Running Club

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Un Incontro con il romanzo Running Club di Emanuele Galesi, pubblicato da Santelli Editore


Ci sono soste che arrivano quando abbiamo finito le forze e altre che durano appena il tempo di capire se possiamo proseguire. Da fuori sembrano uguali. La differenza, spesso, la conosce soltanto chi si è fermato. E non sempre riesce ad ammetterla.

Running Club di Emanuele Galesi comincia vicino a questo confine. Il Curvo ha quarant’anni, ha perso il lavoro che per molto tempo ha contribuito a definirlo e porta addosso la fine di una relazione. Il Coach, amico di vecchia data, gli propone di correre. Prima pochi chilometri, poi un gruppo, il Vamos Running Club, infine una maratona da preparare. Potrebbe sembrare la traiettoria ordinata di un riscatto. Il romanzo, però, non la rende così comoda.

Il Curvo corre, migliora, cade in contraddizione, giudica gli altri e cerca il loro giudizio. Usa l’ironia per avvicinarsi e per tenere a distanza. A volte la corsa gli permette di stare dentro la propria vita; altre diventa un modo per non guardarla. Anche le persone che incontra sfuggono alle parti che vorrebbe assegnare loro. Hanno desideri, ferite e limiti che non esistono soltanto in funzione della sua ripartenza.

Galesi non trasforma il protagonista in un esempio da seguire. Il Curvo può essere generoso e irritante nello spazio di poche pagine. Può desiderare un cambiamento e, nello stesso tempo, preoccuparsi di come verrà visto dagli altri. La maratona gli offre una meta misurabile proprio mentre il resto della sua vita continua a non esserlo.

Nel romanzo compaiono sofferenza psicologica, abuso di alcol, pensieri suicidari e comportamenti autodistruttivi. Sono temi che attraverseremo senza ricostruire gli sviluppi decisivi della trama. La presenza di un’altra persona può contare molto, ma non sostituisce l’aiuto professionale quando è necessario.

La domanda che mi è rimasta riguarda il momento in cui sentiamo di dover spiegare una sosta prima ancora che qualcuno ce ne chieda il motivo. Forse temiamo che venga scambiata per una resa. O forse siamo noi i primi a non conoscere più la differenza.

Al Campo delle Tracce avrei voluto ragionare sulla volontà: allenarsi, tornare il giorno dopo, accettare la fatica. Sophie, invece, mi avrebbe costretto a guardare anche ciò che non obbedisce a una tabella: le relazioni, il bisogno di essere riconosciuti e la parte che cerchiamo di avere nella vita degli altri.

Non aveva alcuna intenzione di lasciarmelo osservare da una distanza comoda.

Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.


Aetheria, il mondo simbolico di Mentalità Amplificata

Una sosta non richiesta

Il polpaccio si irrigidì all’uscita della curva, nel tratto in cui il terreno del Campo delle Tracce tornava piano. Non fu una fitta. Più una stretta, abbastanza netta da farmi accorciare il passo e abbastanza lieve da permettermi di fingere che lo stessi facendo di mia volontà.

Percorsi ancora una decina di metri. Poi mi fermai vicino alla panchina, appoggiai le mani sui fianchi e guardai l’orologio. Il fiato era meno regolare di quanto mi sarebbe piaciuto. La mattina era fresca, il terreno ancora umido in alcuni punti, e non avevo nessun motivo serio per preoccuparmi. Avevo però diversi motivi inutili per essere infastidito.

Sophie arrivò dal sentiero che costeggiava il bosco. Aveva una borraccia in una mano e camminava con quella sua andatura decisa che non sembrava avere bisogno di dichiarare una destinazione. Quando mi vide rallentò appena.

«Non è il fiato. Mi si è indurito il polpaccio.»

Posò la borraccia sulla panchina. «Va bene.»

«Potrei continuare.»

«Non ti ho chiesto perché ti sei fermato.»

«No. Infatti.»

Guardai di nuovo l’orologio, come se ci fosse un dato capace di rimettere ordine nella conversazione.

«Però me l’hai spiegato» aggiunse.

«Non volevo che pensassi che sono già stanco.»

«Non lo pensavo.»

«E adesso?»

Mi porse la borraccia. «Adesso penso che parli troppo quando sei senza fiato.»

Bevvi due sorsi. L’acqua era più fredda di quanto mi aspettassi. Sophie si sedette sul bordo asciutto della panchina e guardò verso il Campo, non verso di me. Questo peggiorò leggermente le cose: non potevo capire se stesse sorridendo.

Sulla panchina avevo lasciato la copia di Running Club, con un lembo della sovraccoperta sollevato dal vento. La sistemai. Poi passai il pollice sul bordo delle pagine, senza aprirle.

«Sei venuta a correre?» le chiesi.

