Non chiamatemi Bubu

Non chiamatemi Bubu – Chicco Evani, con Lucilla Granata: il pallone e ciò che resta sotto la maglia(Mondadori)


Alcuni libri arrivano accompagnati da un’immagine precisa. Nel caso di Non chiamatemi Bubu, sulla copertina c’è un pallone da calcio, ma basta poco per accorgersi che quel pallone porta con sé anche una maglia, una storia e un mondo intero. Una maglia pesante, riconoscibile, piena di storia, di vittorie, di nomi che appartengono alla memoria collettiva di chi ama il calcio. Nel caso di Non chiamatemi Bubu, quella maglia è rossonera, e sarebbe facile fermarsi lì, davanti al Milan, davanti agli Invincibili, davanti alle notti europee, davanti a Sacchi, agli olandesi, a San Siro, a Tokyo, a Pasadena, a tutto ciò che il calcio ha già trasformato in racconto.

Ma sarebbe una lettura troppo comoda.

Perché il libro di Alberico “Chicco” Evani, scritto con Lucilla Granata, non chiede di essere attraversato come l’album dei ricordi di un calciatore vincente. Non nasce per mostrare soltanto ciò che è entrato negli almanacchi, né per riportare il lettore dentro una nostalgia sportiva pronta all’uso. Certo, il calcio c’è, ed è inevitabile che ci sia. C’è il Milan come seconda pelle, c’è la Sampdoria come porto di ripartenza, c’è la Nazionale come sogno azzurro, ci sono allenatori, compagni, campioni, infortuni, vittorie, finali, sconfitte e momenti in cui un pallone sembra contenere più destino di quanto una persona riesca a sopportare.

Eppure il centro è un altro.

Il centro è un uomo che ha parlato per anni attraverso i piedi, attraverso il lavoro, attraverso l’affidabilità, attraverso la presenza silenziosa in campo, e che a un certo punto sente il bisogno di provare a parlare anche con le parole. Non perché sia diventato improvvisamente un uomo diverso, non perché abbia smesso di essere riservato, ruvido, schivo, poco incline alle grandi dichiarazioni, ma perché la vita, quando si mette a bussare con certe assenze, non accetta più di essere rimandata.

Non chiamatemi Bubu è un libro sul nome, prima ancora che sul soprannome.

È un libro sull’identità, su ciò che gli altri ci appiccicano addosso per abitudine, per scherzo, per affetto, per superficialità, e su ciò che invece sentiamo di essere davvero. È un libro sul pudore, su chi ama moltissimo ma non sempre riesce a dirlo, su chi tiene tutto dentro finché il silenzio diventa insieme rifugio e prigione. È un libro sul padre, sulla madre, sui figli, sulla moglie, sui compagni, sugli allenatori, sui ragazzi da guidare, sulle persone che restano, e su quelle che se ne vanno lasciando una frase sospesa, una canzone, una risata, una mancanza che continua a respirare accanto a noi.

Soprattutto, è un libro sull’affidabilità.

Parola poco appariscente, quasi antispettacolare, inadatta ai titoli rumorosi e alle classifiche veloci, ma enorme nella vita vera. Essere affidabili significa che gli altri sanno che ci sei. Che non devi occupare sempre il centro per essere decisivo. Che puoi essere una fascia percorsa mille volte, una copertura fatta al momento giusto, una parola trattenuta, un compito rispettato, una promessa non detta ma mantenuta. Significa che il valore di un uomo non sempre esplode. A volte resta, semplicemente. E restare, in certi momenti, è una forma altissima di forza.

Per questo non abbiamo voluto incontrare questo libro in uno stadio. Uno stadio avrebbe fatto troppo rumore.

Non lo abbiamo portato subito nel Rifugio di Aetheria, dove il team di Mentalità Amplificata si riunisce quando una lettura chiede confronto, discussione, sguardi diversi e parole da mettere sul tavolo. Ci siamo arrivati dopo. Prima serviva un luogo più quieto, più profondo, più adatto a ciò che non viene detto subito.

Lo abbiamo portato nel Giardino Segreto dei Sussurri. Perché questo libro non chiede applausi.

Chiede ascolto.

Ora Varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.



Ricordo bene il momento in cui portai Non chiamatemi Bubu nel Giardino Segreto dei Sussurri.

Era uno di quei pomeriggi in cui la luce sembra trattenersi ancora un poco prima di lasciare spazio alla sera. I bambù oscillavano appena, gli aceri disegnavano ombre sottili sui sentieri di pietra e lo stagno al centro custodiva il cielo con quella calma che soltanto l’acqua conosce. In quel luogo il silenzio non è mai assenza: è ascolto.

Avevo il libro tra le mani.

Non lo tenevo come si tiene un volume appena terminato, ma come si tiene qualcosa che ha già iniziato a lavorarti dentro.

Fu Sophie a raggiungermi.

Sophie ha sempre lo sguardo di chi osserva contemporaneamente ciò che viene detto e ciò che resta nascosto. Ascolta prima di interpretare e interpreta prima di giudicare. Quando arrivò, con il suo taccuino sotto il braccio, si fermò accanto alla panchina senza interrompere subito il silenzio.

«È un libro di calcio?» mi chiese.

«Sì.»

Lei sorrise appena.

«Ma se mi rispondi così significa che non è solo un libro di calcio.»

«No. Il calcio è la porta. Ma dietro c’è molto altro.»



Mi chiese chi fosse l’autore.

Passai una mano sulla copertina.

«Chicco Evani. Uno degli uomini di quel Milan che ha cambiato il calcio. Un giocatore concreto, intelligente, affidabile. Uno di quelli che magari non occupavano sempre il centro della scena, ma senza i quali la scena non avrebbe avuto la stessa forma.»

Sophie annuì.

«Quindi uno di quelli che si notano davvero soltanto quando mancano.»

Era una frase molto da Sophie: poche parole, ma sempre orientate verso ciò che sostiene una struttura.

«Sì» dissi. «Evani è stato questo. Un uomo di squadra. Uno che non aveva bisogno di urlare la propria importanza per essere importante. Ma questo libro non racconta soltanto il calciatore. Racconta soprattutto l’uomo che è rimasto sotto la maglia.»

Sophie si sedette accanto a me.

«Io non lo conosco davvero» disse. «Il nome sì, certo. Ma non la sua storia.»

«Forse è meglio così.»

«Perché?»

«Perché puoi incontrarlo senza partire dai trofei.»

Lei guardò lo stagno.

