Non siamo gli unici – L’arte segreta della natura di Giorgio Volpi – (Aboca Edizioni)
Avevo iniziato questo libro con una convinzione abbastanza tranquilla, pensavo di entrare in un saggio sulla natura, di attraversare pagine piene di animali sorprendenti, piante ingegnose, processi nascosti, strategie evolutive e meraviglie del vivente.
Mi sbagliavo già alla prima curva.
Perché Non siamo gli unici, di Giorgio Volpi (Aboca Edizioni), non si limita a raccontare quanto siano sorprendenti gli animali, le piante, gli organismi, i cicli della materia e le forme del vivente. Quella sarebbe stata la versione più comoda, bella, certo, interessante, perfino rassicurante: noi seduti da una parte, la natura dall’altra, e in mezzo una serie di esempi capaci di farci dire, con un misto di stupore e sollievo, che il mondo è davvero incredibile. Dopo qualche pagina, però, ho avuto la sensazione che Volpi stesse facendo qualcosa di meno innocente, come se, mentre mostrava il teatro del vivente, il movimento, il suono, il tempo, la materia, la percezione e i riti nascosti nella natura, stesse in realtà spostando il lettore da un punto all’altro della stanza, senza annunciarglielo troppo. Sembrava dire: aspetta un attimo, prima di meravigliarti degli altri viventi, prova a chiederti da dove guardi, perché forse il problema non è soltanto ciò che non sai della natura, ma il posto che ti sei assegnato mentre la osservi.
Noi esseri umani abbiamo un talento notevole nel metterci al centro, lo facciamo anche quando non ce ne accorgiamo, guardiamo un comportamento animale e ci chiediamo subito se somigli a qualcosa di nostro, vediamo una forma, un canto, un movimento, una costruzione, un rito, e il primo impulso è tradurlo nel nostro vocabolario: teatro, danza, musica, tecnica, arte, intelligenza. È comprensibile, usiamo le parole che abbiamo, e forse non potremmo fare diversamente. Il guaio comincia quando quelle parole diventano una gabbia, quando invece di aiutarci a vedere ci fanno credere che il mondo valga davvero solo nella misura in cui riesce ad assomigliarci. Volpi prende questa abitudine e la sposta un poco. Non la distrugge, non ci tratta da stupidi, non scrive contro l’uomo, e questo è importante, perché sarebbe troppo facile rovesciare il piedistallo e sentirsi profondi solo perché si è cambiata direzione alla superbia. Fa una cosa più utile: ci mette vicino a una quantità di vita che non aveva nessun bisogno di aspettare il nostro arrivo per muoversi, costruire, scegliere, imitare, percepire, trasformare, orientarsi.
A un certo punto, mentre leggevo, ho smesso di pensare: “quanto è straordinaria la natura”, e ho pensato invece: “quanto siamo stati presuntuosi a chiamarla sfondo”.
Per questo il libro non poteva restare nella Biblioteca delle Radici Luminose. All’inizio avevo provato a portarlo lì, con il mio quaderno, una matita e quella fiducia un po’ scolastica che ogni tanto mi prende quando un saggio è ricco e penso di poterlo mettere in ordine, ma la Biblioteca, quella volta, non fu d’accordo. E quando una Biblioteca fatta di radici luminose non è d’accordo, di solito conviene ascoltare.
Alcuni libri li capisci meglio quando smetti di tenerli al sicuro su un tavolo.
Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.

Avevo sistemato Non siamo gli unici al centro del grande tavolo della Biblioteca delle Radici Luminose, accanto al quaderno degli appunti, a una matita consumata, a due fogli già piegati male e a una tazza di caffè che avevo dimenticato troppo presto, cosa che negli ultimi tempi comincia a sembrare un metodo di lavoro più che una distrazione.
Prince, il gatto grigio, era sdraiato poco distante, non sopra il libro, almeno non ancora, e lo guardava con quell’aria dei gatti che non sai mai se stanno valutando l’oggetto o la tua incapacità di capirlo.
«Oggi parliamo di natura» gli dissi.
Prince chiuse gli occhi, e il suo contributo critico era già cominciato.
Aprii il libro, lessi alcune righe, poi tornai indietro, non perché non avessi capito, ma perché avevo avuto quella sensazione strana che capita con certi testi: le frasi sembrano chiare, però sotto c’è qualcosa che ti sta spostando.
Presi la matita e, proprio in quel momento, sotto il tavolo, una radice si mosse. Poco, quasi niente, ma abbastanza da farmi fermare con la punta della matita sospesa sulla pagina.
Guardai verso il pavimento.
«Adesso no» dissi piano, «sto cercando di lavorare.»
La radice si mosse di nuovo.
Prince aprì un occhio, e io pensai che adesso giudicava anche lei.