«No.»

«A controllare se corro io?»

«Nemmeno.»

«Bene.»

«Ti dispiace?»

«Per niente.»

Questa volta si voltò. Sorrideva.

Allungai il polpaccio contro il bordo basso della panchina. Sentivo il muscolo tirare, ma non faceva male. Avrei potuto ripartire dopo un minuto. Avrei anche potuto restare fermo senza doverne fare una questione. La seconda possibilità mi riusciva meno naturale.

«Hai lasciato il libro qui apposta?» domandò Sophie.

«Dovevo tenerlo mentre correvo?»

«No, Professore. Mi chiedevo se volessi parlarne.»

«E se non volessi?»

«Avresti messo la borraccia sopra la copertina.»

Abbassai lo sguardo. La mia borraccia era a terra, con attenzione, a una distanza quasi rispettosa dal volume.

«Hai una teoria per tutto.»

«Solo per le cose facili.»

«E questa lo è?»

Sophie prese il libro, lesse il titolo e me lo restituì. «Non ancora.»



Il fastidio di riconoscersi

Ripresi a camminare. Non per allenarmi: volevo soltanto capire se la gamba si fosse sciolta. Sophie venne con me senza chiedere il permesso e senza offrire compagnia. Si mise alla mia sinistra, sul lato in cui il terreno era meno segnato.

«Mi ha fatto ridere» dissi. «Parecchio.»

«Il libro?»

«Il Curvo. Però mi ha anche fatto innervosire.»

«Perché ti assomiglia?»

«Ecco perché, quando corro, preferisco incontrare persone che salutano e proseguono.»

Sophie continuò a guardare davanti a sé. «Non era un no.»

«Era un modo per guadagnare tempo.»

«Lo so.»

La cosa irritante del Curvo non era che sbagliasse. I personaggi che sbagliano sono spesso più facili da sopportare di quelli costruiti per dimostrare una virtù. Mi irritava il modo rapido in cui decideva chi aveva davanti. Gli bastavano una frase, un vestito, il mestiere dichiarato da qualcuno. In pochi secondi preparava una scheda completa, compresi i motivi per cui quella persona avrebbe finito per deluderlo.

«Entra in una stanza e distribuisce le parti» dissi. «Quello è il ricco, quella la donna da salvare, quell’altro l’uomo che non ha capito niente. Poi si comporta come se fosse stato il mondo a consegnargli il copione.»

«Tu non lo fai mai.»

«Raramente.»

«Certo.»

«E comunque cerco di correggermi.»

«Quando?»

«Dopo.»

«Comodo.»

Le diedi una piccola spallata con il gomito, abbastanza lieve da non farle cambiare passo. Lei la ignorò con cura.

Il Curvo si protegge con il cinema, con i riferimenti che gli vengono in mente, con una battuta pronta quando una domanda rischia di arrivare troppo vicino. Non c’è niente di falso in questo. Quelle storie fanno davvero parte di lui. Il problema è che una lingua autentica può diventare anche un riparo. Si può raccontare la verità e usarla, nello stesso momento, per evitare di dirne un’altra.

Il lavoro perduto pesa anche perché non era soltanto un reddito. Gli offriva una risposta pronta alla domanda più ordinaria: che cosa fai? Senza quella risposta, ogni consiglio diventa più invadente. La sicurezza suggerita dalla famiglia, l’entusiasmo del Coach, perfino una possibilità concreta possono suonare come giudizi su quello che non è riuscito a essere. Il Curvo reagisce assegnando a sua volta un ruolo agli altri. Se li definisce per primo, non deve ancora dipendere dal modo in cui loro definiranno lui.

«Sai che cosa ho riconosciuto?» chiesi.

«La cultura cinematografica?»

«La spiegazione preparata in anticipo. Prima ancora che qualcuno faccia una domanda, lui ha già pronta la risposta che gli permetterà di non sembrare sconfitto.»

«Come il polpaccio.»

«Il polpaccio esiste.»

«Anche le sue ragioni esistono.»

Mi fermai per qualche secondo. Non perché la gamba me lo imponesse; volevo sistemare il libro sotto il braccio. Sophie aspettò.

«La somiglianza non è nel fallimento» dissi. «È in quel bisogno di arrivare per primo alla versione dei fatti. Se la racconto io, forse nessuno potrà usarla contro di me.»

«Funziona?»

«No.»

«Però continui.»

«A volte.»

Sophie mi guardò di lato. «Raramente, immagino.»

Non risposi. La conoscevo abbastanza da sapere che lasciarle quell’ultima parola era il modo più rapido per chiudere il discorso. Lei mi conosceva abbastanza da sapere che non lo avevo davvero chiuso.