Per un attimo sembrò che l’acqua trattenesse qualcosa che non apparteneva solo al Giardino: una strada di provincia, un pallone consumato, un ragazzo con i capelli a caschetto, il rumore del mare, una casa attraversata da poche parole e molti gesti.

«Da dove bisognerebbe partire?» chiese.

«Da un bambino. Da un pallone. Da una famiglia ruvida e presente. Da un padre che non invade, da una madre che aspetta, da un ragazzo che cresce in fretta e impara a dire con il corpo ciò che con la voce gli riesce più difficile.»

Sophie rimase in silenzio.

Quel tipo di frase non aveva bisogno di essere riempita.

«Il titolo mi incuriosisce» disse dopo un po’. «Non chiamatemi Bubu. Sembra quasi una richiesta di confine.»

«Lo è. E non è una questione piccola. Un soprannome può sembrare leggero per chi lo usa, ma a volte non lo è per chi lo porta. Dentro quel titolo c’è una domanda precisa: chi decide come dobbiamo essere chiamati? Gli altri, per abitudine, o noi, quando finalmente troviamo il coraggio di dire che un nome non ci rappresenta?»

Sophie sfiorò il bordo del libro.

«Quindi è un libro sull’identità.»

«Sì. Ma non in modo teorico. È un libro in cui l’identità passa dal calcio, dalla famiglia, dal corpo, dalla fatica, dagli infortuni, dalle assenze, dalle amicizie, dal modo in cui un uomo viene ricordato dagli altri e dal modo in cui lui stesso prova, forse per la prima volta, a guardarsi senza scappare.»

Il Giardino sembrò farsi più quieto.

Una foglia cadde nello stagno, producendo un cerchio minuscolo, poi un altro, poi un altro ancora.

Sophie seguì quei cerchi con lo sguardo.

«Mi stai dicendo che Evani scrive per ricordare?»

«Anche. Ma forse scrive soprattutto per non trattenere più tutto.»

«Questa è una cosa diversa.»

«Molto diversa.»

Riaprii il libro, senza leggere ad alta voce. Non serviva. Alcune pagine non vanno citate subito. Vanno lasciate agire.

«Ci sono libri» dissi «che nascono da un progetto ordinato. Altri nascono da una crepa. Questo mi sembra nato da una crepa. Da quelle assenze che arrivano e ti ricordano che il tempo non aspetta. Da quelle telefonate brevi che non hanno bisogno di molte parole perché una frase sola basta a cambiare il respiro di una stanza. Da lì, forse, nasce il bisogno di scrivere. Non per letteratura. Per urgenza.»

Sophie lo ascoltava con attenzione.

Era il suo modo di entrare nei libri: non chiedeva subito la trama, cercava il battito.

«Mi colpisce che tu parli di respiro» disse. «Perché quando il dolore arriva davvero, non resta nella testa. Entra nel corpo. Stringe il petto, chiude la gola, cambia il modo in cui stai seduto, cammini, dormi. Un atleta può conoscere il corpo in modo straordinario, ma questo non lo rende immune dal dolore. Anzi, forse gli dà un alfabeto diverso per sentirlo.»

Annuii.

«Nel libro il corpo è ovunque. Non solo il corpo atletico. Il corpo ferito, operato, ingessato, stanco, impaurito, teso. Il corpo che dopo un infortunio non torna subito a fidarsi. Il corpo che trattiene le emozioni quando la voce non riesce a farle uscire.»

Sophie guardò di nuovo la copertina.

«Allora questo libro non può restare qui.»

«Nel Giardino?»

«No. Il Giardino è il luogo giusto per il primo ascolto. Ma se ciò che dici è vero, questo libro deve incontrare tutto il team. Tu lo stai leggendo come uomo di sport, come educatore, come lettore che riconosce il valore di una vita passata dentro una maglia. Ma qui ci sono troppi fili. Il corpo, il silenzio, l’intelligenza della prestazione, il dolore, la famiglia, il nome, il talento, l’educazione dei giovani. Ognuno di noi deve guardarci dentro.»

Chiusi lentamente il libro.

«Nel Rifugio.»

«Sì» disse Sophie. «Nel Rifugio.»

Poi sorrise appena.

«E forse dovresti prepararti. Giordano sentirà parlare di “Bubu” e vorrà certamente dire qualcosa.»

Feci un mezzo sorriso.

«Temo di sapere anche cosa.»

Il Giardino Segreto dei Sussurri tornò al suo silenzio.

Ma non era più lo stesso silenzio di prima.

Ora aveva una direzione.


Il libro rimase alcuni giorni sul grande tavolo del Rifugio.

Non perché qualcuno esitasse ad aprirlo. Al contrario. Proprio perché andava attraversato con calma, senza la fretta di trasformare ogni pagina in una frase utilizzabile. Lo lasciai lì, accanto a una vecchia matita, a un quaderno pieno di appunti e a una tazza di caffè dimenticata più volte, come spesso accade quando una lettura prende il sopravvento sulla temperatura delle cose.

Uno alla volta, i membri del team lo lessero.



Quando arrivammo nel Rifugio, il libro aveva già lavorato dentro ognuno di noi.

Sophie aveva riempito il suo taccuino di annotazioni sul rapporto tra emozioni e corpo. S.I.S.A., la nostra IA, aveva organizzato una sequenza di parole chiave: affidabilità, appartenenza, talento, disciplina, perdita, ritorno, nome, silenzio. Il Maestro Samurai Oda Tao aveva sottolineato pochissime frasi, ma quelle poche erano diventate il centro delle sue riflessioni. Giordano, lo gnomo aureo, invece, aveva infilato tra le pagine una castagna secca come segnalibro e nessuno aveva avuto il coraggio di chiedergli perché.

Quando ci riunimmo, il fuoco era acceso.

Prince, il gatto grigio, occupava metà tavolo.

E Giordano inciampò nel tappeto appena entrato.

«Sto bene!» dichiarò prima ancora di cadere davvero.

Poi cadde lo stesso.

Si rialzò con dignità discutibile, si sistemò la corona d’alloro storta e si sedette come se nulla fosse successo.

Questo era Giordano. Goffo. Impacciato. Capace di trasformare qualsiasi ingresso in una piccola catastrofe logistica. Eppure, quando parlava davvero, riusciva spesso a trovare il cuore delle cose prima degli altri.


«Bene» dissi. «Lo avete letto.»

S.I.S.A. fu la prima a intervenire. La sua voce era precisa, ordinata, quasi matematica.

«Il tema dominante non è il calcio. Il calcio è il vettore narrativo. Il nucleo centrale riguarda identità, appartenenza, elaborazione del lutto e costruzione del sé.»

