Affamati

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Affamati – Storie di campioni venuti dal basso, di Nonèpiùdomenica (Andrea Masciaga) — Rizzoli


Ci sono libri sportivi che cominciano dal momento in cui tutto diventa visibile: la maglia importante, lo stadio pieno, il contratto, il trofeo sollevato davanti alle telecamere.

Affamati comincia prima.

Comincia nei campi sui quali le linee si distinguono appena, nei lavori svolti mentre il calcio resta una possibilità lontana, nelle panchine che sembrano definitive, nei provini che non conducono da nessuna parte e nei giorni in cui continuare non possiede ancora la dignità di una scelta vincente. Dietro la firma Nonèpiùdomenica c’è Andrea Masciaga, che raccoglie trentatré storie di calciatori, allenatori e squadre che non hanno trovato una strada già aperta. Alcuni hanno dovuto aspettare. Altri sono caduti, sono tornati indietro o hanno continuato a giocare quando quasi nessuno sembrava disposto a scommettere su di loro.

Sarebbe semplice definire il libro una raccolta di storie di riscatto.

Sarebbe anche incompleto.

Perché la fame raccontata da Andrea non nasce sempre nello stesso punto e non chiede a tutti lo stesso prezzo. Può essere desiderio di appartenenza, necessità economica, orgoglio, ambizione, ribellione, paura di tornare indietro o bisogno di dimostrare che il giudizio degli altri non era definitivo. In alcune vite diventa disciplina. In altre rischia di trasformarsi in una gabbia. Qualche volta conduce alla vittoria. Qualche altra continua a esistere anche quando la vittoria è già arrivata.

Non racconteremo una per una le vicende raccolte nel libro. Le carriere di Moreno Torricelli, Jamie Vardy, Federico Gatti, Maurizio Sarri, Diego Milito, Totò Schillaci, Luca Toni e degli altri protagonisti appartengono al percorso costruito dall’autore e meritano di essere incontrate nel suo ordine, con le sue associazioni e i suoi richiami letterari. Non useremo le loro vite come dimostrazioni pronte e non anticiperemo i passaggi nei quali il significato di una storia cambia.

Ci fermeremo invece davanti alla parola che le tiene insieme.

Fame.

Che cosa alimenta davvero? Che cosa consuma? E che cosa resta di una persona quando il risultato per cui ha lottato non arriva, oppure arriva e non basta più a dirle chi è?

Per attraversare queste domande non potevamo scegliere uno stadio. Uno stadio avrebbe mostrato il punto di arrivo e fatto troppo rumore.

Siamo entrati nel Campo delle Tracce, il luogo di Aetheria in cui il gesto esiste prima del pubblico e il terreno conserva anche le impronte che non raggiungono il traguardo.

Ora varca la soglia: entra in Mentalità Amplificata.



Il Campo prima dei nomi

Arrivai al Campo delle Tracce quando la luce non aveva ancora deciso se diventare giorno.

La pioggia della notte aveva scurito la terra e riempito le cavità lasciate dalle scarpe. Le linee di gesso attraversavano il terreno in direzioni diverse: alcune dritte, altre interrotte, altre ancora piegate in curve che non appartenevano a nessuna disciplina riconoscibile. La panchina di legno, sul margine sinistro, era ancora bagnata.

Avevo Affamati sotto il braccio e un quaderno nella tasca del giubbotto.

Non lo aprii subito.

Camminai fino al centro del Campo e guardai le tracce. Vicino alla linea più chiara c’erano impronte profonde, regolari, lasciate da qualcuno che doveva aver corso a lungo. Poco più avanti, una sequenza cominciava con decisione e terminava dopo pochi metri nel fango. Sul lato opposto, due passi si allontanavano dal terreno e raggiungevano la panchina.

Il Campo non spiegava niente.

Conservava.

Mi chinai e toccai una delle impronte. La pioggia ne aveva ammorbidito i bordi, ma non era riuscita a cancellarla.



«Sei arrivato troppo presto.»

La voce di Sophie veniva dal sentiero. Portava una borsa a tracolla, una borraccia termica e la propria copia del libro piena di piccoli segni di carta.

«Anche tu» risposi.

«Io sono arrivata all’ora concordata.»

Guardai l’orologio.

Aveva ragione.

«Allora è il Campo a essere in anticipo.»

Sophie osservò il terreno.

«È la spiegazione che darai anche agli altri?»

«Dipende da quanto saranno in ritardo.»

Giordano, lo gnomo aureo, comparve dietro di lei quasi nello stesso momento, con una sacca troppo grande legata sulla schiena e la corona d’alloro inclinata verso un orecchio.

«Io non sono in ritardo» disse, prima ancora di raggiungerci. «Ho seguito un percorso di riscaldamento alternativo.»

«Ti sei perso?» chiese Sophie.

«Perdersi implica avere accettato una direzione iniziale. Io stavo esplorando.»

Fece gli ultimi passi cercando di mantenere una certa dignità, poi il piede destro entrò in una zona di fango più profonda. Lo gnomo agitò le braccia, recuperò l’equilibrio e guardò verso di me.