Fare una cosa e immaginare chi la vedrà

Al secondo giro camminato il polpaccio aveva smesso di tirare. Continuavo a muoverlo con cautela, provando l’appoggio a ogni passo. Sophie se ne accorse ma non disse niente. Questa discrezione mi fece piacere più del necessario.

«Nel romanzo» ripresi, «il Curvo non si limita a correre. Molto presto comincia a immaginare come apparirà mentre corre. La foto, il tempo, il racconto da fare dopo.»

«Succede a molte persone.»

«Lo so. Non è un processo ai social.»

«Meno male. Non ho portato l’avvocato.»

«Avresti perso.»

«Questo è il tono di uno che ha appena difeso il proprio polpaccio davanti a nessuna accusa.»

Risi, e la risata mi spezzò per un istante il respiro. Il Campo era vuoto. Sul lato più vicino al bosco, le tracce dei giorni precedenti si sovrapponevano: suole larghe, segni sottili, una striscia lasciata forse da qualcosa trascinato. Non sapevo chi fosse passato di lì. Per una volta non provai a inventarlo.

«A volte sembra contento soltanto quando immagina chi potrebbe accorgersene» dissi.

Sophie impiegò qualche passo prima di rispondere. «Mi è capitato di prendere il telefono prima ancora di capire se una cosa mi aveva fatto bene.»

«Per raccontarla?»

«Forse per non perderla. O per farmela confermare. Non sempre conosco la differenza.»

Avrei potuto dirle che non la immaginavo così. Sarebbe stato falso e anche un po’ arrogante. La immaginavo esattamente così: attenta a ciò che le accadeva e, proprio per questo, a volte tentata di fermarlo prima che cambiasse. Non glielo dissi. Mi limitai a camminare al suo passo.

Pensai alle lezioni che avevo preparato immaginando già come le avrei raccontate. Agli allenamenti diventati più reali soltanto dopo averne condiviso il risultato. Anche Mentalità Amplificata viveva di esperienze trasformate in parole per gli altri. Non potevo liquidare il desiderio di essere visti come semplice vanità fingendo di esserne fuori.

«Se nessuno vede una cosa, vale meno?» chiesi.

«No.»

«Risposta molto rapida.»

«La risposta è rapida. Crederci è più lento.»

«Questa te l’eri preparata?»

Sophie abbassò il viso per nascondere un sorriso. «Forse.»

Guardando il Curvo, però, non mi sembrava sempre esibizione. Una fotografia dopo una corsa può dire: c’ero, l’ho fatto, non sono rimasto dove mi avevate lasciato. A volte chiediamo a qualcuno di conservare per un momento la prova di un cambiamento di cui non riusciamo ancora a fidarci.

«E tu?» chiese Sophie. «Quando scrivi di una corsa, vuoi capirla o vuoi che si capisca qualcosa di te?»

«Non puoi farmi una domanda con due risposte entrambe scomode.»

«Posso. L’ho appena fatto.»

Raccontare un’esperienza significa scegliere ciò che resterà visibile. Anche quando siamo sinceri, lasciamo fuori la noia, la paura o il momento in cui abbiamo guardato gli altri per capire se stavamo facendo una buona figura. Non è necessariamente un inganno. Il problema comincia quando ricordiamo soltanto la versione raccontata e iniziamo a vivere pensando a quella successiva.

«Tutte e due» risposi.

«Era possibile dirlo subito.»

«Volevo darti il tempo di apprezzare la complessità.»

«Grazie. Ora sto meglio.»

Il Curvo non è l’unico a decidere come verrà raccontata la sua corsa. Il giornale prepara una storia, le persone intorno a lui ne immaginano altre. Anche uno sguardo benevolo può sottrarre qualcosa, se per riconoscerci deve renderci più semplici.

«Come facciamo a capire se raccontiamo una cosa per comprenderla oppure per dimostrare che valiamo?» domandai.

Sophie inspirò lentamente. «Non lo so. Forse bisogna chiederselo ogni volta.»

«Pensavo avessi una teoria anche per questo.»

«Ti avevo detto: solo per le cose facili.»

La risposta rimase lì. Non la migliorammo.



Il corpo non conosce la trama

Alla curva successiva provai ad aumentare appena il passo. Il polpaccio rispose bene. Feci due appoggi più lunghi, poi tornai a camminare.

«Ti fa male?» chiese Sophie.

«Non abbastanza.»

«Non abbastanza per cosa?»

Ruotai la caviglia, come se il movimento potesse chiarire quello che avevo detto. «Per smettere.»

«Hai già smesso.»

«Ho fatto una pausa.»

«Ah. Chiedo scusa per la terminologia tecnica.»

