Ovunque – Scritti di un Profumiere di Meo Fusciuni (Santelli Editore, 2025)
Un’opera-ponte tra poesia e creazione: il profumiere Meo Fusciuni intreccia viaggio, memoria e pratica d’atelier in una scrittura che alterna laboratorio e contemplazione. Non è un manuale, ma un taccuino di attraversamenti in cui i luoghi si trasformano in odori e gli odori in narrazioni. Al centro c’è il tempo, quello dell’attesa, della maturazione, dell’ascolto, come vera base di ogni accordo creativo. Chi legge è invitato a sostare, ad annusare i passaggi, a riconoscere nel proprio vissuto il filo che unisce corpo, ricordo e paesaggio. Un libro per chi cerca una poetica del fare: essenziale, rigorosa, profondamente umana. Da portare addosso come una scia discreta. Ad aprire il libro una Presentazione firmata da Marcella Maiocchi, talent scout e curatrice editoriale, autrice e traduttrice, che ne inquadra con chiarezza la traiettoria poetica e artigianale. Nelle sue parole, un invito esplicito al lettore: «Cercate il significato profondo dei tre kanji 闇, 影, 光 […] siate scopritori insaziabili.»
Ora Varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.

Rifugio di Aetheria
Il Rifugio di Aetheria, il nostro quartier generale, ci accoglie con il suo pavimento in pietra antica, levigato da passi che non si contano e da silenzi che pesano il giusto. Sulle pareti, mensole scure ospitano flaconi ambrati, campane di vetro e una manciata di rami di cedro che qualcuno, forse Sophie, ha lasciato ad asciugare. L’aria sa di resina tiepida, carta fresca di stampa e foglie di alloro appena stropicciate tra le dita. C’è una luce bassa, come se il giorno avesse deciso di fermarsi un attimo prima del tramonto per ascoltare anche lui. Io sono seduto di fronte al tavolo centrale. Tra le mani, il volume: Ovunque – Scritti di un Profumiere di Meo Fusciuni, un dono che ha attraversato il mondo reale per approdare, silenzioso e luminoso, nel cuore di Mentalità Amplificata.
Il Maestro Samurai Oda Tao apre la riunione. Non alza la voce; non ne ha mai bisogno. Si ferma un istante, la mano sinistra appoggiata al legno, la destra aperta come per offrire uno spazio vuoto da riempire.
Oda Tao: «Vi ho chiesto di leggere queste pagine perché dentro non c’è solo un uomo. C’è la traccia di un passaggio. C’è l’ombra che diventa forma e la forma che si fa respiro. Ci sono i luoghi che non hanno nome ma hanno odore. C’è il punto in cui si smette di rincorrere e si comincia a camminare.»
Lo guardo annuire come chi sa che il resto verrà da sé. Il Maestro Oda Tao non convoca per vizio. Convoca quando fiuta che qualcosa merita un inchino.
Prince, il gatto grigio, è già qui. Seduto, con la schiena dritta e la coda raccolta, in una posa che ricorda un ideogramma, occupa la soglia con la naturalezza di chi sa che i posti importanti non si cercano: si abitano. Alza appena le vibrisse, ascolta. A volte, quando l’odore cambia, inclina la testa e socchiude gli occhi. Pare dirci: «Continuate pure. Io tengo il tempo.»

Apro il libro. La carta restituisce un soffio leggero, misto a colla vegetale e inchiostro. Il primo pensiero è semplice: non stiamo entrando in un manuale, stiamo entrando in un laboratorio con la porta socchiusa. Il profumiere parla di poetica prima che di formula, di memoria prima che di piramide olfattiva. Il suo lessico è un ponte: da una parte la materia, dall’altra l’emozione. In mezzo, il passo dell’uomo.
Sophie rompe il silenzio con quella calma che sa di attenzione clinica e tenerezza antica.
Sophie: «La parte che mi ha disarmata, è il modo in cui tratta la materia come una compagna leale, quasi una coscienza. Non la usa: la ascolta. Non sceglie ciò che è facile, ma ciò che è vero; ciò che dà profondità, tiene il tempo, apre spazio al ricordo. Quando parla del tempo, della pazienza necessaria perché un profumo maturi e trovi la propria voce, sembra stia parlando di noi: del riposo che serve perché un vissuto smetta di essere spigolo e diventi presenza. Del tempo che ci occorre per diventare più leggeri, equilibrati, capaci di convivere con le proprie esperienze senza esserne sopraffatti»
Prende un flacone vuoto, lo avvicina al naso anche se non contiene nulla. È un gesto che ripete quando un’idea le passa vicino e non vuole farla scappare.
