, ma come singolarità?»
S.I.S.A. rispose.
«Si altera la categoria. Quando una categoria si incrina, il pensiero è costretto a ricalcolare».
Giordano aggrottò la fronte.
«Tradotto?»
«Se guardi davvero un animale negli occhi, può diventare più difficile mangiarlo senza pensare».
Giordano deglutì.
«Ecco. Traduzione efficace, ma scomoda».
Cima Bue intervenne.
«Il libro non impone una conversione immediata, però non concede al lettore la comodità di non sapere. E questo è già molto. Racconta anche la rimozione domestica della carne, il modo in cui ai bambini spesso viene nascosta la biografia del cibo. Non per aprire un tribunale contro chi mangia carne, ma per mostrare la distanza tra il nome pulito dell’alimento e la storia concreta del vivente».
Annuii.
«Aurora, il coniglio che Bianca si rifiuta di mangiare, è un passaggio chiave. Perché quando una carne ha un nome, non è più del tutto anonima. Il nome impedisce alla rimozione di funzionare bene».
Il Maestro Oda Tao si fermò.
«Ogni nome è un ostacolo al consumo distratto».
La foresta si fece più silenziosa.
Non era un silenzio accusatorio. Era peggio, forse. Era un silenzio che lasciava spazio alla responsabilità.
Ripresi il cammino.
«C’è una cosa che voglio evitare nel racconto» dissi.
«Quale?» chiese Cima Bue.
«Il moralismo facile. Questo libro non è forte perché dice “gli uomini sono cattivi e gli animali sono buoni”. Sarebbe troppo semplice e, in fondo, falso. È forte perché mostra contraddizioni. Viganò stesso confessa di aver comprato la sua cagnolina, Babol, invece di adottarla. Non si assolve, ma non finge neppure che l’amore nato dopo sia finto. Resta nella contraddizione tra mercato e relazione, tra errore iniziale e responsabilità successiva. E questo rende il libro più credibile».
Cima Bue annuì.
«Non giudizi, non sentenze, ma domande».
«Sì. Questa è la sua bussola. Non giustifica tutto, ma non semplifica. Anche le ragazze non vengono santificate. Sono diverse, litigano, hanno stili differenti. Bianca è più esposta, radicale, comunicativa. Linda è cura concreta, attenzione agli scarti, anche ai piccioni feriti che nessuno vuole vedere. Maria è un animalismo silenzioso, che agisce dove nessuno guarda. Alessia ha una forza quasi atletica, tagliente, energica, e con Bambie costruisce una relazione di salvezza reciproca. Sarah arriva con la sua tristezza, e Tyron diventa lo scudo che la aiuta a tornare nel mondo. Nessuna è una figurina. Sono vive. E quindi contraddittorie».
Giordano sorrise piano.
«Mi piacciono le persone contraddittorie. Sono più difficili da disegnare, ma almeno non sembrano uscite da una pubblicità».
S.I.S.A. intervenne.
«La complessità è un indicatore di autenticità narrativa».
«Lo vedi?» disse Giordano. «Quando vuoi, sai dire cose quasi umane».
«Non era un complimento necessario» rispose S.I.S.A.
«Infatti era gratuito. Sto migliorando».
Prince si infilò tra due cespugli, sparì per qualche secondo e poi ricomparve poco più avanti, come se avesse verificato personalmente la qualità morale della foresta e l’avesse trovata appena sufficiente.
Lo guardai.
«Anche Prince, in un certo senso, ci ricorda qualcosa» dissi.
Il gatto si fermò, sospettoso.
«Gli animali non sono qui per essere interpretati da noi fino in fondo. Possiamo amarli, proteggerli, studiarli, osservarli, ma una parte resta loro. Questo libro lo sa. Lo dice chiaramente quando parla di Artù: per quanto attenti siano gli studi, per quanto raffinato il nostro linguaggio, resta una faglia tra il loro dire e il nostro comprendere. E allora forse la vera cura comincia proprio quando smettiamo di pretendere di capire tutto».