Giordano la fissò.

«Tu riesci a dire “mi ha toccato il cuore” come se stessi compilando una relazione tecnica.»

«La precisione riduce gli errori interpretativi.»

«E aumenta il bisogno di abbracci.»

Sophie sorrise.

«In realtà avete ragione entrambi.»

Era tipico di lei. Non cercava di vincere una discussione. Cercava di capire cosa ci fosse di vero in ogni posizione.

«Questo libro parla di emozioni profonde» disse. «Ma non lo fa in modo sentimentale. Le osserva attraverso il corpo, i gesti, le assenze.»

Il Maestro Oda Tao, seduto vicino alla finestra, rimase in silenzio ancora qualche secondo. Il Maestro parlava poco. Ma quando lo faceva, sembrava che ogni frase fosse stata lasciata maturare per anni.

«Il silenzio del signor Evani non è vuoto» disse. «È una stanza piena di cose che non hanno trovato subito una porta.»

Nel Rifugio calò il silenzio.

Era una frase molto da Oda Tao. Essenziale. Profonda. Capace di aprire più domande che risposte.



Osservai il libro.

S.I.S.A. intervenne con la sua lucidità consueta: «Nel libro il silenzio non è un semplice tratto caratteriale. È un sistema di protezione. Nasce da un’educazione affettiva poco verbale, viene rafforzato dalla perdita, diventa abitudine, poi identità percepita. Protegge dal dolore, ma limita anche la comunicazione con chi ama.»

«E lui lo sa. Questo è importante. Non si assolve. Non dice: sono fatto così, quindi prendete o lasciate. Si guarda. A volte con durezza, a volte con ironia, a volte con pudore. Ma si guarda.»

Giordano annuì lentamente.

«A me questa cosa ha colpito. Perché uno pensa: calciatore, Milan, coppe, Nazionale, eroe di qua, eroe di là. Poi invece ti trovi davanti uno che sembra dire: sì, va bene, ma io con le parole ho fatto fatica. Con gli abbracci pure. Con certe cose semplici, forse, ancora di più.»

Fece una pausa.

«Che poi le cose semplici sono spesso le più sleali. Arrivano vestite da cose semplici e poi ti fanno inciampare davanti a tutti.»

Sophie lo guardò con dolcezza.

«Questa è molto tua.»

«Lo so. Purtroppo ho un archivio personale di inciampi.»


Fu allora che arrivammo al titolo.

Non chiamatemi Bubu.

E lì Giordano cambiò espressione.

Abbassò lo sguardo. Si rigirò una castagna tra le mani. Poi tossicchiò.

«Posso dire una cosa?»

«Sempre» rispose Sophie.

«Però se diventa troppo seria mi serve una castagna di supporto emotivo.»

Nessuno lo interruppe.

«Quando ero piccolo» disse «mi chiamavano Barilotto.»

Fece una smorfia.

«Che poi, a essere sinceri, avevano pure una certa base statistica. Ero basso, tondo e correvo come una botte lanciata giù da una collina.»

Qualcuno sorrise.

Lui no.

«Il problema è che a me non piaceva. Per niente.»

Si strinse nelle spalle.

«Ridevo anch’io. Perché quando sei piccolo impari presto che se ridi insieme agli altri forse fa meno male.»

Fece una pausa.

«Non fa meno male. Fa solo meno rumore.»

Nessuno parlò. Giordano continuò.

«Chi inventa un soprannome pensa quasi sempre di fare una cosa leggera. Una piuma. Ma una piuma per chi la lancia può diventare un sasso per chi la porta.»

Poi si grattò il naso, imbarazzato.

«Ecco. L’ho detta. Adesso torno a essere buffo.»

Ma nessuno rise.

Perché aveva appena detto una delle cose più profonde dell’intera serata.

Sophie lo guardò con dolcezza.

«Questa è esattamente una delle chiavi del libro.»

S.I.S.A. annuì.

«Corretto. Il titolo rappresenta una richiesta di riconoscimento identitario.»

«Tradotto?» chiese Giordano.

«Lasciami essere chi sono.»

«Molto meglio.»

Il Maestro Samurai Oda Tao chiuse gli occhi.

«Il nome è una veste sottile. Se stringe troppo, anche l’anima fatica a respirare.»

Giordano si voltò verso di lui.

«Maestro, questa me la dedico un po’.»

«Fallo.»

«Con moderazione?»

«No. Con verità.»

Giordano abbassò la testa.

Per una volta non trovò subito una battuta.

E forse fu meglio così.


«Il secondo nodo» dissi «è il pallone.»

Sophie sorrise appena.

«Nel tuo mondo è spesso così.»

«Sì. Ma qui il pallone non è solo calcio. È lingua. È rifugio. È compagno. È lo strumento con cui un bambino entra nel mondo prima ancora di saper nominare quello che sente.»

S.I.S.A. intervenne.

«Il pallone svolge una funzione regolativa e identitaria. Organizza il tempo, incanala energia, costruisce relazione, dà competenza percepita, permette appartenenza. Per un ragazzo schivo, può diventare un modo per esistere senza esporsi verbalmente.»

Giordano sospirò.

«S.I.S.A., tu hai appena trasformato il pallone in un dispositivo socio-emotivo.»

«È una definizione corretta.»

«Non dico di no. Però ogni tanto il pallone vorrebbe anche essere pallone.»

Sorrisi.

«Ed è proprio questa la forza. Per Evani il pallone resta pallone. Non diventa mai simbolo astratto. È concreto. Si calcia, si rincorre, si perde, si ritrova, si sporca di polvere e di mare. Ma dentro quella concretezza c’è tutto.»

Giordano prese il libro e rimase a fissare la copertina così a lungo che, per un momento, sembrò essersi dimenticato di noi.

La inclinò verso il fuoco, poi la avvicinò agli occhi un po’ troppo.

«Aspettate…»

Si tirò indietro appena, come se la copertina gli avesse risposto.

«Quello non è uno sfondo. È un campo di terra battuta.»

Lo guardammo.

«Uno di quei campetti di periferia dove il pallone rimbalza come gli pare, le ginocchia imparano prima della testa e la polvere ti entra nei calzini, nei capelli e probabilmente anche nel carattere.»

Abbassò il libro, ma continuò a fissarlo.

«Forse prima delle coppe, degli stadi e delle maglie importanti c’è sempre un campo che nessuno fotografa. E magari è proprio quello che ti resta dentro più di tutti.»

Fece una pausa, poi si accorse che stavamo ancora guardandolo.