«Chiedo che il Campo non registri questa traccia.»

«Non funziona così.»

Giordano abbassò lo sguardo sull’impronta appena lasciata.

«È un sistema molto invasivo.»

Prince gli passò accanto senza affondare quasi per niente. Il gatto grigio raggiunse la panchina, la annusò, decise che l’acqua non rispettava i requisiti minimi di ospitalità e tornò verso il centro.

Il Maestro Samurai Oda Tao arrivò per ultimo. Non portava il libro in mano, ma avvolto in un panno scuro. Si fermò vicino alla linea di gesso e rivolse un piccolo inchino al Campo.

«Manca S.I.S.A.» disse Giordano.

«Sono presente.»

La voce di S.I.S.A. attraversò il piccolo dispositivo che avevo appoggiato sulla panchina.

Giordano si voltò troppo rapidamente.

«Dovresti annunciare il tuo arrivo con un suono.»

«L’ho appena fatto.»

«Intendevo un suono meno linguisticamente completo.»

Sophie sistemò la borraccia sulla panchina.

«Hai letto il libro?»

«Integralmente. Ho registrato trentatré capitoli biografici, una ricorrenza strutturale evidente e una variazione significativa nella parte conclusiva.»

Giordano mi guardò.

«Puoi fingere almeno per qualche minuto di non avere già organizzato tutto?»

«Posso evitare di comunicarlo.»

«È un inizio.»

Aprii la sacca che Giordano aveva portato. Dentro c’erano quattro cuscini, una pagnotta, due mele, un pezzo di formaggio e una piccola bandiera rossa.

«A cosa serve?» chiesi, prendendo la bandiera.

«Pensavo che un campo dovesse avere un guardalinee.»

«Non ci sarà una partita.»

«Questo riduce molto le opportunità del luogo.»

Il Maestro Oda Tao si sedette direttamente sull’erba umida.

«Un campo senza partita permette di vedere chi continua a giocare.»

Giordano rimise lentamente la bandiera nella sacca.

«Ecco. Sono arrivato da meno di tre minuti e il Maestro ha già reso simbolico il mio equipaggiamento.»

Ci disponemmo in cerchio, senza occupare il centro. Le nostre copie di Affamati finirono sull’erba, tranne quella di Oda Tao, che rimase protetta dal panno.

Prince ne scelse una e ci si sedette accanto.

Non sopra.

Era un segno di considerazione che decisi di non enfatizzare.


La fame non è una sola

«Quando avete chiuso il libro» dissi, «qual è stata la prima parola che vi è rimasta?»

«Fatica» rispose Sophie.

«Possibilità» disse Giordano.

Il Maestro Oda Tao guardò il limite del Campo.

«Attaccamento.»

S.I.S.A. intervenne dalla panchina.

«Selezione.»

Aspettarono la mia risposta.

«Tempo.»

Giordano si guardò intorno.

«Abbiamo letto tutti lo stesso titolo?»

«È proprio questo il punto» dissi. «Il libro sceglie una parola capace di raccogliere storie molto diverse. Ma se la usiamo senza distinguerle, rischiamo di farle sembrare uguali.»

Sophie aprì la propria copia.

«La fame di chi deve lavorare mentre prova a restare nel calcio non è la stessa di chi ha già raggiunto un livello importante e teme di perderlo. Non è la stessa di chi vuole riscattare un’infanzia difficile, né di chi cerca semplicemente un luogo in cui essere riconosciuto.»

«E non tutte le privazioni sono una forma di allenamento» aggiunse S.I.S.A. «La lettura motivazionale tende spesso a interpretare ogni ostacolo come preparazione retrospettiva al successo. È un errore di selezione: vediamo le difficoltà di chi è arrivato e dimentichiamo quelle, identiche o maggiori, di chi non è stato premiato dal risultato.»

Giordano prese una mela dalla sacca e la rigirò tra le mani.

«Quindi non basta avere fame.»

«Non è mai bastato» risposi.

«Però le storie del libro sono vere.»

«Certo.»

«E quelle persone hanno continuato quando sarebbe stato più facile fermarsi.»

«Anche questo è vero.»

Lo gnomo sembrava infastidito non dalla risposta, ma dal fatto che due verità potessero restare aperte nello stesso momento.

«Allora come si racconta una storia simile senza rovinarla?»

Sophie guardò il terreno.

«Ricordando che il successo non rende giusto tutto ciò che lo ha preceduto.»

Il vento passò basso sull’erba.

Ripensai ai protagonisti che Andrea aveva riunito. Operai, muratori, ragazzi passati attraverso campionati minori, atleti rimasti a lungo fuori dalle previsioni degli osservatori, allenatori che avevano scelto strade professionali più sicure prima di tornare verso il campo. C’erano anche squadre entrate nella memoria collettiva perché capaci di sovvertire pronostici che sembravano già scritti.

Il libro lavorava su una materia potente.

Forse proprio per questo chiedeva attenzione.

«La forza di Affamati» dissi «sta nel restituire dignità al tratto di strada che di solito scompare. Conosciamo il nome quando è già diventato riconoscibile. Il libro torna indietro e ci mostra che, prima di quel nome, c’erano lavori, rifiuti, categorie lontane dalle telecamere, famiglie, errori e attese.»

