Camminare scalzi verso la felicità

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Camminare scalzi verso la felicità – Koan e momenti di pura bellezza di una monaca zen di Sabrina Koren Montemurro (Santelli Editore – Collana “Sundarta”)


Camminare scalzi verso la felicità non è un libro che offre risposte rapide né formule da applicare. Non propone un metodo da seguire né una teoria da dimostrare. Invita piuttosto a guardare da vicino ciò che di solito evitiamo: la ripetizione dei gesti, la fatica silenziosa, la scelta quotidiana di restare. Parla di felicità, sì. Ma non come traguardo da raggiungere o stato da esibire. Parla della pratica nascosta dietro quella parola, della disciplina che non fa rumore, della coerenza che non cerca spettatori. Sabrina Koren Montemurro non scrive dall’alto di un’illuminazione definitiva. Scrive dall’interno di una vita attraversata da dubbi, stanchezza, responsabilità, quotidianità concreta. Il monastero non è un altrove romantico: è un luogo in cui si lavora, si sbaglia, si ricomincia. Il cuore del libro non sta in ciò che promette, ma in ciò che mostra senza enfasi: una scelta ripetuta, giorno dopo giorno.

Questo non è un libro sulla felicità come premio. È un libro sulla responsabilità di stare dove si è, con lucidità e presenza. Non consola. Non accusa. Non seduce. Espone una pratica e lascia al lettore la libertà — e il peso — di decidere cosa farne. È per questo che ha attraversato il portale di Aetheria. Non per essere spiegato, ma per essere messo in dialogo. Non per essere giudicato, ma per essere ascoltato.

Ora Varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.



Quando ho chiuso Camminare scalzi verso la felicità della monaca zen Sabrina Koren Montemurro ero sola nella Biblioteca delle Radici Luminose. Non c’era niente di solenne in quel momento. Nessuna rivelazione, nessuna luce che filtrava dall’alto. Solo il rumore sottile delle pagine che tornavano a combaciare e il peso del libro che si posava sul tavolo.

Prince, il gatto grigio, era lì accanto, raccolto su se stesso, con la coda arrotolata attorno al corpo. Aveva dormito quasi tutto il tempo, ma ogni tanto apriva un occhio, come a controllare che io non stessi esagerando con i pensieri.

Avevo la sensazione di aver letto qualcosa di semplice. E insieme di aver letto qualcosa che non si lascia maneggiare con facilità. Da persona di scienza, abituata a cercare strutture, dimostrazioni, connessioni logiche, mi trovavo davanti a un testo che non voleva dimostrare nulla. Mostrava. Basta.



Sentii i passi di Cima Bue prima ancora di vederlo. Non cammina mai in modo distratto dentro la Biblioteca. È come se chiedesse permesso anche al pavimento.

«Hai finito?» chiese, fermandosi a pochi passi.

«Sì.»

«Allora?»

Non era una domanda generica. Era un “dimmi se regge”.

Lo guardai. «Mi ha spiazzata.»

«In bene o in male?»

«In modo onesto.»

Si avvicinò, ma non toccò il libro. Lo studiò come si guarda qualcosa che potrebbe piacerti ma che temi sia troppo facile.

«Parla di felicità,» disse piano. «Parola complicata.»

«Lo so.»

«È solido?»

Sorrisi. «Lo chiedi sempre.»

«Perché il mondo è pieno di cose carine.»

Mi appoggiai allo schienale della sedia. «Non è un manuale. Non è una formula. Non è neanche un percorso spiegato passo dopo passo. È la vita di una monaca zen raccontata attraverso gesti, cadute, silenzi. Non ti prende per mano. Ti mette davanti a una pratica.»

«E funziona?»

La sua voce non era polemica. Era prudente.

«Non so se funziona. So che non mi ha lasciata indifferente. E non perché prometta qualcosa. Anzi, perché non promette niente.»

Fece una pausa. «Il rischio è che oggi la parola felicità sia diventata una coperta. Ti avvolgi e per un attimo non senti il freddo. Poi esci e sei come prima.»