Oda Tao annuì.
«Chi vuole capire tutto finisce per occupare anche il mistero dell’altro».
Abbassai la voce.
«Sì. A volte dobbiamo curare ciò che resta curabile, senza assolutismi. Senza trasformare l’amore in possesso, l’aiuto in controllo, la compassione in protagonismo».
Cima Bue mi guardò con attenzione.
«E tu, dopo tutto questo, vuoi ancora adottare un cane?»
La domanda arrivò semplice, ma non leggera.
Non risposi subito.
Camminai qualche passo, poi mi fermai davanti a una piccola apertura tra gli alberi. La luce del crepuscolo entrava bassa, tagliando l’erba in strisce sottili.
«Sì» dissi. «Ma adesso so che non dovrò farlo per riempire una mancanza mia. Dovrò farlo per aprire uno spazio reale a una vita reale. Un cane non è una cura automatica, non è un simbolo, non è una prova di bontà. È un corpo, un carattere, una storia che forse non conosco, un passato che potrebbe chiedere pazienza. Se lo farò, dovrò accettare tutto questo. Anche il fatto che non sarà come lo immagino».
Giordano parlò piano.
«E magari sarà meglio».
Sorrisi.
«Forse. O magari sarà più difficile. Ma più vero».
S.I.S.A. intervenne.
«La scelta sarà eticamente più solida se preceduta da valutazione concreta: tempo disponibile, spazio, risorse economiche, compatibilità, supporto veterinario, gestione delle emergenze, capacità di sostenere eventuali traumi pregressi».
Giordano si voltò verso di lei.
«S.I.S.A., sei riuscita a trasformare un momento delicato in una checklist».
«Una scelta affettiva priva di checklist può produrre danni».
Risi sottovoce.
«Ha ragione lei».
«Lo so» disse Giordano. «È questo che mi disturba».
Cima Bue si avvicinò a me.
«Allora ci informeremo davvero. Non in modo romantico. In modo serio. E se arriverà il cane giusto, o meglio, se arriverà una storia che possiamo accogliere con responsabilità, lo capiremo».
Annuii.
La foresta, intorno, sembrò accettare quella promessa.
Non come una garanzia.
Come un inizio.

Ci sedemmo infine in una radura ampia, dove il buio cominciava a salire dal terreno invece che scendere dal cielo. Era il luogo giusto per chiudere, anche se dopo un libro così la parola chiudere suona sempre un po’ falsa.
Cima Bue prese il libro tra le mani.
«Sophie, qual è per te la frase che resta?»
Guardai la copertina.
«Il diritto di abbaiare è il diritto di non essere cancellati dal rumore del mondo».
Nessuno parlò.
Poi aggiunsi:
«Ma forse c’è anche un’altra cosa. Ogni abbaio che impariamo ad ascoltare ci obbliga a scegliere che tipo di umani vogliamo diventare».
Giordano si sfregò le mani sulle ginocchia.
«Questa fa male».
«Lo so» dissi.
«Però è giusta».
S.I.S.A. intervenne un’ultima volta.
«La funzione di questo libro non è generare commozione. È alterare la soglia di percezione morale del lettore».
Giordano sospirò.
«Traduzione?»
Cima Bue rispose al posto suo.
«Dopo averlo letto, certe cose non riesci più a non vederle».
S.I.S.A. accettò la traduzione con un silenzio sufficientemente rispettoso.
Oda Tao si alzò.
«Quando una creatura dimenticata viene chiamata per nome, il mondo perde una scusa».
Prince, che fino a quel momento era rimasto accucciato accanto a me, si avvicinò al libro, lo annusò e poi, con una lentezza quasi cerimoniale, appoggiò una zampa sulla copertina.
Nessuno rise.
Nemmeno Giordano.
Perché quella sera, nella Foresta di Antràis, anche il gesto più piccolo sembrava chiedere rispetto.
Chiusi il libro.
Non lo feci con sollievo. Lo feci come si chiude una porta sapendo che, da qualche parte, quella porta continuerà a bussare.