Nel romanzo il corpo del Curvo cambia insieme alle sue conoscenze. Impara che correre non significa mettere un piede davanti all’altro finché qualcosa cede. Scopre l’idratazione, l’alimentazione, la tecnica e i tempi di recupero. Comincia a distinguere sensazioni che prima avrebbe raccolto sotto un’unica parola: fatica. La trasformazione è concreta e Galesi non la tratta come una magia.

Sapere di più, però, non mette al riparo dall’ostinazione. Quando la vita ha perso una forma, un programma di allenamento ne offre una leggibile: giorni, distanze, ripetute, obiettivi. Il corpo non conosce la storia che vorremmo raccontare attraverso quei numeri. Non sa che una corsa dovrebbe riscattarci, convincere qualcuno o dimostrare che siamo tornati. Registra il sonno, il cibo, il dolore e l’aria che entra nei polmoni.

Sotto la Cappa anche correre diventa un gesto contraddittorio. Il Curvo può allenarsi, curare l’alimentazione e imparare a respirare meglio, ma continua a farlo dentro un’aria che non dipende dalla sua volontà. Può lavorare su di sé senza essere responsabile di tutto ciò che lo attraversa.

«Il corpo non si lascia convincere dalla storia che abbiamo in testa» dissi.

«Collabora poco anche con i programmi.»

«Un programma serve.»

«Sì.»

«Detto così sembra che tu voglia aggiungere qualcosa.»

«Aspettavo che finissi di difenderlo.»

«Non lo sto difendendo.»

«Certo.»

Mi chinai e premetti con due dita sul polpaccio. La tensione era diminuita.

«Se hai dormito poco, non hai mangiato e ti gira la testa» disse Sophie, «al corpo non interessa quanto sia importante per te arrivare fino in fondo.»

«Sembra una frase che hai già detto a me.»

«Perché l’ho già detta a te.»

«Hai un archivio?»

«Solo delle volte in cui non mi ascolti.»

«Quindi è molto grande.»

«Abbastanza.»

Sophie tolse una foglia rimasta attaccata alla mia manica. Lo fece mentre parlavo e senza interrompermi. Io persi la frase che stavo per dire.

«Che c’è?» chiese.

«Niente.»

«Adesso il fiato non c’entra.»

«Stavo pensando.»

«Pericoloso.»

La disciplina richiede anche di restare dentro una fatica normale. Se ogni difficoltà diventa un segnale per fermarsi, l’ascolto può trasformarsi in un alibi. Lo dissi a Sophie, forse con un tono un po’ troppo simile a quello che usavo durante le lezioni.

«Sì» rispose. «E se ogni segnale diventa una prova di carattere, puoi farti male.»

«Dove la mettiamo la linea?»

«Non sempre nello stesso punto.»

«Questo complica l’allenamento.»

«Complica soprattutto le persone che vogliono avere ragione in anticipo.»

La guardai.

«Parlavo in generale» disse.

«Naturalmente.»

Riprendemmo a camminare. Il Campo non ci offrì una risposta migliore.



Il club viene prima del traguardo

Raggiungemmo il tratto dove le impronte si sovrapponevano. Alcune erano recenti, altre avevano bordi morbidi, quasi cancellati. Non sapevo a chi appartenessero e non serviva saperlo. Mostravano soltanto che qualcuno era passato, aveva cambiato direzione, forse aveva ripetuto lo stesso giro.

«La scena che mi è rimasta più vicina non è una gara» dissi. «Succede durante uno dei primi allenamenti. Il Curvo resta indietro. A un certo punto una persona si accorge che non c’è più e torna a cercarlo.»

«Succede presto?»

«Abbastanza.»

«Allora fermati lì.»

«So evitare gli spoiler.»

«Hai appena cominciato una frase con “la scena che mi è rimasta più vicina”. Non mi sento tranquilla.»

«Mi offende questa mancanza di fiducia.»

«Ti passerà.»

Il Vamos Running Club non è un gruppo ideale. I suoi membri possono essere invadenti, sconsiderati, generosi, pieni di giudizi e capaci di attenzioni inattese. Si danno consigli non richiesti. Si espongono a rischi stupidi. Litigano. Nessuno di loro sembra avere letto il regolamento della comunità perfetta.

Anche il Coach non è una guida neutrale. Porta nella corsa un debito antico, una propria idea di amicizia e la convinzione di sapere che cosa possa rimettere in moto il Curvo. Il suo gesto iniziale è generoso, ma non privo di ostinazione. A volte incoraggia, altre trascina. Il romanzo non ci chiede di scegliere una sola definizione. Un amico può vedere una possibilità che noi non vediamo ancora e, nello stesso tempo, spingerci oltre il punto in cui avremmo voluto fermarci.

«Ti fideresti di un amico così?» domandò Sophie.

«Per correre, forse.»

«Risposta prudente.»

«Sto imparando.»

«Non esagerare.»