«Restituisce il prima» disse Sophie.

«Sì. E lo fa con entusiasmo autentico. Andrea ama queste storie. Si sente.»

«A volte si sente molto» osservò S.I.S.A.

Giordano si voltò verso il dispositivo.

«È una critica?»

«È un dato stilistico. L’autore costruisce numerosi capitoli attraverso un movimento simile: condizione iniziale sfavorevole, perseveranza, rottura del pronostico e riconoscimento. I richiami letterari e culturali differenziano il tono, ma la ricorrenza può rendere prevedibile il percorso.»

«Le vite non sono prevedibili.»

«La struttura che le contiene può diventarlo.»

Giordano morse la mela e rifletté.

«Quindi il problema non sono le storie.»

«No. È il rischio di chiedere a tutte di dimostrare la stessa tesi.»

Il Maestro Oda Tao prese finalmente il libro dal panno.

«Quando molte strade vengono chiamate con lo stesso nome, bisogna osservare ciò che il nome lascia fuori.»

Prince attraversò una linea di gesso e lasciò quattro piccole impronte quasi perfette.

«Il Campo sembra d’accordo» disse Giordano.

«Il Campo non vota» rispose Sophie.

«È un limite organizzativo.»



Le vite prima dell’esempio

Ci spostammo verso il lato più asciutto del terreno. La luce era salita abbastanza da mostrare le colline oltre gli alberi, ma il sole restava coperto da una fascia di nuvole.

Posai il libro sulla panchina.

«C’è un’altra ragione per cui queste storie funzionano» dissi. «Molti dei protagonisti non sono raccontati soltanto come campioni. Sono persone che hanno dovuto continuare a esistere mentre il sogno non dava alcuna garanzia.»

«È la parte che mi è piaciuta di più» disse Giordano. «Quando il nome famoso torna a essere qualcuno che non sapeva ancora come sarebbe andata.»

«Perché lì puoi incontrarlo» aggiunse Sophie. «Dopo, rischi soltanto di ammirarlo.»

Andrea entra nelle biografie con il gusto di chi ha trascorso anni ad ascoltare storie di sport. Cerca il dettaglio capace di restituire il terreno, il lavoro svolto, il carattere e l’ostinazione. I titoli dei capitoli chiamano in causa Omero, Defoe, Molière, Godot, Don Chisciotte, Icaro e altre figure della letteratura e del mito. È il suo modo di dire che una carriera sportiva non vive soltanto dentro statistiche, risultati e tabellini.

Qualche volta l’associazione illumina davvero il protagonista.

Qualche altra volta si avverte il meccanismo.

«A me i titoli sono piaciuti» disse Giordano.

«Anche a me» risposi.

«Sembrava arrivare un cantastorie diverso a ogni capitolo.»

«È un’immagine giusta. Ma un cantastorie deve stare attento a non rendere troppo perfetto il significato di ciò che racconta.»

Sophie chiuse il libro sulle proprie dita per tenere il segno.

«Una persona può avere lavorato, sofferto e insistito senza che ogni esperienza fosse necessaria alla costruzione del campione. Alcune cose formano. Altre feriscono. Altre ancora accadono e basta.»

«Il risultato tende a riscriverle» disse S.I.S.A. «Dopo la vittoria, il passato viene organizzato come se ogni evento conducesse inevitabilmente a quel punto. Ma durante il percorso nessuno possiede quella certezza.»

Guardai le impronte che terminavano nel fango.

«È per questo che siamo qui.»

Giordano seguì il mio sguardo.

«Per le tracce interrotte?»

«Anche. Se raccontassimo soltanto quelle che arrivano dall’altra parte, il Campo diventerebbe uno stadio più piccolo.»

Oda Tao raccolse una manciata di terra e la lasciò scorrere lentamente tra le dita.

«La perseveranza non è una profezia.»

Nessuno aggiunse subito qualcosa.

Era una frase semplice, ma apriva un problema che molti racconti sportivi preferiscono lasciare chiuso: continuare non garantisce di arrivare. Il talento non garantisce di essere visto. Il lavoro non garantisce che il corpo regga. La disciplina non controlla gli incontri, il caso, il denaro, il luogo in cui si nasce o la persona che decide se concedere un’altra possibilità.

Eppure continuare può avere un valore anche prima del risultato.

Il libro abita soprattutto questa tensione. Quando è più convincente, non dice soltanto che i suoi protagonisti ce l’hanno fatta. Mostra quanto a lungo abbiano dovuto costruire una forma di sé senza sapere se sarebbe stata riconosciuta.

«Forse la fame è questo» disse Giordano. «Fare spazio a qualcosa che ancora non esiste.»

Sophie lo guardò.

«Può esserlo. Ma se quello spazio prende tutto, che cosa resta intorno?»

Lo gnomo abbassò la mela. Ne mancava ormai metà.

«Tu riesci sempre a rendere problematiche le mie frasi migliori.»

«Le frasi migliori reggono.»