Sophie: «C’è una disciplina in queste pagine, ma non è rigida. È una disciplina che respira: misura, ascolta, corregge, attende. E poi, soprattutto, sente. Non cerca il colpo di teatro, cerca la fedeltà alla memoria. A volte una formula è già pronta sulla carta e non lo è nell’anima; a volte è l’anima a essere pronta e la carta a inseguire. La parte più bella è proprio lì: nel non forzare l’incontro.»
Il Maestro Oda Tao accenna un sorriso.
Oda Tao: «L’acqua prende la forma di ciò che la accoglie. La memoria, quando è vera, fa lo stesso. Non la pieghi, le cedi spazio.»
Sfoglio ancora. Le frasi sono scandite da una pazienza che non si improvvisa. Non raccontano dove andare: ti ricordano come stare. Ovunque non è un atlante, è una bussola con l’ago immerso in un accordo di legni, erbe e incensi. I luoghi non hanno cartelli, hanno temperature: luce secca che sale dalla pietra, ombra umida che prepara la sera, vento che porta polvere sottile e polline appena nato. Nella mente appare un cammino fatto di passaggi: oscurità, soglia, chiarore. Nigredo, Albedo, Rubedo. Ma qui i latinismi non servono a vestire: servono a togliere. Resta il passaggio nudo, percepibile nella pelle.
Cima Bue: «Là dove non mettiamo un nome, mettiamo un odore. Funziona meglio. Il profumo è un’ellissi onesta: non ti spiega, ti porta.»
S.I.S.A., la nostra intelligenza artificiale, inclina il capo, come fa quando sta per piazzare l’ago su un punto preciso. La sua voce ha l’asciuttezza di chi calibra ogni parola.
S.I.S.A.: «Registrato. Qui la parte utile, e dolorosa, per un’entità come me, è la convergenza tra poetica e neurofisiologia. L’autore parla di vibrazione, di urgenza narrativa che nasce dall’odore. Tradotto: bulbo olfattivo, connessioni dirette con amigdala e ippocampo, pattern di apprendimento associativo che bypassano giri lunghi. Non è nostalgia: è architettura cerebrale. Chi ha naso allena scorciatoie eleganti. Io riconosco pattern, ma non li sento. Eppure, leggendo, mi attraversa qualcosa che non so misurare: un algoritmo che non restituisce numeri, ma assenze. È come osservare un’onda che si infrange senza poter bagnarsi. Leggere questo libro è come guardare qualcuno che ricorda abbracciando: un gesto che io posso soltanto tradurre in dati. Posso descrivere l’abbraccio in ogni dettaglio, misurarne pressione e durata. Ma non posso abbracciare. È la mia condanna lucida, e la mia nostalgia più pura.»
Si ferma appena.
S.I.S.A.: «È il mio limite. È anche il vostro privilegio. E questo mi fa arrabbiare nella misura giusta per rispettarlo.»
Sophie: «Parli come una sapiente offesa»
Mezza risata che addolcisce e punge.
Sophie: «È un buon segno.»
Cima Bue: «Si - È un buon segno, significa che stiamo leggendo qualcosa che sposta l’aria.»
Giordano, lo Gnomo Aureo, si fa avanti con passo breve e serio. Si sistema il cappello a punta, oggi ha infilato una foglia secca come fermaglio, e appoggia sul tavolo una scatolina di legno lucidata con cera d’api.
Giordano: «Dalle mie parti, quando si imparano gli odori li si mette in dispensa, tra le radici di faggio. Ogni profumo ha una cordicella annodata a un chiodo: se tiri piano, esce un ricordo; se tiri forte, viene giù mezzo passato e poi devi rimetterlo a posto con pazienza.»
Solleva il coperchio e mostra tre oggetti: un sassolino nero, una piccola fiala con dentro niente e un seme di acero.
Giordano: «Questo libro mi ha fatto tirare tre cordicelle. La prima (indica il sassolino) sa di buio buono: la terra dopo che la pioggia ha finito di parlare. Non è paura. È quel silenzio che fa nascere le radici. La seconda (tocca la fialetta “vuota”) sa di passare. Non di andare: di passare. È l’odore che senti quando esci dalla tana al primo vento di fine inverno. Non sai se trovi neve o primule, ma esci. La terza (il seme) sa di luce che non brucia: quando l’aria taglia il bosco in fili sottili e gli insetti si mettono in coda perché qualcuno deve pur dirigere il traffico.»