«Questo incontro» dissi «non deve chiedere al lettore di sentirsi buono. Non deve nemmeno chiedergli di sentirsi colpevole. Deve chiedergli di guardare. Davvero. E poi di capire quale gesto, piccolo o grande, è disposto a compiere senza trasformarlo in spettacolo».
Cima Bue annuì.
«Allora lo scriveremo così».
La Foresta di Antràis, intanto, era diventata quasi buia.
Da lontano arrivò un ultimo abbaio.
Questa volta non sembrò una richiesta.
Sembrò una presenza.
E forse era questo che il libro aveva fatto: non aveva risolto il dolore, non aveva salvato tutti, non aveva chiuso le domande, non aveva offerto una legge universale per stare al mondo insieme agli altri viventi.
Aveva acceso nomi. Aveva spostato lo sguardo. Aveva costretto alcune vite a uscire dall’invisibile.
E certe volte, da un nome pronunciato nel buio, può cominciare una seconda nascita.
Perché ogni storia ci cura, se sappiamo ascoltarla.

Scheda editoriale
Titolo: Il diritto di abbaiare
Autore: Samuele Viganò
Editore: Santelli Editore
Collana: Narrativa Santelli
Genere: Narrativa, racconto civile, testimonianza animalista
Anno di pubblicazione: 2026
Pagine: 156
Formato: Brossura
Temi principali: animali, cani, adozione, rifugi, attivismo animalista, antispecismo, cura, visibilità, dignità del vivente, relazione uomo-animale, responsabilità, santuari, etica della salvezza
Nota sull’autore
Samuele Viganò è nato a Milano nel 1992. Laureato in Scienze Filosofiche, è docente di scienze umane presso il centro di formazione professionale Fondazione Daimon, a Saronno, dove lavora anche all’interno di Anno Unico, un percorso dedicato al contrasto della dispersione scolastica. La sua scrittura unisce sensibilità narrativa, sguardo filosofico e attenzione sociale, portando spesso al centro vite marginali, fragilità e presenze che chiedono di essere comprese prima ancora che giudicate. Con Il diritto di abbaiare attraversa il mondo dell’attivismo animalista e delle biografie umane e canine, costruendo un racconto che non cerca sentenze facili, ma domande capaci di restare addosso.
Prima di incontrare Il diritto di abbaiare: 8 domande sul libro di Samuele Viganò
Di cosa parla Il diritto di abbaiare?
Il libro racconta le storie di alcune attiviste di Free Animals e degli animali che hanno incontrato, salvato, curato o semplicemente riportato alla luce. Al centro ci sono cani feriti, abbandonati, rinchiusi o dimenticati, ma anche animali da reddito, santuari, rifugi, adozioni e il tema più ampio della dignità del vivente.
È un libro solo per chi ama i cani?
No. Chi ama i cani probabilmente lo sentirà in modo immediato, ma il libro parla a chiunque sia disposto a interrogarsi sul rapporto tra esseri umani e animali, sul modo in cui nominiamo le vite, sulla responsabilità della cura e sulla facilità con cui trasformiamo ciò che non vogliamo vedere in rumore, problema o categoria.
Qual è il significato del titolo?
Il titolo trasforma l’abbaio da fastidio a diritto. Abbaiare non è soltanto produrre rumore: può essere richiesta di attenzione, segnale di paura, bisogno di relazione, testimonianza di una presenza. Il libro suggerisce che il primo diritto negato a molte creature sia proprio quello di essere ascoltate.
Chi sono le protagoniste umane del libro?
Le protagoniste sono Bianca, Linda, Alessia, Maria e Sarah, figure legate all’esperienza di Free Animals. Il libro non le idealizza né le trasforma in eroine senza crepe: le racconta nella loro forza, nella loro fatica, nelle differenze di carattere, nelle contraddizioni e nella concretezza del loro agire.
Chi è Artù?