«Scusate. Mi è uscita una cosa seria mentre osservavo della terra.»

Il libro gli scivolò quasi dalle mani.

«Ecco. Adesso sono tornato io.»


Sophie sfiorò le pagine.

«Mi colpisce che il libro non separi mai davvero il corpo dalla memoria. Il pallone è nei piedi, ma anche nei ricordi. Il dolore è negli infortuni, ma anche nel respiro. La famiglia è nei pensieri, ma anche negli occhi, nei gesti, nei silenzi.»

«Perché Evani non racconta una carriera come se fosse una sequenza di risultati» dissi. «Racconta una vita che ha usato il calcio per attraversare se stessa.»

Il Maestro Oda Tao guardò verso la finestra.

«Il guerriero non conosce la via perché combatte. Combatte perché la via gli chiede di conoscersi.»

Giordano alzò un dito.

«Io questa l’ho capita quasi tutta.»

«Quasi?» chiese Sophie.

«Sì. La parte del guerriero mi sfugge sempre un po’, perché io al massimo ho combattuto contro una talpa particolarmente testarda che aveva deciso di trasferirsi nel mio orto. Però il senso è che il campo non era solo campo. Era il posto in cui lui scopriva chi era.»

«Esatto» dissi.

Giordano si illuminò.

«Allora ho capito più di quanto pensassi. Mi succede raramente e mi spaventa.»

Prince aprì un occhio, come se volesse annotare l’evento tra le anomalie del Rifugio.


Quando si parlò del corpo, Sophie prese naturalmente il centro della conversazione.

Era il suo territorio.

Ma non lo occupava mai con arroganza.

Lo abitava.

«La cosa che mi colpisce» disse «è che il corpo nel libro non è soltanto prestazione. È memoria. Gli infortuni restano nei muscoli, ma anche nella fiducia. Il dolore resta nel petto, nel respiro, nella postura.»

Mentre parlava, sembrava vedere ciò che gli altri non vedevano.

Le emozioni sotto le parole.

Le ferite sotto i comportamenti.

«Molti pensano che gli atleti siano forti perché controllano il corpo» continuò. «Ma proprio per questo sentono ancora di più quando il corpo smette di rispondere.»

S.I.S.A. annuì.

«L’atleta professionista sperimenta una relazione complessa con il corpo. Il corpo è strumento di realizzazione, ma anche possibile limite. Quando si infortuna, non si ferma solo la prestazione. Si incrina l’identità.»

«Sì» disse Sophie. «E nel libro si sente molto bene. Dopo una ferita fisica non basta guarire biologicamente. Bisogna tornare a fidarsi. Del contatto, dello scontro, del gesto. A volte il corpo è pronto prima della mente. A volte la mente dichiara di essere pronta, ma il corpo trattiene memoria della paura.»

Fissai il fuoco.

«Questa è una cosa che nello sport giovanile si sottovaluta spesso. L’infortunio non è solo una pausa. Può diventare una frattura nella fiducia.»

«E anche il lutto» aggiunse Sophie «entra nel corpo. Nel libro ci sono momenti in cui il dolore toglie il fiato, chiude, appesantisce, gela. Non è una metafora decorativa. È esperienza corporea.»

Giordano parlò con voce più bassa.

«Quando uno dice “mi manca il fiato”, a volte gli manca davvero qualcosa da respirare.»

Nessuno rise.

Lui se ne accorse e si agitò.

«Era una frase seria, credo. Mi è caduta fuori senza casco.»

Sophie sorrise appena.

«Era molto seria.»

«Allora la raccolgo con cautela.»

Oda Tao guardò Giordano.

«Le frasi vere cadono spesso senza fare rumore. Sta a noi non calpestarle.»

Giordano deglutì.

«Maestro, oggi mi state facendo lavorare molto sul piano verticale interno.»

«È crescita.»

«È faticosa.»

«Anche.»


Poi arrivò il Milan.

S.I.S.A. intervenne quasi subito.

«Il Milan non deve diventare il centro dell’incontro.»

«No» dissi. «Ma non possiamo nemmeno trattarlo come sfondo. Per Evani è appartenenza. Seconda pelle. Famiglia. Scuola. Fatica. Gloria. Caduta. Rinascita.»

«È importante il modo in cui attraversa la caduta e la risalita» disse S.I.S.A. «La narrazione mostra che l’identità di una squadra non si costruisce solo nella vittoria, ma nella risposta alla perdita di status. La crisi diventa un laboratorio di appartenenza.»

Giordano la guardò.

«Quindi: quando cadi, si vede chi sei.»

«Sintesi accettabile.»

«Grazie. La mia versione è meno elegante ma più trasportabile.»

Sorrisi.

«Il Milan diventa davvero seconda pelle perché non gli dà solo gloria. Gli dà anche cicatrici. E le cicatrici, a volte, legano più delle medaglie.»

Sophie annuì.

«Però c’è anche un altro aspetto. La squadra come comunità. Nel libro emergono compagni, amici, allenatori, persone che tornano, che restano, che vengono ricordate non solo per quello che hanno fatto in campo, ma per come hanno abitato la vita.»

«Questo è fondamentale» dissi. «Evani racconta il Milan degli Invincibili, ma non lo fa come un museo. Lo fa come uno che ha vissuto volti, stanze, viaggi, scherzi, tensioni, allenamenti, paure, notti, parole ricevute, parole non dette.»

S.I.S.A. aggiunse: «Le testimonianze finali confermano questo dato. Gli altri parlano del talento, ma insistono soprattutto sull’uomo: serietà, umiltà, affidabilità, professionalità, presenza. È una convergenza significativa.»

Giordano alzò la mano.

«Posso dire che “affidabile” è una parola bellissima ma vestita male?»

Sophie rise piano.

«In che senso?»

«Nel senso che non brilla subito. Non entra nella stanza dicendo: guardatemi, sono una virtù spettacolare. Sembra quasi una parola da contratto, da elettrodomestico, da sedia che non traballa. Però poi ci pensi e dici: cavolo, ma nella vita chi vuoi vicino? Uno geniale che sparisce o uno affidabile che c’è quando serve?»

S.I.S.A. lo osservò.

«Formulazione imperfetta, contenuto rilevante.»

Giordano si portò una mano al cuore.

«Ogni tuo complimento sembra arrivare con una multa.»

«È il mio modo di non alimentare illusioni.»

«Funziona. A volte troppo.»

Rimasi sulla parola.

«Affidabile. Sì. Credo sia una delle chiavi dell’incontro. Evani non chiede al lettore di ammirarlo. Ma pagina dopo pagina si capisce perché gli altri si fidavano di lui.»