Tra due scaffali, là dove di solito si trovano i testi più antichi sui cicli della terra e sui linguaggi delle piante, si aprì una fessura scura; non comparve una porta, non ci fu nessun bagliore, nessuna musica, nessun effetto da grande rivelazione, arrivò soltanto odore di terra. Terra vera, umida, con dentro foglie vecchie, funghi, corteccia, acqua ferma e quella punta di marcio che non ha niente di sporco, se impari a sentirla bene. È più un promemoria: le cose finiscono, cambiano forma, tornano dentro il giro.
S.I.S.A. apparve come un riflesso sottile sul bordo del tavolo.
«La Biblioteca sta indicando un’incongruenza.»
«Quale?»
«Stai cercando di leggere un libro sulla natura mantenendo la natura fuori dalla stanza.»
Rimasi in silenzio.
«Potevi dirlo con meno precisione e più garbo.»
«Sarebbe stato meno utile.»
«A volte l’utilità è sopravvalutata.»
«Questa è una frase che dici quando sai che ho ragione.»
Prince scese dal tavolo, andò verso la fessura, annusò l’aria e sparì dentro senza voltarsi, naturalmente senza aspettare nessuno.
Presi il libro, chiusi il quaderno e lo seguii.

La Foresta di Antràis non fece nulla per farmi sentire atteso. Nessun sentiero pulito, nessuna luce messa al posto giusto, nessun ramo che si apriva con gentilezza, perché Antràis non ha quel tipo di educazione, o forse ne ha una più antica, che non prevede di semplificarsi per chi arriva. Dopo tre passi avevo già fango sul bordo della scarpa, dopo cinque una radice mi colpì lo stinco, non forte, ma con precisione, quel tanto che basta per ricordarti che il corpo, spesso, capisce prima dell’orgoglio.
Mi fermai, trattenendo una parola che avrebbe complicato la linea editoriale del progetto.
S.I.S.A. comparve tra due riflessi verdi.
«Primo adattamento richiesto: abbassare la velocità.»
«Potevi anche dire: guarda dove metti i piedi.»
«Era incluso.»
Mi chinai.
Il terreno non era una superficie, era un miscuglio di resti, radici, piccoli vuoti, umidità, foglie in trasformazione. Da sopra sembrava disordine, da vicino cominciava ad assomigliare a un lavoro enorme, solo che nessuno aveva messo un cartello con scritto “lavori in corso”.
Pensai al titolo.
Non siamo gli unici.
Nella Biblioteca mi era parso un bel titolo, nella Foresta, con lo stinco che bruciava appena e la scarpa mezza sporca, suonava meno gentile, sembrava dire: guarda che non sei arrivato nel mondo da proprietario, sei arrivato tardi, e pure distratto.

Chiamai il team nel pomeriggio, non al Rifugio, perché lì avremmo finito per fare quello che facciamo spesso, tavolo, fuoco, tazze, libro al centro, discussione. Funziona, certo, ma stavolta mi sembrava troppo comodo.
Sophie arrivò con un taccuino piccolo e una giacca leggera, guardò subito il terreno, poi le mie scarpe.
«Hai già fatto conoscenza con Antràis.»
«Abbiamo avuto un primo scambio.»
«Chi ha vinto?»
«La radice.»
Non sembrò sorpresa.
Il Maestro Samurai Oda Tao arrivò da un sentiero laterale, asciutto, composto, quasi irritante nella sua capacità di non sporcarsi dove chiunque altro avrebbe perso almeno un pezzo di dignità. S.I.S.A. era già lì, anche se nella Foresta preferiva restare incompleta, fatta di lampi brevi tra una foglia e l’altra.
Giordano, lo gnomo aureo, arrivò per ultimo. Prima sentimmo un fruscio, poi un colpo leggero, poi la sua voce.
«Nulla di grave. Ho solo discusso con un cespuglio e credo che il cespuglio abbia argomenti solidi.»
Comparve tra due rami bassi con la corona d’alloro storta, una manica impigliata e l’aria di chi avrebbe voluto mantenere una certa solennità, ma aveva appena perso una trattativa con la vegetazione.
«Prof Cima Bue» disse, liberandosi con cautela, «lo dico con rispetto: questa Foresta ha un carattere complicato.»
«Non ti ha fatto niente.»
«Questo lo dice Lei. Io ho percepito ostilità nel sottobosco.»
S.I.S.A. intervenne.
«Hai ignorato tre segnali ambientali consecutivi.»
Giordano la guardò.
«Tradotto per chi ha appena perso contro un ramo?»
«Non guardavi dove camminavi.»
«Ecco. Così è più crudele, però almeno ci capiamo.»
Sophie gli sistemò la corona.
«Sei intero?»
«Sì, ma la mia autorevolezza ha subito una riduzione temporanea.»
Prince passò accanto a lui pulitissimo. Giordano lo fissò con fastidio.
«Lui ha una relazione privilegiata con la fisica.»
Prince non si voltò. La fisica, evidentemente, era d’accordo.
Posai il libro su un tronco caduto.