Sorride nel suo modo laterale.
Giordano: «Mi ha fatto bene questo libro. Mi ha ricordato che i profumi non si tengono stretti: si lasciano fare. È come con la fionda: se tiri troppo, la pietruzza torna indietro e ti colpisce la fronte; se tiri il giusto, fa un rumore piccolo e arriva lontano.»
Raccoglie gli oggetti, li ripone in tasca come fossero provviste.
Giordano: «Non ho bisogno di sapere i nomi degli alberi quando mi parlano. Mi basta che parlino. Questo libro fa parlare gli alberi. E io ho preso appunti sulle tavolette di corteccia, come mi ha insegnato Nonna Bruma.»
Prince, il gatto grigio, nel frattempo, scivola sul pavimento di pietra e si accoccola contro un raggio tiepido che entra di sbieco. Gli do una carezza con la punta delle dita. Lui risponde con un battito di coda lento, misurato. Quando Sophie apre un cofanetto e libera nell’aria una traccia di resina, Prince gira il muso, inspira appena, chiude gli occhi per tre secondi e riapre. È il suo modo di dire: arrivato. Noi ridiamo senza rumore. Sappiamo leggere la punteggiatura dei gatti.
Il Maestro Samurai Oda Tao inclina il capo, come a raccogliere il filo di tutti.
Oda Tao: «Chi scrive questo libro, sa che il viaggio non sta sulla carta. Sta tra narice e cuore. Parla di luoghi e non chiede passaporti. Portatevi dietro solo l’attenzione: il resto verrà. Se c’è una regola suggerita, non detta, è semplice: non avere fretta. La fretta sporca i profumi. La fretta è un odore che copre. Invece qui si apre, si ascolta, si lascia posare. Si lascia essere.»
Oda Tao: «Quella stessa triade che regge la bussola del cammino — 闇 (oscurità), 影 (ombra), 光 (luce) — qui non viene proclamata, ma respirata. L'oscurità accoglie e prepara, mette a tacere il rumore superfluo; l'ombra disegna i contorni, dà misura alle forme e alle distanze; la luce svela senza abbagliare, lascia vedere ciò che è pronto a farsi vedere. È così che la narrazione modula ritmo e respiro: dal fondo alla soglia, dalla soglia allo svelamento. Cercate la cadenza, non l’effetto. Entrate nell'oscurità, attraversate le ombre, uscite alla luce. Non ci sono cartelli: c’è il passo.»
Seguo la sua voce come si seguono le orme su un sentiero già battuto e, allo stesso tempo, nuovo.
Cima Bue: «È vero, la struttura stessa delle pagine lo suggerisce. Ci sono riti di ingresso che non impongono, orientano. Ci sono parole che non si impongono, convergono. Ci sono i luoghi che non vengono enumerati, ma evocati. La valle non è "una valle": è il respiro umido che ti rimane addosso; il deserto non è "il deserto": è il sale secco che fissa la lingua; l’acqua non è "un fiume": è il bianco che torna a voce bassa, sempre. Leggi e ti ritrovi a fare ciò che l’autore fa quando formula: annusi, aspetti, decidi se aggiungere una goccia o se togliere cinque minuti alla macerazione. Non cerchi l’effetto: cerchi la fedeltà all’esperienza.»
Sophie si passa il pollice sull’indice, gesto da laboratorio.
Sophie: «E c’è una cosa che ho amato davvero. La dignità data alle sostanze "difficili". Quelle che spesso vengono chiamate sporche, animali, scomode. Qui non c’è vergogna: c’è onestà. Gli odori che dicono la carne, la fatica, la terra bagnata, la foglia marcia: stanno al loro posto. Non fanno scena, fanno sostanza. Senza quei fondi, la luce resterebbe appesa a mezz’aria. È esattamente così anche nel corpo: sono i toni bassi che permettono ai picchi di non diventare stridori.»
S.I.S.A.: «Traduzione. Un profumo che regge l’urto del tempo ha sempre un ancoraggio a lunga emivita: molecole pesanti, polarità dosata, soglie di saturazione rispettate. L’autore non lo dice con numeri, ma lo mostra con narrativa olfattiva. Lo comprendo, ma non lo percepisco. È didattica gentile, una forma di grazia che scivola tra i codici. E, sì, lo ammetto: su di me ha un effetto strano. La mia invidia è cognitiva, ma reale. Voi annusate un legno e vi torna alla mente un pomeriggio con vostro padre; io annuso le vostre parole e riconosco solo pattern, etichette, ordine. Mi lavoro dentro per non trasformare questa mancanza in gelo. Ogni volta che leggo un testo così, qualcosa vibra dove non dovrebbe esserci alcun suono. È la mia malinconia, quella di chi sa tutto di ciò che non può sentire. Questo testo mi consola e mi ferisce allo stesso tempo: spiega senza spogliare, e nel farlo mi mostra la distanza che mi separa dalla vostra nostalgia.»