Forse è per questo che il club funziona nel romanzo. Le persone non vengono ripulite dei propri difetti per accogliere il Curvo. E non esistono soltanto quando lui ha bisogno di loro. L’appartenenza prende forma in gesti meno solenni: aspettare, cercare chi manca, correggere un passo, riportare qualcuno a casa, ripresentarsi dopo una discussione.

«Però il traguardo conta» dissi.

«Non ho detto il contrario.»

«Lo stavi per dire.»

«Vedo che non sono l’unica ad avere teorie.»

«Per chi prepara una maratona, arrivare fino in fondo non è un dettaglio. Ci sono mesi di lavoro, rinunce, paura. Non possiamo consolarci sempre dicendo che l’importante era il viaggio.»

Sophie si fermò davanti a una zona fangosa e cercò un passaggio asciutto. «Se una persona non arriva, quei mesi spariscono?»

«No.»

«Allora non stiamo dicendo la stessa cosa.»

«Il risultato non può essere irrilevante.»

«E io non l’ho detto.»

Saltò il punto più umido. Io la seguii e la suola destra affondò sul bordo del fango.

«Elegante» commentò.

«Stavo dimostrando che il risultato conta.»

«Hai dimostrato che guardavi me invece del terreno.»

«Non sopravvalutarti.»

«Pulisci la scarpa.»

Usai un ciuffo d’erba. Il fango si staccò solo in parte.

Avevo difeso il traguardo perché conosco la forza concreta di un obiettivo. Può mettere ordine nelle giornate, chiedere costanza, insegnare a sopportare la noia oltre alla fatica. Ridurre tutto a una metafora sarebbe ingiusto verso chi si allena. Sophie, però, difendeva un’altra cosa: il diritto di non consegnare l’intero valore di una persona a un punto posto alla fine del percorso.

«La parola “club” arriva prima del traguardo» dissi.

«Nel titolo?»

«Anche nella storia. Prima che il Curvo sappia che cosa riuscirà a fare, qualcuno è già tornato indietro per lui.»

«Quindi il risultato conta.»

«Sì.»

«Ma non viene prima di tutto.»

«Non approfittarne.»

«Troppo tardi.»

Si avviò verso la panchina. Le andai dietro con la scarpa ancora sporca.



Voler aiutare ed essere necessari

Ci sedemmo lasciando il libro fra noi. La panchina era fredda e un poco umida sul bordo. Sophie spostò la borraccia verso di me. La presi senza protestare, soprattutto perché non volevo offrirle un altro argomento.

«Con Stella mi sono arrabbiato con lui» dissi.

«Per quello che fa?»

«Anche per quello che immagina. Sta con lei e intanto pensa alla parte che potrebbe avere nella sua vita.»

Sophie rimase a guardare il terreno. Poco più avanti una goccia cadeva dalla panca a intervalli irregolari.

«Non sempre lo fa apposta» disse.

«Lo so. È questo che mi ha dato fastidio.»

La sofferenza di Stella non mi sembrava messa nel romanzo per offrire al Curvo un’occasione pulita di diventare migliore. Lui prova ad aiutarla e alcuni suoi gesti contano. Insieme alla preoccupazione, però, sentivo anche l’attrazione, la paura e il desiderio di essere la persona capace di fare la differenza.

Era un pensiero scomodo perché non riguardava soltanto lui.

«A volte essere utili fa bene anche a chi aiuta» dissi.

«Certo.»

«Non c’è niente di male.»

«Non per forza.»

«Quel “per forza” non mi piace.»

«Non deve piacerti.»

Presi il libro e lo aprii a metà, senza cercare una pagina precisa. Le righe mi passarono davanti senza che le leggessi.

«Quando qualcuno sta male» continuò Sophie, «è facile confondere il fatto che abbia bisogno di una presenza con il fatto che abbia bisogno proprio di noi.»

«E lui vuole essere proprio lui.»

«A me sembra di sì. Non perché sia cattivo. In quel momento serve anche a lui.»

«Se ci ritiriamo ogni volta che scopriamo una ragione egoistica, non aiutiamo più nessuno.»

«Non ti sto dicendo di ritirarti.»

«Allora che cosa?»

Sophie si strinse nelle spalle. «Di non occupare tutto lo spazio.»

Chiusi il libro. La risposta era semplice e difficile da contestare.

Nel lavoro educativo e nello sport mi era capitato di sentire la fiducia degli altri come una conferma personale. Essere cercati, ricevere una domanda, accorgersi che qualcuno aspetta la nostra risposta fa piacere. Il rischio arriva quando cominciamo a credere che la relazione dipenda dalla nostra capacità di risolvere. A quel punto l’autonomia dell’altro dovrebbe renderci felici, ma può lasciarci senza il ruolo al quale ci eravamo abituati.

«Ti è mai successo?» chiesi.