Il Maestro Oda Tao parlò piano.

«La roccia non chiede al fiume di essere lodata. Resta. E per questo il fiume sa dove passare.»

Giordano lo guardò.

«Io, se fossi roccia, chiederei almeno una targhetta.»

«Per questo sei gnomo.»

«Osservazione dura ma geologicamente corretta.»



Il fuoco cambiò direzione. Le fiamme sembrarono spostarsi verso il libro, come se anche loro volessero ascoltare la parte più difficile.

«La famiglia» disse Sophie.

Abbassai lo sguardo.

«Sì. La famiglia è il cuore.»

«Il padre» disse il Maestro Oda Tao.

«La madre» aggiunse Sophie.

«I figli» disse S.I.S.A.

«E chi resta» concluse Giordano, quasi senza accorgersene.

Li guardai uno a uno.

«Non dobbiamo entrare troppo nei dettagli. Sarebbe sbagliato. Alcune pagine vanno lasciate al lettore. Però dobbiamo dire una cosa: il libro non sarebbe quello che è senza il padre e la madre di Evani.»

Sophie annuì.

«Il padre è una presenza nell’assenza. La madre è un’attesa che salva.»

Il Maestro Samurai Oda Tao aprì gli occhi.

«Il padre gli lascia una forma. La madre gli lascia un posto in cui tornare.»

Nel Rifugio nessuno si mosse.

Ripresi: «Il padre è l’amore nei gesti, nel lavoro, nella presenza non invadente. Un uomo che non amava forse il calcio come lo amava il figlio, ma che aveva capito che quel pallone per Chicco era una strada. E questo è enorme. Perché molti genitori non accompagnano: occupano. Lui invece stava accanto, non in mezzo.»

S.I.S.A. intervenne.

«Dal punto di vista educativo, questa è una distinzione cruciale. Il genitore che accompagna sostiene l’autonomia. Il genitore che occupa trasforma il sogno del figlio in una propria proiezione.»

Giordano fece un piccolo cenno.

«Tradotto: se il sogno è del figlio, tu non devi metterti al volante con le scarpe sporche.»

«Più o meno» disse Sophie.

«Sto migliorando con le metafore parentali.»

Continuai.

«La madre invece è un’altra forma d’amore. Forse la più silenziosa. Quella che non forza, non invade, non pretende di tirare fuori subito le parole. Aspetta. E aspettare, quando si ama una persona chiusa, non è passività. È competenza affettiva.»

Sophie mi guardò.

«Questa frase è molto importante.»

«Sì. Perché Evani è stato aspettato. E forse anche per questo, anni dopo, ha potuto scrivere.»

Il Maestro Oda Tao chinò appena il capo.

«Chi aspetta senza possedere offre riparo. Chi aspetta pretendendo restituzione costruisce debito.»

S.I.S.A. aggiunse: «La madre, nel racconto, non risolve il dolore. Lo contiene abbastanza a lungo perché la vita possa ricominciare.»

Giordano si asciugò il naso con il dorso della mano, fingendo di controllare una briciola invisibile.

«Questa cosa delle madri che aspettano è pericolosa.»

«Perché?» chiese Sophie.

«Perché uno se ne accorge sempre tardi. Quando sei piccolo pensi che siano parte dell’arredamento del mondo. Poi un giorno capisci che erano le fondamenta. E a quel punto ti senti un idiota con le scarpe.»

Nessuno rise.

Giordano si agitò.

«Era detta male.»

Scossi la testa.

«No. Era detta bene.»

«Ah. Allora mi fermo prima di rovinarla.»


«E i figli?» chiese Sophie.

Respirai piano.

«I figli sono lo specchio.»

S.I.S.A. annuì.

«Nel libro il rapporto con i figli mostra la trasmissione dei codici affettivi. Evani riconosce di aver ricevuto un modo ruvido di amare e di averlo in parte riprodotto. Questo non viene presentato come colpa assoluta, ma come consapevolezza adulta.»

Sophie prese il filo.

«È una delle cose più vere del libro. Non idealizza la famiglia. Dice che l’amore può essere immenso e comunque faticare a comunicarsi. Che un padre può dare tutto e accorgersi, a un certo punto, che dare non sempre basta. Chi amiamo ha bisogno anche di essere raggiunto.»

Rimasi in silenzio qualche istante.

Poi dissi: «Questo è uno dei punti più delicati. Evani non scrive come uno che ha risolto tutto. Scrive come uno che sta ancora imparando a dire. Ed è proprio questo che lo rende credibile.»

Il Maestro Oda Tao sfiorò il fodero della spada.

«Chi riconosce di non aver sempre saputo tradurre l’amore in parole ha già cominciato ad attraversare il proprio silenzio.»

Giordano guardò il Maestro.

«Questa non la commento. Mi inchino solo internamente.»

Prince si stirò accanto al libro e sbadigliò con una solennità offensiva.

S.I.S.A. lo osservò.

«Il gatto grigio conferma che l’espressione emotiva può assumere forme non verbali.»

Giordano indicò il gatto.

«Prince conferma che siamo tutti ospiti in casa sua.»


«Ora dobbiamo parlare dello sport come educazione» dissi.

S.I.S.A. si fece leggermente più luminosa.

«Il libro contiene un elemento centrale per Mentalità Amplificata: Evani non interpreta il ruolo di allenatore come semplice trasmissione tecnica. In particolare, quando si confronta con la fragilità di un giovane, il suo obiettivo non è recuperare un calciatore, ma aiutare una persona.»

Sophie annuì.

«Quella parte mi ha colpita molto.»

«Anche me. Perché lì si vede che il dolore attraversato può diventare capacità di riconoscere il dolore altrui. Non in modo romantico. Non è che soffrire renda automaticamente migliori. A volte rende duri, chiusi, ingiusti. Però, se lavori su ciò che hai vissuto, puoi imparare a vedere negli altri quello che un tempo nessuno riusciva a vedere in te.»

S.I.S.A. intervenne con tono netto.

«Questo è il punto più educativo del libro. Lo sport giovanile fallisce quando considera rilevanti solo i ragazzi destinati alla prestazione alta. Un ragazzo che non diventerà professionista resta comunque una persona in formazione. Se il campo non serve anche a lui, lo sport ha perso una parte della propria funzione sociale.»

Giordano sollevò una castagna.

«Posso votare questa frase con sistema alimentare?»

«No» disse S.I.S.A.

«Allora la mangio in silenzio democratico.»

Sophie sorrise, poi tornò seria.