«Volpi ci porta in molti territori» dissi, «movimento, suono, percezione, materia, tempo, ritualità, ma io non vorrei attraversare il libro come se dovessimo fare l’elenco delle cose che la natura sa fare. Sarebbe il modo più povero di leggerlo.»
Sophie annuì.
«Anche perché diventerebbe una collezione di esempi.»
«Esatto. E il libro è più intelligente di così.»
Giordano si sedette su una pietra, prima tastandola con una mano.
«Controllo di stabilità» spiegò. «Dopo l’esperienza col cespuglio, mi fido meno delle forme naturali.»
Il Maestro Oda Tao guardò gli alberi sopra di noi.
«L’uomo raccoglie esempi quando non vuole ancora cambiare sguardo.»
Giordano sospirò.
«Maestro, Lei potrebbe avvisare prima di depositare una frase pesante sul sentiero.»
Il Maestro Oda Tao non rispose, ed era il suo modo di non alleggerirla.
S.I.S.A. riprese il filo.
«Il punto critico è evitare due errori: antropomorfizzare il vivente, oppure ridurlo a meccanismo inferiore perché non coincide con l’esperienza umana.»
Giordano alzò un dito.
«Questa frase era utile, ma aveva un sapore da sala conferenze.»
S.I.S.A. fece una pausa minima.
«Non tutto ciò che non ci somiglia è meno complesso.»
«Molto meglio» disse Giordano. «Questa la capisco anche con una foglia nell’orecchio.»
Si toccò l’orecchio.
La foglia c’era davvero.
Sophie gliela tolse senza commentare.
Cominciammo a camminare, e la Foresta di Antràis cambiava passo ogni pochi metri: a volte sembrava lasciarti entrare, poi subito dopo ti metteva davanti una radice, una zona molle, un ramo basso. Non era cattiva, era indifferente nel modo più istruttivo possibile.
A un certo punto vidi una foglia muoversi.
Mi fermai.
Non era una foglia, o forse era stata una foglia solo nella fretta del mio sguardo.
Giordano si chinò, troppo vicino.
«Io non so se guardarla con meraviglia o con preoccupazione.»
«Entrambe vanno bene» disse Sophie.
Quella piccola apparizione, qualunque cosa fosse, ci portò dentro uno dei primi nervi del libro: la forma, il modo in cui il vivente appare, si nasconde, si confonde, manda segnali, imita, esagera, sparisce.
Noi usiamo parole come recitazione, trucco, scena, costume. Sono parole nostre, certo, servono a orientarci, ma bisogna maneggiarle con cautela.
«Qui non c’è teatro nel senso umano» disse S.I.S.A.
«Per fortuna» mormorò Giordano, «mi sembrava già difficile trovare il guardaroba.»
«C’è relazione tra forma e sopravvivenza» continuò S.I.S.A., ignorandolo con eleganza digitale. «L’apparenza non è decorazione.»
Mi colpì quella frase, anche se non volevo darglielo subito a vedere.
L’apparenza non è decorazione.
Noi umani siamo bravi a separare, bello da una parte, utile dall’altra, arte di qua, corpo di là, scienza, spettacolo, seduzione, inganno, funzione. La natura non sempre rispetta questi scaffali. A volte un colore è un avviso, a volte una forma è una difesa, a volte sembrare altro non è falsità, è un modo per restare vivi.
Giordano rimase a fissare il punto in cui la foglia non era più foglia.
«Prof Cima Bue?»
«Dimmi.»
«Quando diciamo che qualcosa “finge”, forse stiamo già facendo i furbi noi.»
«In che senso?»
«Nel senso che fingere sembra una cosa da attori. Qui magari non finge nessuno, qui qualcuno sta solo cercando di non finire mangiato.»
Sophie sorrise piano.
«Questa è una buona distinzione.»
Giordano si raddrizzò con cautela.
«La prego di annotarlo. Le buone distinzioni non mi capitano in serie.»
Più avanti la Foresta si aprì in una radura, non bella nel modo in cui una fotografia vorrebbe farla diventare bella, ma bassa, irregolare, piena di erbe che si muovevano con il vento e forse non solo con il vento. C’erano piccoli spostamenti, traiettorie, richiami quasi invisibili; nessuno stava danzando per noi, eppure il movimento aveva un senso.
Giordano rimase fermo, questa volta non per paura di cadere.
«Forse» disse piano, «abbiamo chiamato danza solo quella che riuscivamo a riconoscere.»
Nessuno rispose subito.
Aveva la guancia sporca, la corona storta e una serietà addosso che gli cambiava il volto.
Sophie guardò la radura.
«Il corpo parla molto prima delle spiegazioni. Anche il nostro, a dire il vero, solo che noi spesso ce ne accorgiamo tardi.»
Nel libro di Volpi il movimento non è mai soltanto movimento, è segnale, relazione, richiamo, scelta, orientamento. Noi pensiamo alla danza come espressione, arte, identità, festa, tradizione, ed è tutto vero, ma forse, più in fondo, danzare è anche dire qualcosa con il corpo quando la parola non è ancora arrivata, o non serve, o non esiste.