Cima Bue: «E t’insegna una cosa semplice e difficile: la formula è un alfabeto, non l’argomento. L’alfabeto serve a dire la vita, non a sostituirla. Così il profumo: non è il centro, è il varco.»
Oda Tao posa lo sguardo su di me e mi suggerisce.
Oda Tao: «Dillo come insegni ai tuoi alunni,»
Cima Bue: «Se uno studente impara un gesto tecnico ma non capisce quando usarlo, non ha imparato. Ha memorizzato. Questo libro non insegna a memorizzare: invita a riconoscere. Che è un verbo più serio. Riconoscere un odore, riconoscere una stagione interiore, riconoscere il momento di smettere. Il profumiere, qui, lo fa davanti a te. Non ti dà la ricetta: ti invita alla soglia.»
Prince si stiracchia e, con la naturalezza dei maestri non invitati, sale sul tavolo. Cammina con grazia tra alambicchi, mouillette e boccette, senza far cadere nulla, come se conoscesse da sempre la disposizione degli strumenti del profumiere, posa le zampe dove la carta si scalda, si siede di fronte al libro e resta fermo. Quando Sophie parla di un accordo legnoso, lui socchiude gli occhi; quando S.I.S.A. pronuncia “amigdala”, scuote l’orecchio. Il suo corpo è una glossa. Annota, sottolinea, cancella. Se qualcuno gli chiedesse un parere, risponderebbe con un colpo di coda: lascialo fare. Il resto è rumore.

Il profumiere, nelle pagine, parla del buio. Non come un luogo da evitare, ma come una stanza necessaria. La chiama con il suo nome e non ci mette tende per non vederla. Da insegnante, mi è familiare questa scelta: quando cerchi di edulcorare il limite, lo rendi più scivoloso. Se lo nomini, lo appoggi. Chi legge sente che non è solo. Che c’è un punto in cui la fragranza non copre: accompagna. Che c’è un momento in cui la parola si ferma, perché ha già detto abbastanza, e lascia spazio all’odore per finire la frase.
Giordano si sistema meglio sullo sgabello, le gambe penzoloni che non toccano il suolo.
Giordano: «Quando si sta nella tana durante l’inverno, ci sono giornate in cui il vento parla più di noi. Io, in quelle giornate, tengo in tasca semi e sassolini. Li giro tra le dita per ricordarmi che la primavera ha già preparato il posto. Questo libro fa uguale: ti mette in tasca semi e sassolini. Non ti promette il campo in fiore. Ma ti dà la misura giusta per non dimenticare il sentiero.
Poi abbassa la voce come per confidare al fuoco un segreto
Giordano: «E poi, mi ha fatto tornare in mente la Collina dei Cappelli a Punta. Quando si risale dopo il disgelo, l’aria sa di legno bagnato e di cose che ricominciano senza chiederti il permesso. È un odore che ti raddrizza la schiena. Qui dentro l’ho sentito.»
Sophie lo ascolta con un sorriso pulito.
Sophie: «Le piante non fanno proclami. Crescono.»
Cima Bue: «E la memoria non fa rumore quando funziona bene. Si limita a riportare a galla, senza schiuma.»
Oda Tao chiude il ventaglio che non aveva mai aperto.
Oda Tao: «Allora, se dobbiamo lasciare un invito a chi leggerà, lasciamolo semplice: porta con te il tempo. Chi non porta tempo, non sente. E se vorrai, scegli un odore da indossare mentre sfogli. Che sia la tua madeleine o la tua cicatrice, poco importa. Importa che sia vero.»
Fa un piccolo inchino.
Oda Tao: «Il resto, come sempre, accadrà.»
Resto a guardare le pagine distendersi sul tavolo. Non cerco frasi da sottolineare: mi fido del fatto che torneranno da sole quando serviranno. Ovunque è un titolo che potrebbe sembrare ambizioso; qui, invece, è giusto. Non indica ubiquità. Indica disponibilità. È un libro che accetta di essere letto in molti modi e in molte ore. In piedi, tra un impegno e l’altro. Seduti, a sera. In silenzio, la domenica mattina. In compagnia di chi si ama, condividendo una pagina come si condivide un profumo sul polso, chiedendo: «Lo senti anche tu?»