«Qui non c’è coperta,» risposi. «C’è terra sotto le unghie. C’è fatica. C’è disciplina. Non è una fuga dal dolore. È un modo diverso di starci.»

Prince si alzò, si stiracchiò e si sedette esattamente sopra la copertina.

«Vedi?» dissi. «Lui approva.»

«Lui occupa,» replicò Cima Bue.

Mi alzai, gli misi il libro tra le mani. «Leggilo.»

Mi guardò. «Vuoi convincermi?»

«No. Voglio che tu lo attraversi. E poi ne parliamo. Domani. Qui.»

Ci fu un istante di silenzio in cui sembrava che stessimo decidendo qualcosa di più grande di una semplice lettura.

«Va bene,» disse. «Domani.»


In quel momento la porta si spalancò con un colpo secco.

«Non è colpa mia!» gridò una voce. «È il tappeto che si sposta!»

Giordano, lo gnomo aureo, entrò inciampando in una lanterna di corteccia. Aveva una fascia dorata intorno alla fronte e un mantello pieno di foglie secche.

«Stiamo preparando la Festa delle Lanterne di Corteccia!» annunciò, con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto l’acqua calda. «Accenderemo il Grande Fungo Luminoso al centro della Collina dei Cappelli a Punta. È un rito antichissimo. Celebriamo le cose che crescono lente.»

Cima Bue lo guardò divertito. “Giordano, già che ci sei… voi gnomi, sulla Collina dei Cappelli a Punta, avete mai sentito parlare dello Zen?”»

Giordano si fermò a metà passo. Si grattò la testa con aria perplessa.

«Zen? Non so bene cosa sia,» disse. «Però sulla Collina con i funghi succede sempre la stessa cosa. Non li vedi nascere. Passi un giorno e non c’è niente. Torni il giorno dopo, e sono lì. Se ti metti a scavare per capire da dove vengono, li rompi. Se li lasci in pace, fanno il loro lavoro.»

Ci guardò con un mezzo sorriso, come se avesse detto troppo senza volerlo. «Forse è così anche per certe cose. Non le spieghi. Non le esibisci. Le lasci crescere.»

Restammo in silenzio.

Poi aggiunse, con una serietà che non gli vedevo spesso addosso: «Chi sa meravigliarsi, ha già cominciato a capire.»

E uscì di corsa, inciampando quasi sulla soglia, lasciando dietro di sé odore di legno, resina e quella sua goffaggine luminosa.

Io e Cima Bue ci scambiammo uno sguardo.

«Domani,» ripeté lui.



Il giorno dopo arrivò prima lui.

Quando entrai nella Biblioteca, lo trovai seduto con il libro chiuso davanti. Non aveva l’aria di chi ha appena finito qualcosa. Aveva l’aria di chi sta ancora digerendo.

«Allora?» chiesi.

Non rispose subito. «Non è un libro che ti impressiona. Non ti travolge. Non ti seduce. Ti scava piano.»

Mi sedetti di fronte a lui.

«Quello che mi ha colpito,» continuò, «è che non c’è nessuna superiorità morale. Nessuna posa spirituale. Non c’è l’idea di essere arrivati da qualche parte. C’è il gesto. Ripetuto. A volte banale. A volte faticoso.»

Annuii.

«Ma?»

Sorrise appena. «Ma resta la mia diffidenza verso la parola felicità. Ho paura che chi lo legga cerchi una scorciatoia. Una formula per sentirsi meglio.»

«E tu l’hai cercata?»

«No.»

«E allora?»

Si passò una mano tra i capelli. “Allora mi rimane la domanda”


«C’è un passaggio,» dissi, «che mi è rimasto addosso. Koren racconta di una mattina qualsiasi al monastero. Si sveglia, il freddo, il buio, la sveglia che suona troppo presto. E lei non ha voglia di alzarsi. Non c’è illuminazione. Non c’è entusiasmo sacro. C’è solo una donna che mette i piedi a terra e cammina verso lo zazen perché lo ha scelto. Ogni giorno. Anche quando il corpo dice no.»

Cima Bue rimase fermo.