«E se non reggono?»

«Diventano domande migliori.»

Prince saltò sulla panchina e si sistemò accanto ad Affamati. Il dorso del libro rimase visibile tra la sua coda e il legno.

Per qualche minuto ascoltammo soltanto il vento.



Il corpo che paga il conto

Fu Sophie a riportarci dentro il libro.

«Quando parliamo di fame nello sport» disse «usiamo spesso parole che sembrano appartenere soltanto alla volontà: sacrificio, disciplina, resistenza, determinazione. Ma a compiere quelle scelte è sempre un corpo.»

Si alzò e raggiunse una zona in cui il terreno conservava una serie di passi molto ravvicinati.

«Un corpo che cresce, si allena, lavora, dorme poco, attraversa infortuni, pressioni e giudizi. Un corpo che può essere sostenuto oppure consumato dal desiderio.»

«Il libro non ignora la fatica» dissi.

«No. La rende visibile. Ed è un merito. Ma qualche volta il linguaggio del riscatto rischia di farla sembrare automaticamente buona.»

S.I.S.A. elaborò la frase per qualche secondo.

«Nelle storie di successo, la sofferenza riceve retroattivamente una funzione. Diventa il prezzo pagato per arrivare. Questo può ispirare, ma può anche produrre una conclusione pericolosa: se non sei arrivato, forse non hai sofferto abbastanza.»

Giordano smise di mangiare.

«Questa conclusione nel libro non c’è.»

«Non in forma esplicita» rispose S.I.S.A. «Ma ogni narrazione motivazionale deve sorvegliare le conseguenze implicite della propria struttura.»

«Quindi dobbiamo dirlo noi.»

«Sì» dissi. «Senza attribuirlo ad Andrea e senza fingere che il libro sia ciò che non è.»

Questo era uno dei motivi per cui volevo che l’Incontro avvenisse con tutte le Voci presenti. Affamati possiede energia, ritmo e una fiducia sincera nella capacità umana di cambiare il proprio destino. Ridurlo a un catalogo di limiti sarebbe ingiusto. Ma lasciarlo solo dentro l’entusiasmo avrebbe significato non ascoltarlo fino in fondo.

«Il problema non è raccontare la perseveranza» continuai. «Ne abbiamo bisogno. Il problema nasce quando la perseveranza viene separata dalle condizioni reali in cui una persona prova a esercitarla.»

«Famiglia, lavoro, denaro, salute, occasioni» elencò Sophie.

«E qualcuno che ti guardi nel momento giusto» aggiunse Giordano.

«Anche.»

Il Maestro Oda Tao tracciò con un dito una linea breve sul terreno.

«La disciplina chiede continuità. L’ossessione chiede obbedienza.»

«Come si distingue?» domandò Giordano.

«La disciplina può ascoltare. L’ossessione considera ogni ascolto un tradimento.»

Sophie tornò a sedersi.

«Questo vale anche per il corpo. Allenarsi significa attraversare la fatica, non diventare incapaci di riconoscere il dolore. Continuare può essere coraggioso. Fermarsi, qualche volta, può esserlo altrettanto.»

Guardai il Campo. Non c’erano cronometri, giudici o classifiche. Soltanto tracce.

Era il luogo adatto per ricordare che una persona non deve conquistare un trofeo per rendere legittimo ciò che ha vissuto.



Il narratore dietro le storie

Aprii il libro all’introduzione.

«Finora abbiamo parlato dei protagonisti» dissi. «Ma chi li ha riuniti?»

Giordano indicò la copertina. 

«Nonèpiùdomenica.» 

«È la firma che compare sul libro» dissi. 

Sophie gli rivolse uno sguardo. 

«E dietro quella firma c’è Andrea Masciaga.»

Il libro comincia molto prima delle carriere che racconta. Comincia in una casa, su un divano rosso, davanti a un programma televisivo che per Andrea adolescente diventa un rito familiare e una forma di salvezza. È lì che scopre di amare le storie di sport: non soltanto il risultato, ma il modo in cui una voce può restituire il tempo precedente, quello che chi guarda una partita non vede.

«È la parte che avrei voluto trovare più spesso» dissi.

«Andrea?» chiese Sophie.

«La sua voce.»

S.I.S.A. intervenne.

«L’autore è molto presente nello stile e meno presente come soggetto. Organizza, collega e interpreta le biografie, ma per gran parte del libro resta dietro il dispositivo narrativo.»

«Nel libro, però, le altre vite restano quasi sempre in primo piano» disse Giordano.

«Sì. E quando la sua esperienza entra direttamente nel racconto, il libro cambia.»

Andrea racconta la propria adolescenza, una bocciatura scolastica, il rapporto con il calcio e il desiderio di diventare una piccola parte di quella tradizione narrativa che aveva imparato ad amare. La sua esperienza non lo mette sullo stesso piano dei campioni. Permette piuttosto al lettore di comprendere da dove provenga il suo sguardo.

È una differenza importante.

«Non dice: sono come loro» osservò Sophie.

«No. Dice, in sostanza: è per questo che continuo a cercarli.»