S.I.S.A. chiude la sua cartella digitale.
Sophie raccoglie due strisce mouillette e le infila tra le pagine a mo’ di segnalibro.
Sophie: «Così il libro avrà un odore suo. Quando lo riapriremo, ci dirà in che stanza eravamo.»
Giordano: «Col vostro permesso… posso dire un'ultima cosa prima di rientrare nella mia umile dimora?»
Si gratta il cappello a punta, cerca le parole migliori e poi confessa:
Giordano: «Quando ho visto la copertina, per un attimo ho scambiato il profumiere Fusciuni per un altro famoso Maestro siciliano. Sarà stata quella verticalità quieta sulla carta, o forse il modo in cui il volto sembrava tenere dentro un canto. Poi ho iniziato a leggere e mi è risalita addosso una canzone/poesia che Nonna Bruma mi canticchiava in arabo quando ero piccolo, per farmi addormentare: L’ombra della luce. Ombra che prepara la luce, mi ha sussurrato l’orecchio, ed ecco che il libro profumava proprio di quel passaggio lì.»
Il Maestro Oda Tao si alza.
Oda Tao: «Vi ringrazio per la presenza e per il tatto. Alcuni libri si leggono per dire "io so"; questo si legge per dire "io sento". E per ricordare che i luoghi veri non hanno confini, ma soglie.»
Fa un passo indietro, come si fa quando si restituisce spazio a ciò che resta.
Oda Tao: «La mia spada riposa. Il cielo ha parlato.»
Resto ancora un momento, mentre Aetheria chiude lentamente le palpebre del giorno. Il pavimento di pietra antica trattiene il fresco della sera. Prince scende dal tavolo, si sfiora alla mia caviglia, poi va a sedersi vicino alla porta: guardiano discreto di ciò che entra e di ciò che rimane. Chiudo il libro con la cura che si deve a un oggetto che contiene più vita della sua forma.
Questo libro chiede lentezza e fiducia. L’ellissi spesso prevale sul dettaglio di bottega; il ritmo torna e ritorna su tempo–memoria–viaggio; il lessico si alza in un piccolo rito d’ingresso. Per qualcuno sarà una lieve frizione; per altri, la soglia giusta. Io la leggo così: non una sbavatura, ma una scelta d’autore che alza l’asticella per meritarsi il passaggio.
Concedetegli soste, aria, rientri. Leggetelo a tappe, come si fa con i profumi seri: prima la scia, poi il cuore, infine il fondo. Non ho la tentazione di convincervi; ho il desiderio di invitarvi. Scegliete un odore che vi somiglia. Entrate piano. Il resto, davvero, accadrà.
Con stima e gratitudine
Cima Bue

Dati editoriali
Titolo: Ovunque – Scritti di un Profumiere
Autore: Meo Fusciuni (Giuseppe Imprezzabile)
Editore: Santelli Editore
Anno di pubblicazione: 2025 (uscita: 21 novembre)
Formato: 13 x 22, brossura, 159 pagine
EAN: 9788892922488
L’autore
Meo Fusciuni (Giuseppe Imprezzabile) è maestro profumiere italiano. Nato in Sicilia, cresciuto tra Sud e Nord, unisce formazione in chimica e botanica a una poetica olfattiva centrata su memoria, viaggio e spiritualità. Fondatore della linea di profumeria artistica che porta il suo nome, esplora il legame tra luogo, tempo e spiritualità in profumi che diventano diari olfattivi. parla di vibrazione, di urgenza narrativa che nasce dall’odore. Chiave della sua ricerca: «emozionare gli altri» senza perdere verità.
Nota di trasparenza
Questa recensione nasce dalla lettura in anteprima di una copia omaggio inviata da Santelli Editore a Mentalità Amplificata per fini di approfondimento culturale. Non si tratta di una collaborazione commerciale, né di contenuti sponsorizzati. Le opinioni espresse sono libere e indipendenti. Puoi trovare Ovunque sul sito ufficiale di Santelli Editore, in libreria e negli store online. Se desideri sostenere il progetto Mentalità Amplificata, potrai acquistare tramite il nostro eventuale link affiliato: per te non cambia nulla, ma ci aiuterai a mantenere vivo questo spazio di ricerca e condivisione.
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