«Non è eroico,» continuai. «È ostinato. Ed è lì che ho capito che il libro non parla di felicità come la intendiamo noi. Parla della decisione di non negoziare con le proprie resistenze.»

Restò in silenzio a lungo. Poi disse: «Andiamo dal Maestro.»

Sentii che era il momento giusto.

«Sì. Se c’è qualcuno ad Aetheria capace di stare davanti a questo libro senza difenderlo né esaltarlo, è lui.»

Prince, che si era infilato tra gli scaffali, uscì e ci precedette senza chiedere nulla.


La Valle del Respiro Antico non ha bisogno di scenografie. È fatta di spazio. E di silenzio che non pesa.

Il Maestro Samurai Oda Tao era seduto su una pietra liscia. Stava pulendo una ciotola con un panno ruvido. Ogni gesto era completo. Non c’era fretta di finire.

Ci fermammo a distanza e ci inchinammo.

«Maestro,» disse Cima Bue.

Il Maestro Oda Tao sollevò lo sguardo. Non curioso. Presente.

«Siete venuti con una domanda.»

«Con un libro,» risposi. «E con un dubbio.»

«Qual è il dubbio?»

Cima Bue parlò. «Se la parola felicità nel titolo è una promessa o una direzione. Se questo libro regge o se consola.»

Oda Tao non rispose subito. Continuò a pulire la ciotola.

«Di cosa parla?»

«Di una monaca zen,» dissi. «Della sua vita quotidiana. Bollette, lavatrici, zazen al freddo. Nessuna teoria. Nessun sistema. Solo una pratica che attraversa anche la fatica e il dubbio.»

«E voi cosa avete visto?»

«Io ho visto coerenza,» dissi. «Una vita che non cerca di essere speciale. Una disciplina che non si esibisce. Per me, che vengo dalla scienza, è stato sorprendente. Perché non c’è dimostrazione. C’è incarnazione.»

«Io ho visto un rischio,» disse Cima Bue. «Che qualcuno lo usi come rifugio. Che scambi la semplicità per facilità.»

Il Maestro Oda Tao posò il panno.

«Il libro promette di risolvere?»

«No,» rispondemmo insieme.

«Allora il rischio non è nel libro. È nel lettore. Sempre.»

Ci fu silenzio.

«La felicità,» continuò, «non è una parola grande. È una parola fragile. Se la gonfiate, si rompe. Se la appoggiate, regge.»

Guardò la ciotola che aveva appena pulito. «Una ciotola non ha bisogno di essere bella. Ha bisogno di essere pulita. Il gesto che la pulisce è lo stesso, in ogni epoca. Cambia la mano. Non cambia il gesto.»

Si rivolse a Cima Bue.

«Tu hai paura della parola. Ma la parola non è il problema. Il problema è cosa ci metti dentro. Se ci metti aspettativa, diventa ansia. Se la lasci respirare, a volte si posa.»

Cima Bue abbassò lo sguardo. «Quindi non è un libro sulla felicità?»

Il Maestro accennò un sorriso impercettibile.

«È un libro sulla responsabilità di stare dove siete.»

Le parole non avevano enfasi. E proprio per questo pesavano.

Ci inchinammo.



Il sentiero dalla Valle alla Biblioteca è lungo. Cima Bue camminava al mio fianco senza fretta, con le mani dietro la schiena. Prince era qualche passo avanti, come sempre, con quell’andatura precisa di chi non ha bisogno di sapere dove va.

Per un po’ nessuno parlò. Il silenzio non era imbarazzo. Era digestione.

Poi Cima Bue disse, senza guardarmi: «Sai cosa mi disturba?»

«Dimmi.»

«Che ha ragione il Maestro Oda Tao. Il rischio non è nel libro. È in me. Nella mia voglia di tenere la parola felicità a distanza, come se fosse pericolosa. Come se proteggermi dalla delusione fosse una forma di intelligenza.»

Non risposi subito. Camminammo ancora qualche passo.

«Non è stupido proteggersi,» dissi.

«No. Ma a un certo punto diventa un alibi. Dici “io sono quello che non si fida delle parole grandi” e intanto ti sei costruito un’identità intorno alla diffidenza. E quella è già una posa. Diversa, ma è una posa.»