Giordano appoggiò la mela ormai finita accanto alla sacca.

«Allora lui è affamato di storie.»

«Sì. Ma non soltanto.»

Voltai alcune pagine senza fermarmi sui capitoli. I nomi scorrevano uno dopo l’altro e, sotto ciascuno, un titolo provava a trovare la figura capace di contenerlo.

«Andrea conosce anche la fame di calcio. Ha inseguito il desiderio di giocare, ha fatto rinunce e ha continuato anche quando il risultato immaginato non è arrivato. Questa esperienza resta quasi sempre sul bordo del libro, ma rende partecipe il suo modo di raccontare la perseveranza.»

«E questa vicinanza può spingere la narrazione a idealizzarla?» domandò S.I.S.A.

«In alcuni passaggi il testo corre questo rischio.»

La risposta rimase nell’aria con più peso di quanto avessi previsto.

La vicinanza di Andrea alla materia dà ad Affamati calore, ritmo e necessità. In alcuni passaggi, però, porta la narrazione a concedere alla perseveranza più fiducia di quanta ne concederebbe uno sguardo maggiormente distaccato.

Sophie prese il libro dalla panchina, costringendo Prince a spostare la coda.

«È questo che rende la parte finale così importante. A un certo punto la sua esperienza entra più chiaramente in primo piano.»

«E cambia anche il modo in cui leggiamo le storie precedenti» aggiunse Giordano.

Il gatto grigio aprì un occhio, verificò che la copertina fosse ancora vicina e tornò a dormire.



Quando il modello si incrina

Il sole superò finalmente la fascia di nuvole. Le pozzanghere restituirono piccoli frammenti di luce e le linee di gesso apparvero più nette.

Riprendemmo a camminare lungo il perimetro.

«C’è un momento, verso la fine, in cui la formula del libro smette di bastare.»

Non raccontammo ciò che Andrea sceglie di mostrare attraverso quella storia. Sarebbe stato ingiusto togliere al lettore il cambiamento di direzione preparato dai capitoli precedenti. Ci limitammo alla domanda che lo rende necessario.

Che cosa accade alla fame quando una persona ha già raggiunto ciò che desiderava?

O quando comprende che, per inseguirlo, ha lasciato indietro parti della propria vita che non potranno essere recuperate?

«Fino a quel punto» disse S.I.S.A. «il libro osserva soprattutto la fame come forza di avanzamento. Nella conclusione introduce il costo opportunità: ciò che ogni scelta esclude, rimanda o rende impossibile.»

Giordano camminava con attenzione per non ripetere l’incidente iniziale.

«Traduzione meno amministrativa?»

Sophie rispose prima di me.

«Ogni sì contiene anche dei no.»

Lo gnomo rallentò.

«Questo è ingiusto.»

«È reale.»

«Non potrebbe contenere almeno dei forse?»

«Qualche volta. Ma anche i forse occupano tempo.»

Il Maestro Oda Tao si fermò davanti alle impronte che conducevano alla panchina.

«La fame promette un futuro. Per questo può convincerci a non abitare il presente.»

Sentii il bisogno di riaprire il quaderno, ma non lo feci.

Pensai a quante volte, nello sport, si dice dopo. Dopo la stagione. Dopo la gara. Dopo il contratto. Dopo il recupero. Dopo che sarò arrivato. Dopo che avrò dimostrato il mio valore.

Il dopo può sostenere una persona nei giorni difficili.

Può anche diventare il luogo in cui deposita tutto ciò che non riesce più a vivere adesso.

«Il libro diventa più maturo quando ammette questa contraddizione» dissi. «Non nega ciò che la fame ha reso possibile. Ma smette di trattarla come una virtù autosufficiente.»

«La fame dà» disse Giordano.

Sophie completò la frase senza alzare la voce.

«E la fame toglie.»

Il Campo sembrò più grande.

Non perché fosse cambiato, ma perché quella frase permetteva finalmente di vedere anche le tracce rivolte nella direzione opposta.



La domanda del Campo

Tornammo al centro quando il sole era ormai abbastanza alto da scaldare il legno della panchina.

Giordano recuperò i cuscini dalla sacca e li distribuì. Quello destinato a Prince fu immediatamente ignorato. Il gatto preferì sedersi sul panno del Maestro Oda Tao.

«Prima di andare» dissi «vorrei che ognuno lasciasse al Campo una domanda. Non una conclusione.»

Giordano sollevò la mano.

«La domanda deve essere breve?»

«Possibilmente.»

«E brillante?»

«Non necessariamente.»

«Questo riduce la pressione.»

Sophie fu la prima.

«Come possiamo insegnare la perseveranza senza convincere qualcuno che fermarsi significhi fallire?»

S.I.S.A. intervenne dalla panchina.

«Quali vite restano escluse quando osserviamo la fame soltanto attraverso le storie di chi ha ottenuto un risultato riconoscibile?»

Il Maestro Oda Tao tenne gli occhi sul terreno.

«Quando il desiderio smette di indicare la strada e comincia a scegliere al posto nostro?»

Giordano strinse la corona tra le mani.