Giordano provò a imitare un piccolo movimento visto tra le erbe.
Scelta coraggiosa, e durata breve.
Il piede gli scivolò su una zona umida e lui recuperò l’equilibrio aggrappandosi alla mia manica.
«Esperimento terminato» disse. «La natura conserva un vantaggio competitivo.»
«Stai bene?» chiese Sophie.
«Sì, ho perso solo un po’ di superbia, ma credo fosse materiale non essenziale.»
S.I.S.A. si illuminò appena.
«Riduzione utile.»
«Non incoraggi la Foresta» disse Giordano. «È già abbastanza sicura di sé.»

Il suono arrivò dopo, o forse c’era sempre stato e io avevo cominciato ad ascoltarlo solo in quel momento.
Prima sentii un colpo secco, poi un richiamo distante, poi una vibrazione bassa, difficile da collocare, poi le foglie, poi una pausa, poi di nuovo qualcosa, ma non nello stesso punto.
Mi accorsi che stavo cercando una melodia.
Una parte del mio orecchio voleva mettere ordine, cercava ritmo, struttura, ripetizione, voleva trasformare la Foresta in qualcosa che potessi riconoscere.
S.I.S.A. parlò senza voltarsi.
«Stai cercando musica umana.»
«Sto cercando di capire.»
«Non sempre sono la stessa cosa.»
Giordano si strinse nel mantello.
«Questa è una frase che punge anche a distanza.»
Il Maestro Oda Tao guardò verso l’alto.
«Il vento non diventa musica quando l’uomo lo ascolta. A volte è l’uomo che smette di essere sordo.»
Giordano lo fissò.
«Maestro, Lei ha un modo molto economico di usare le parole. Io per dire la stessa cosa avrei avuto bisogno di una premessa, due esempi e probabilmente una focaccia.»
Il Maestro non si scompose.
«La focaccia può restare.»
«Allora c’è speranza.»
Volpi, parlando di suoni, richiami, ritmi e ascolti non umani, mette il lettore in una posizione scomoda, perché noi siamo sinceramente fieri della nostra musica, e ne abbiamo motivo. Ma la fierezza diventa cecità quando ci impedisce di sentire che il mondo non è stato muto fino alla nostra prima canzone.
La Foresta non stava eseguendo un brano.
Stava vivendo.
E forse era proprio questo a mettermi in difficoltà, perché se un suono non è fatto per me, se non cerca la mia emozione, se non entra nel mio gusto, io rischio di liquidarlo come rumore.
È una parola pericolosa, rumore.
Spesso significa soltanto: non ho voglia di capire da dove vieni.
Sophie lo disse meglio, e senza cercare di dirlo meglio.
«A volte chiamiamo rumore quello che non sappiamo ascoltare.»
Giordano abbassò la voce.
«Questa mi resta addosso.»
Anche a me.
La parte più lenta della Foresta arrivò senza avvisare.
Il terreno scendeva appena, i tronchi caduti erano coperti di muschio, alcuni sembravano morti da anni, ma avvicinandosi si vedeva che erano pieni di passaggi, piccoli fori, umidità, vita minuta. Non erano più alberi nel modo in cui li avremmo riconosciuti da vivi, però non erano nemmeno spariti.
Avevano cambiato mestiere.
Guardai l’orologio.
Errore.
Me ne accorsi subito, e Prince, purtroppo, anche.
Il gatto grigio era seduto su una radice e mi fissava. Non disse nulla, ovviamente, fece di peggio: rimase immobile.
«Abitudine» dissi, più a me stesso che agli altri.
Sophie sorrise.
«Ti sei giustificato troppo in fretta.»
Aveva ragione.
In quel punto di Antràis il tempo non sembrava avere alcun interesse per i nostri strumenti. Non era un tempo romantico, da frase sulle stagioni e sulla lentezza, era un tempo materiale, stava dentro il legno che marciva, dentro il seme che aspettava, dentro la foglia che perdeva forma, dentro l’acqua che restava nel terreno.
Noi misuriamo il tempo con una precisione quasi commovente, poi spesso lo viviamo malissimo. La Foresta, invece, non aveva fretta di convincerci.
Il Maestro Oda Tao si chinò verso una radice.
«Chi vuole il frutto subito non ha mai fatto amicizia con una radice.»
Giordano lo guardò.
«Io con le radici ho un rapporto più che altro traumatico.»
«Anche il trauma insegna dove mettere il piede.»
«Sì, ma poteva mandare una mail.»
S.I.S.A. intervenne.
«I processi lenti vengono spesso sottovalutati perché non producono segnali immediatamente gratificanti.»
Giordano alzò la mano.
«Versione per chi vive vicino al terreno?»
«Ci accorgiamo tardi di molte cose importanti.»