Mi sorprese. Non perché non lo pensassi anch’io. Ma perché Cima Bue non si scopre spesso così.

«Il libro di Koren,» continuò, «non ti chiede di fidarti. Ti chiede di fare. Di mettere i piedi a terra. E questo mi ha tolto l’ultimo alibi. Non posso dire “non mi fido della parola felicità” se poi non faccio niente. Se non pratico niente. Se non metto niente alla prova.»

Un ramo basso ci costrinse entrambi ad abbassarci. Prince ci passò sotto senza neanche rallentare.


«La cosa che mi ha colpita forse più di tutto dissi. «Koren non si racconta come una che ce l’ha fatta. Si racconta come una che ci è dentro. Ancora. Ogni giorno. Con le bollette, con la fatica, con il dubbio. Non è un libro scritto dall’alto. È scritto dall’interno.»

«È per quello che regge,» disse lui, piano.

«Sì. Regge perché non pretende di stare in piedi da solo. Regge perché accetta di oscillare.»

Cima Bue si fermò un istante. Guardò il sentiero davanti a noi, gli alberi, la luce che filtrava obliqua.

«Mi chiedo,» disse, «se non sia questo il punto. Non trovare l’equilibrio. Ma smettere di averne paura quando lo perdi.»

Restammo fermi, tutti e due, con Prince che si era voltato a guardarci come per dire: venite o no?

«Vieni,» dissi al gatto. «Torniamo a casa.»


Era sera quando mi ritrovai da sola nella Biblioteca delle Radici Luminose. Cima Bue era andato via da un pezzo. Il libro era ancora sul tavolo, nello stesso punto dove lo avevo posato il giorno prima.

Prince era salito sulla poltrona accanto alla finestra. Non dormiva. Stava lì, con gli occhi socchiusi, in quello stato che i gatti conoscono bene e che noi chiamiamo riposo ma che forse è qualcosa di più vicino alla veglia pura. Presenza senza intenzione.

Presi il libro in mano. Non per riaprirlo. Per sentirne il peso.

È strano come certi libri cambino consistenza dopo che li hai attraversati. Prima di leggerlo, era un oggetto. Adesso era un’esperienza che mi riguardava. Non perché avesse risolto qualcosa. Ma perché mi aveva messa davanti a una domanda che di solito evito con cura: cosa fai, Sophie, quando non c’è niente da capire e tutto da praticare?

Io che vivo di analisi, di strutture, di connessioni logiche. Io che mi sento al sicuro quando posso scomporre un problema in parti e ricomporlo con ordine. Questo libro mi aveva tolto gli strumenti. E al loro posto non aveva messo una risposta. Aveva messo un gesto.

Mettere i piedi a terra. Ogni mattina. Anche quando non ha senso. Soprattutto quando non ha senso.

Guardai Prince. Lui ricambiò lo sguardo con quella calma assoluta che non è indifferenza. È la quiete di chi non deve dimostrare nulla a nessuno.

«Tu lo sai già, vero?» gli dissi.

Non rispose, ovviamente. Ma si stiracchiò lentamente, scese dalla poltrona, attraversò la stanza e si acciambellò esattamente sopra il libro.

Come a dire: non c’è nient’altro da aggiungere.

E forse aveva ragione. Forse il senso di questo incontro non stava nelle parole che ci eravamo detti — io, Cima Bue, il Maestro Oda Tao, persino Giordano con i suoi funghi. Stava nel fatto che un libro scritto da una donna che ogni mattina sceglie di alzarsi e camminare scalza verso la pratica aveva attraversato Aetheria e ci aveva lasciato tutti un po’ più spogli. Un po’ più esposti. Un po’ più vicini a quella parte di noi che sa già cosa fare, ma che ogni giorno deve trovare il coraggio di farlo.

Non la felicità come traguardo. Non la felicità come premio. Ma la felicità come un passo nudo sul pavimento freddo, ripetuto con la stessa cura con cui si pulisce una ciotola, con cui un fungo cresce nel buio, con cui un gatto si acciambella su un libro e chiude gli occhi sapendo che non manca niente.