«Chi saremmo diventati se alcune porte si fossero aperte prima?»

Nessuno ironizzò.

La sua domanda rimase accanto alle altre, senza essere corretta.

Toccava a me.

Guardai Affamati sulla panchina.

«Che cosa vale una traccia se non conduce dove avevamo sperato?»

Il vento mosse appena le pagine.

Per quasi tutto il libro Andrea aveva cercato persone capaci di spianarsi una strada quando la strada non esisteva. Aveva raccontato la determinazione, la rivincita, l’attesa e il momento in cui un destino apparentemente minore cambiava direzione. Lo aveva fatto con l’entusiasmo di chi continua a credere che le vite degli sportivi possano contenere qualcosa di più di una statistica.

Ma, arrivati alla fine, la voce che sentivo con maggiore chiarezza non apparteneva a uno dei campioni.

Apparteneva a lui.

Al ragazzo seduto su un divano rosso davanti alle storie degli altri. Alla bocciatura scolastica, da lui definita la prima vera sconfitta della propria vita, e alla scoperta del racconto sportivo come luogo di salvezza. Al calciatore che ha inseguito a lungo un obiettivo senza ottenere il futuro immaginato. All’adulto che continua a giocare, mentre il significato di quell’impegno è cambiato.

Andrea aveva trascorso il libro dietro le vite degli altri.

Eppure era sempre stato lì.

La sua presenza si riconosce nella scelta degli ostinati, nel modo in cui il testo restituisce dignità a chi arriva tardi, nella frequenza con cui la fatica diventa una spinta e, soprattutto, nel momento in cui la narrazione comincia a mostrarne anche il costo.

Forse avrei voluto che la sua voce personale emergesse prima.

Non per sottrarre spazio ai protagonisti, ma perché la sua presenza avrebbe reso ancora più chiaro che Affamati non nasce dalla contemplazione distante del successo. Nasce da una voce che racconta anche di avere dedicato tempo, corpo e possibilità a una strada senza sapere che cosa quella strada avrebbe restituito.


«Prof?» disse Giordano.

Mi accorsi che gli altri mi stavano aspettando.

«Stavo pensando ad Andrea.»

«Finalmente» rispose lo gnomo.

«Finalmente?»

«Abbiamo parlato per ore delle persone che ha raccontato. Ma ogni volta che qualcuno sceglie una storia, lascia anche una propria impronta.»

Sophie guardò il libro.

«E la sua diventa più riconoscibile quando entra direttamente nel racconto.»

«Quando, accanto a ciò che la fame rende possibile, trova spazio anche ciò che può costare» aggiunsi.

S.I.S.A. rimase in silenzio per alcuni secondi.

«La struttura del libro conduce da una galleria di vittorie riconoscibili a una domanda personale non risolta. È lo spostamento più significativo dell’opera.»

Giordano sorrise.

«Questa volta non serve traduzione.»

«Confermo.»

Il Maestro Oda Tao si alzò e raccolse il panno da sotto Prince. Il gatto protestò con un movimento della coda, poi raggiunse il limite del Campo.

«La fame non è nemica» disse il Maestro. «Ma non deve diventare l’unica voce capace di pronunciare il nostro nome.»

Chiusi il libro.

Non avevamo stabilito se la fame fosse buona o cattiva. Non avevamo trasformato i protagonisti in formule da imitare e non avevamo chiesto alle loro vite di dimostrare che chiunque, insistendo abbastanza, possa ottenere lo stesso risultato.

Avevamo riconosciuto qualcosa di più scomodo.

La fame può salvarci dall’immobilità. Può farci alzare quando il giudizio degli altri sembra definitivo, insegnarci a lavorare senza applausi e permetterci di immaginare una possibilità che ancora non possiede prove. Ma può anche restringere il mondo fino a far coincidere la nostra identità con un solo risultato. Può convincerci che ogni rinuncia sia necessaria, che il corpo debba sempre obbedire, che fermarsi significhi tradire la persona che avevamo promesso di diventare.

Affamati è più forte quando lascia vivere entrambe le verità.

Quando non si limita a celebrare chi è arrivato, ma ci costringe a domandarci che cosa abbia portato con sé, che cosa abbia lasciato indietro e quale nuova fame abbia incontrato dopo il traguardo.



Prendemmo la strada del Rifugio.

Giordano camminava davanti a noi con la bandiera rossa che usciva dalla sacca. Sophie portava la borraccia vuota. Oda Tao avanzava senza fretta. Prince non seguiva il sentiero e nemmeno questa volta sembrava disposto a giustificarsi.

Io rimasi qualche passo indietro.

Mi voltai verso il Campo.

Le nostre impronte si erano aggiunte alle altre. Quella di Giordano era ancora la più profonda e, da lontano, sembrava indicare un punto preciso prima di deviare bruscamente.

Non tutte le tracce arrivavano alla linea più lontana.

Non tutte dovevano farlo.

Alcune servivano a dimostrare che qualcuno era stato presente. Aveva desiderato, provato, perso qualcosa, cambiato direzione e continuato a cercare una forma possibile della propria vita.

Il Campo non assegnava loro un risultato.