«Purtroppo questa la capisco benissimo.»
Ecco, questo era il libro che cominciava a lavorare: non negli esempi, non nelle informazioni, ma nella postura. Ci stava chiedendo di smettere di guardare solo ciò che si muove alla nostra velocità.
Più avanti il terreno cambiò, c’era meno fango e più pietra, l’odore delle foglie umide si faceva più debole e le radici entravano tra le rocce scure, insinuandosi nelle fessure senza fretta, come se avessero tutto il tempo necessario per convincere anche la materia più dura a lasciarle passare. Sophie raccolse una piccola pietra piatta, la rigirò tra le dita e ne osservò le venature.
«Qui il libro diventa interessante in un altro modo» disse, «perché ci ricorda che anche la materia ha una storia, mentre noi esseri umani finiamo spesso per guardarla come qualcosa che aspetta soltanto di essere usato.»
«Materia prima» dissi.
Sophie sollevò appena lo sguardo.
«Già. Prima per chi?»
La domanda rimase lì, semplice, quasi innocua, e proprio per questo più difficile da scansare.
S.I.S.A. proiettò una luce sottile sulla superficie della pietra.
«L’espressione “materia prima” è tipicamente umana. Definisce come iniziale qualcosa che esisteva molto prima della vostra specie, soltanto perché non è ancora entrato in un processo produttivo.»
Giordano socchiuse gli occhi.
«S.I.S.A., mi stavi perdendo.»
«Per molti esseri umani una cosa acquista valore quando può essere estratta, trasformata, venduta o consumata. Prima di quel momento tende a essere considerata paesaggio, ostacolo oppure riserva disponibile.»
Giordano abbassò lo sguardo sulla pietra.
«Ecco, adesso mi hai ritrovato, ma avrei preferito restare disperso.»
Volpi attraversa anche il rapporto tra natura, materia e trasformazione, e lì l’orgoglio umano traballa di nuovo, perché noi siamo davvero bravi a costruire, misurare, imitare e manipolare, abbiamo creato oggetti meravigliosi, strumenti capaci di salvarci e macchine che hanno ampliato possibilità un tempo impensabili, ma insieme a tutto questo abbiamo prodotto danni che spesso abbiamo chiamato effetti collaterali, quasi bastasse scegliere un’espressione più ordinata per rendere meno concreto ciò che rimane dopo.
Sophie passò il pollice sulla pietra.
«Il vivente costruisce quasi sempre dentro una relazione, adattandosi a ciò che trova e restituendo qualcosa al sistema di cui fa parte. Noi, invece, siamo capaci di comportarci come se il dopo riguardasse qualcun altro.»
S.I.S.A. lasciò scorrere la luce lungo una piccola frattura della roccia.
«Gli esseri umani sono molto efficienti nel calcolare il rendimento immediato e sorprendentemente distratti quando devono calcolare chi pagherà il costo residuo.»
Giordano alzò lentamente gli occhi.
«Detta così sembra quasi che il futuro sia il parente al quale lasciamo il conto perché siamo usciti dal ristorante prima di lui.»
«La metafora è rozza» rispose S.I.S.A., «ma statisticamente plausibile.»
Giordano guardò di nuovo il terreno.
«Quindi non basta chiedersi se una cosa funziona.»
«No» dissi, «bisogna anche chiedersi dove va a finire, che cosa consuma mentre funziona e che cosa lascia quando smette di servirci.»
Sophie annuì.
«E soprattutto chi dovrà occuparsi di quello che resta.»
Giordano sospirò.
«La realtà ha il brutto vizio di presentare il conto quando l’entusiasmo è già andato via.»
Prince si stirò accanto a una roccia, allungò le zampe anteriori e poi si rimise in cammino, senza mostrare alcun interesse per i nostri bilanci sulla specie umana.
Quando il sentiero risalì, il cielo comparve tra i rami, non tutto, solo pezzi, strisce, macchie chiare. Un seme passò davanti a noi, portato dall’aria, e più in alto un uccello attraversò il varco tra due alberi e sparì prima che riuscissi a seguirlo bene.
«Volo» disse Giordano. «Qui gli umani diventano sempre solenni.»
«Perché?»
«Perché non sappiamo farlo da soli. E quando non sappiamo fare una cosa da soli, la trasformiamo in mito, progetto, conquista o discorso motivazionale.»
Sophie rise piano.
«Non è del tutto falso.»
Il volo è una delle nostre grandi ossessioni. Lo abbiamo sognato, disegnato, raccontato, imitato, inseguito. Ci siamo fatti male, siamo caduti, abbiamo calcolato, riprovato, costruito macchine incredibili. C’è bellezza in tutto questo, molta. Ma sotto quei rami, con un seme che attraversava l’aria senza nessuna dichiarazione d’intenti, la conquista umana del cielo sembrava meno assoluta, non meno grande, solo meno solitaria. Per molte creature il volo non è un’impresa da raccontare, è un modo normale di cercare cibo, spostarsi, fuggire, tornare, riprodursi, sopravvivere.
