The Life Of Chuck

Come un semplice gnomo scoprì di contenere moltitudini


Nota per la community
Questo incontro contiene riferimenti espliciti alla struttura narrativa del film e ad alcuni suoi snodi tematici centrali (tra cui la costruzione temporale e una scena chiave legata alla poesia di Walt Whitman). Non vengono rivelati dettagli tecnici o svolte di trama specifiche, ma sono presenti anticipazioni di tipo tematico e strutturale. Se preferisci vivere il film senza alcuna anticipazione concettuale, ti consiglio di fermarti qui e tornare dopo la visione.


Non stavo facendo nulla di particolarmente eroico. Stavo guardando un anime.

E prima che qualcuno sollevi un sopracciglio morale, lasciatemi dire una cosa: nella mia stirpe gnomica guardare un anime è un’attività altamente spirituale. Il mio trisavolo Bartolomeo Saltabecco diceva sempre: «Se non impari qualcosa da un combattimento ben disegnato, non lo imparerai nemmeno da un trattato filosofico». Poi inciampava nel tappeto e cadeva nel camino. Ma questo non invalida la profondità del pensiero.

Ero seduto sotto la Quercia Grande — quella che, secondo le cronache gnomiche, ha visto nascere tre generazioni di cappelli a punta e almeno sette grandi figuracce pubbliche — con il tablet sulle ginocchia e le briciole di biscotto sparse tra la barba e la maglietta. Noi gnomi non abbiamo paura delle briciole. Le consideriamo tracce della nostra umanità in miniatura.

La Collina dei Cappelli a Punta era immersa in una luce antica. Le nostre case semisepolte sembravano respirare. I funghi-lampione si accendevano come se qualcuno avesse dato un ordine silenzioso. Il vento muoveva le punte dei cappelli in perfetta sincronia, come durante la Cerimonia del Primo Inciampo — un rito tradizionale in cui ogni giovane gnomo viene lasciato libero di correre finché non cade, per ricordargli che l’equilibrio nasce sempre da una perdita temporanea di controllo.

L’anime era pieno di combattimenti epici. Io annuivo serio. Ogni tanto provavo a imitare una mossa con il braccio. Ho colpito un ramo. Ho perso l’equilibrio. Ho quasi perso il tablet. Ho mantenuto la dignità per circa tre secondi.

Poi mi sono addormentato.

Gli gnomi si addormentano con una facilità imbarazzante quando la brezza racconta storie. Noi diciamo che non è sonno: è ascolto orizzontale.

Quando ho riaperto gli occhi, il tablet non trasmetteva più l’anime. Era iniziato un film.

The Life of Chuck.



Rimasi immobile a fissare il titolo come se fosse inciso nella corteccia della quercia e non sullo schermo. Noi gnomi prendiamo molto sul serio i titoli. Nella mia stirpe si dice che il nome di una cosa contiene già metà della sua verità. Il trisavolo di un mio caro amico Ermenegildo sosteneva che un titolo è come la punta di un cappello: indica la direzione prima ancora che tu ti muova.

“La vita di Chuck”, ho sussurrato.

Non “la fine”. Non “l’ultima battaglia”. Non “la caduta del mondo”.

La vita.

Questo mi ha già messo in allerta, perché quando qualcuno promette di raccontare una vita intera, di solito sta per raccontare qualcosa che supera il semplice racconto. E nella nostra tradizione, quando si narra la vita di uno gnomo, si accende sempre una lanterna in più. Perché una vita non è un evento: è una costellazione di eventi.

Mi sono sistemato meglio contro il tronco, ho dato una piccola scrollata alla barba per liberarla dalle briciole più evidenti (non tutte, non esageriamo), e ho pensato: “Vediamo cosa contiene questa vita.”

All’inizio non capivo. Sembrava la fine del mondo.

Il cielo si incrinava. Le città si svuotavano. Le persone parlavano di collasso, di estinzione, di crollo. E sui cartelloni compariva una scritta: “Grazie Chuck”.

Grazie per cosa?

Noi gnomi abbiamo un’usanza: quando qualcuno compie un gesto importante, non lo ringraziamo subito. Aspettiamo la fine della giornata. Perché il valore di un gesto si misura nel tempo, non nell’entusiasmo. E lì, in quel film, il ringraziamento arrivava prima della spiegazione. Questo mi ha inquietato.

Il film andava al contrario.

Prima la fine. Poi il centro. Poi l’inizio.

E lentamente ho capito che non stavo guardando la fine del mondo. Stavo guardando la fine del mondo di un uomo.

Chuck era un uomo comune. Un ragioniere. Una persona con abitudini ordinarie. Ma il film suggeriva che dentro di lui c’erano galassie. Ricordi come costellazioni. Stanze interiori come pianeti. Paure come comete che attraversano il cielo senza preavviso.

E quando Chuck si spegneva, il suo universo si spegneva con lui.

C’era però una scena che mi si è incastrata nella mente come una ghianda tra i denti.