Le custodiva.

E forse è proprio qui che Affamati raggiunge la sua forma più compiuta. Non quando celebra campioni ormai consegnati alla memoria, ma quando ritorna al tempo fragile in cui quei nomi non garantivano ancora nulla: il tempo del lavoro, dei rifiuti, delle attese e di una possibilità ancora priva di prove. Il racconto custodisce quel tratto di strada e impedisce che il successo finisca per cancellarlo. Poi, nelle pagine finali, il campo si allarga: accanto alle impronte di chi è arrivato, senza sovrapporsi a esse, diventa riconoscibile anche quella di Andrea Masciaga. Non come la traccia di un campione da aggiungere agli altri, ma come quella del narratore che li ha riuniti e che, raccontandoli, rende infine visibile anche l’origine del proprio sguardo.

Con stima e gratitudine


Oltre il racconto

Approfondimenti, informazioni editoriali e indicazioni per proseguire l’Incontro

La collocazione nell’universo di Mentalità Amplificata

Il Sentiero di Affamati

Emblema generale dei Sei Sentieri di Mentalità Amplificata

Sei direzioni formano un unico paesaggio. Questo libro ne percorre una soprattutto, lasciando tracce riconoscibili anche in altre due.

  1. Alimentazione
    Consapevole
  2. Abitudini
    Rigenerative
  3. Respiro
    Vitale
  4. Virtù
    Guidanti
  5. Corpo in
    Armonia
  6. Orizzonti
    Educativi

Sentiero principale: Virtù Guidanti.
Connessioni: Corpo in Armonia e Orizzonti Educativi.

Tra i Sei Sentieri di Mentalità Amplificata, Affamati trova la sua collocazione principale nelle Virtù Guidanti. Andrea Masciaga raccoglie storie nelle quali disciplina, perseveranza, coraggio e capacità di resistere al giudizio degli altri permettono a calciatori, allenatori e squadre di attraversare lavori, rifiuti, categorie lontane dai riflettori e attese che sembrano non condurre da nessuna parte. La fame diventa così una forza capace di orientare il carattere prima ancora del risultato: sostiene il gesto ripetuto senza applausi, conserva una possibilità quando il pronostico appare già scritto e restituisce dignità al tratto di strada precedente al nome conosciuto.

Il libro e il nostro Incontro, tuttavia, mostrano anche il confine instabile di queste virtù. La disciplina può ascoltare il corpo; l’ossessione pretende obbedienza. La perseveranza può aprire una strada, ma non garantisce che ogni sacrificio fosse necessario né che ogni sofferenza diventi giusta dopo la vittoria. Da qui nasce la connessione con il Corpo in Armonia, perché ogni ambizione viene vissuta da un corpo che si allena, lavora, si infortuna e può essere sostenuto oppure consumato dal desiderio. Il dialogo con gli Orizzonti Educativi riguarda invece i modelli prodotti dalle storie di riscatto: come trasmettere il valore del continuare senza far credere che fermarsi equivalga sempre a fallire? Il centro resta nelle Virtù Guidanti proprio perché Affamati non domanda soltanto quanta forza serva per arrivare, ma quando quella stessa forza smetta di guidarci e cominci a scegliere al posto nostro.


Il libro in sintesi

Scheda editoriale

Affamati. Storie di campioni venuti dal basso

Titolo
Affamati
Sottotitolo
Storie di campioni venuti dal basso
Autore
Nonèpiùdomenica, progetto ideato da Andrea Masciaga
Editore
Rizzoli
Collana
Varia
Data di pubblicazione
30 giugno 2026
Pagine
192
Formato
Brossura, altezza 22 cm
ISBN
9788817201216
Genere
Saggistica sportiva, calcio e biografie sportive
Struttura
Introduzione e trentatré capitoli narrativi dedicati a calciatori, allenatori e squadre, seguiti dai ringraziamenti
Temi principali
Perseveranza, riscatto, talento, lavoro, sacrificio, attesa, successo tardivo, ambizione, appartenenza, identità, rapporto tra desiderio e risultato e costo personale della prestazione
Destinatari
Appassionati di calcio e di storie sportive, atleti, allenatori, educatori, giovani lettori e chiunque sia interessato ai percorsi di perseveranza, riscatto e costruzione dell’identità
Lingua
Italiano

La persona dietro le pagine

Nota sull’autore

Andrea Masciaga

Ideatore di Nonèpiùdomenica e autore di Affamati

Andrea Masciaga, nato a Borgomanero nel 1995, è lo scrittore e calciatore dilettante che nel 2017 ha ideato Nonèpiùdomenica. Nato come spazio social dedicato al pallone, il progetto ha costruito nel tempo una comunità intorno a un modo preciso di raccontare il calcio: non soltanto i grandi risultati, ma i campi di provincia, gli spogliatoi, le trasferte, le sconfitte e le persone per le quali giocare conserva un valore anche lontano dai riflettori.