Giordano alzò lo sguardo.
«Quindi noi abbiamo impiegato secoli per fare con enorme rumore una cosa che altri fanno andando a cena?»
S.I.S.A. rispose dopo una pausa.
«Sintesi imprecisa, ma efficace.»
Giordano si illuminò.
«Oggi sto avendo una giornata intellettualmente dignitosa.»
«Non rovinarla» disse Sophie.
Guardai ancora il cielo.
Forse la grandezza umana sta anche qui, nel desiderare ciò per cui non siamo nati. Ma desiderare non significa possedere. Attraversare il cielo non lo rende nostro. Ci rende, quando va bene, ospiti più consapevoli.
Quando va male, invece, ospiti rumorosi.
La luce diminuì. Antràis diventò più fitta, più verde, più difficile, i contorni si confondevano, io vedevo meno, o forse vedevo soltanto come può vedere un uomo quando il bosco decide di non aiutarlo. Prince procedeva senza esitazione. Giordano lo seguiva con una certa irritazione.
«Lui ha informazioni che non condivide.»
«È un gatto» disse Sophie.
«Appunto. Una specie molto avanzata nella gestione opaca del sapere.»
Prince si fermò e guardò un punto tra due radici. Noi guardammo lo stesso punto.
Niente.
O almeno, niente per noi.
Restammo fermi, il gatto mosse appena la coda, poi riprese a camminare. La scena durò pochi secondi, ma bastò.
Il libro, in quel passaggio, tornò a farmi male nel punto giusto. Noi esseri umani abbiamo costruito strumenti per vedere meglio, più lontano, più piccolo, più in profondità. È una delle cose più straordinarie che abbiamo fatto, però resta il fatto che il mondo non coincide con ciò che il nostro occhio riesce a prendere. Vedere è sempre vedere da un corpo, e ogni corpo ha porte aperte e porte chiuse.
S.I.S.A. parlò piano.
«L’invisibile non coincide con l’inesistente.»
Giordano non fece battute.
«Questa mi piace poco» disse.
«Perché?»
«Perché mi costringe ad ammettere che molte cose non le vedo, e però ci sono lo stesso.»
«È una buona ammissione» disse Sophie.
«Sì, ma non comoda.»
«Le ammissioni comode di solito servono a poco.»
Prince, davanti a noi, era già sparito dietro una radice. Nessuno di noi sapeva che cosa avesse visto, ed era proprio quello il punto.
Raggiungemmo infine un piccolo spazio circolare. Non sembrava costruito, però non sembrava nemmeno casuale. Il terreno era più battuto, alcune pietre stavano in una disposizione strana, su un tronco c’erano segni ripetuti. Forse era tutto naturale, forse no, e la Foresta non aveva l’obbligo di chiarire. Giordano si avvicinò piano.
«Qui qualcosa torna» disse.
Mi piacque quella frase. Qualcosa torna.
Forse molti riti cominciano così, prima ancora delle parole, dei simboli, delle spiegazioni. Un gesto che si ripete, un punto in cui si passa più volte, un luogo che, a forza di essere raggiunto, smette di essere un punto qualunque. Il libro tocca anche questa zona, e qui bisogna fare attenzione. È facile dire sciocchezze. Da una parte si rischia di ridurre il bisogno umano di senso a superstizione, dall’altra si rischia di mettere addosso agli animali idee nostre, come se ogni gesto dovesse diventare una piccola religione in miniatura.
Meglio fermarsi prima.
Meglio guardare.
«Forse» dissi «il punto non è dire che siamo uguali agli altri viventi. Non lo siamo. Il punto è accettare che anche le cose che sentiamo più alte hanno radici più profonde di quanto ci piaccia pensare.»
Il Maestro Oda Tao guardò le pietre.
«Un rito è vivo finché ricorda la vita. Quando la dimentica, resta solo il gesto.»
Sophie annuì.
«Vale anche per il sapere. Se studiamo la natura solo per sentirci più intelligenti, siamo ancora fermi al punto di partenza.»
S.I.S.A. aggiunse:
«La conoscenza che non cambia il comportamento resta archivio.»
Giordano la guardò.
«Questa è bella e comprensibile. Mi preoccupa.»
Prince entrò nello spazio circolare, annusò una pietra e poi si sedette proprio al centro.
Giordano indicò la scena.
«Ecco. Lui ha appena fondato qualcosa.»
Prince chiuse gli occhi.
Forse era un rito, forse era solo un gatto seduto, in ogni caso nessuno osò spostarlo.

Restammo nella Foresta fino a quando il verde cominciò a spegnersi. Non avevamo raccontato il libro per capitoli, non avrebbe avuto senso e, soprattutto, sarebbe stato ingiusto verso chi dovrà leggerlo. Gli esempi di Volpi funzionano perché arrivano spesso di lato, con quell’effetto un po’ allegro e un po’ destabilizzante delle cose che prima ti fanno sorridere e poi ti spostano una certezza.