«Il gesto semplice, in quella parte del libro, è molto significativo. Non una grande lezione. Non una predica. Non un discorso motivazionale. Tempo condiviso. Presenza. A volte la cura comincia quando qualcuno ti concede uno spazio in cui non devi difenderti subito.»

Oda Tao disse: «Non tutte le ferite cercano una medicina. Alcune cercano una presenza che non fugga.»

Guardai il libro.

«Questo deve entrare nell’incontro. Ma senza svelare troppo. Dobbiamo dire che il libro mostra il calcio come luogo in cui una persona può essere vista, non solo valutata.»

S.I.S.A. annuì.

«Formulazione corretta. Il campo può essere spazio di selezione o spazio di riconoscimento. La differenza la fa lo sguardo dell’adulto.»

Giordano si pulì le mani.

«E qui il mister Evani guarda bene.»

«Sì» dissi. «Guarda bene perché sa cosa significa essere stati al buio.»



Il Rifugio rimase in silenzio per qualche tempo.

Fuori, il vento passò tra gli alberi. Dentro, il fuoco continuò a fare il suo lavoro senza chiedere attenzione.

Poi Giordano disse: «A me piace che lui non faccia il divo.»

Sophie sorrise.

«Ti ha colpito questa cosa?»

«Sì. Perché uno che ha vinto tanto potrebbe anche mettersi lì, in cima alla mensola della gloria, con la polvere buona e la faccia da trofeo. Invece no. Anche gli altri, quando parlano di lui, dicono sempre cose tipo serio, umile, affidabile, poche parole, cuore grande. Non dicono soltanto: che sinistro. Che poi, per carità, il sinistro doveva essere notevole. Io ho un destro che chiede scusa prima di partire.»

Risi piano.

«È vero. Gli altri confermano l’uomo prima ancora del calciatore.»

«E questa cosa mi piace» disse Giordano. «Perché alla fine il talento fa rumore. Ma il carattere resta nella stanza quando il rumore se n’è andato.»

S.I.S.A. lo guardò.

«Questa è una frase molto buona.»

Giordano si bloccò.

«Molto buona quanto?»

«Non abusarne.»

«Troppo tardi. L’ho già sentita mia.»

Il Maestro Oda Tao sorrise appena.

«Lasciagliela. Ogni gnomo ha diritto a una frase che gli sopravviva almeno fino a cena.»

«Grazie Maestro. Mi commuovo in modo contenuto.»


Ripresi il libro.

«C’è un’altra cosa. La scrittura.»

Sophie mi guardò.

«La scrittura come gesto di apertura.»

«Sì. Ma non come esibizione. Evani non sembra scrivere per mostrarsi. Scrive perché a un certo punto non può più tenere tutto dentro.»

Sophie sfiorò la copertina con un dito.

«E qui si sente anche il lavoro di Lucilla Granata. Non è facile accompagnare un uomo così riservato dentro le proprie parole, senza renderlo diverso da ciò che è. Lei non sembra parlare al posto suo, gli resta accanto, dà ordine ai ricordi e lascia che la sua voce conservi esitazioni, pudore e silenzi. Forse il risultato più importante è proprio questo: Evani si racconta, ma continua a somigliare a Evani.»

S.I.S.A. intervenne.

«La scrittura svolge una funzione di riorganizzazione autobiografica. Consente di rileggere gli eventi, collegare ricordi, riformulare emozioni trattenute, trasformare frammenti in narrazione.»

Giordano alzò gli occhi al cielo.

«Ecco. Io avrei detto: scrivere gli fa fare ordine nel cuore.»

«La tua versione è emotivamente più accessibile.»

«Grazie. La tua sembra il libretto di istruzioni di una nostalgia.»

Sophie rise piano.

Sorrisi, poi tornai serio.

«Scrivere, per lui, non cancella il pudore. Lo attraversa. È come se il libro fosse un vetro. Lascia vedere, ma protegge ancora qualcosa.»

«Questo è molto importante» disse Sophie. «Perché non tutti riescono ad aprirsi nello stesso modo. Alcuni hanno bisogno di un filtro, di una forma, di una distanza. Non è falsità. È il modo possibile per non rompersi.»

Il Maestro Oda Tao annuì.

«Il guscio non è sempre prigione. A volte è la forma che permette al seme di non morire prima del tempo.»

Giordano guardò il Maestro.

«Oggi siete tutti molto botanici e io sto facendo fatica a restare al passo.»

«La crescita ha molte lingue» disse Oda Tao.

«Anche la confusione.»

«Soprattutto.»


«Allora» dissi «come lo raccontiamo al lettore?»

S.I.S.A. rispose per prima.

«Non come libro celebrativo. Non come riassunto di carriera. Non come manuale di resilienza sportiva. Va presentato come un’autobiografia emotiva attraversata dal calcio.»

Sophie aggiunse: «E senza rubare al lettore le parti più intime. Dobbiamo nominare i temi, non consumare le scene.»

«Esatto. Non diremo tutto. Non racconteremo ogni episodio, ogni risultato, ogni passaggio familiare. Diremo che questo libro contiene il Milan, ma non si esaurisce nel Milan. Contiene il dolore, ma non si esaurisce nel dolore. Contiene la famiglia, ma non la usa come immagine perfetta. Contiene vittorie, ma non si inginocchia davanti alle vittorie.»

Giordano masticò l’ultima castagna con aria meditativa.

«Quindi diremo che è un libro che ti fa venire voglia di rispettare uno che magari conoscevi solo per il calcio.»

«Sì.»

«E anche di chiamarlo come vuole lui.»

«Soprattutto» disse Sophie.

Giordano abbassò il capo.

«Questo mi pare il minimo sindacale dell’identità.»

Prince si alzò, passò sopra un foglio, cancellò con la coda una parola annotata sul quaderno e si sedette davanti al camino.

«Prince ha appena editato l’articolo» disse Giordano.

«Ha eliminato cosa?» chiese Sophie.

Guardai il foglio.

«Una frase un po’ troppo celebrativa.»

S.I.S.A. osservò Prince.

«Intervento editoriale corretto.»

Giordano sospirò.

«Ecco. Ora il gatto ha più autorevolezza di me.»

«Non è una novità» disse S.I.S.A.

«Questa era evitabile.»

«Ma precisa.»


Il Rifugio sembrò respirare più lentamente.

Chiusi il libro, ma non lo allontanai.

Lo lasciai al centro del tavolo, accanto al quaderno e alla matita, come se l’incontro non fosse finito ma avesse semplicemente trovato il suo passo.

«C’è un’immagine che continua a tornare» dissi.