Spensi la lampada. La Biblioteca si riempì di ombra e di silenzio. Ma non era un silenzio vuoto. Era un silenzio pieno di tutto quello che avevamo smesso di cercare.

E nel buio, con Prince che respirava piano sopra le pagine di Koren, sentii per la prima volta che non avevo bisogno di capire. Avevo bisogno di cominciare.

Perché ogni storia ci cura, se sappiamo ascoltarla

Sophie


Dati editoriali

Titolo: Camminare scalzi verso la felicità. Koan e momenti di pura bellezza di una monaca zen
Autrice: Sabrina Koren Montemurro
Editore: Santelli – Collana Sundarta
Anno di pubblicazione: 2026
Pagine: 161
Formato: Brossura (14 x 21 cm)
Lingua: Italiano
ISBN-13: 9788892922785
Temi principali: pratica zen nella quotidianità, koan, felicità come pratica e non come traguardo, vita monastica contemporanea, presenza e disciplina nel quotidiano, consapevolezza del gesto quotidiano, poesia zen applicata alla vita normale


Prima di incontrare Camminare scalzi verso la felicità: domande sul libro di Sabrina Koren Montemurro

Di cosa parla Camminare scalzi verso la felicità?

Parla della vita quotidiana di una monaca zen contemporanea. Non racconta un’illuminazione mistica né propone una tecnica per essere felici. Attraverso episodi concreti, momenti di dubbio, fatica, disciplina e silenzio, mostra come la pratica zen possa abitare la normalità: bollette, relazioni, lavoro, stanchezza. La felicità non è presentata come un traguardo, ma come un modo di stare dentro ciò che accade.

Chi è Sabrina Koren Montemurro?


Dalle informazioni pubbliche disponibili Sabrina Koren Montemurro è una monaca zen italiana e Maestra di Dharma riconosciuta. È Presidente dell’Associazione Buddhista Zen Il Cerchio – Monasteri Zen e guida il centro principale Sanboji sull’Appennino, insieme ai centri di Cerchio, Padova e Pesaro. Accanto alla responsabilità istituzionale e organizzativa — che comprende la rappresentanza legale dell’associazione e il coordinamento delle attività didattiche e spirituali — svolge un insegnamento regolare del Dharma, conduce zazen, sesshin e ritiri, e accompagna personalmente i praticanti nel loro percorso. Nel libro non assume però il tono della maestra che impartisce istruzioni. Scrive da dentro la propria esperienza, intrecciando dimensione spirituale e quotidianità concreta. Non propone un sistema, non costruisce una teoria: racconta una pratica vissuta, fatta di disciplina, dubbio, coerenza e scelta ripetuta ogni giorno.

È un libro sul buddhismo?

Sì, ma non in senso teorico o accademico. Non è un manuale sullo Zen e non spiega sistematicamente la dottrina buddhista. La dimensione zen emerge attraverso i gesti, lo zazen, il rapporto con il silenzio, la disciplina e il dubbio. È un libro esperienziale, non didattico.

È un libro di auto-aiuto?

No. Non offre strategie rapide, esercizi strutturati o promesse di trasformazione immediata. Non propone una formula per “diventare felici”. Mostra una pratica concreta e lascia al lettore la responsabilità di confrontarsi con ciò che legge.

Cosa significa “camminare scalzi” nel titolo?

Non è solo un’immagine poetica. Richiama l’idea di contatto diretto con la realtà: senza protezioni inutili, senza sovrastrutture, senza illusioni. Camminare scalzi è assumersi la responsabilità del proprio passo, anche quando il terreno è freddo o scomodo.

Il libro promette la felicità?

No. Non promette risultati né garantisce esiti. Il termine felicità viene ridimensionato: non è euforia, non è successo, non è assenza di dolore. È una postura interiore che nasce dalla pratica costante e dalla coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

A chi è consigliato?

A chi diffida delle promesse facili sulla felicità.
A chi è interessato alla pratica zen applicata alla vita reale.
A chi cerca un libro che non consola, ma interroga con sobrietà.
A chi è disposto a leggere senza aspettarsi una soluzione, ma una direzione.