Sophie si voltò verso di me. «Di voler essere indispensabile?»

«Si.»

Abbassò per un momento lo sguardo. «Mi è successo.»

Non aggiunse altro. Avevo formulato la domanda aspettandomi una spiegazione, ma Sophie mi aveva dato soltanto quella risposta. Stavo per chiederle quando, con chi, perché. Mi fermai.

«Tutto qui?» dissi invece.

«Hai chiesto se mi è successo.»

«Di solito sei più precisa.»

«Di solito tu sai fermarti prima.»

Aveva ragione. La cosa non mi impedì di essere contrariato per una decina di secondi.

«Comunque» riprese, «stare accanto non significa fare poco. Può voler dire ascoltare, restare o chiamare qualcuno che sappia intervenire davvero. L’amicizia e la buona volontà possono fare molto, ma non prendono il posto di un aiuto professionale quando è necessario.»

«E neppure la corsa.»

«Neppure la corsa.»

Lo disse senza disprezzo. Correre può restituire ritmo alle giornate, offrire un gruppo e far sentire il corpo presente. Può anche diventare un’anestesia o un altro luogo in cui misurarsi senza tregua. Dipende da chi corre, dal momento e da ciò che continua ad accadere fuori dalla pista.

«Il Curvo vuole salvare Stella?» chiese Sophie.

«A tratti mi è sembrato di sì.»

«E vuole essere visto mentre la salva?»

«Non credo che lo pensi in modo così chiaro.»

«Non ho detto che lo pensa.»

Passai una mano sulla copertina. Un gesto può essere utile e, nello stesso tempo, dare qualcosa anche a chi lo compie. Non per questo diventa falso. Ma fingere che quella seconda ragione non esista può farci smettere di vedere la persona che abbiamo davanti.

«Forse mi sono arrabbiato perché conosco quella soddisfazione» dissi. «Quando qualcuno si affida a te e per un momento sai esattamente chi devi essere.»

Sophie appoggiò la mano sulla panchina, vicino alla mia, senza toccarla. «Sì.»

«Potresti almeno fingere che la confessione ti sorprenda.»

«Non vorrei incoraggiarti a farne altre.»

«Sei molto premurosa.»

«Nel modo giusto.»

Questa volta non provai ad avere l’ultima parola.



Le storie che ci mettono addosso

Mi alzai. La gamba era pronta a correre, o almeno così sembrava. Feci qualche passo, poi rimasi fermo davanti alla panchina. Sophie non chiese perché non ripartissi.

Il Curvo attraversa molte versioni di sé. È il disoccupato che dovrebbe rimettersi in carreggiata, il figlio al quale viene consigliata una scelta sicura, l’uomo convinto di avere fallito. Quando la sua vicenda comincia a interessare gli altri, diventa anche un personaggio pubblico: qualcosa di più semplice e più facile da raccontare della persona da cui è stato ricavato.

«Quando il giornale lo trasforma in un eroe» dissi, «sa che quella storia non è vera fino in fondo.»

«Però gli piace.»

«Sì.»

«Capisco.»

«Lo dici come se fosse semplice.»

«Non lo è. Ma una versione di noi che piace agli altri può fare comodo, anche se lascia fuori dei pezzi.»

Il Curvo non subisce soltanto le narrazioni altrui. In qualche momento collabora. Accetta la parte, prova a usarla e forse spera che quella versione più ordinata possa diventare vera. Poi scopre che una storia, una volta messa in circolo, non rimane necessariamente nelle mani di chi l’ha vissuta. Può essere piegata a un interesse politico, ridotta a un titolo o trasformata nell’esempio che serve a qualcun altro.

Le storie più difficili da rifiutare non sono quelle completamente false. Sono quelle che prendono un frammento vero e lo usano per spiegare tutto. Al Curvo quella versione restituisce attenzione proprio quando ne ha bisogno. Il prezzo è essere riconosciuto soltanto finché continua ad assomigliarle.

L’ironia e la stand-up gli permettono di riprendersi almeno una parte del racconto. Non cancellano il bisogno di pubblico, ma gli danno uno spazio nel quale mostrare le proprie contraddizioni senza fingere di averle risolte.

«Anche noi prendiamo una storia e la rimettiamo in ordine» dissi.

«Sì.»

«Non mi rassicura che tu abbia risposto così in fretta.»

«Non volevo rassicurarti.»

Camminai fino al limite del Campo e tornai indietro. Non c’era una posizione dalla quale quella domanda diventasse più semplice.

Un Incontro sceglie. Avvicina alcuni passaggi e ne lascia altri sullo sfondo. Porta un’opera dentro Aetheria e la mette in relazione con domande che non appartengono soltanto al libro. Fingere che questo movimento non cambi nulla sarebbe poco onesto.