Avevamo seguito una domanda, più che un indice.
Che cosa succede all’idea che abbiamo di noi stessi quando scopriamo che molte delle cose di cui andiamo fieri non sono nate in un mondo vuoto attorno all’uomo?
Nessuno aveva voglia di rispondere in modo definitivo.
Per fortuna.
Sophie parlò mentre tornavamo verso il sentiero.
«Mi sembra che questo libro non tolga valore all’essere umano. Gli toglie un po’ di arroganza. Che forse è diverso.»
«È molto diverso» dissi.
S.I.S.A. aggiunse:
«L’antropocentrismo non è solo una posizione culturale. Ha conseguenze pratiche.»
Giordano si sistemò il mantello.
«Traduzione: se pensi di essere l’unico importante, prima o poi tratti male tutto il resto.»
«Sì.»
«E poi scopri che il resto era casa tua.»
Il Maestro Oda Tao si fermò.
«Chi maltratta la casa, alla fine dorme tra le macerie.»
Giordano deglutì.
«Maestro, questa era più dura del solito.»
«Era più tardi del solito.»
Non aggiunse altro, e forse aveva ragione.
Il ritorno alla Biblioteca delle Radici Luminose fu più lungo del previsto e quasi tutto in silenzio. La luce si abbassava dietro gli alberi, il sentiero diventava meno leggibile e ognuno sembrava portarsi dietro qualcosa di diverso da quella giornata: Sophie teneva ancora in mano la piccola pietra raccolta lungo il cammino, il Maestro Oda Tao procedeva senza fretta, S.I.S.A. compariva a tratti tra i riflessi del crepuscolo, mentre Giordano cercava di non inciampare di nuovo, con una concentrazione che gli dava un’aria molto più solenne di quanto il mantello sporco gli consentisse.
Quando arrivammo alla Biblioteca, la sera aveva già preso possesso degli scaffali e il calore della stanza ci parve quasi eccessivo, dopo l’umidità e l’odore scuro della Foresta. Avevo il libro sotto il braccio e il quaderno ancora chiuso, ma una parte di me voleva riaprirlo subito, mettere ordine, sistemare i temi, costruire una scaletta precisa, come se bastasse distribuire bene le parole per rendere governabile ciò che avevamo visto.
Prince mi precedette, saltò sul tavolo e, appena posai il libro, ci si sedette sopra.
Non accanto.
Sopra.
«Dovrei lavorare» dissi.
Prince rimase fermo, con le zampe raccolte sotto il corpo e gli occhi socchiusi, mentre Giordano si avvicinava con aria molto concentrata.
«Prof Cima Bue, credo che sia una revisione editoriale felina.»
«E cosa suggerisce?»
Giordano osservò Prince, poi il fango secco sul bordo delle proprie scarpe, come se la risposta potesse trovarsi lì.
«Secondo me dice che per oggi abbiamo letto abbastanza e che, prima di scrivere, dovremmo capire che cosa ci è rimasto addosso.»
Non era male.

Mi accorsi allora che nella stanza era entrato con noi un leggero odore di terra umida, forse rimasto sui vestiti, forse sul libro, forse soltanto nella memoria. La Foresta di Antràis era lontana, oltre i sentieri e le zone basse che avevamo attraversato, eppure continuava a farsi sentire senza bisogno di essere presente, come accade con certi luoghi che, una volta lasciati, non tornano subito al loro posto.
Pensai al titolo.
Non siamo gli unici.
Non mi sembrava più una frase da spiegare, ma una correzione da portarsi dietro, qualcosa che non chiedeva di svalutare l’essere umano, perché anche quella sarebbe stata una forma di presunzione, soltanto rovesciata, ma di rimetterlo dentro il mondo, insieme agli altri viventi, alla materia, ai processi, alle relazioni che lo precedono e continueranno dopo di lui.
Forse Volpi mi aveva condotto fin lì proprio per questo, per farmi capire che contare non significa stare sopra, né occupare il centro, ma riconoscere di essere parte di una storia molto più ampia, nella quale il valore non nasce dal dominio e l’intelligenza non coincide sempre con il controllo.
Prince restò sul libro.
Giordano, prima di lasciare la Biblioteca, si fermò accanto alla porta, rivolto verso il sentiero dal quale eravamo tornati. Fece un piccolo inchino, un po’ storto, come quasi tutto ciò che faceva quando voleva essere solenne, e il mantello rischiò ancora una volta di impigliarsi nello stipite.
«A presto» disse piano, guardando nella direzione della Foresta. «La prossima volta cercherò di inciampare con più rispetto.»
La Foresta di Antràis era troppo lontana per rispondere, e forse non avrebbe risposto comunque.
Ma nessuno, quella sera, sentì il bisogno di aggiungere altro.
Con stima e gratitudine.