Il suo esordio, Ci alleniamo anche se piove?, è stato autopubblicato nel 2019 ed è diventato un caso editoriale nato dal rapporto diretto con i lettori. Con Rizzoli ha poi pubblicato Ma restiamo con i piedi per terra nel 2020, realizzato con la collaborazione di Gianluca Bavagnoli, e Ci alleniamo anche se piove? Capitolo II – L’ultimo spegne le luci nel 2023. La firma Nonèpiùdomenica non è quindi un autore distinto: è il nome pubblico attraverso cui la scrittura di Masciaga ha trovato voce, continuità e una comunità di riferimento.

Masciaga continua a conoscere il calcio anche dall’interno. Gioca nelle categorie dilettantistiche e ha conseguito il patentino da allenatore: due esperienze che rendono il suo sguardo partecipe, legato alla pratica quotidiana e alle dinamiche formative del campo. Nei suoi testi la nostalgia per un calcio più spontaneo convive con l’attenzione per ciò che lo sport insegna sul gruppo, sull’identità e sul desiderio di continuare.

Con Affamati il racconto si sposta dai margini del calcio dilettantistico alle vite di calciatori, allenatori e squadre capaci di sovvertire un destino apparentemente già scritto. Masciaga intreccia biografia sportiva, memoria personale, letteratura e mito, cercando nelle carriere il tratto di strada che precede il nome conosciuto. La sua voce emerge soprattutto quando il libro smette di osservare la fame soltanto come motore del successo e ne riconosce anche il costo: il tempo, le rinunce e le parti di sé che ogni traguardo può lasciare indietro.


Una soglia prima della lettura

Prima di incontrare Affamati

Otto domande sul libro di Nonèpiùdomenica per orientarsi senza anticipare le storie e il loro approdo.

  1. Di cosa parla Affamati?

    Il libro raccoglie trentatré storie di calciatori, allenatori e squadre che hanno raggiunto un risultato importante partendo da condizioni sfavorevoli, categorie minori, lavori lontani dal calcio o momenti in cui la loro strada sembrava essersi interrotta. Andrea Masciaga racconta soprattutto il tratto precedente alla notorietà: quello fatto di attese, rifiuti, fatica e possibilità ancora prive di garanzie.

  2. Che cosa rappresenta la “fame” del titolo?

    Non riguarda il cibo e non indica un’unica qualità. È desiderio di riscatto, ambizione, bisogno di appartenenza, orgoglio e volontà di dimostrare che il giudizio ricevuto non fosse definitivo. Il libro riunisce queste spinte sotto una sola parola, ma le storie mostrano che la fame può nascere da luoghi diversi e chiedere a ciascuno un prezzo differente.

  3. È una raccolta di biografie oppure un libro motivazionale?

    È soprattutto una raccolta di profili narrativi. Ogni capitolo ricostruisce una carriera o un’impresa sportiva e la collega a immagini tratte dalla letteratura, dal mito o dalla cultura popolare. L’energia è spesso motivazionale, perché valorizza perseveranza e riscatto, ma il libro non propone un metodo né promette che l’impegno conduca automaticamente allo stesso risultato.

  4. Racconta soltanto grandi campioni già conosciuti?

    Compaiono nomi celebri, ma il centro non è la celebrità. Masciaga riporta calciatori e allenatori al momento in cui il loro futuro non era ancora evidente e affianca alle vicende individuali quelle di squadre capaci di rovesciare i pronostici. Il punto non è contemplare il campione arrivato, ma osservare la persona quando il nome non costituiva ancora una garanzia.

  5. Bisogna conoscere bene il calcio per apprezzarlo?

    No. Conoscere giocatori, squadre e competizioni permette di cogliere più riferimenti, ma ogni capitolo fornisce il contesto necessario. Le domande attraversate dal libro – quanto aspettare, che cosa sacrificare, come reagire a un rifiuto e chi diventare mentre si insegue un obiettivo – appartengono anche al lavoro, allo studio e alla vita quotidiana.

  6. Il libro celebra il sacrificio senza metterlo mai in discussione?

    Per gran parte del percorso il sacrificio viene raccontato come forza di avanzamento e segno della determinazione dei protagonisti. Tuttavia il libro lascia progressivamente emergere una domanda più scomoda: che cosa può togliere la fame mentre ci aiuta a procedere? Questa tensione non nega il valore della perseveranza, ma impedisce di considerarla una virtù priva di conseguenze.

  7. A chi è consigliata la lettura?

    È indicato per chi ama il calcio, le biografie sportive e i racconti di riscatto; può interessare anche atleti, allenatori, educatori e giovani lettori. È una lettura adatta soprattutto a chi vuole interrogare il rapporto tra talento, lavoro, occasioni, identità e successo senza affrontare un saggio tecnico o specialistico.

  8. Perché incontrarlo su Mentalità Amplificata?

    Perché Affamati permette di attraversare le Virtù Guidanti senza idealizzarle. Disciplina, coraggio e perseveranza possono aprire una strada, ma dialogano anche con il Corpo in Armonia e con gli Orizzonti Educativi: ogni ambizione viene vissuta da un corpo reale e ogni storia di successo produce un modello. Il nostro Incontro prova quindi a custodire sia la forza della fame sia le domande che essa lascia dietro di sé.




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