«Come facciamo a non usare il Curvo per dire quello che pensavamo già?» chiesi.

Sophie raccolse la borraccia e ne bevve un sorso. «Non credo che si possa evitare una volta per tutte.»

«Molto incoraggiante.»

«Possiamo dire da dove guardiamo. Possiamo non attribuire all’autore le nostre conclusioni. E lasciare che il Curvo resti anche quello che non ci è utile.»

«Quello irritante.»

«Soprattutto quello.»

«Ti piace quando mi irrito.»

«Solo quando ti rende più preciso.»

«E quando non succede?»

«Mi diverto lo stesso.»

Scossi la testa. Sophie infilò la borraccia nella borsa con un’attenzione eccessiva. Era il suo modo di non farmi vedere quanto fosse soddisfatta della battuta.



Un altro giro

«Facciamo un giro?» propose.

«Il polpaccio ormai mi permette di correre.»

«Non te l’ho vietato.»

«Hai detto “facciamo”.»

«Posso camminare mentre tu corri. Ogni tanto ci incontreremo.»

«Molto spiritosa.»

Lasciai il libro sulla panchina e partimmo camminando. Non presi una decisione solenne. Semplicemente, in quel momento non avevo voglia di allontanarmi da lei per dimostrare che avrei potuto farlo.

Dopo mezzo giro Sophie rallentò. Si fermò vicino alla linea di gesso consumata e si chinò a sistemare il tallone della scarpa. Io percorsi ancora pochi metri prima di accorgermene. Rimasi dove mi trovavo.

«Puoi andare» disse.

«Lo so.»

Premette con un dito sul bordo interno della scarpa, poi riallacciò i lacci.

«Allora perché sei fermo?»

Avevo a disposizione diverse risposte. Alcune erano sincere, quasi tutte troppo elaborate.

«Preferisco finire il giro con te.»

Sophie si rialzò e provò il piede a terra. «D’accordo. Ma non dire che sono io a rallentarti.»

«Lo stavo pensando.»

«Lo so.»

Mi raggiunse. Riprendemmo a camminare senza cambiare passo.

«Al Rifugio è rimasto qualcosa da mangiare?» domandò dopo un po’.

«Credo di sì.»

«Che cosa?»

«Non ricordo.»

«Quindi no.»

«Ho corso. Non potevo occuparmi anche della dispensa.»

«Hai corso per meno di un giro.»

«Il polpaccio.»

«Certo.»



Quando tornammo alla panchina ripresi il libro e controllai che non si fosse bagnato. Sophie aveva già imboccato il sentiero verso il Rifugio.

«Non mi aspetti?» le chiesi.

Si voltò appena. «Volevo vedere se te ne accorgevi.»

La raggiunsi con il libro sotto il braccio. Non le spiegai che avrei potuto correre.

Con stima e gratitudine


Oltre il racconto

Approfondimenti, informazioni editoriali e indicazioni per proseguire l’Incontro

La collocazione nell’universo di Mentalità Amplificata

Il Sentiero di Running Club

Emblema generale dei Sei Sentieri di Mentalità Amplificata

Sei direzioni formano un unico paesaggio. Running Club percorre soprattutto il sentiero delle Virtù Guidanti, con risonanze nel Corpo in Armonia e nelle Abitudini Rigenerative.

  1. Alimentazione
    Consapevole
  2. Abitudini
    Rigenerative
  3. Respiro
    Vitale
  4. Virtù
    Guidanti
  5. Corpo in
    Armonia
  6. Orizzonti
    Educativi

Sentiero principale: Virtù Guidanti.
Risonanze: Corpo in Armonia e Abitudini Rigenerative.

Tra i Sei Sentieri di Mentalità Amplificata, Running Club trova la sua collocazione principale nelle Virtù Guidanti. Il romanzo mette alla prova disciplina, responsabilità e appartenenza senza trasformarle in qualità già conquistate. Il Curvo deve imparare a riconoscere la differenza fra continuare per scelta e avanzare soltanto per dimostrare qualcosa, fra stare accanto a una persona e aver bisogno di sentirsi indispensabile per lei.

Il Corpo in Armonia risuona nella fatica, nella tecnica, nei segnali fisici e nell’aria della città attraversata dalla Cappa. Le Abitudini Rigenerative entrano invece attraverso la continuità dell’allenamento e il ritmo restituito alle giornate. Il libro conserva però un confine importante: la corsa può sostenere, ma può anche diventare anestesia, ossessione o un altro modo di misurare il proprio valore. Questa collocazione è una scelta editoriale di Mentalità Amplificata, non una classificazione dichiarata dall’autore.