Sophie mi guardò.

«Quale?»

«Quella di un ritorno. Non a un luogo preciso, ma a qualcosa che resta sotto tutte le cose.»

Oda Tao annuì.

«Ogni uomo cerca il punto in cui il proprio nome torna leggero.»

Giordano socchiuse gli occhi.

«Questa mi piace anche se non sono sicuro di averla capita interamente.»

Sorrisi.

«Forse non serve capirla tutta. Alcune storie arrivano fino a una soglia e poi chiedono al lettore di fare qualche passo da solo.»

Sophie disse: «È giusto così. Un finale non dovrebbe chiudere ogni porta.»

S.I.S.A. aggiunse: «L’immaginazione completa ciò che il racconto sceglie di lasciare aperto.»

Giordano guardò tutti.

«Posso dire una cosa semplice?»

«Sempre» dissi.

«Secondo me questo libro è come quando trovi un pallone vecchio sulla spiaggia. Magari non sai chi ci ha giocato, dove sia stato, quante volte sia finito in acqua o contro un muro. Però lo guardi e capisci che non è solo un pallone. Ha preso botte, sale, sole, sabbia, piedi, mani, risate, forse qualche pianto. E allora non lo calci subito. Prima lo raccogli.»

Il Rifugio si fermò.

Giordano si accorse del silenzio e si spaventò.

«Era troppo?»

Scossi la testa.

«No. Era esattamente questo.»

Lo gnomo aureo abbassò lo sguardo.

«Allora mi siedo prima di rovinare la media.»

Prince, senza alcun rispetto per la solennità, sbadigliò.

Ma questa volta nessuno lo interpretò come disprezzo.

Forse, semplicemente, il gatto aveva capito prima di tutti che l’incontro era arrivato dove doveva arrivare.


Quando gli altri lasciarono il Rifugio, rimasi ancora qualche minuto davanti al libro.

Non pensai al Milan per primo. Non a una finale. Non a un gol. Non a una maglia.

Pensai alle persone.

A un bambino con un pallone tra i piedi, a un padre che non c’era più ma continuava a esistere nei gesti, a una madre capace di aspettare, a figli amati con un’intensità non sempre facile da tradurre in parole, a un uomo che aveva vinto quasi tutto e che, proprio per questo, aveva avuto il coraggio di raccontare ciò che le vittorie non bastano a spiegare.

Perché è questo che resta davvero di Non chiamatemi Bubu.

Non soltanto il calciatore.

L’uomo.

Non soltanto il talento.

L’affidabilità.

Non soltanto le vittorie.

Le relazioni.

Non soltanto il soprannome.

L’identità.

Ci sono libri che si leggono per conoscere una carriera. Altri per incontrare una persona.

Non perché il calcio sia secondario, ma perché il calcio, qui, diventa la lingua attraverso cui una vita prova a dirsi. E come tutte le lingue vere, non dice mai tutto in modo diretto. A volte passa da un pallone, da un silenzio, da una fascia percorsa con disciplina, da un infortunio, da un ritorno, da una maglia lasciata con il corpo ma non con il cuore, da una lettera, da un tatuaggio, da un soprannome rifiutato, da un grazie arrivato tardi.

È un libro sincero.

E la sincerità, quando non cerca di abbellirsi troppo, può fare una cosa rara: lasciare al lettore non la sensazione di aver spiato una vita, ma di averla rispettata.

Sotto la maglia rossonera, sotto il sinistro educato, sotto le vittorie, sotto la disciplina, sotto il carattere ruvido e la fama di uomo di poche parole, c’è una storia che parla di molti di noi. Parla di ciò che non siamo riusciti a dire in tempo. Di ciò che abbiamo ereditato senza sceglierlo. Di ciò che abbiamo provato a correggere diventando adulti. Di chi ci ha aspettato. Di chi ci ha lasciato. Di chi è rimasto. Di come si possa attraversare il successo senza smettere di portarsi dentro una fragilità.

Alla fine, il percorso di Evani lascia una traccia fatta di domande, incontri e cambiamenti, ricordandoci che certi viaggi non servono a scappare lontano, ma a guardare il mondo e noi stessi con occhi diversi.

Con stima e gratitudine

Cima Bue


Scheda editoriale

Titolo: Non chiamatemi Bubu
Autore: Alberico “Chicco” Evani con Lucilla Granata
Prefazione: Arrigo Sacchi
Editore: Mondadori Electa
Anno di pubblicazione: 2019
Genere: autobiografia sportiva, memoir, racconto di formazione, testimonianza calcistica e personale
Temi principali: calcio, Milan, Nazionale, famiglia, padre, madre, figli, silenzio, identità, soprannomi, lutto, resilienza, infortuni, talento, disciplina, affidabilità, educazione sportiva, amicizia, appartenenza, memoria
Destinatari: lettori appassionati di calcio, tifosi del Milan, educatori sportivi, allenatori, genitori, giovani atleti, lettori interessati alle storie di crescita personale e alle autobiografie
Lingua: Italiano


Nota sugli autori

Alberico “Chicco” Evani, nato a Massa nel 1963 e cresciuto nel settore giovanile del Milan, è stato uno degli uomini che hanno accompagnato la rinascita rossonera tra gli anni Ottanta e Novanta. Centrocampista tecnico, disciplinato e generoso, capace di interpretare con intelligenza la fascia sinistra e di mettere il proprio talento al servizio della squadra, ha collezionato 393 presenze e 19 reti con il Milan. Tra i momenti più significativi della sua carriera spiccano le punizioni decisive con cui contribuì alla conquista della Supercoppa europea e della Coppa Intercontinentale nel 1989, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. Con la maglia rossonera ha attraversato anni difficili, ricostruzioni e vittorie, diventando parte di una delle squadre più importanti nella storia del calcio. Dopo il lungo percorso nel Milan ha giocato nella Sampdoria, trovando a Genova una nuova appartenenza sportiva e umana, prima di concludere la carriera tra Reggiana e Carrarese. Ha inoltre vestito la maglia della Nazionale italiana e partecipato al Mondiale del 1994 negli Stati Uniti, concluso dagli Azzurri al secondo posto. Terminata l’attività da calciatore, Evani ha proseguito il proprio cammino nel calcio come allenatore e formatore. Dopo le esperienze nel settore giovanile del Milan, è entrato nei quadri tecnici della FIGC, guidando le Nazionali Under 18, Under 19 e Under 20. Con quest’ultima ha conquistato il terzo posto al Mondiale del 2017 in Corea del Sud. In seguito è entrato nello staff della Nazionale maggiore, prima con Gian Piero Ventura e poi con Roberto Mancini, partecipando anche al percorso culminato nella vittoria del Campionato Europeo disputato nel 2021. Nel 2025 è tornato alla Sampdoria come allenatore della prima squadra, contribuendo alla permanenza del club in Serie B. Al di là dei risultati, la figura di Evani rimane legata a qualità meno appariscenti ma decisive: serietà, disciplina, umiltà, senso di appartenenza e affidabilità. Sono le stesse qualità che emergono dalle testimonianze di compagni, allenatori e persone che ne hanno condiviso il cammino, e che nel libro permettono di intravedere l’uomo dietro il calciatore.