Una maestra, in classe, recitava una frase: «Io contengo moltitudini

Le parole risuonavano nell’aula con una calma quasi solenne. I bambini ascoltavano. Chuck ascoltava. E io, sotto la quercia, con la barba impolverata di biscotto, mi sono irrigidito.

Io contengo moltitudini.

Noi gnomi siamo abituati a contenere cose pratiche: semi nelle tasche, chiavi minuscole, appunti arrotolati nei cappelli. Ma moltitudini? Che cosa significa contenere moltitudini?

Ho ripetuto la frase a voce bassa. L’ho detta una volta. Poi due. Poi tre. Sembrava più grande della mia bocca.

Secondo le Cronache della Stirpe Radicosa, quando una frase ti supera, non va combattuta: va portata da un maestro.

Ed è stato in quel momento preciso che ho sentito il bisogno urgente di correre nella Valle del Respiro Antico.

Sotto la quercia, con le briciole nella barba e una leggera rigidità al ginocchio destro (conseguenza della Grande Corsa delle Nocciole del 2012), ho sentito un nodo nello stomaco.

Non tristezza. Non paura.

Inquietudine.

Ho inciampato in due radici. Ho salutato un riccio come se fosse un emissario diplomatico. Ho perso un bottone. Ho quasi perso la calma.

Ma sono arrivato.


Il Maestro Samurai Oda Tao era seduto immobile. Attorno a lui l’aria sembrava ascoltare. Il ruscello scorreva come una frase pronunciata con attenzione.

Mi sono avvicinato con rispetto. Noi gnomi, quando entriamo in presenza della saggezza, abbassiamo leggermente la punta del cappello.

«Maestro Oda Tao», ho detto con il fiato ancora disordinato, «ho visto la fine del mondo… ed era un uomo qualunque che ballava.»

Lui ha aperto gli occhi. Profondi come laghi di montagna.

«Parla, Giordano.»



Ho raccontato tutto. Il cielo che si incrina. I cartelloni. La danza. Il tempo che scorre all’indietro.

«Maestro… il mondo finisce quando finisce una vita?»

Silenzio. Non un silenzio vuoto. Un silenzio fertile.

Poi il Maestro ha parlato.

«Ogni essere umano porta un cielo dentro di sé. Quando il respiro si spegne, quel cielo si richiude. Non è il mondo a finire. È un universo a completarsi.»

Ho abbassato lo sguardo.

«Nella mia stirpe», ho detto, «abbiamo un rito quando uno di noi muore. Non costruiamo statue. Piantiamo un seme. Per ricordare che ciò che è stato non si conserva nel marmo, ma nella crescita.»

Il Maestro ha annuito.

«La memoria è il modo in cui l’universo continua a respirare attraverso chi resta.»

«Maestro… nel film una maestra recitava: “Io contengo moltitudini”.»

Il Maestro ha chiuso gli occhi per un istante.

«È un verso di un poeta», ha detto con voce lenta. «Walt Whitman, nel poema Canto di me stesso, contenuto nella raccolta Foglie d’erba. Quando scrive “Io contengo moltitudini”, non sta vantando grandezza: sta riconoscendo la complessità dell’essere umano, capace di ospitare contraddizioni senza annullarle.» – «Significa che l’essere umano non è uno. È molti. È memoria, desiderio, paura, coraggio, contraddizione. È fiume e sponda. È seme e foresta.»

Ho annuito con convinzione, anche se dentro avevo capito circa la metà.

«Maestro Oda Tao…» ho detto con rispetto, abbassando la punta del cappello, «potrei chiedere una spiegazione più… udibile alle mie orecchie di gnomo?»

Lui ha aperto gli occhi e per un attimo ho visto un sorriso appena accennato.

«Giordano», ha detto, «immagina il tuo cappello.»

Ho guardato il mio cappello.

«Dentro il tuo cappello non c’è solo la tua testa. Ci sono le storie dei tuoi avi. Le figuracce del tuo trisavolo Bartolomeo Saltabecco. Le tradizioni del Primo Inciampo. I semi piantati quando uno di voi muore. Le paure che non dici. I sogni che non racconti. Tutto questo vive in te. E spesso si contraddice. Eppure coesiste.»

Ho sgranato gli occhi.

«Quindi… io sono una specie di armadio pieno di antenati?»

«Se preferisci», ha risposto con calma, «sei una foresta. Ogni albero è una parte di te. Alcuni sono giovani. Alcuni sono antichi. Alcuni sono storti. Ma tutti crescono nello stesso terreno.»

Ho riflettuto.

Nella nostra stirpe diciamo che ogni gnomo, quando nasce, riceve una piccola ghianda simbolica. Non è una vera ghianda. È un racconto. Gli viene narrato chi era prima di lui, quali errori sono stati fatti, quali coraggi sono stati necessari. Quella ghianda cresce dentro.

«Allora contenere moltitudini significa… non essere solo quello che faccio oggi?»

«Significa», ha detto il Maestro, «che sei più grande della tua singola azione. Sei fatto di strati. Come gli anelli di un albero. Ogni anno lascia un segno. Non puoi ridurti a uno solo.»