Scheda editoriale
Titolo: Non siamo gli unici. L’arte segreta della natura
Autore: Giorgio Volpi
Editore: Aboca Edizioni
Genere: saggio divulgativo, scienze naturali, evoluzione, ecologia, filosofia del vivente
Temi principali: natura, comportamento animale, piante, materia, percezione, tempo, suono, movimento, ritualità, antropocentrismo, rapporto tra essere umano e biosfera
Nota sull’autore
Giorgio Volpi è chimico, naturalista e divulgatore scientifico. Lavora presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Torino, dove si occupa di luminescenza e complessi organometallici. È laureato in Chimica e in Scienze naturali e ha conseguito un dottorato in Scienze chimiche. In Non siamo gli unici unisce rigore, ironia e curiosità per mostrare che arte, tecnica e intelligenza non appartengono esclusivamente all’essere umano. Il suo sguardo non ridimensiona l’uomo: lo ricolloca, con maggiore umiltà, dentro la complessità del vivente.
Prima di incontrare Non siamo gli unici: otto domande sul libro di Giorgio Volpi
1. Di cosa parla Non siamo gli unici?
Parla del vivente e del modo in cui l’essere umano lo guarda. Animali, piante, materia, suoni, movimenti, percezioni e comportamenti diventano l’occasione per chiederci se molte cose che consideriamo solo nostre siano davvero così isolate dal resto della natura.
2. È un libro sugli animali?
Anche, ma sarebbe riduttivo dirlo così. Gli animali sono molto presenti, ma il libro parla più in generale della natura come luogo di forme, processi, relazioni e strategie che spesso abbiamo sottovalutato solo perché non assomigliavano abbastanza alle nostre.
3. È un libro difficile?
Non è un libro respingente, ma non va letto di corsa. Alcuni passaggi sono densi, ricchi di esempi e collegamenti, e chiedono attenzione, però Volpi ha una scrittura viva, spesso ironica, che aiuta il lettore a restare dentro il percorso senza sentirsi davanti a una lezione fredda.
4. Il libro vuole dire che l’uomo non ha nulla di speciale?
No, e questa distinzione è importante. Il libro non cerca di umiliare l’essere umano, piuttosto prova a togliere un po’ di polvere dalla nostra idea di superiorità. L’uomo resta una creatura straordinaria, ma non vive fuori dalla natura, né sopra di essa.
5. Qual è la domanda più forte che lascia?
Forse questa: che cosa cambia nel nostro modo di vivere se smettiamo di considerarci gli unici esseri davvero capaci di arte, tecnica, percezione, movimento, trasformazione e senso?
6. Perché è un libro adatto a Mentalità Amplificata?
Perché sposta lo sguardo, non si limita a informare e costringe il lettore a rivedere il modo in cui abita il mondo. Mentalità Amplificata cerca opere capaci di lasciare una domanda concreta, non solo una conoscenza in più, e questo libro appartiene a quella categoria.
7. A chi consiglierei questo libro?
A chi ama la natura, la scienza, l’evoluzione, l’ecologia e il pensiero laterale, ma anche a chi sente che il nostro modo di parlare di “ambiente” è spesso troppo povero, troppo esterno, come se la natura fosse qualcosa da gestire e non qualcosa di cui facciamo parte.
8. Che cosa non bisogna aspettarsi?
Non bisogna aspettarsi un semplice catalogo di curiosità naturali. Se lo si legge così, si perde molto. Il libro funziona davvero quando si accetta di lasciarsi mettere un po’ in discussione.
Nota di trasparenza
Questo Incontro nasce dalla lettura di una copia di Non siamo gli unici. L’arte segreta della natura di Giorgio Volpi, ricevuta da Aboca Edizioni con finalità culturali e divulgative. Non si tratta di una collaborazione commerciale: non abbiamo ricevuto compensi, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto all’approvazione preventiva dell’editore. Le riflessioni espresse restano libere e indipendenti, comprese le osservazioni sul rapporto tra esseri umani, natura e antropocentrismo. Il libro è disponibile sul sito di Aboca Edizioni, in libreria e nei principali store online. Utilizzando il collegamento affiliato Amazon presente nella pagina, il prezzo per chi acquista non cambia e una piccola percentuale contribuisce a sostenere Mentalità Amplificata.
Non siamo gli unici invita a osservare il vivente da una posizione meno comoda e più onesta, mettendo in discussione l’abitudine umana di considerarsi il centro, la misura e il punto di arrivo di ogni forma di intelligenza, creatività e trasformazione. È un libro da leggere con curiosità e attenzione, lasciando che le sue domande continuino a lavorare anche dopo l’ultima pagina. Se questo Incontro ti ha aiutato ad avvicinarti al libro e desideri sostenere il nostro lavoro indipendente di lettura, ricerca e condivisione, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo e nessuna aspettativa: soltanto un piccolo gesto per aiutarci a continuare a leggere con cura e a raccontare senza condizionamenti.