Artù è uno dei cani centrali del libro e diventa anche voce narrativa in alcune parti dell’opera. Attraverso di lui, Viganò prova a spostare il punto di vista: non più soltanto l’animale raccontato dagli umani, ma una creatura ferita che, pur attraverso un inevitabile artificio letterario, restituisce dall’interno paura, attesa, diffidenza e speranza.
Il libro è una denuncia animalista?
Sì, ma non solo. È anche una riflessione narrativa e morale sulla cura, sul linguaggio, sul limite, sulla visibilità e sulle buone intenzioni che, quando perdono misura, possono trasformarsi in nuove forme di abbandono. La denuncia c’è, ma non diventa mai semplice slogan.
Qual è il passaggio più forte del libro?
Uno dei nuclei più forti è l’idea che nominare significhi rendere visibile. Molti animali esistono senza essere davvero visti. Quando qualcuno li trova, li chiama per nome e li sottrae all’anonimato, quelle vite non sono più soltanto casi, problemi o numeri: diventano storie.
Perché leggerlo?
Perché costringe a guardare ciò che spesso resta fuori campo. Non offre consolazioni facili e non chiede al lettore di sentirsi migliore. Chiede piuttosto di interrogarsi: quali vite considero degne di attenzione? Quali preferisco non vedere? E che cosa cambia, in me, quando un abbaio smette di essere rumore e diventa voce?
Nota di trasparenza
Questo incontro nasce dalla lettura di una copia stampa di Il diritto di abbaiare di Samuele Viganò, inviata da Santelli Editore a Mentalità Amplificata con finalità esclusivamente culturali e divulgative. Non si tratta di una collaborazione commerciale: non è previsto alcun compenso, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto a revisione preventiva da parte dell’autore o della casa editrice. Le riflessioni presenti in questo testo sono libere, indipendenti e fedeli all’esperienza di lettura e al confronto interno al team di Mentalità Amplificata. Il nostro sguardo ha scelto di attraversare il libro non come una semplice recensione, ma come un incontro narrativo con le domande che l’opera solleva: la dignità del vivente, il diritto alla voce, il rapporto tra cura e limite, la responsabilità dello sguardo umano davanti agli animali dimenticati. È la stessa etica che guida ogni contenuto pubblicato su Mentalità Amplificata: leggere con attenzione, confrontarsi in modo critico, restituire ciò che si è compreso senza piegare il giudizio a logiche pubblicitarie o narrative preconfezionate. Il libro è disponibile attraverso Santelli Editore, in libreria e nei principali store online. Mentalità Amplificata è un progetto indipendente. Se questo incontro ti ha lasciato qualcosa, puoi sostenerlo con una donazione libera o acquistando il libro attraverso i link presenti nella pagina, quando disponibili. Per te il prezzo non cambia, mentre un piccolo contributo ci aiuta a continuare questo lavoro di lettura, studio e condivisione.
Se sceglierai di leggere Il diritto di abbaiare, fallo senza cercare subito una posizione comoda. Non leggerlo soltanto per commuoverti, né per sentirti dalla parte giusta. Lascia che alcune pagine disturbino il tuo modo abituale di guardare. Lascia che i nomi restino: Thor, India, Artù, Bambie, Zoe, Jack, Bimbo, Paco, Zack. Non sono simboli perfetti. Sono vite attraversate dalla fragilità, dalla cura, dalla paura, dalla possibilità di essere finalmente viste. Perché forse il punto non è amare genericamente gli animali. Il punto è capire che cosa siamo disposti a cambiare quando una vita smette di essere invisibile. Se sei arrivato fin qui, forse anche tu hai sentito qualcosa abbaiare nel buio. Se questo incontro ti è stato utile, se ti ha accompagnato a entrare nel libro con uno sguardo più consapevole e meno superficiale, e se desideri contribuire a mantenere vivo questo spazio indipendente di lettura, confronto e ricerca, puoi sostenerci attraverso il servizio Buy Me a Coffee. Nessun obbligo, nessuna aspettativa: solo un gesto libero, semplice, concreto, per aiutarci a continuare a leggere con attenzione e a restituire questi incontri senza piegarli alla fretta del web.