Mi sono toccato il petto.

«E anche quando inciampo?»

«Soprattutto quando inciampi.»

Il ruscello ha continuato a scorrere.

«Vedi, Giordano», ha proseguito Oda Tao con quella saggezza che sembra arrivare da molto prima delle parole, «l’uomo soffre quando pretende di essere coerente come una linea retta. Ma la vita è curva. È spirale. Contenere moltitudini significa accettare che dentro di te convivano il coraggio e la paura, la goffaggine e l’intelligenza, il dubbio e la fede.»

Ho inspirato profondamente.

«Allora la frase non è un’esagerazione poetica?»

«È una constatazione.»

Ho pensato alla Cerimonia del Primo Inciampo. Alla Festa delle Radici Scoperte. Alle storie raccontate davanti ai funghi luminosi. Ogni gnomo ride dei propri errori, ma li custodisce come mappe.

«Maestro… allora quando Chuck muore, non muore solo un uomo. Muore una moltitudine.»

Il Maestro ha annuito lentamente.

«Ogni essere che lascia questo mondo porta con sé una biblioteca interiore. E ciò che resta è ciò che è stato condiviso.»

Ho sentito l’inquietudine cambiare forma.

Non era più vertigine. Era responsabilità.

«Siamo davvero così vasti?»

«Siete più vasti di quanto sopportiate di sapere.»

Questa frase mi ha colpito come una ghianda ben lanciata.

«Maestro… allora l’inquietudine è un segno di crescita?»

Il Maestro Samurai Oda Tao ha versato il tè. Il vapore si è alzato lento.

«L’inquietudine è la soglia. Se la attraversi con coraggio, diventa presenza. Se la eviti, diventa distrazione.»

Ho respirato profondamente.

«Il film mi ha tolto l’alibi della normalità», ho confessato. «Pensavo che essere ordinari fosse una forma di sicurezza. Invece ho capito che ogni vita è un cosmo irripetibile.»

«La vera umiltà», ha detto il Maestro, «non è sentirsi piccoli. È riconoscere l’infinito dentro il finito.»

Sono rimasto seduto, immobile per quanto mi è possibile.

Non ero guarito dall’inquietudine. Ma non ne ero più spaventato.

Quando sono tornato alla Quercia, il tablet era scarico.

Noi gnomi diciamo che quando uno strumento si spegne, è il momento di ascoltare senza intermediari.

Mi sono sdraiato sull’erba. Ho guardato il cielo. Ho pensato a Chuck. Alla sua danza. Al suo universo che si spegneva. Ho pensato alla mia stirpe. Ai nostri inciampi rituali. Ai semi piantati. Alle storie raccontate attorno ai funghi luminosi. Ho pensato che forse anche uno gnomo goffo, con le ginocchia sbucciate e una barba piena di briciole, è un universo in miniatura. Non ridicolo. Non marginale.

Un universo.

E ho sorriso.

Perché l’inquietudine non era sparita. Si era trasformata.

In responsabilità. In attenzione. In rispetto.

E quando uno gnomo impara a rispettare il proprio universo interiore, anche la sua goffaggine diventa saggezza in movimento.

Chi sa meravigliarsi, ha già cominciato a capire.

Giordano – lo Gnomo Aureo


Scheda tecnica

Titolo originaleThe Life of Chuck
Regia: Mike Flanagan
Sceneggiatura: Mike Flanagan
Tratto da: novella The Life of Chuck di Stephen King, contenuta nella raccolta If It Bleeds (2020), pubblicata in Italia con il titolo Se scorre il sangue
Produzione: Mike Flanagan, Trevor Macy
Casa di produzione: Intrepid Pictures
Fotografia: Eben Bolter
Montaggio: Mike Flanagan
Musiche: The Newton Brothers
Interpreti principali: Tom Hiddleston, Chiwetel Ejiofor, Karen Gillan, Mark Hamill, Jacob Tremblay
Paese: Stati Uniti
Genere: Drammatico, fantastico
Durata: circa 110 minuti


Se sceglierai di incontrare questo film, fallo senza fretta. Non avvicinarti con l’urgenza di capire subito “che cosa ti lascia” o quale lezione dovresti portare via con te. The Life of Chuck non è una storia da consumare né un concetto da trasformare in tecnica personale. È un racconto che chiede tempo, perché parla di vita. E la vita, come ci ha ricordato il Maestro, non si afferra in un pomeriggio. Lascia che alcune scene ti restino addosso senza pretendere di risolverle. Permetti a certi passaggi di lavorare sotto traccia, nei giorni in cui la stanchezza pesa o la disciplina vacilla. Non cercare una formula per sentirti più profondo: osserva piuttosto cosa accade quando smetti di ridurre te stesso a una sola versione, quando accetti di contenere — anche tu — più di quanto riesci a spiegare. Non è un film che promette svolte improvvise. È un incontro che invita a mettere i piedi a terra — e a restarci. A riconoscere che ogni esistenza, anche la più ordinaria, custodisce una moltitudine silenziosa.

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