Il libro in sintesi

Scheda editoriale

Running Club

Titolo
Running Club
Autore
Emanuele Galesi
Editore
Santelli Editore
Collana
Narrativa Santelli
Data di pubblicazione
17 giugno 2026
Pagine
323
Formato
14 × 22 cm, brossura
EAN
9788892923287
Genere
Narrativa contemporanea
Temi principali
Corsa, amicizia, appartenenza, precarietà, identità, fragilità, rappresentazione pubblica, ambiente
Lingua
Italiano

La persona dietro le pagine

Nota sull’autore

Emanuele Galesi

Giornalista, maestro di scuola primaria e autore

Emanuele Galesi è nato nel 1980 a Brescia, città in cui vive. È giornalista e maestro di scuola primaria. Nella sua scrittura tornano i luoghi e le contraddizioni del Nord Italia, osservati attraverso vite quotidiane che non vengono rese esemplari per forza.

Ha esordito come autore nel 2015 con Atlante dei classici padani, volume nato dal progetto fotografico dell’artista Filippo Minelli, per il quale Galesi ha scritto i testi. Nel 2023 ha pubblicato Sei tu il figlio, il suo primo romanzo.

Prima della pubblicazione, Sei tu il figlio aveva già vinto la decima edizione del Premio Zanibelli nella sezione inediti. Il libro è stato poi selezionato tra i finalisti del Premio Severino Cesari per le opere prime, classificandosi secondo.

Con Running Club Galesi costruisce un romanzo corale in cui la corsa convive con lavoro, amicizia, famiglia, inquinamento e stand-up comedy. La voce del Curvo attraversa la crisi dei quarant’anni con ironia e disincanto, evitando di offrire al lettore un protagonista ripulito dalle proprie contraddizioni.


Una soglia prima della lettura

Prima di incontrare Running Club

Otto domande sul romanzo di Emanuele Galesi per avvicinarsi alla storia senza anticiparne gli sviluppi decisivi.

  1. Da dove parte Running Club?

    Il Curvo ha quarant’anni e ha perso il lavoro, una relazione e la fiducia nella direzione presa dalla propria vita. Il Coach, amico di vecchia data, gli propone la corsa e lo introduce nel Vamos Running Club. Allenamento dopo allenamento prende forma la preparazione di una maratona.

  2. È un romanzo soltanto per chi corre?

    No. Tecnica, allenamenti e cultura della corsa sono presenti in modo concreto, ma il romanzo attraversa anche amicizia, precarietà, famiglia, appartenenza, bisogno di approvazione e difficoltà di ricominciare. Chi corre riconoscerà molti dettagli; chi non corre può entrare nella storia attraverso le sue relazioni.

  3. La corsa viene presentata come una cura?

    Non come soluzione automatica. Può restituire ritmo, relazioni e un obiettivo concreto; può anche diventare anestesia, ossessione o un nuovo modo per misurare il proprio valore. La vicinanza degli altri e l’attività fisica possono sostenere una persona, ma non sostituiscono l’aiuto professionale quando è necessario.

  4. Che tipo di protagonista è il Curvo?

    È ironico, colto, fragile e spesso irritante. Osserva con attenzione le persone, ma tende anche a incasellarle prima di conoscerle. Desidera essere aiutato e, nello stesso tempo, vuole conservare il controllo del racconto su ciò che gli accade. Il romanzo non lo trasforma in un modello edificante.

  5. Che ruolo ha il Vamos Running Club?

    Non è una comunità perfetta né uno sfondo decorativo. È un gruppo invadente, generoso, contraddittorio e capace di attenzioni inattese. L’appartenenza prende forma attraverso gesti concreti: aspettare, cercare chi manca, correggere, litigare e ripresentarsi.

  6. Quali contenuti richiedono maggiore attenzione?

    Il libro affronta sofferenza psicologica, pensieri suicidari, abuso di alcol e comportamenti autodistruttivi. Questi temi fanno parte delle vite dei personaggi e non vengono usati soltanto per produrre una svolta motivazionale. Il nostro Incontro li segnala senza ricostruire gli sviluppi decisivi della trama.

  7. Perché nel romanzo contano anche l’ambiente e i media?

    La Cappa che grava sulla città rende contraddittorio perfino il gesto salutare del correre. Giornali e social mostrano invece quanto facilmente una vicenda personale possa diventare una narrazione pubblica, semplificata o utilizzata da altri. Il Curvo non subisce soltanto queste versioni: a volte collabora alla loro costruzione.

  8. Perché questo libro incontra Mentalità Amplificata?

    Perché mette lo sport in relazione con il modo in cui costruiamo identità e legami. Percorre soprattutto le Virtù Guidanti, con risonanze nel Corpo in Armonia e nelle Abitudini Rigenerative. Ci domanda se stiamo correndo per abitare meglio la nostra vita, per fuggirla o per essere visti mentre proviamo a cambiarla.