Lucilla Granata è giornalista professionista, scrittrice ed esperta di comunicazione. Laureata in Lettere moderne, ha iniziato il proprio percorso giornalistico a Cremona, per poi lavorare in Rai, dove ha collaborato con programmi come La Domenica SportivaSport SeraDribbling e I miti. Successivamente è stata inviata di Sky Sport sui campi della Serie A e in alcuni dei principali appuntamenti sportivi internazionali, tra cui i Mondiali di calcio del 2006, i Campionati europei e le Olimpiadi di Atene e Torino. In Non chiamatemi Bubu non svolge un ruolo puramente redazionale, ma firma il libro insieme a Evani. La sua esperienza nel racconto sportivo e nell’ascolto delle persone contribuisce a trasformare ricordi, episodi familiari, vittorie, ferite e silenzi in una narrazione continua e riconoscibile. Il suo lavoro non copre la voce di Evani e non la rende più spettacolare di quanto sia: le offre ordine, ritmo e una forma capace di rispettarne il carattere schivo. Proprio questo equilibrio rappresenta uno degli aspetti più riusciti del volume. Evani rimane Evani, con il proprio pudore, le esitazioni e il modo essenziale di raccontarsi; Granata costruisce intorno a quella voce lo spazio necessario perché possa arrivare al lettore senza perdere autenticità.


Prima di incontrare Non chiamatemi Bubu: 8 domande sul libro di Chicco Evani

Di cosa parla Non chiamatemi Bubu?

Il libro racconta la vita e la carriera di Chicco Evani, ma non si limita alla dimensione sportiva. Attraversa il calcio, il Milan, la Sampdoria, la Nazionale, gli allenatori e i compagni, ma porta al centro anche la famiglia, il rapporto con il padre e la madre, i figli, il pudore dei sentimenti, gli infortuni, il silenzio e il bisogno di trovare parole per ciò che a lungo è rimasto trattenuto.

È un libro solo per tifosi del Milan?

No. I tifosi del Milan troveranno certamente pagine preziose legate alla storia rossonera, ma il libro parla anche a chi non segue il calcio in modo particolare. Il cuore dell’opera non è solo la celebrazione di una squadra, ma il racconto di un uomo che ha vissuto il calcio come appartenenza, scuola di vita, linguaggio emotivo e forma di responsabilità.

Perché il titolo Non chiamatemi Bubu è così importante?

Il titolo rimanda al tema dell’identità. Un soprannome può sembrare leggero per chi lo usa, ma non sempre viene vissuto allo stesso modo da chi lo riceve. In questo caso diventa una richiesta chiara: non riducetemi a un’etichetta che non sento mia. Il titolo apre quindi una riflessione più ampia sul modo in cui veniamo chiamati, riconosciuti e raccontati dagli altri.

Qual è il tema più profondo del libro?

Uno dei temi più profondi è il rapporto tra silenzio e sentimento. Evani si racconta come uomo riservato, poco incline a esprimere apertamente le emozioni, ma attraversato da legami fortissimi. Il libro diventa così il luogo in cui molte parole non dette trovano finalmente una forma, senza cancellare il pudore da cui nascono.

Che ruolo ha la famiglia nel racconto?

La famiglia è uno dei centri emotivi del libro. Il padre, la madre, la moglie e i figli non sono figure laterali, ma presenze decisive. Attraverso di loro emergono l’amore concreto, i gesti più delle parole, il senso della mancanza, il rimpianto, l’eredità emotiva e il tentativo di diventare adulti senza perdere ciò che ci ha formato.

Che immagine emerge di Evani calciatore?

Emerge l’immagine di un giocatore tecnico, intelligente, disciplinato e soprattutto affidabile. Non un personaggio costruito sull’esibizione, ma un uomo di squadra, capace di interpretare il gioco, rispettare il compito e mettere le proprie qualità al servizio del gruppo. Le testimonianze finali confermano questa identità: talento, certo, ma anche serietà, umiltà e presenza.

Il libro parla anche di educazione sportiva?

Sì. In diversi passaggi emerge una visione dello sport come formazione della persona. Il campo non è soltanto luogo di selezione tecnica, ma può diventare spazio di riconoscimento, crescita, disciplina, cura e responsabilità. Questo aspetto è particolarmente interessante per allenatori, insegnanti, educatori e genitori che lavorano con giovani atleti.

Perché incontrarlo su Mentalità Amplificata?

Perché Non chiamatemi Bubu attraversa molti nuclei del progetto: corpo e mente, memoria, famiglia, disciplina, cadute e ripartenze, talento e lavoro, identità e parole, sport come educazione, silenzio come ferita e protezione. È un libro che mostra cosa può restare sotto una carriera vincente, quando gli applausi si spengono e rimane l’uomo, con ciò che ha amato, perso, custodito e finalmente provato a dire.


Nota di trasparenza

Questo incontro nasce dalla lettura integrale e progressiva di Non chiamatemi Bubu di Alberico “Chicco” Evani, scritto con Lucilla Granata, a partire da una copia del libro inviata direttamente dall’autore a Mentalità Amplificata, nell’ambito di uno scambio culturale e divulgativo. La lettura è stata accompagnata dal confronto interno al progetto Mentalità Amplificata e il libro è stato avvicinato non come semplice autobiografia calcistica, ma come racconto umano capace di intrecciare sport, famiglia, identità, silenzio, memoria e responsabilità. Le riflessioni presenti in questo testo sono libere, indipendenti e fedeli all’esperienza di lettura e al confronto interno al team di Mentalità Amplificata. L’invio del volume non costituisce una collaborazione commerciale: non è previsto alcun compenso, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto a revisione preventiva da parte dell’autore, della coautrice o della casa editrice. Eventuali link presenti nella pagina possono essere affiliati: per chi acquista il prezzo non cambia, mentre una piccola percentuale può contribuire a sostenere il lavoro indipendente di Mentalità Amplificata.

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