È un libro spirituale o esistenziale?

Entrambe le cose. È spirituale perché attraversato dalla pratica zen. È esistenziale perché parla della vita concreta, del lavoro, delle relazioni, delle resistenze interiori. Non separa mai la dimensione spirituale dalla quotidianità.


Nota di trasparenza

Questo incontro nasce dalla lettura di una copia stampa di Camminare scalzi verso la felicità inviata da Santelli Editore a Mentalità Amplificata con finalità esclusivamente culturali e divulgative. Non si tratta di una collaborazione commerciale: non è previsto alcun compenso, non esistono accordi promozionali e il contenuto non è stato sottoposto a revisione preventiva da parte dell’editore. Le riflessioni e le interpretazioni presenti in questo testo sono libere, indipendenti e fedeli all’esperienza di lettura e al dialogo interno al team di Mentalità Amplificata. È la stessa etica che guida ogni contenuto pubblicato su questo spazio: leggere con attenzione, attraversare i testi con rispetto e trasformare libri e storie in occasioni di consapevolezza, senza piegare il giudizio a logiche pubblicitarie o narrative preconfezionate.

Il libro è disponibile sul sito ufficiale di Santelli Editore, in libreria e nei principali store online. Se desideri sostenere il lavoro dell’autrice e, allo stesso tempo, contribuire a mantenere vivo lo spazio indipendente di Mentalità Amplificata, puoi utilizzare il link affiliato Amazon presente in questa pagina: per te il prezzo non cambia, mentre una piccola percentuale ci aiuta a continuare questo lavoro di lettura, ascolto e condivisione.

Se sceglierai di incontrarlo, fallo senza fretta, senza l’urgenza di capire subito “cosa ti lascia”. Camminare scalzi verso la felicità non è un libro da consumare né da trasformare in tecnica personale. È un libro che chiede tempo, perché parla di pratica. E la pratica non si afferra in un pomeriggio. Lascia che alcune pagine ti restino addosso senza pretendere di risolverle. Permetti a certi passaggi di lavorare sotto traccia, nei giorni in cui la stanchezza pesa o la disciplina vacilla. Non cercare una formula per stare meglio: osserva piuttosto cosa accade quando smetti di negoziare con ciò che hai scelto di essere. Non è un libro che promette svolte improvvise. È un libro che invita a mettere i piedi a terra — e a restarci. Se questo incontro ti è stato utile, se ti ha aiutato a entrare in relazione con il libro in modo più autentico e meno superficiale, e se desideri contribuire a mantenere vivo questo spazio indipendente di lettura, ascolto e ricerca, puoi offrirci un caffè. Nessun obbligo, nessuna aspettativa: solo un gesto libero, e un modo semplice per dire continuate a leggere con questo passo.


Gli altri incontri con la collana Sundarta di Marcella Maiocchi

Mentalità Amplificata sta camminando dentro la collana Sundarta di Santelli Editore, una collana viva, in movimento, che continua ad aprire nuove direzioni. È un progetto guidato da Marcella Maiocchi, milanese, laureata in Lingue e Letterature Straniere, specializzata in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociali presso l’Università Cattolica di Milano. Traduttrice, talent scout editoriale, inserita nella UNESCO World Directory of Children’s Book Translators, ha attraversato il mondo dell’editoria come interprete, relatrice, organizzatrice di eventi, costruendo uno sguardo capace di unire sensibilità culturale, profondità spirituale e rigore nella scelta dei testi. Sundarta non è una semplice collana tematica: è uno spazio editoriale che mette al centro la ricerca interiore senza cedere alla superficialità. E per questo ci riguarda. Ogni libro incontrato finora non è stato recensito nel senso tradizionale del termine. È stato attraversato. Messo in dialogo. Portato dentro i luoghi simbolici di Aetheria per verificarne la consistenza, le fragilità, la forza silenziosa. Non una scheda tecnica, ma un confronto reale. Non un riassunto, ma un’esperienza condivisa tra testo e lettore.